La situazione a Gaza ha ormai da tempo superato la mera possibilità di essere raccontata. Niente può infatti descrivere il livello di annientamento organizzato che lo stato sionista ha inflitto nel corso degli ultimi 15 mesi alla popolazione della Striscia, dove nulla rimane che possa sostenere la vita. Eppure, di fronte a una crescente anestetizzazione al genocidio in corso, partire da alcuni macabri numeri può forse essere utile. Non per convincere chi è ormai convinto. Né tantomeno per smuovere chi non lo ha fatto in questo (quasi) anno e mezzo, e quindi non lo farà più. Cogliere la portata del genocidio sionista è, al contrario, importante per comprendere l’interesse strategico occidentale nel ribadire il proprio costante sostegno a Israele e svelare la nauseabonda ipocrisia europea e nordamericana fatta di una propaganda incentrata sulla difesa dei diritti civili e politici.
L’attacco aereo e terreste sionista non ha risparmiato niente. Case, quartieri, ospedali, panifici, scuole, università, moschee, chiese, biblioteche, campi agricoli, centrali elettriche, rete fognaria: tutto raso al suolo. La popolazione civile è stata più volte costretta ad abbandonare le sistemazioni di fortuna dove aveva trovato riparo per poi finire sotto i bombardamenti nelle nuove località indicate dalle autorità israeliane come ‘sicure’. La conta dei morti è catastrofica. Mentre scriviamo questa ha superato quota 45 mila, di cui almeno 17 mila bambini e 700 neonati. Per quanto angoscianti, questi numeri sono purtroppo la mera punta dell’iceberg. Come Rasha Katib, Martin McKee e Salim Yusuf (2024) hanno provato ad argomentare su The Lancet, il numero dei morti ufficiali riguarda infatti in maniera esclusiva le persone che sono rimaste uccise come conseguenza diretta dell’intervento militare israeliano. Dato che in conflitti recenti con caratteristiche paragonabili il numero delle morti indirette è stato superiore in una misura variabile tra le 3 e le 15 volte, una stima prudente pone il numero totale delle vittime attorno al 10 percento circa della popolazione residente nella Striscia di Gaza. Si tratterebbe di oltre 200 mila persone. Di fronte a tutto questo, gli ostinati tentativi di negare che quello in corso sia un genocidio sono farseschi. Quanto in corso a Gaza e nella Palestina storica più in generale è qualcosa di significativamente diverso: è un processo coloniale lungo (almeno) oltre 70 anni che coscientemente mira alla completa pulizia etnica della popolazione palestinese dalla terra che ha storicamente abitato. Si tratta di una delle peggiori pagine di storia dell’umanità. A differenza di altri genocidi però, avviene con gli occhi del mondo addosso. E anche per questo, le scosse telluriche della resistenza palestinese hanno avuto riverberi regionali e internazionali. Il punto di partenza è il movimento di liberazione nazionale palestinese. Non in quanto tale però. Quanto piuttosto cosa questo simboleggi di fronte all’imperialismo occidentale per le masse arabe e per la gioventù studentesca politicizzata e crescentemente meticcia dei paesi occidentali. È dal livello internazionale quindi che conviene partire.
Nel suo articolo sull’attualità del concetto di imperialismo che trovate in questo numero di Egemonia, Lorenzo Lodi muove dalla classica interpretazione del fenomeno fornita da Vladimir Lenin per individuare quanto e cosa sia cambiato nel corso di oltre un secolo. Mentre la spartizione ‘fisica’ del mondo tra potenze coloniali è decisamente venuta meno, oggi come allora vi sono due aspetti che rimangono centrali per comprendere il fenomeno: il ruolo del capitale monopolistico e la fusione tra competizione economica e competizione geopolitica. In una fase nella quale l’unilateralismo statunitense si è affievolito, il sistema imperialista è tornato a mostrare la tendenza alla guerra. Tale tendenza non si è però ancora pienamente sviluppata. Detto altrimenti, non ha ancora determinato il conflitto diretto tra le ‘grandi’ potenze. La ragione principale riguarda i rapporti di forza tra queste. Abbiamo più volte scritto che viviamo in una fase di relativo declino dell’imperialismo occidentale a guida statunitense, ponendo l’enfasi sull’aggettivo piuttosto che sul sostantivo. Si tratta di una tendenza relativa perché, come argomenta Lodi, nessuna delle principali potenze revisioniste è ancora diventata pienamente imperialista. Questo vale ovviamente per la Russia che, a dispetto della sua politica imperiale su base regionale, non possiede un capitale transnazionale monopolistico, ma anche per la Cina, che pure ha mosso passi importanti in questa direzione in alcuni settori. Le potenze imperialiste occidentali continuano quindi a detenere un controllo monopolistico della tecnologia e del capitale finanziario che le permette di drenare risorse al resto del mondo. Questa però non è la fine della storia, pena ridurre l’imperialismo a mera competizione economica. Il segno distintivo dell’egemonia statunitense è infatti il combinato di un possente reticolo di alleanze (incentrato sulla subordinazione degli alleati europei e giapponesi) e di un primato militare indiscusso. Analiticamente i due aspetti possono essere tenuti separati, ma all’atto pratico si fondono insieme. Il loro punto di caduta è l’isolamento nel quale vengono forzati gli stati non allineati, spingendoli a una revisione delle loro posizioni oppure attaccandoli, sia indirettamente sia anche militarmente, per decretarne la sconfitta. Assieme all’America Latina, il Medio Oriente è probabilmente la regione che mostra meglio questa tendenza. Al riguardo, il ruolo di Israele – inteso come vera e propria testa di ponte in terra araba dell’imperialismo occidentale – è stato assolutamente decisivo.

Palestinesi lanciano pietre contro la polizia antisommossa
israeliana nel villaggio di Hizme, a Gerusalemme nord, il 21 dicembre 1987
In questo breve editoriale non vi è spazio per ripercorrere tutte le tappe che hanno consentito agli Stati Uniti e, in subordine, ai loro alleati europei di ‘addomesticare’ una regione che appariva in gran parte ostile all’imperialismo occidentale al termine del processo di decolonizzazione e sulla scia di una lunga serie di colpi di stato con caratteristiche di rivoluzioni passive – ovvero di rivoluzioni borghesi guidate dall’alto. Il punto cardine però è stato certamente il passaggio di centralità politica ed economica da Il Cairo a Riad e la subordinazione dell’Egitto al blocco occidentale avvenuto negli anni settanta. Le cause di questa sono molteplici. Una però è stata decisiva. L’insostenibile pressione che il confronto militare con Israele poneva sulle casse statali egiziane. A seguito della storica sconfitta del 1967, l’Egitto ha destinato una crescente quantità di risorse alle spese belliche. Questo non solo però non è stato sufficiente per colmare il gap con le forze armate israeliane, che godevano delle più avanzate tecnologie statunitensi, ma ha anche finito per drenare risorse altrimenti destinate all’industria e ai servizi di welfare. Anche come effetto delle politiche di liberalizzazione economica avviate da Anwar Sadat, il successore di Gamal Nasser, il confronto militare con Israele ha quindi contribuito a creare la situazione perfetta per quelle rivolte del pane che hanno quasi abbattuto il regime egiziano nel gennaio del 1977. Impossibilitata a tenere il passo della competizione con Israele, la coalizione dominante egiziana ha quindi dovuto disinnescare questa linea di faglia. In un mondo polare come quello della Guerra Fredda, l’unica via d’uscita era un repentino abbandono della cooperazione con l’Unione Sovietica e il passaggio nella sfera del blocco occidentale.
Altri regimi nella regione hanno invece mantenuto una politica ostile agli interessi statunitensi. A differenza dei campisti, noi non facciamo derivare da questo alcuna connotazione positiva di tali regimi. Nella traduzione dell’articolo di Jimena Vergara da Left Voice che proponiamo in questo numero di Egemonia viene proprio ribadita l’esigenza di un approccio non campista e di indipendenza di classe per giungere ad una Palestina libera, socialista e a-confessionale. Registriamo comunque come un dato di fatto non negabile la volontà occidentale di limitarne la capacità, fino al punto di decretarne la sconfitta politica.
Ad inizio anni duemila, quattro regimi in Medio Oriente (largamente inteso) erano formalmente ostili all’imperialismo occidentale nella regione. Questi erano l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Muammar Gheddafi, la Siria degli Assad, e l’Iran dei Pasdaran. Tre di questi sono stati eliminati fisicamente: nel primo caso con un’azione diretta statunitense; nel secondo attraverso un’operazione che gli Stati Uniti hanno subappaltato ai due principali imperialismi europei, quello britannico e quello francese; e nel terzo e recente caso con un appoggio massiccio della Turchia (membro della NATO) ad alcune frange dell’opposizione interna siriana. In maniera interessante, si deve inoltre notare come il collasso del regime degli Assad in Siria sia venuto a seguito del pesante indebolimento dei suoi principali sostenitori esterni: Russia, Iran e Hezbollah. La prima è stata indotta in una lunga guerra contro l’Ucraina di fronte all’espansionismo verso Est dell’imperialismo europeo, mentre i secondi hanno subito un pesante ridimensionamento politico e militare dal confronto contro lo stato sionista a seguito degli eventi innescati dall’attacco del 7 ottobre. Ancora una volta quindi la pressione esercitata da Israele sembra essere stata decisiva per difendere, e anche espandere, gli interessi dell’imperialismo occidentale nel contesto arabo. È proprio per questa dinamica che la tradizione politica di questo giornale denuncia Israele come l’avamposto in Medio Oriente degli interessi statunitensi ed europei.
Il crescente allineamento degli stati arabi alla politica occidentale è passato necessariamente da un potente avvicinamento verso Israele. In alcuni casi questo è stato esplicito, come si vede bene dalla firma dei cosiddetti Accordi di Abramo che hanno coinvolto, oltre ovviamente a Israele stesso e con la regia aperta statunitense, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain, il Marocco e il Sudan. Se non fosse stato per il 7 ottobre, tale lista sarebbe con ogni probabilità ben più lunga oggi. In altre situazioni invece, l’avvicinamento è rimasto più implicito.
Il punto fondamentale però è che questo slittamento della politica ufficiale o semi-ufficiale degli stati arabi ha preso piede in un contesto nel quale le masse rimangono strenuamente a favore della causa palestinese.
Ci sia consentita una piccola nota per evitare fraintendimenti. La storia del movimento di liberazione palestinese è storia di ricorrenti tradimenti da parte degli stati arabi. Il tal senso quanto cambia è più la quantità che la qualità. Rimane però vero che il golfo tra la volontà popolare e la politica degli stati arabi verso la Palestina si è decisamente allargato. È proprio questa contraddizione che apre scenari interessanti per comprendere come la Palestina possa ottenere la propria indipendenza politica.
Sulla questione, il dibattito a sinistra è largamente polarizzato su due posizioni. Da un lato, vi è chi continua a rilanciare una generica richiesta di pace che ha il proprio punto di caduta politico nella soluzione dei due stati. Dall’altro, vi è una messianica fiducia nella lotta armata, rivendicata spesso come Intifada. Tralasciamo la prima posizione perché priva di qualsiasi fondamento fattuale e storico e ci concentriamo invece sulla seconda, di gran lunga dominante nel movimento di sostegno alla Palestina che si è sviluppato nell’ultimo anno circa anche in Italia. Storicamente, questa riflette l’impostazione del movimento di liberazione nazionale palestinese stesso, influenzato a sua volta dai vari successi della lotta armata contro i poteri coloniali nel secondo dopoguerra. Nel contesto mediorientale, l’esempio più prestigioso è certamente quello della resistenza algerina, capace di ottenere la propria indipendenza dopo quasi otto anni di guerra di liberazione contro la Francia. La strategica della lotta armata contro un potere coloniale decisamente più potente e quindi impossibile da sconfiggere in uno scontro militare ‘classico’ pone le basi del proprio successo su due premesse: la capacità della lotta armata condotta anche da un nucleo inizialmente piccolo di rivoluzionari di diventare un simbolo e un modello per vasti settori popolari, e lo sviluppo di contraddizioni insanabili all’interno della coalizione dominante avversaria che in ultima istanza determinano il collasso del regime o la ritirata della potenza coloniale.
Sulle nostre pagine abbiamo più volte sottolineato le principali criticità derivanti da una strategia politica che faccia perno sulla lotta armata. Anche se questa dovesse aver successo, il carattere necessariamente clandestino dell’attività mina spesso la possibilità che il movimento possa avere carattere realmente di massa e condensa nelle mani della leadership un potere che gestisce in maniera arbitraria e senza dialettica con i settori che pretende di rappresentare. L’esito più probabile è quindi un limitato processo di emancipazione delle masse popolari e la rapida confisca del potere da parte della leadership rivoluzionaria una volta sconfitto il precedente regime. A questa criticità generale se ne aggiungono altre due che sono specifiche del caso palestinese. Una è contingente e riguarda il cosiddetto Asse della Resistenza, che comprende, oltre ovviamente ad Hamas, anche Hezbollah, l’Iran, la Siria e, più recentemente, gli Houthi in Yemen. Tale asse è percepito come vitale per la strategia della lotta armata palestinese perché capace di indebolire lo stato sionista costringendolo a combattere contemporaneamente su più fronti – cosa realmente accaduta per diverse settimane tra l’ottobre e il novembre 2024 con il tentativo israeliano di invasione del Libano del sud. Rimangono più che evidenti, in ogni caso, i limiti di questa strategia. Come già discusso, la Siria degli Assad non esiste più, mentre l’Iran ha fatto di tutto in questo anno e mezzo per evitare uno scontro diretto contro Israele. I razzi sparati dallo Yemen possono avere un certo carattere simbolico, ma militarmente e politicamente non produco effetti. Hezbollah invece ha siglato da oltre un mese un cessate il fuoco con lo stato sionista, lasciando quindi nuovamente sola la resistenza palestinese. In altri termini, l’Asse della Resistenza è debole e animato da interessi domestici che divergono dall’idea di un conflitto diretto e risolutivo con Israele. La seconda ragione è invece strutturale.
A differenza di qualsiasi altra forza coloniale, lo stato israeliano non ha un territorio dove ritirarsi. La sua permanenza in Palestina è quindi questione vitale per la sua sopravvivenza stessa. Questo crea una differenza fondamentale con tutti gli altri processi ai quali il movimento di liberazione nazionale palestinese ha storicamente guardato.

La marcia del ritorno 9 aprile 2018 a Gaza (Foto: Ma’an News)
Per quanto costosa da tutti i punti di vista, la perdita dell’Algeria per lo stato francese si è resa necessaria quando la permanenza di un enorme contingente militare in Nord Africa, formato in gran parte da soldati di leva, ha rischiato di far crollare l’intero edificio in Francia. Una tale dinamica è più che improbabile in Israele. O per lo meno, la resistenza armata non può innescare un processo di sgretolamento del blocco sionista. Al contrario, ne favorisce il ricompattamento. Questo non significa condannare in alcun modo la lotta armata palestinese. Gli oppressi hanno il diritto di usare qualsiasi mezzo sia ritenuto utile nel proprio processo di emancipazione. Quanto discutiamo è però proprio l’utilità dello strumento utilizzato – la lotta armata – per il fine perseguito – l’indipendenza palestinese. La maggior parte di coloro che hanno sollevato dubbi sull’efficacia della lotta armata hanno paventato la possibilità di una soluzione sudafricana. Il principale sostenitore di questa posizione in Italia è stato Potere al Popolo. Abbiamo già mostrato come questo ‘copia e incolla’ faccia astrazione dalla realtà a un tale livello da diventare una mera battuta politica. In breve, tre fattori fanno sì che la situazione palestinese non possa essere assimilata a quella sudafricana. In primo luogo, la minoranza bianca in Sud Africa era una strenua minoranza. Israele ha invece lavorato duramente per evitare qualcosa di simile. E lo ha fatto su due fronti. Da un lato ha limitato fortemente l’ingresso di cittadini palestinesi nel territorio israeliano, incentivando l’immigrazione dai paesi asiatici quando necessaria. Dall’altro ha favorito una politica delle nascite massiccia. Nel 2022, il numero di figli per donna in Israele era un impressionante 2,89. Nessun paese capitalisticamente avanzato supera o anche solamente avvicina 2. I tanto decantati paesi scandinavi veleggiano attorno all’1,5, la Germania si è fermata a 1,46 e gli Stati Uniti a 1,66. Il secondo fattore riguarda il ruolo della classe lavoratrice. Proprio imparando dall’esperienza sudafricana e dalla capacità della classe lavoratrice nera di bloccare l’economia, il blocco di potere sionista ha evitato che, soprattutto nei settori strategici, ci fosse una significativa concentrazione di manodopera palestinese, consentita invece nelle costruzioni e nell’agricoltura. Interi settori dell’economia israeliana coscientemente proibiscono la presenta di lavoratori e lavoratrici palestinesi per limitare gli effetti di un possibile sciopero di questi. Il terzo ed ultimo fattore riguarda invece, come abbiamo diffusamente spiegato in apertura di questo editoriale, il costante interesse dell’imperialismo occidentale a sostenere Israele. Tale interesse era invece venuto meno verso il regime di apartheid sudafricano dopo l’implosione del blocco sovietico.
Se né la lotta armata né la soluzione sudafricana sembrano funzionare, cosa fare quindi?
La creazione di un unico stato palestinese libero, socialista e a-confessionale, soluzione che sosteniamo, si fonda in ultima istanza sulla disintegrazione del blocco sionista. Questo non significa però cedere ad astratti e farseschi proclami all’unità tra il proletariato israeliano e quello palestinese sulla scia di quanto fatto da Lotta Comunista. In ultima istanza significa che sono necessarie delle tappe di avvicinamento per arrivare a questo sviluppo. Tre sembrano decisive. La prima è l’emersione di un potente movimento di protesta, centrato sulla parola d’ordine dello sciopero di massa, e che coinvolga ogni settore della società palestinese. Se l’attacco di Hamas del 7 ottobre ha centrato un obiettivo è stato proprio quello di decretare la fine anticipata di quell’interessante processo che si era messo in moto con lo sciopero generale lanciato nel 2021, durante l’Intifada dell’Unità, e che ha coinvolto i territori occupati e la Palestina storica. La seconda tappa è invece il coinvolgimento attivo delle masse arabe. Da oltre mezzo secolo esiste un rimbalzo costante tra l’effervescenza del movimento di liberazione palestinese e l’emersione di movimenti di protesta a livello domestico negli stati arabi. Come mostrato dal lungo decennio rivoluzionario nella regione che ci siamo lasciati alle spalle, esiste una grande propensione delle masse arabe a scendere in strada e contestare i regimi autoritari, repressivi e neoliberisti che le governano. Lo sviluppo di una nuova ondata di proteste che punti a ribaltare questi regimi e il loro (più o meno) tacito sostegno a Israele è decisiva per smorzare la crescente rete di sostegno a livello regionale di cui ha goduto lo stato sionista, premessa necessaria a sua volta per l’indebolimento del blocco domestico. Il terzo e ultimo fattore riguarda il livello internazionale. La lotta a favore della resistenza palestinese non è rimasta ristretta esclusivamente ai confini mediorientali. Ha generato movimenti di protesta in tutto il mondo, compresi anche i paesi del centro imperialista. In alcuni casi, come ad esempio in Gran Bretagna, il movimento ha avuto carattere di massa. La capacità di questi movimenti di contestare il sostegno dato dai vari stati europei e nordamericani a Israele è decisivo per ridurre i margini di manovra della politica espansionista e neocoloniale sionista. Ovviamente, nessuno si illude che grandi manifestazioni nei pomeriggi di sabato nelle principali capitali europee siano sufficienti per far venire meno il sostegno dell’imperialismo occidentale a Israele. Per provare ad incidere in questa direzione il movimento per la Palestina ha bisogno di alleati. La crescente tendenza verso la guerra ne fornisce ‘naturalmente’ due.
Il primo è la classe lavoratrice. L’impennata delle spese militare si traduce in tagli ai servizi sanitari, educativi e al welfare in generale. Tocca quindi nel vivo i lavoratori e le lavoratrici. Alcuni settori, come ad esempio quello ferroviario, hanno già lanciato un’interessante mobilitazione che mescola la contrarietà al ritorno di una politica di guerra con gli interessi materiali concreti della classe lavoratrice – rinnovo del contratto collettivo nazionale, aumenti salariali, riduzione della settimana lavorativa, maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro e così via. Il compito delle organizzazioni politiche di estrema sinistra è incoraggiare questi processi già esistenti e favorirne la nascita di nuovi, in vista della creazione di coordinamenti operai. Il secondo alleato può essere invece il movimento ecologista. Come ci raccontano Andrea Fantini, Federico Fabiano e Lorenzo Cini nel loro pezzo che analizza il ruolo dei modelli economici nelle proiezioni climatiche, il tempo per evitare punti di non ritorno sta veramente scadendo. Niente è malsano per l’ambiente come una politica di guerra. Opporsi a questa è quindi un asse strategico per qualsiasi movimento ecologista. Chiude infine questo numero di Egemonia un articolo di Jacopo Affò che tratta di come il capitalismo delle piattaforme abbia profondamente cambiato la posizione di chi fa musica e le potenzialità per un movimento di protesta in un settore storicamente avaro di moti di ribellione.
Redazione Egemonia
Questo articolo fa parte del numero 8, febbraio 2025, della rivista Egemonia.
Bibliografia
Katib R., McKee M. and Yusuf S. (2024) “Counting the Dead in Gaza: Difficult but Essential”, The Lancet, 404(10449): 237–238.
Giornale militante online fondato nell'aprile 2017.
Sito informativo della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).