La settimana scorsa ha vinto il SI al referendum sul CCNL attività ferroviarie firmato dai vertici confederali e dei sindacati autonomi. Si tratta di un contratto che non accoglie le richieste dei lavoratori, che – nonostante la repressione del ministro Salvini – scioperano da oltre un anno, tramite assemblee auto-organizzate e con il sostegno dei sindacati di base. Il SI al referendum, organizzato dai burocrati in fretta e furia, vince inoltre grazie alle modalità discutibili in cui si è tenuto. Al di là dei risultati del voto, continuare a mobilitarsi è necessario per portare avanti gli obiettivi della vertenza. Una vertenza che coinvolge un settore strategico e va sostenuta da tutti i lavoratori e i movimenti che lottano per la riduzione dell’orario di lavoro con forti aumenti salariali, contro la repressione del governo Meloni e le politiche di riarmo.


A partire dalle 21 di ieri (7/07) è in corso uno sciopero dei ferrovieri, che durerà fino alle 18 di oggi (8/07). Lo sciopero è contro il nuovo contratto nazionale che, come abbiamo già scritto sulla VDL, e come ha ribadito l’assemblea autorganizzata PDM/PDB, non solo prevede aumenti dei minimi tabellari non in grado di recuperare l’inflazione (senza peraltro  toccare fattori come salario professionale, di produttività, ecc., che sono fermi e di cui si compone gran parte della retribuzione dei lavoratori in ferrovia), ma non recepisce nessuna delle richieste sulla diminuzione di orario e di ritmi avanzate dalla piattaforma elaborata da macchinisti e capitreno, oltre ad intaccare la sicurezza del personale di bordo, prevedendo la presenza di un solo  macchinista e un solo capotreno in tratte a lunga percorrenza ed anche in orari notturni. La prestazione settimanale media rimane di 38 ore (la piattaforma elaborata dall’assemblea PDM/PDB ne richiede 36) fino ad un massimo di 44, mentre diminuisce quella giornaliera da 10 a 9 per i regionali…ma che può tornare a 10 con accordi di secondo livello (a cui il contratto nazionale dà molta importanza), mentre in altri comparti, come Mercitalia, può essere pure aumentata e tutto ciò a fronte di un importante numero di licenziamenti volontari avvenuti negli scorsi mesi proprio per l’insostenibilità di tempi e ritmi.

Il referendum sull’ipotesi di contratto firmato da CGIL, UIL, ORSA, UGL e FAST si è concluso il 4 luglio, venendo approvato dal 68% dei votanti ma, appunto, lo sciopero continuaIn primis perché i dati del referendum sono dubbi, guardando le modaltà in cui si è svolto: ad esempio non è stata accolta la domanda del comitato dal basso per la vittoria del NO al referendum di tenere il voto online, situazione che avrebbe favorito la partecipazione, in un settore ove i lavoratori sono geograficamente molto dispersi – si noti bene che l’affluenza è stata del solo 53%, ragion per cui non si può dire che la reale maggioranza dei ferrovieri sia d’accordo con il testo del CCNL. Vari lavoratori, in regioni differenti, hanno inoltre testimoniato di aver trovato aperti i seggi per sole due ore, e\o addirittura vuoti… Perché gli scrutatori si erano assentati una mezz’ora per prendere un caffé – così almeno gli è stato comunicato.  Al di là dell’esito referendario è ancora necessario scioperare per ribellarsi a tempi, ritmi e condizioni di sicurezza insostenibili, a fronte di risibili aumenti salariali. 

Come si legge nel comunicato dell’assemblea PDM/PDB: «i nostri veri referendum rimangono comunque le assemblee, i presidi, gli scioperi partecipati e una vertenza che di certo non si ferma perché l’alternativa sarebbe soccombere. In questi lunghi mesi ci siamo riappropriati della vera rappresentanza e dobbiamo continuare ad accrescerla e difenderla dai sindacati firmatari interessati esclusivamente a tutelare agibilità e distacchi».

L’autorganizzazione dei lavoratori in Ferrovia, su cui abbiamo tanto insistito come Voce delle Lotte e da cui sono partiti gli scioperi proposti dall’assemblea PDM/PDB e sostenuti dal sindacalismo di base, è ora più importante che mai: se c’è da fare i conti con la sconfitta al referendum, è tuttavia innegabile che i riuscitissimi scioperi dell’ultimo anno prescindono da quel voto e che anzi proprio la via della lotta e dell’autorganizzazione sono l’unico metodo, oggi, per ribaltare i rapporti di forza. I ricatti sul salario o le minacce di accordi ancor più peggiorativi su cui si è basato il voto al referendum, oltre alla propaganda dei sindacati firmatari, non cancellano la buona riuscita degli scioperi e gli accordi si cancellano con la lotta e l’organizzazione, le crocette sono un accessorio!

Come Voce delle Lotte non solo, quindi, sosteniamo gli scioperi in ferrovia contro il nuovo contratto capestro in ferrovia, ma anzi crediamo che la necessaria riflessione politica sugli esiti del referendum possa e debba incentivare l’unione delle lotte dei lavoratori dei diversi settori ferroviari che purtroppo, ad oggi, non sempre hanno lottato uniti, come nel caso dei lavoratori della manutenzione, che tuttavia hanno capito che il contratto nazionale uscito dal referendum è in continuità con l’accordo del 10 gennaio 2024, che proprio recentemente è stato rifiutato da un referendum nella DOIT di Bologna. Di più, tale lotta è esemplare perché è in grado di porsi contro la legge antisciopero 146/1990 e, come più volte sostenuto, colpisce un settore direttamente coinvolto dalle politiche di riarmo e securitarie del governo Meloni, per cui l’autorganizzazione delle lotte in ferrovia diviene un esempio per tutta la classe lavoratrice. Sempre seguendo la logica dell’allargamento della lotta per ribaltare i risultati del referendum, inoltre, sarebbe interessante anche pensare a come coinvolgere l’utenza sugli  obiettivi  dei lavoratori, dato che sono gli stessi  macchinisti ed i lavoratori della manutenzione a denunciare disservizi a causa di turni e ritmi insostenibili.

Come comunisti  rivoluzionari quindi non solo possiamo e dobbiamo rimanere a fianco dei lavoratori in lotta in ferrovia, ma tanto di più  lo vogliamo visto i metodi portati avanti, basati sulla democrazia, sulla lotta alla delega e data l’avanzata discussione sui rapporti tra sciopero e stato che rendono le giuste rivendicazioni salariali immediatamente rilevanti da un punto di vista politico per tutta quanta la classe lavoratrice oggi minacciata dal decreto sicurezza, come avvenuto a Bologna in occasione dell’ultimo sciopero dei metalmeccanici, e in generale per i movimenti colpiti dalla repressione del governo Meloni.

Matteo Pirazzoli

 

Nato nelle terre dei Pico nel 1989, ha studiato economia a Modena e filosofia a Bologna. Attualmente è dottorando in storia della filosofia alla fondazione San Carlo di Modena.