Zohran Mamdani, trionfatore delle primarie per la carica di sindaco di New York, non è ancora stato eletto, ma sta già organizzando incontri con i grandi imprenditori e i leader del Partito Democratico. La nuova speranza del riformismo internazionale sta già capitolando sui suoi principi e preparando il terreno per la sua integrazione nell’establishment democratico.


La vittoria di Zohran Mamdani alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York è un terremoto nella politica degli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, un candidato che si definisce socialista (con l’aggettivo “democratico”, ovviamente) sta per vincere le elezioni in una città di 9 milioni di abitanti, che costituisce uno dei più grandi centri tecnologici e finanziari del Paese.

Mamdani ridà speranza ai riformisti di tutto il mondo. Dieci anni dopo Syriza e Podemos, stanno tornando a dire «Yes, we can. ¡Si, se puede!». Mamdani, che è riuscito a far fronte alla campagna diffamatoria e razzista dei suoi avversari e dei media borghesi, incarna senza dubbio le aspirazioni di centinaia di migliaia di persone a una rottura con le politiche neoliberiste, per una politica che difenda le classi popolari e la Palestina. Tuttavia, prima ancora di arrivare al potere, Mamdani sta già capitolando sulle sue promesse e sul suo progetto. Come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez prima di lui, Mamdani è una nuova figura di sinistra che ambisce a rivitalizzare i Democratici, un partito borghese e imperialista, invece di costruire un’alternativa indipendente, socialista e rivoluzionaria. Un film che mi dà una sensazione di déjà-vu.

Lungi da me non vedere il fascino di Zohran Mamdani. Il suo uso dei social media e dei video è fresco, energico e brillante. La forma della sua politica è una boccata d’aria fresca, anche se il contenuto si limita al programma socialdemocratico minimo, relativamente classico: congelamento degli affitti, negozi alimentari sotto il controllo dello Stato, asili nido e trasporti pubblici gratuiti. La differenza è che dà voce ai lavoratori e agli immigrati di New York, difende la Palestina, i musulmani e le persone trans, non ha peli sulla lingua. In breve: Mamdani è il «Make Reformism Cool Again».

Militante del DSA (Democratic Socialists of America), ha fatto conoscere l’organizzazione su larga scala e ha portato 10.000 nuove persone ad aderirvi, raggiungendo oltre 80.000 membri. Questo ampio partito, il cui DNA politico consiste nel lavorare con i Democratici per cercare di spingerli più a sinistra, è ora la più grande organizzazione che si definisce socialista negli Stati Uniti.

Solo pochi anni fa, Mamdani parlava di definanziare la polizia («defund the police»), mentre alla fine di giugno affermava che «i miliardari non dovrebbero esistere». Una retorica radicale che preannuncia una politica trasformatrice? Non così in fretta…

 

Mamdani e il grande capitale: from enemies to lovers?

Il 15 luglio, Zohran Mamdani ha incontrato importanti finanzieri e imprenditori durante un forum a porte chiuse organizzato dalla Partnership for New York City (PNYC), un gruppo di aziende che rappresenta «oltre 300 società, società di investimento e imprese di primo piano». Il consiglio di amministrazione del PNYC comprende i dirigenti di JPMorganChase, BlackRock, Citibank, Goldman Sachs, Pfizer e Blackstone. All’incontro erano presenti i dirigenti della banca di New York, delle aziende Macy’s e Tapestry e delle grandi agenzie immobiliari. Il giorno seguente, Mamdani si è rivolto a un vasto pubblico di amministratori delegati del settore tecnologico e investitori durante un incontro organizzato da Tech:NYC.

In occasione di questi incontri, Mamdani ha promesso che non avrebbe incoraggiato l’uso dello slogan filopalestinese «globalize the intifada» per difendere la Palestina, cedendo alle argomentazioni della destra filoisraeliana che assimila questo slogan antisionista all’antisemitismo. Per quanto riguarda la polizia, Mamdani ha affermato più volte di aver cambiato posizione. Nel dibattito delle primarie democratiche ha promesso: «Non taglierò i fondi alla polizia. Lavorerò con la polizia che, credo, svolga un ruolo cruciale nel garantire la sicurezza pubblica». Nei suoi ultimi video (ad esempio quello con la senatrice democratica Elizabeth Warren), esprime la sua empatia per i poliziotti, «sovraccarichi e oberati di lavoro». Si è anche mostrato aperto all’idea di mantenere in carica il commissario di polizia nominato dal sindaco uscente Eric Adams, Jessica Tisch.

Mamdani continua la sua operazione di seduzione del padronato americano. Un articolo apparso su Bloomberg racconta la sua telefonata con Jamie Dimon, amministratore delegato della multinazionale finanziaria JP Morgan Chase, la più grande banca del mondo. L’elenco dei capi che Mamdani vuole conquistare è molto lungo: «Michael Sullivan, capo di gabinetto del fondo speculativo Point72 del miliardario Steve Cohen, Brad Karp, influente avvocato di Wall Street, e Jed Walentas, promotore immobiliare di Brooklyn all’origine della ristrutturazione della raffineria Domino Sugar, hanno tutti parlato con Mamdani, secondo persone vicine al dossier. Questi incontri stanno iniziando a dare i loro frutti: un alto funzionario finanziario presente alla riunione ha dichiarato al Financial Times che «l’incontro è stato decisamente positivo. Ha ascoltato, era sinceramente desideroso di impegnarsi e alla fine ha dato alla maggior parte dei presenti la sensazione che abbia a cuore New York e che voglia essere il sindaco di tutti i newyorkesi». Se il centro della finanza mondiale rimane ancora relativamente scettico sui progressi di Mamdani, entrambe le parti stanno cominciando a rendersi conto che non potranno fare a meno l’una dell’altra. Cercare di sedurre Wall Street, piuttosto che Main Street, è davvero la campagna di un candidato socialista o il cliché di un politico democratico che non potrebbe essere più classico?

 

Mamdani: l’ultima speranza dei democratici?

Un altro appello di Mamdani è documentato dal New York Times. A giugno, il candidato ha incontrato Barack Obama, ex presidente degli Stati Uniti e una delle figure di spicco dell’establishment democratico. Obama, insieme ad alcuni ex membri del suo team (da David Axelrod a Jeffrey Lerner, passando per Jon Favreau), ha mostrato apertura nei confronti di Mamdani, senza però dargli il suo sostegno ufficiale per il momento.

La telefonata tra Obama e Mamdani è simbolica e sintomatica della crisi dell’establishment democratico. Quest’ultimo è in uno stato di totale stallo, dopo l’umiliazione di Joe Biden, costretto a ritirarsi dalla corsa presidenziale (fatto politico senza precedenti da decenni), e il clamoroso fallimento di Kamala Harris, che ha condotto una campagna tutta a destra, cercando di mostrarsi sciovinista e patriottica quanto Trump. In un’intervista con Stephen Colbert alla fine di luglio, ha lasciato trasparire lo stato di demoralizzazione delle élite democratiche, annunciando che non si sarebbe candidata alle elezioni per il governatorato della California, per non tornare a lavorare all’interno di un «sistema che è rotto». Il suo progetto per combattere il nuovo mandato del trumpismo? Per il momento, fare il giro del Paese e vendere le sue memorie… Allo stesso tempo, le nuove figure dell’ala liberale, come Pete Buttigieg, sembrano incapaci di attirare ampi settori della popolazione e non hanno alcuna idea nuova se non quella di riprendere la politica transfobica dei repubblicani sulle donne trans nello sport.

E se l’ultima speranza dei democratici fosse proprio Zohran Mamdani, aperto al dialogo con il padronato, Bernie Sanders (che ha dimostrato la sua lealtà ai Democratici facendo campagna per Hillary Clinton, Biden e Harris), così come Ocasio Cortez (che ha votato a favore della consegna di armi “difensive” a Israele e ha rotto lo sciopero dei ferrovieri mano nella mano con Biden)?

Siamo ancora lontani da questo scenario, come dimostra la riluttanza di diversi esponenti del Partito Democratico a sostenere pubblicamente la candidatura di Mamdani, ed è possibile che il rapporto tra i Democratici e la loro “ala sinistra” segua la stessa traiettoria di quello tra il Labour e il corbynismo, che ha portato alla rottura, alla creazione di un nuovo partito e alla fine definitiva del bipartitismo nel Regno Unito. Ma le prime capitolazioni di Mamdani e il suo balletto con le classi dirigenti statunitensi dimostrano che almeno questa possibilità esiste. Ciò che fa sorridere Obama. La sua famosa hope (“speranza”) è ora incarnata da un nuovo volto.

 

Sasha Yaropolskaya

Traduzione da Révolution Permanente

Sasha è portavoce della corrente transfemminista rivoluzionaria francese Du Pain et Des Roses (Bread and Roses) e militante di Révolution Permanente.