Questa estate centinaia di turisti israeliani sono approdati in Sardegna, anche grazie ad accordi con le istituzioni che hanno permesso di farli accompagnare da agenti del Mossad in borghese, autorizzati ad effettuare perquisizioni negli scali aeroportuali al di fuori della giurisdizione dello Stato ebraico. Come documentiamo nell’articolo, inoltre, molti di questi ‘turisti’ sono membri dell’IDF o coinvolti attivamente nel genocidio. Nelle scorse settimane è però cominciata una mobilitazione, che ha coinvolto attivistu e lavoratoru del turismo e degli aereoporti. Sulla scia degli annunci di sciopero dei portuali di Genova e delle piazze di questi giorni in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, la mobilitazione può essere un punto di partenza per rilanciare la lotta contro il genocidio sionista anche in Sardegna e connettersi a quella contro la militarizzazione e la speculazione energetica.


Con buona pace di Herbert Lawrence e di chi ancora oggi vorrebbe andargli dietro, la Sardegna non è fuori dal tempo e dalla storia – nel bene e nel male. Nonostante il suo apparire selvaggia e quasi deserta, o forse anche con l’appoggio di questa narrazione costruita a tavolino, anche noi possiamo fregiarci di essere pedina del capitalismo e delle sue dinamiche, relegati ad oasi per il turista e parco giochi per gli eserciti amici del governo italiano, da cui l’IDF – Israeli Defence Force non è di certo escluso.

A volte queste dimensioni si sovrappongono…

È ormai dello scorso 23 luglio la notizia dell’Ansa che comunicava Roma come luogo prescelto per un incontro di mediazione tra l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente Steve Witkoff, il ministro israeliano per gli affari strategici Ron Dermer e “alti funzionari del Qatar”. Forse complice la consapevolezza della potenziale mobilitazione antagonista in una sede come quella della capitale italiana, ma anche la possibilità dei qatarioti di godere di un appoggio sicuramente più “riservato”, l’incontro è stato repentinamente spostato in Costa Smeralda, su uno yatch in mezzo al mare (e probabilmente ben presidiato dalla nostrana Guardia Costiera). L’host? Il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. D’altro canto, da più di un decennio la Qatar Holding (a sua volta proprietà del fondo sovrano del Qatar), detiene la Smeralda Holding. Praticamente giocare in casa, senza alcuna possibilità di contestazione.

Non solo terreno di accordi. Già da giugno era stata resa nota la notizia dell’arrivo di alcuni voli da Tel Aviv all’aeroporto di Olbia, per i quali era stata tempestivamente organizzato un sit in all’interno dell’aeroporto stesso.

Il 13 giugno però Israele ha attaccato l’Iran, dovendo quindi chiudere il suo spazio aereo per paura di una eventuale rappresaglia. I voli per la Costa Smeralda vengono cancellati, momentaneamente. È solo una questione di tempo, verranno riprogrammati per i giorni a ridosso di Ferragosto. E puntualmente contestati. In particolare l’arrivo del 31 agosto, per il quale è stato riproposto il sit-in pensato inizialmente, nel concreto si è trasformato in una protesta alla quale hanno partecipato lavoratrici e lavoratori dell’aeroporto che si sono uniti al coro delle critiche ancora in divisa.

Video del presidio fuori dall’aereoporto di Olbia, all’arrivo di un volo da Tel Aviv 31/08/2025

Nel mentre, i turisti da Tel Aviv venivano scortati dalla DIGOS su un pullman di targa ungherese (sintomo della volontà di passare in sordina, ci dicono altri lavoratori dei trasporti relazionati allo scalo sardo, in quanto è una consuetudine quasi matematica fare capo ad una delle numerose compagnie locali che basano i loro affari sulla mancanza di servizi di trasporto pubblico efficienti), dal quale peraltro si rifiutano di scendere, istigando la polizia italiana a dare “il ben servito” ai manifestanti. In un posto “pettinato” come Olbia, la polizia ha il primo compito di prevenire scandali che mettano a repentaglio la sua fama di tranquilla ed esclusiva località turistica, malgrado i mugugni di chi ha sostenuto che questi non abbiano applicato misure repressive previste perché individualmente sostenitori della causa. Ad ogni modo, meglio non abituarsi. Le esigenze “di sicurezza nazionale” mutano velocemente di questi tempi, complice l’ultimo Decreto Sicurezza.

Discreti, volano con charter di bandiera croata, ma sono vittime della FOMO dei social, tanto da non privarsi del fare il reportage Instagram della loro vacanza. Ed è proprio così che si viene a sapere qual è la natura di questa vacanza: si tratta di un viaggio organizzato dalla compagnia Cellcom, un’azienda attiva nella realizzazione di infrastrutture di comunicazione telefonica nei territori occupati della Cisgiordania e delle alture del Golan siriano, di cui le Nazioni Unite hanno già dichiarato illegali le attività in quanto “mantengono e supportano l’esistenza degli insediamenti, sfruttandone terra, acqua e risorse naturali a scopo di lucro”.

Dalle stories IG della compagnia Cellcom

1Dalle stories IG della compagnia Cellcom

 

A ciò è seguita un’inchiesta del Fatto Quotidiano, nella quale due reporter hanno ottenuto dai diretti interessati la conferma di essere membri dell’IDF. Non servirebbe però precisare che – vigente l’obbligo di leva in Israele e data la sua natura di colonialismo d’insediamento ab origine – non è necessario aver preso parte ad operazioni militari in corso a partire dal 7 ottobre per essere parte del suo progetto etnonazionalista. Essere inseriti in un settore altamente integrato con l’occupazione ha effetti altrettanto concreti sull’oppressione e il genocidio dei palestinesi.


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Fuoriuscita la notizia dall’isola, Piantedosi accorre a smentire la presenza di militari israeliani in “vacanza-premio”, confermando però contemporaneamente la protezione speciale garantitagli dallo stato italiano in quanto “obiettivi sensibili”. Nel frattempo, anche la sezione gallurese della CGIL chiede chiarimenti per comprendere se vi sia il coinvolgimento di istituzioni pubbliche italiane o straniere e, per quanto il governo neghi ogni coinvolgimento, i lavoratori dell’aeroporto di Olbia che si rapportano con i voli “incriminati” testimoniano di essere regolarmente perquisiti da agenti israeliani e di dove dover conseguentemente rimanere nella stiva lungo tempo, nonostante le alte temperature, durante la fase di carico e scarico in rampa, nel caso dei lavoratoru che si occupano di queste procedure.

Nell’ordinaria quotidianità sarda, nel frattempo, la RWM (di proprietà del colosso tedesco delle armi Rheinmetall) continua a produrre armi e si ripulisce la coscienza raccontandoci che “porta lavoro in un territorio economicamente depresso”. Anche il governo è dello stesso avviso, definendo RWM (nelle sue due sedi italiane appunto di Domusnovas e di Ghedi (BS)) come “risorsa strategica nazionale ed europea”, secondo il rapporto del Ministero della Difesa. L’Italia ha un ruolo chiave negli approvvigionamenti bellici israeliani e la scarsa tracciabilità dei prodotti RWM lascia un buon margine di possibilità che anche questi ne facciano parte.

D’altro canto, la presidentessa della Giunta Regionale della RAS – Regione Autonoma Sardegna, Alessandra Todde, in quota 5Stelle e sostenuta dal PD, si è spesa sin dalla sua campagna elettorale sull’annoso tema della presenza del 60% delle basi militari italiane nel territorio sardo per rivendicare la necessità che queste diventino “sostenibili” e compatibili con attività di ricerca (segnaliamo che in realtà Leonardo SPA ha già una presenza consolidata nell’isola). L’eco delle sue rivendicazioni, al limite dell’ingiurioso per una popolazione che dal 1956 – anno di istituzione delle basi NATO di Teulada, Quirra, Maddalena ecc. – subisce la devastazione ambientale e le conseguenti ricadute sulla salute determinate dalle attività belliche, è evidentemente risultata talmente debole alle orecchie di Roma che quest’anno ci si trova a fronteggiare il ddl 1887, con il quale lo Stato potrebbe derogare alle normative di tutela ambientale in merito alla realizzazione ed espansione delle basi militari qualora le esigenze di sicurezza nazionale lo richiedessero.

Altrettanto inefficace si è rivelato l’astratto riconoscimento dello Stato di Palestina, documento sottoscritto anche dai gruppi M5S e Uniti per Alessandra Todde, e votato dall’intera maggioranza di centrosinistra, dopo il quale la presidentessa si è impegnata a interrompere ogni rapporto con Israele. Alla luce delle dichiarazioni del ministro Piantedosi circa la protezione speciale accordata a questi turisti sui generis, come possiamo credere che tutti gli apparati della Regione Sardegna siano all’oscuro di questi voli e non vi sia alcun accordo pendente? Nonostante ciò, tre consiglieri regionali, facendo appello “alla sensibilità e umanità dei vertici della società” e appellandosi alla suddetta mozione con cui si sarebbero sospesi a livello regionale qualsivoglia tipo di accordo con Israele, hanno chiesto alla GEASAR, azienda responsabile della gestione dell’aeroporto di Olbia, la cancellazione dei voli. Emerge manifesta la debolezza dell’autonomia di cui dovrebbe godere la Sardegna, in quanto questa presa di posizione, finché non ratificata anche dal governo italiano, risulta pressoché nulla.

Per inciso, il riconoscimento della Palestina, che è stato preceduto da quello di svariate altre regioni, è una risposta alle pressioni esercitate dalla mobilitazione dal basso della società (e al timore della possibile perdita di consensi derivata dal grande ritardo del Partito Democratico nel prendere una posizione nei confronti del genocidio palestinese).


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La risposta emotiva ad una crisi umanitaria di questa portata è più che comprensibile, ma non possiamo permettere che nessuno schieramento politico appiattisca le potenzialità di una mobilitazione dal basso che riesca a convogliare i settori più sfruttati della nostra società.

Un’occasione in questo senso ce la fornisce il momento presente e la possibilità di supportare la Global Sumud Flotilla con ogni mezzo a nostra disposizione, ma soprattutto aderendo a quanto rilanciato da USB dopo la manifestazione di Genova del 31 agosto: lo sciopero generale. Ed è fondamentale che i lavoratoru in Sardegna aderiscano in massa, bloccando porti, aeroporti, trasporti a 360 gradi, strutture ricettive (in particolare quelle come l’Hilton che ha ospitato e ospiterà il turismo sionista fino a fine stagione).

L’aeroporto di Olbia, ad esempio, è uno degli hub che unisce migliaia di lavoratori ogni estate, ma puntualmente a fine stagione, ne lascia a casa più della metà. È ora di iniziare ad alzare la testa contro l’applicazione – quasi a “monocoltura” – del turismo come unica attività, di liberarci dalla retorica della “creazione di posti di lavoro”. Quale sia la qualità di questo lavoro vorrebbero saperlo le migliaia di sardi che non possono più permettersi un affitto per la gentrificazione della propria città, per le paghe da fame, i turni massacranti, il trattamento spesso poco dignitoso e soprattutto la precarietà dettata dalla vocazione, checché ne dica la RAS, unicamente stagionale di questo settore, che, per inciso porta ben pochi benefici, come confermano i dati sull’andamento del mercato del lavoro in Sardegna.

Pochi giorni fa, inoltre, la relatrice speciale delle Nazioni Uniti, Francesca Albanese, ospite a Seneghe, ha ricordato che una parte del petrolio raffinato in Sardegna viene esportato in Israele. Se la mobilitazione si estendesse alle raffinerie avrebbe un potere enorme ed essere un ponte con altre rivendicazioni sulle tematiche energetiche di cui molto si è discusso negli ultimi anni.

L’attacco alla Flotilla ha messo nero su bianco lo scarico di responsabilità da parte dei governi europei, lasciando le spalle scoperte a questa missione umanitaria. L’unica protezione possibile sarà la mobilitazione di massa e, appoggiando il comunicato di A Foras,  a partire dalla richiesta di organizzarsi sui luoghi di lavoro, auspichiamo anche l’adesione totale alla mobilitazione per la GSF, sciopero generale compreso, così come la rottura di tutti i rapporti (diplomatici, militari, commerciali, accademici) dell’Italia con Israele. La CGIL locale potrebbe prendere posizione come fatto da altre sezioni provinciali a livello nazionale, dichiarandosi disponibili a proclamare lo sciopero sulla scia della dichiarazione dei portuali di Genova e del sindacato di base USB.

 Che la nostra sia una delle centinaia di migliaia di voci utili, assieme a quella fortissima della GSF, a costruire i rapporti di forza per la liberazione della Palestina.

Aver dato il “non benvenuto” al turismo sionista è stato una piccola conquista, ma un granello di sabbia nella contestazione se questa non si allargherà a tutti i settori strategici dell’isola. In questo processo i lavoratori organizzati hanno un ruolo chiave – se continua il genocidio, fermiamo tutto!

Mallena Bistentas

Photo credits immagine in evidenza: Vittorio Cuccheddu