La grande mobilitazione di questi giorni ha inevitabilmente scatenato gli attacchi strumentali del governo e dei media prezzolati. Meloni e Salvini non hanno capito male: le proteste non sono ‘umanitarie’, ma politiche e volte a mettere in difficoltà un esecutivo complice del genocidio sionista. Proponiamo una serie di risposte per controbattere ai principali argomenti della destra contro la Global Sumud Flottiglia e contro chi sciopera e scende in piazza per il popolo palestinese.
1 – Bloccare l’Italia non è di nessun aiuto per i palestinesi! Che utilità può avere?
Molti vedono automaticamente le mobilitazioni in solidarietà di popoli oppressi solamente come gesti simbolici. Ma non è sempre così, dipende fortemente dal contesto. Nel caso del genocidio dei palestinesi, i paesi imperialisti occidentali – Italia inclusa! – sono direttamente coinvolti tramite il sostegno economico-produttivo, commerciale, militare e politico a Israele.
Tramite la presenza dello stato sionista in Medio Oriente, i paesi occidentali – Stati Uniti in particolare – vedono i propri interessi imperialisti tutelati tramite questo loro alleato chiave. Da ciò deriva un fittissimo intreccio di relazioni economiche e politiche con Israele, che va a sostegno del genocidio in corso.
Le principali aziende del complesso militare-industriale europeo – quali Leonardo, Thales e Rheinmetall – e le big tech americane – vedasi Google, Amazon e Microsoft – forniscono o hanno fornito prodotti alla macchina bellica israeliana, tra sistemi d’arma, tecnologie AI e cloud, elettronica. L’Italia, in particolare, è uno dei principali esportatori di armi verso Israele, tramite contratti firmati prima del 7 ottobre 2023 ancora attivi. Inoltre, in virtù della nostra posizione centrale nel Mediterraneo, i porti italiani vedono transitare anche armi provenienti da altre parti del mondo che raggiungeranno lo stato sionista. Conseguentemente, scioperare significa prima di tutto puntare il riflettore su questa filiera genocida che attraversa il nostro paese e colpirla, andando ad attaccare direttamente gli ampi settori di borghesia italiana e internazionale che stanno facendo profitto sullo sterminio dei palestinesi.
Lo sciopero generale però è fondamentale soprattutto come strumento di pressione sulla borghesia e la politica italiana nel suo complesso per pretendere sanzioni contro Israele, l’embargo sull’export di armi e la fine di qualsiasi aiuto economico verso lo stato sionista. Sfruttando le posizioni strategiche che occupano nell’economia del nostro paese, i lavoratori e le lavoratrici possono imporre i rapporti di forza necessari per costringere il governo ad agire contro Israele. Come dimostrato materialmente il 22 settembre in forma embrionale, bloccando tutto si può mettere in ginocchio la borghesia italiana e costringerla a rompere con il sionismo, contribuendo quindi a colpire il sostegno materiale occidentale al genocidio dei palestinesi. Per raggiungere questo risultato di portata epocale, però, il movimento di lotta deve crescere e solidificarsi, superando le dannose divisioni tra Cgil e sindacati di base. Per tutti questi motivi serve chiamare urgentemente lo sciopero generale unitario per allargare la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici e colpire con ancora più forza.
In altri paesi le organizzazioni della sinistra e i sindacati guardano all’esempio italiano, già si stanno moltiplicando gli appelli e le dichiarazioni di mobilitazione e blocco in altri paesi europei. Colpire il sostegno a Israele è il migliore aiuto che possiamo dare al popolo palestinese.
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2 – Perché sciopero per Gaza e non sciopero per Mariupol? Perché non ci si mobilita contro tutte le guerre?
Come scritto nella precedente risposta, uno dei fattori chiave che fa risaltare il genocidio dei palestinesi – al di là dei tanti morti – è il grande sostegno occidentale verso Israele. Gaza è stata rasa al suolo in gran parte con risorse e armi occidentali. Israele prospera da quasi ottant’anni su territori sottratti ai palestinesi grazie alla complicità dell’imperialismo occidentale. Quindi non deve sorprendere come la causa palestinese susciti grande coinvolgimento in ampi settori della popolazione dei paesi occidentali.
Anche il massacro di Mariupol, città martire della guerra russo-ucraina in corso, ha suscitato grande indignazione. Però c’è la grandissima differenza che in questo caso le bombe incriminate sono russe. Noi, in quanto lavoratori e lavoratrici italiani, abbiamo la leva materiale per colpire le armi del nostro paese e, in parte e più o meno indirettamente, quelle dei paesi alleati. Le armi russe, invece, sono fuori dalla nostra portata: il problema è strategico.
Fin dall’inizio dell’invasione russa, in tutto il mondo – Italia inclusa – ci si è mobilitati contro la guerra in Ucraina, sia con manifestazioni che carovane di aiuti umanitari, quindi non si può certo sostenere che non vi sia stato interessamento. Ma con il tempo è gradualmente montato il senso di impotenza, sia per l’impossibilità di avere una leva sulla macchina bellica russa, sia per la grande difficoltà collettiva nel mettere a fuoco cosa significhi essere “contro la guerra in Ucraina”. Da una parte il grande rischio di scivolare sulle posizioni belliciste anti-russe dell’imperialismo dei paesi occidentali e quindi sostenere una potenziale guerra mondiale, dall’altra quello di assumere posizioni naif non-violente o di velato giustificazionismo filo-russo: la subordinazione agli imperialismi europei della lotta all’invasione russa e l’assenza del protagonismo della classe lavoratrice ucraina hanno pesato come un macigno. Dal nostro punto di vista, di comunisti rivoluzionari, le parti attualmente in campo in Ucraina sono entrambe “sbagliate”, seppur diversamente, mancando completamente una lotta di liberazione nazionale quantomeno nel segno dell’anti-imperialismo, se non proprio dell’indipendenza di classe. Il caso palestinese, invece, è molto più “lineare”, al netto delle sue contraddizioni: Israele sottrae terre e stermina palestinesi da decenni con il sostegno occidentale, mentre il popolo palestinese – solo contro tutti – lotta con tenacia per la propria sopravvivenza contro un bastione dell’imperialismo.
In generale, i fattori che rendono alcune cause internazionaliste più “calde” e altre meno sono fondamentalmente il ruolo del nostro paese e dei suoi alleati e quanto possiamo realmente impattare con la nostra azione in senso progressivo, oltre che fattori di natura storica che dobbiamo semplicemente accettare. Quindi, criticare chi si mobilita per la Palestina perché non si è mobilitato contemporaneamente contro tutte le guerre attualmente in corso nel mondo è quantomeno ingenuo, se non esplicitamente strumentale.
Secondo noi l’impegno da parte di chi si dichiara di sinistra / internazionalista / rivoluzionario deve essere contro ogni ingiustizia nel mondo, ma nel quadro di una visione strategica complessiva e di una prassi materialista efficace. Altrimenti sono soltanto chiacchiere.
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3 – Dov’è la necessità di mandare una flottiglia di quaranta navi per portare aiuti? Non basta utilizzare i canali già esistenti?
Israele da venti anni assedia la Striscia di Gaza tramite il blocco totale sia marittimo che di terra. L’assedio di Gaza causa fame e miseria, è un crimine contro l’umanità usato come arma per uccidere e sottomettere i palestinesi. Nel contesto del genocidio in corso, questo blocco assume un’importanza ancora maggiore nei suoi effetti criminali. La Global Sumud Flottilla punta a mettere in crisi il blocco navale israeliano andando a portare direttamente aiuti a Gaza. L’obiettivo, quindi, è prima di tutto politico, oltre che umanitario. Inoltre, Israele sta attivamente sabotando l’accesso dei palestinesi agli aiuti umanitari, impedendo alle ong di operare e massacrando chi raggiunge i pochi punti di accesso agli aiuti portati direttamente dall’esercito israeliano. Chi si trova ora a bordo delle navi della flottiglia sta rischiando la vita per mettere fine a uno dei grandi crimini della nostra epoca.
4 – Palestina libera “dal fiume fino al mare”? Ma allora volete la cacciata degli ebrei da tutta Israele!
Il movimento di solidarietà con la Palestina vuole la fine della segregazione e del genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, nulla di più o di meno. L’insieme dei territori controllati dallo stato sionista – sia riconosciuti internazionalmente che non – complessivamente non permettono alcuna forma di continuità per i territori controllati dai palestinesi. Già solo se ci si concentra sulla Cisgiordania si può vedere l’atomizzazione delle terre palestinesi, frammentate dall’occupazione israeliana e dei suoi coloni, i quali avanzano molecolarmente disgregando sempre più quel che rimane delle terre in mano ai palestinesi. Già prima della nuova occupazione di Gaza lo stato palestinese era di fatto inesistente e di impossibile realizzazione a causa dell’azione quotidiana decennale di Israele, ma ora che si sono aggiunti anche l’occupazione e il genocidio nella Striscia la cosiddetta “soluzione dei due stati” diventa ancor più esplicitamente una favola. Israele è stato fondato e costruito tramite la sottrazione di case e terre dei palestinesi da parte di coloni ebrei provenienti da altri paesi, quindi tutti i territori sotto controllo sionista sono il risultato di una pulizia etnica e sono sotto occupazione.
Gli abitanti non-ebrei di Israele sono trattati come cittadini di serie b, in un etnostato costitutivamente definito ebraico. L’unica soluzione a questa terribile ingiustizia è la liberazione di tutta la Palestina storica – dal fiume al mare – dall’oppressione coloniale sionista, per uno stato unico per tutti gli abitanti, indipendentemente da religione ed etnia, che garantisca il diritto al ritorno nelle proprie terre a tutta la popolazione palestinese. L’alternativa è il perdurare dell’avanzata sionista a danno dei palestinesi, la storia recente – vedasi il fallimento rappresentato dagli Accordi di Oslo – dimostra l’impossibilità di vie di mezzo. Rimandiamo alle nostre pubblicazioni che approfondiscono la questione della liberazione della Palestina, vista l’elevata complessità dell’argomento in relazione agli equilibri regionali e al ruolo negativo giocato dai regimi dei paesi arabi limitrofi.
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5 – Negate a Israele il diritto di esistere e difendersi? Allora siete antisemiti!
Il “diritto di esistere” di uno stato è letteralmente una bufala giornalistica. Non esiste alcun “diritto all’esistenza” al livello internazionale: semplicemente gli stati esistono in quanto prodotto storico e tra loro si riconoscono o meno a seconda dei rapporti che intrattengono reciprocamente. Gli stati nascono e crollano, vengono fondati e abbattuti: ciò che ne determina l’esistenza o meno è la pura dinamica materiale che si determina storicamente.
La liberazione della Palestina implica necessariamente la fine di Israele, in quanto – vedasi precedente risposta – lo stato sionista si basa strutturalmente sulla sottomissione della Palestina. Lottare contro Israele non significa assolutamente lottare contro gli ebrei in quanto tali, bensì esclusivamente contro l’oppressione coloniale e genocida sionista a danno del popolo palestinese. La forzata sovrapposizione propagandistica di Israele con il popolo ebraico è una narrazione volta a giustificare l’esistenza stessa dello stato sionista, ma ciò è contraddetto dal fatto che essere ebreo non implica essere israeliano o sionista. Esistono tantissimi ebrei antisionisti nel mondo, che organizzano la solidarietà alla causa palestinese. Inoltre, i gravi crimini compiuti da Israele hanno avuto come effetto mettere in pericolo proprio il popolo ebreo che il sionismo millanta di difendere; sia in Palestina a causa dello stato permanente di guerra dal 1948 ad oggi che in tutto il resto del mondo catalizzando la crescita di episodi di antisemitismo in occidente. Episodi che condanniamo, poiché alimentano divisioni e aiutano a compattare con le politiche di Israele milioni di ebrei non implicati con – ma spesso contrari alle – politiche coloniali sioniste. Va detto però che questi deprecabili fenomeni di antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti non siano paragonabili all’oppressione nei confronti dei palestinesi, nella misura in cui, oggi, le minoranze ebraiche nei paesi occidentali non rappresentano settori sistematicamente oppressi da un sistema di apartheid, come invece avviene a Gaza, in Cisgiordania e nello stesso Stato Ebraico ai danni della popolazione araba. Tanto meno, gli ebrei francesi, italiani ecc. subiscono il razzismo di stato che – combinando xenofobia, islamofobia e leggi che criminalizzano l’immigrazione – colpisce le lavoratrici e i lavoratori provenienti da Africa, Medio-oriente, Asia meridionale ecc..
In ultima analisi, perciò, richiamare al “diritto alla difesa” di Israele è solo la rivendicazione di un inaccettabile diritto alla continuazione dell’oppressione e dello sterminio del popolo palestinese, nonché uno dei pilastri ideologici delle politiche di marginalizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati in occidente.
Giuseppe Lingetti
Nato a Roma nel 1993. Dottore di Ricerca in Fisica, ha militato nel Coordinamento dei Collettivi della Sapienza fino al 2018 e in Fridays For Future Roma fino a fine 2019. Attualmente lavora come sviluppatore software per un'azienda privata i cui prodotti sono impiegati nell'industria ferroviaria. RSA con la FIOM-CGIL, è organizzatore di Tech Workers Coalition a Roma e militante della FIR - Voce delle Lotte.