Nelle ultime settimane, con cortei e numerose occupazioni di scuole e università, il movimento studentesco è tornato ad essere protagonista della mobilitazione in solidarietà alla resistenza palestinese, anche se in un contesto nazionale molto diverso rispetto a quello delle accampate di un anno e mezzo fa. Come possono le studentesse e gli studenti convergere con la lotta lanciata da vari settori di lavoratrici e lavoratori? Come può il movimento dentro e fuori le università consolidarsi e portare un attacco concreto contro la nostra società imperialista?


Il carattere inedito della mobilitazione per la Palestina in Italia

La manifestazione oceanica del 4 ottobre a Roma ha confermato quanto si era già visto nelle settimane precedenti: un movimento di protesta con momenti di massa che in Italia non si vedeva da circa quindici anni. Di più: il movimento è esploso intorno a una questione prettamente politica – la fine del genocidio in Palestina – e non intorno a rivendicazioni economiche, per quanto nel corso del movimento stesso si stia chiarendo a sempre più persone come il carattere specifico della lotta per la liberazione palestinese sia la sua capacità di entrare in convergenza con una molteplicità di lotte sociali anche nel mondo occidentale, da quelle salariali, a quelle contro il razzismo, fino alla lotta contro il sempre più stringente sistema repressivo e per il diritto di sciopero. La diffusione sempre più estesa e capillare di questo chiarimento è anzi uno dei compiti principali delle organizzazioni politiche attivamente coinvolte nella mobilitazione: la capacità del movimento di assumere stabilmente caratteristiche di massa dipenderà molto dalla sua capacità di estendere le rivendicazioni anche alla sfera economica e sociale “interna” al contesto nazionale, mantenendo e rafforzando quelle politiche riguardo agli eventi in Palestina.

Il movimento è cresciuto sempre di più, di manifestazione in manifestazione, da inizio settembre, dopo mesi in cui la mobilitazione per la Palestina – dopo le accampate universitarie di maggio-giugno 2024 – era rimasta in una fase stagnante. Cosa è cambiato così rapidamente? Sicuramente due anni di genocidio quasi in diretta streaming hanno portato molte persone a schierarsi sempre di più a favore del popolo palestinese, seppure in maniera passiva. È su questa base che le parole d’ordine lanciate dal collettivo autonomo dei portuali di Genova – “se bloccano la Flotilla, noi blocchiamo tutto” – hanno fatto esplodere e dilagare la protesta, facendo leva sul diffuso senso di indignazione per la volontà ferrea e paradossale di Israele di fermare qualsiasi aiuto umanitario, persino con il rischio di accendere la miccia di una mobilitazione generale in Occidente.

Se questo era il contesto, è di fondamentale importanza mettere in luce la capacità di un collettivo di lavoratori di un settore altamente strategico nel far partire un movimento di massa, tramite parole d’ordine chiare e politicamente d’avanguardia, che spostano molto in avanti l’asticella di una mobilitazione che prima, a parte alcuni settori militanti, si assestava soprattutto su parole di solidarietà “passiva” verso i palestinesi.

Non è un caso che le parole d’ordine più importanti, nel contesto della lotta politica e sociale di sinistra in Italia, negli ultimi anni siano state lanciate da due collettivi di lavoratori molto politicizzati e autonomi dal controllo delle burocrazie sindacali. Quattro anni fa il Collettivo di Fabbrica Gkn lanciò il concetto di “convergenza”, ormai giustamente diventato patrimonio comune nelle discussioni della sinistra radicale; adesso i lavoratori del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) lanciano il “blocchiamo tutto”, appello a riconoscere e rinnovare il protagonismo della classe lavoratrice e la sua capacità di fermare, come corpo politico collettivo, la macchina economica e bellica statale.

Non è un caso nemmeno il fatto che la storica chiamata di uno sciopero generale unitario, il 3 ottobre scorso, sia partita proprio grazie allo sforzo dei portuali del Calp, oltre che per la forte pressione esercitata dal fermento sociale nel suo complesso e da parte della base della CGIL – molti iscritti erano scesi in piazza durante il primo sciopero generale del 22 settembre – sulla burocrazia del sindacato. Risulta sempre più chiaro come il collettivo di fabbrica come forma di auto organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori sia una cellula politicamente fondamentale per portare avanti lotte sociali e politiche radicali – che vanno cioè alla radice dei problemi sia nell’analisi sia nel modo di risolverli –, contro i continui tentativi di normalizzazione, sia da parte delle burocrazie sindacali, che dei partiti di centro-sinistra.

In questo senso, sono molto importanti iniziative come quella organizzata il 10 ottobre a Livorno, dove i portuali del Gap (Gruppo Autonomo Portuali) si sono incontrati con delegazioni di ferrovieri e lavoratori aeroportuali per portare avanti politicamente e organizzativamente in sinergia il blocco dei principali nodi logistici dell’economia imperialistica alla base del genocidio in Palestina.

 

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Il movimento studentesco nel contesto più ampio della mobilitazione nazionale

Il movimento che è sceso in strada per la Palestina da settembre è stato caratterizzato da vari momenti di massa (sia in termini numerici, che di estensione sociale), rompendo finalmente l’isolamento delle avanguardie militanti della sinistra radicale, ma anche straordinariamente diffuso: in città “minori” come Brescia, dopo il primo sciopero generale del 22 settembre, si sono avute continue manifestazioni di piazza con dieci, quindici, ventimila persone, ogni due-tre giorni e a volte anche meno. Cortei meno numerosi sono stati organizzati in quasi tutte le più piccole città di provincia, e persino in alcuni paesi di campagna.

È in questo contesto generale che si inserisce anche la mobilitazione studentesca nelle scuole e nelle università, che prosegue le esperienze assembleari iniziate con le accampate di un anno e mezzo fa e porta avanti gli stessi obiettivi di rescissione degli accordi fra atenei italiani e israeliani.

Come abbiamo già messo in luce, a differenza della mobilitazione di allora oggi il movimento studentesco non rappresenta più l’avanguardia, né in termini di partecipazione, né di radicalità delle rivendicazioni. Tuttavia, anche le università sono state investite dall’ondata di cortei e scioperi delle ultime settimane, e continuano a rappresentare un fondamentale terreno di scontro fra il movimento studentesco e le istituzioni reazionarie alleate di Israele. Inoltre, studentesse e studenti – sia medi che universitari – sono numericamente una parte importante di quel movimento più ampio che può sostenere vari settori di lavoratori – nei porti, nelle ferrovie, negli aeroporti, nella logistica in generale, nelle fabbriche – nei loro scioperi e nel loro tentativo di mettere in pratica la parola d’ordine di “bloccare tutto”. Anche per la quantità di tempo da poter dedicare alla causa e alla discussione politica, il movimento studentesco è fondamentale per portare avanti e sostenere nel tempo la mobilitazione sociale in atto, e può diventare un fattore importante di organizzazione e politicizzazione del movimento di massa.

Fino a poche settimane fa, questo movimento non esisteva, e come velocemente è cresciuto, velocemente può essere riassorbito: ciò dipenderà da fattori esterni, legati allo sviluppo della situazione in Palestina e alla politica internazionale, ma anche da fattori interni al movimento, legati alla capacità o meno di darsi forme di organizzazione e di avviare discussioni politiche che pongano direttamente il problema di consolidare il movimento di massa, di politicizzarlo e radicalizzarlo per estendere sempre più una coscienza direttamente anti-imperialista e anti-capitalista.

Il movimento studentesco può diventare un fattore di questo consolidamento, a patto che riesca esso stesso ad affrontare alcune discussioni necessarie, che chiarisca politicamente i propri obiettivi all’interno per rendersi chiaro verso l’esterno e che riesca a consolidarsi all’interno delle università, facendo il possibile per non tornare a una situazione in cui i gruppi militanti si trovano isolati nelle loro battaglie politiche.

Le rivendicazioni del movimento studentesco e le loro basi politiche

Che cosa vogliono le studentesse e gli studenti? Il programma delle richieste fatte alle istituzioni universitarie, finora non raggiunte, è lo stesso delle accampate di un anno e mezzo fa: condanna netta e pubblica del genocidio in corso e appoggio alla resistenza palestinese; rescissione immediata e totale di tutti gli accordi di collaborazione fra le università italiane e quelle israeliane; rescissione immediata e totale di tutti gli accordi di collaborazione fra università italiane e aziende o enti di ricerca a vario titolo coinvolti nello sviluppo e nella produzione di materiale bellico; rivendicazione di un vero diritto allo studio per tutte e tutti, fuori da logiche di guerra così come da logiche di profitto e di mercato; rivendicazione di un’università libera, critica e di massa.

Su quali basi si fondano queste rivendicazioni? La posizione delle studentesse e degli studenti in lotta, basata su ricerche e analisi storiche, anche condotte da celebri storici israeliani, è che le università israeliane, come quelle di qualsiasi altro Stato nel mondo, sono parte integrante del complesso istituzionale di quello Stato, e come tali sono espressione dei rapporti di potere e di classe su cui si regge la struttura statale. Nel caso specifico di Israele, le università 1) contribuiscono attivamente a legittimare e costruire da una parte l’auto narrazione e dall’altra – concretamente – l’edificio dello Stato sionista come Stato coloniale fondato sulla supremazia etnico-religiosa e sullo stato di apartheid imposto alla popolazione palestinese dentro e fuori le zone controllate dalle autorità israeliane. 2) Essendo il settore ad alta tecnologia quello trainante dell’economia israeliana, le università e gli istituti di ricerca sono i luoghi dove maggiormente viene portato avanti il dominio tecnologico di Israele, dominio che si esprime anche e soprattutto sul piano militare, sia in termini strettamente bellici, sia di controllo e repressione militare dei palestinesi; questo settore ha inoltre bisogno del pieno sostegno economico e tecnico da parte degli Stati imperialisti europei e degli Stati Uniti per continuare a prosperare, e di conseguenza Israele ha complessivamente bisogno di questo sostegno per continuare a sopravvivere come Stato coloniale: è in questo senso che il boicottaggio accademico può avere un effetto concreto sugli eventi in corso in Palestina, e non solo come movimento di solidarietà. Non solo le ricerche comprendenti il cosiddetto “dual use” sono quindi obiettivo di boicottaggio, ma in generale tutti gli accordi con le università israeliane, per il ruolo che esse rivestono sia a livello di sostegno tecnico-pratico al genocidio (per non parlare del fatto che attorno ad alcune università si sono costituite intere comunità coloniali), sia a livello ideologico nella legittimazione di Israele come Stato coloniale.

3) Allo stesso modo delle università israeliane, anche in Italia le università sono parte integrante del sistema di potere espresso dallo Stato italiano: ciò è direttamente dimostrato dalla trasformazione di scuole e università in aziende, prosciugate di soldi pubblici e invase dai finanziamenti privati, con l’unico obiettivo di seguire le logiche di mercato e di sfornare lavoratrici e lavoratori da sfruttare per il profitto di pochi. Nel contesto attuale della corsa al riarmo, queste logiche di mercato diventano logiche di riconversione bellica, e l’aver aperto le porte degli atenei agli investimenti privati significa ora che questi investimenti provengono sempre più da aziende coinvolte nella produzione di armamenti – come la Leonardo S.p.A –, settore di cui l’Italia continua ad essere fra i leader mondiali.

Negli scorsi giorni, le studentesse e gli studenti che occupavano le scuole e le università in sostegno alla Palestina sono stati accusati da più parti di ledere il diritto allo studio di tutte quelle persone disinteressate alla mobilitazione. Questo fantomatico diritto allo studio è come il “diritto al lavoro” sbandierato dai padroni delle fabbriche quando queste vengono investite da grandi scioperi: sappiamo che questo “diritto al lavoro”, sotto le condizioni esistenti nell’economia capitalistica, è in realtà solo un diritto allo sfruttamento. Allo stesso modo, il “diritto allo studio” agitato dai dirigenti delle università, sotto le stesse condizioni capitalistiche in cui viviamo, è in realtà il diritto di sottomettersi alle logiche di mercato dell’università-azienda, alle logiche mortali dell’economia di guerra e in generale a un meccanismo che si vuole sempre ben oliato per non dare spazio al pensiero libero e critico che scuola e università dovrebbe favorire e sviluppare. Noi studentesse e studenti rivendichiamo invece con forza proprio questo vero e unico diritto allo studio libero e critico, come rivendichiamo il diritto al lavoro emancipato ed emancipatore, diretto secondo esigenze pienamente umane, ma per farlo dobbiamo prima inceppare i meccanismi dell’università-azienda e dell’università-caserma, contro chi ci vorrebbe precettare e costringere a proseguire la nostra quotidianità come nulla fosse.

Dopo una delle prime grosse manifestazioni degli operai Gkn, comparve su un muro del centro di Firenze questa scritta: “la catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla”: la nostra protesta, la mobilitazione delle studentesse e degli studenti, il nostro occupare scuole e università non è la causa o l’invocazione dello “stato di eccezione”, ma la conseguenza diretta di uno stato di cose non sostenibile, che deve essere cambiato dalle fondamenta.

Questo è il significato di lottare “con” la Palestina, e non solo “per”, secondo la parola d’ordine recentemente (e giustamente!) tornata al centro del dibattito e delle rivendicazioni del movimento: dal momento in cui la migliore solidarietà che possiamo dare, da qui, alla resistenza palestinese risiede in ogni lotta che contribuisca a smantellare l’economia imperialistica occidentale, liberando noi stessi dal potere coercitivo di questo sistema contribuiamo a liberare il popolo palestinese, e viceversa. Sta diventando sempre più un patrimonio comune del movimento quello di “lottare contro l’imperialismo qui da noi per smantellare l’imperialismo in Palestina”: è forse allora il momento di cominciare a discutere, dentro le assemblee studentesche, i collettivi di lavoratori eccetera, quali potrebbero essere le forme di organizzazione politica che possiamo darci per portare concretamente avanti questa lotta contro la nostra società imperialista, e quale tipo di società diversa vogliamo costruire, che non esporti sistematicamente guerre, sfruttamento e non legittimi un genocidio.

Le occupazioni di scuole e università: risultati e prospettive

Dopo il blocco della Global Sumud Flotilla avvenuto la sera del primo ottobre, anche le studentesse e gli studenti si sono unite alle parole d’ordine “blocchiamo tutto”, portando questo blocco generale e generalizzato dentro scuole e università, oltre che sostenendo i blocchi di porti e stazioni portati avanti dalle lavoratrici e dai lavoratori in sciopero. Nelle scorse settimane sono state occupate università a Roma, Napoli, Genova, Firenze, Pisa, Bologna, e scuole superiori in numerose città. A Firenze, dove abbiamo seguito attivamente l’occupazione universitaria, sono state occupate nello spazio di due giorni cinque scuole superiori, mentre in università è stato occupato uno dei plessi del centro, afferente a uno dei dipartimenti con più accordi attivi con Israele. La larga partecipazione alle assemblee, insieme alla solidarietà attiva di molte lavoratrici e lavoratori dell’amministrazione, dei custodi e di vari docenti, ha permesso dopo qualche giorno di occupare anche un altro plesso del centro. In totale, le occupazioni vanno avanti già da più di undici giorni, creando molti disagi all’istituzione universitaria, che ha dovuto spostare lezioni e lauree anche in plessi lontani dal centro di Firenze e ha cercato a più riprese di convincere gli studenti a smobilitare.

 

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Secondo la decisione presa in assemblea, l’occupazione universitaria andrà avanti almeno fino al 17 ottobre, data del prossimo Senato accademico, dove verrà discussa la mozione presentata dagli studenti per la rescissione di tutti gli accordi con Israele. È importante tuttavia che la mobilitazione non si incagli dentro i processi istituzionali universitari: in un contesto in cui il governo italiano, già dopo le accampate di maggio-giugno 2024, ha dato disposizione ai rettori di non cedere minimamente sulle richieste del movimento studentesco, è impensabile che la rescissione completa e senza condizioni degli accordi con le università israeliane e le aziende belliche venga raggiunta con un voto di maggioranza all’interno degli organi accademici, che – come già ricordato – sono parte integrante dello Stato italiano nel suo complesso e ne rappresentano gli interessi e i rapporti di potere e di classe.

Allo stesso modo, non si arriverà alla rescissione completa facendo cadere uno per uno gli accordi nei dipartimenti, aggirando così il voto negli organi centrali. Molti di questi accordi sono accordi quadri, attaccabili solo a livello centrale, dove il rettorato ha un peso non secondario.

Le mozioni presentate nei consigli di dipartimento e in senato accademico rischiano inoltre di essere problematiche secondo una logica della contrattazione, perché per renderle più “votabili” dagli organi centrali (costituiti per lo più da docenti strutturati molto moderati nella loro solidarietà alla causa palestinese, se non proprio contrari), i rappresentanti studenteschi si ritrovano nella condizione di dover annacquare fortemente le rivendicazioni uscite dalle assemblee, e questo è problematico sia dal punto di vista degli obiettivi chiari che la mobilitazione deve darsi anche per crescere e consolidarsi, sia dal punto di vista dell’andamento democratico della mobilitazione, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra base assembleare e rappresentanti studenteschi.

Tutti i risultati, parziali, che sono stati ottenuti nei consigli tramite mozioni (con alcuni accordi sospesi, sebbene non rescissi, da alcuni dipartimenti), sono stati ottenuti grazie alla mobilitazione studentesca e al suo radicamento in sempre più dipartimenti, anche fra i lavoratori e le lavoratrici dell’università, fra i ricercatori precari, i docenti. I momenti di voto negli organi accademici possono piuttosto servire come momenti di catalizzazione della mobilitazione, in cui questa può consolidarsi e crescere attraverso la contestazione delle istituzioni accademiche e delle loro posizioni necessariamente a difesa dello status quo.

Se l’università ha anche un aspetto ambiguo, che fuoriesce dal diretto asservimento agli interessi statali, in quanto anche comunità di persone che studiano e fanno ricerca, il movimento studentesco deve fare leva su questo, rivendicando che la libertà della ricerca critica divenga un’esistenza reale, e non solo la vuota definizione di una realtà nel concreto molto diversa. Per fare questo, la mobilitazione deve proporsi in modo programmatico di espandersi a tutto il corpo studentesco, trasformando la simpatia passiva per le rivendicazioni del movimento in partecipazione attiva alla costruzione del movimento stesso.

Per fare questo, è di fondamentale importanza coinvolgere le persone attraverso processi assembleari diretti con metodi il più possibile democratici. Il metodo della sintesi, incorporato dalla sinistra radicale e da molti collettivi studenteschi per tenere conto delle posizioni di minoranza, mostra di non essere pienamente adeguato ad affrontare momenti assembleari molto partecipati, in cui si incontrano ma anche si scontrano posizioni diverse. La sintesi finisce spesso per essere la sintesi fra le posizioni delle persone che intervengono più spesso, o addirittura per appiattire le posizioni critiche su quelle di chi è più presente, che spesso sono le stesse persone che fanno la sintesi stessa, e che si ritrovano così a “dirigere” le assemblee. Le posizioni discordanti e le motivazioni che le sostengono non riescono, così, ad essere sviscerate fino in fondo.

Dopo l’esperienza asocializzante della pandemia, e in un’epoca storica che già favoriva l’atomizzazione individuale, le persone non già politicizzate sono molto meno abituate alla discussione, al confronto, soprattutto quando si tratta di intervenire durante le assemblee. Il pensiero di tutte queste persone che, per vari motivi – da quelli sociali a quelli più personali –, non intervengono in assemblea, rischia di non essere rappresentato dal metodo della sintesi, che è sintesi degli interventi, e non delle opinioni silenziose. Per integrare queste, sono necessari anche momenti di votazione per alzata di mano, in cui capire quale è la volontà generale dell’assemblea, e nel caso – se ci sono grosse discordanze o una maggioranza non chiara – per andare a discutere ulteriormente i punti controversi. In questo modo le assemblee tornerebbero ad essere momenti di discussione reale, riempite di nuovo peso politico. Allo stesso tempo, si ridurrebbe drasticamente il rischio che le assemblee si incaglino per mancanza di sintesi, allungandosi di ore oltre il necessario e allontanando la partecipazione attiva anziché favorirla, oltre che finendo a essere d’impaccio alla mobilitazione stessa. Al contrario – tramite la discussione – si può espandere la coscienza politica e il senso di partecipazione, fondamentale per gettare le basi di un cambiamento radicale dell’università, a partire dalle rivendicazioni del movimento studentesco in lotta con la Palestina.

Leonardo Nicolini

Nato a Genova nel 1998, è cresciuto in una famiglia di artisti. Ha studiato filosofia prima a Pavia e poi e Firenze, dove vive attualmente. Militante della FIR, si dedica anche alla fotografia e al cinema.