Dalle grandi mobilitazioni, ai luoghi di studio, ai luoghi di lavoro abbiamo bisogno di portare avanti una lotta politica che concretizzi non solo l’unità tra lavorato3 e student3 ma l’unità tra l3 student3 stess3 e lɜ lavorator3 stess3. Una lotta che si spinga a rompere l’individualismo neoliberale e che liberi tutt3 da una visione paralizzante delle proprie vite e del proprio ruolo sociale e politico.
Un mondo diverso è possibile e lo possiamo conquistare organizzandoci.
Da Gaza a Napoli
Napoli è stata un epicentro delle grandi mobilitazioni di queste settimane. Abbiamo bloccato porti, marciato in centinaia di migliaia bloccando una città, ma non è finita, come student3 stiamo continuando. Stiamo bloccando università, licei, tutto al grido di una Palestina libera.
Una Palestina libera per davvero, per questo dopo l’accordo di Trump non ci feriamo.
Crediamo che “la fine della guerra” significhi ora solo la fine dei bombardamenti ma non la fine dell’occupazione coloniale di Israele, perché sappiamo bene che affinché succeda bisogna cambiare tutto.
Anzi, gli accordi portati avanti dalla più grande potenza imperialista del mondo, gli Usa, con il suo presidente di ultradestra Donald Trump -che oggi viene festeggiato come uomo di pace quando è il fautore di una delle politiche più violente nei confronti dei migranti su suolo americano -, tentano più di spegnere il livello del conflitto che dare pace reale a un territorio e un popolo martoriato da oltre settant’anni.
Sappiamo che una vera pace non ci può essere sotto occupazione e per rompere questa occupazione coloniale dobbiamo cambiare il sistema che lo riproduce.
Per farlo c’è bisogno di persone sensibili che si prendono la responsabilità storica di guardare in faccia la verità e non cedere a compromessi né di sopravvivenza, né riformisti, perché non c’è nulla da riformare in un sistema che ha permesso di uccidere 70mila persone nel silenzio generale e con la complicità dei governi nostrani, di destra e di sinistra.
L’unica possibilità per costruire una generazione in grado di assumersi questo ruolo è quella che di forgiarla nella lotta di classe, nell’ unità tra studentɜ e lavoratorɜ insieme che pratichino l’autorganizzazione in modo democratico, dal basso, con assemblee nei propri posti di studio, di lavoro, di vita.
Per questo abbiamo deciso di (S)Bloccare l’Accademia di Belle Arti di Napoli, per sperimentare un’autogestione reale, dove siamo noi a decidere, dove l3 student3 discutono permanentemente con docent3 e lavorator3 dell’accademia su cosa vorrebbero, cosa immaginano possa diventare questo luogo, così da sperimentare la possibilità di costruire concretamente il proprio mondo. Prima in piccolo, poi in grande.
Un lavoro che in città sta provando a costruire un metodo più democratico di organizzarsi, con assemblee orizzontali, di confronto dove si prendono decisioni collettive su come continuare la lotta. Metodi che sentiamo sono mancati nelle mobilitazioni di queste settimane perché eterodirette dai grandi pesci di questa città, come disobbedienti e Potere al Popolo, che hanno avuto stili organizzativi e decisionali di piazza non sempre discussi e condivisi.
Come quando, il 2 ottobre, in direzione del porto in migliaia eravamo in strada pronti a spingere per entrare e bloccare una nave con contenuto pericoloso proveniente da Haifa ma si è deciso di tornare indietro.
È stata necessaria la forza dellɜ lavoratorɜ, come quelli organizzatɜ con l’USB, il giorno dopo, per riuscire nell’ intento.
Un’Accademia Bloccata
L’accademia è un luogo distinto, diverso, che nasce per unire pratica e teoria, per tradurre in materia il pensiero. L’arte nella sua forma pura ha questo scopo: rendere leggibile l’illeggibile e nel farlo costruire nuovi immaginari.
Purtroppo, però nulla è puro in un sistema che inquina e mercifica come lo è il capitalismo.
Così anche le accademie per incastrarsi in luoghi di studio conformi a questo sistema – cioè alle logiche di riproduzione dell’ intellighenzia necessaria per sostenere il sistema stesso, ha iniziato ad essere un luogo iperspecializzato, basato sulla tecnica, frammentando quella pratica e quella teoria. Ma unə artista sa che la tecnica è uno strumento, non il fine, a differenza di questa cultura che invece schiaccia tutto sulla “bravura”, la “professionalizzazione”, non permettendo di preservare una visione libera, di rottura.
L’Accademia di Belle Arti di Napoli in particolare riscontra tutte le contraddizioni di un luogo di studio con queste caratteristiche, inoltre situato al sud, dove la prospettiva di vita è già limitata dalle condizioni economiche, per chi sceglie di dedicarla all’arte ancora di più.
Inoltre l’approvazione dell’Autonomia differenziata colpisce frontalmente queste istituzioni del meridione, con una produttività limitata e pochi iscritti, costringendole ad assoggettarsi a fondi privati che poi fanno pressioni per estorcere materiali e persone utili e produttive.
A ciò, per lungo tempo, si è aggiunta la retorica neoliberale che schiaccia sull’individuo la responsabilizzazione sul proprio ruolo nella società generando una postura ultra individualista anche nella produzione artistica.
Tanto che lɜ stessɜ studentɜ ricercano nei luoghi della formazione, tra cui le accademie, una formazione spendibile nel mondo del lavoro.
Ma l’arte schiacciata a prodotto con obiettivi commerciali genera mostri. Costruisce individui che si occupano di comunicazione, design sociale ma che non discutono di politica, e che quindi intervengo nel mondo senza consapevolezza.
Rafforzando l’illusione del “sogno americano” per cui chi proviene da classi sociali basse può aspirare a rompere il tetto di cristallo e avere un’alta posizione sociale.
La retorica dell’ “artista che viene dal nulla” rafforza questa illusione neoliberale, quando la verità è che i casi sono eccezioni utilizzate dal sistema per mantenere la propria élite che in maggioranza è fatta da chi già detiene la possibilità di inserirsi nel mondo dell’ arte.
La tendenza ad equiparare le AFAM, Alta Formazione Artistica e Musicale, di cui fanno parte le accademie, alle università nel suo funzionamento capitalista è così forte che in questi anni diversi provvedimenti del ministero dell’ istruzione vanno in questa direzione.
Questa politica, per quanto riconosce dei diritti allɜ lavoratorɜ e professorɜ dell’ accademia, affossa completamente qualsiasi libertà di organizzare forme di formazione differenti rispetto a quelle frontali che sono tipiche di questi luoghi, in quanto si lavora in laboratori che obbligano all’orizzontalità.
In particolare l’Accademia di Belle Arti di Napoli sono due anni che si trova con problemi strutturali legati ai lavori di manutenzione che hanno negato spazio, studio e laboratori a migliaia di studentɜ. Cindizione che precarizza ancora di più la vita di molt3 che sono costrettɜ a lavorare per vivere in una città dove gli affitti aumentano, i salari -spesso a nero- sono bassissimi, e dopodiché non viene nemmeno garantito regolarmente il diritto allo studio.
Questa situazione ci ha fatto declinare lo slogan di “Bloccare tutto!” lanciato in questi giorni nelle mobilitazioni a partire dalla determinazione dei portuali di Genova del CALP, in “SBloccare tutto!”.
Una declinazione che ha visto dopo una settimana di assemblee organizzate dal collettivo Chiamata alle Arti, che da più di due anni lavora in accademia – e di cui noi come La Voce delle Lotte e Il Pane e Le Rose siamo animatorɜ- nato proprio in risposta alla risposta violenta dello stato sionista di Israele dopo il 7 Ottobre, l’occupazione dell’ accademia con un’azione artistica che ha visto una banda con scritto “SBloccare tutto” bloccando l’entrata di tutte le aule.
Da quel momento, dopo un’ assemblea partecipata da più di 150 studentɜ e una dura battaglia con la direzione abbiamo deciso di muoverci nella modalità dell’ autogestione.
Proprio perché l’accademia è percepita come un posto già bloccato, chiuso, difficile, distanziante, non attraversabile. Così abbiamo deciso simbolicamente di aprire tutte le aule e discutere con lavoratorɜ e professorɜ di perché e come parlare di Gaza, di Palestina, a partire ognunɜ dalle proprie competenze.
Sentiamo nostra la rabbia che ha mosso le mobilitazioni di queste settimane, non solo per la solidarietà al popolo palestinese, ma anche per l’insoddisfazione verso un governo, come quello della Meloni, di destra, reazionario che non solo ha inasprito la repressione contro noi giovani e i movimenti che abbiamo animato, come quello ecologista e femminista, ma che fomenta violenza con i suoi discorsi razzisti, xenofobi e queerfobici che poi cadono a valanga su di noi, non solo come govanɜ ma soprattutto come persone che attraversando un luogo d’arte raccoglie lɜ inaccettatɜ di questo sistema, lɜ emerginatɜ, lɜ persone queer, chi si sente esclusɜ da questa società.
La Global Sumud Flotilla, i portuali di Genova, lɜ lavoratorɜ in lotta unitɜ con lɜ studentɜ hanno fatto cadere il velo sull’impossibilità di cambiare il presente.
Per questo come student3 dell’accademia non abbiamo potuto che cogliere questa capacità di movimento e metterci anche noi in cammino, organizzandoci, mobilitandoci.
Avremo una settimana piena di iniziative politiche che verranno accompagnate da pratiche artistiche, come la produzione di una fanzine, laboratori sul neocolonialismo e lo sguardo occidentalicentrico, un’ appuntamento su femminismo e imperialismo e la produzione di un piano per l’accademia che vorremmo dettasse poi la linea per tutto l’anno accademico.
Solo l’unità tra tuttɜ lɜ studentɜ, determinatɜ, a voler conquistare questa settimana di autorganizzazione, di dibattito politico e lotta ha permesso di conquistare l’apertura dell’ accademia fino alle 20 di sera, quando normalmente chiude alle 18.
Per questo siamo sempre più convintɜ che l’unità è la chiave per attraversare questa fase sociale, non solo tra laboratorɜ e studentɜ ma anche tra chi lotta negli stessi luoghi di studio e lavoro.
Perché lottare contro il proprio imperialismo oggi ci chiede politiche audaci che ci sfidano sul piano della lotta a formare un fronte unico capace di impattare nel panorama politico e di costruire, in grande, il mondo che vorremmo.
Scilla Di Pietro
Nata a Napoli il 1997, già militante del movimento studentesco napoletano con il CSNE-CSR. Vive lavora a Roma. È tra le fondatrici della corrente femminisa rivoluzionaria "Il Pane e Le Rose. Milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) ed è redattrice della Voce delle Lotte.