Il prossimo 18 ottobre a Firenze si terrà una grande manifestazione a sostegno del piano di reindustrializzazione di GKN, a cui aderiamo e invitiamo a partecipare. Nell’articolo proviamo a ricostruire la storia e le caratteristiche delle fabbriche recuperate dai lavoratori, mettendola in contrappunto con la vicenda del presidio operaio di Campi Bisenzio. Se è vero che le fabbriche recuperate hanno un enorme valore prefigurativo, il loro potenziale trasformativo è limitato dal fatto di rappresentare delle isole nel capitalismo. La vertenza GKN – con la richiesta di intervento pubblico, e non solo dell’auto-recupero – può però dare dei suggerimenti per andare oltre questo modello. Se sviluppata ed estesa  può infatti fornire un programma per l’interno movimento dei lavoratori, ecologista, giovanile e contro le politiche di riarmo; per lottare per la Palestina e con la Palestina.


 

I recenti sviluppi attorno alla vertenza Gkn ed al destino del presidio in fabbrica, danno molto riflettere. Mentre la liquidazione di Qf Spa (ex-Gkn) procede a rilento, la società ha svenduto a metà marzo 2024 l’immobile a Tuscany Industry Srl (Ti) e Sviluppo Immobiliare Toscana Srl (Sit). Due società che, secondo il collettivo di fabbrica, sono state create appositamente per portare a termine questo processo di vendita e per di fatto togliere la proprietà dell’immobile a Qf, sottraendo così la società dalla richiesta di sequestro conservativo, che tutelerebbe il saldamento dei debiti nei confronti dei lavoratori.

In questo contesto alquanto movimentato, nel corso del mese di giugno 2025, alcune testate giornalistiche hanno pubblicato comunicati riguardanti l’imminente sgombero dello stabilimento, ma senza che sia stata effettuata alcuna comunicazione ufficiale al collettivo. Fratelli d’Italia, nello stesso periodo, teneva una conferenza stampa in consiglio regionale per presentare la lettera del “Gruppo lavoratori Qf nella quale veniva chiesto chiesto il ricollocamento degli ex lavoratori della Gkn in altre aziende sul territorio della piana, del Mugello e del Valdarno.

Sebbene, due mesi dopo, non solo la vertenza rimane viva, ma rilancia con la grande manifestazione di sabato 18 ottobre a Firenze, questo attacco, fa riflettere su quale futuro esiste per le fabbriche occupate, svendute o rilocalizzate all’estero. Le pressioni delle grandi aziende, dei gruppi di investimento ed alla loro cooptazione dei tribunali e di alcuni partiti politici, in un contesto di generale recessione economica, portano alla chiusura delle fabbriche ed alla perdita di posti di lavoro. In questo contesto, viene spontaneo chiedersi quali percorsi di lotta esistano per presidi operai autogestiti. Percorsi che se assenti, provocherebbero la perdita di fabbriche e di iniziative di recupero delle attività produttive che, nel caso Gkn, si sono consolidate in un piano di reindustrializzazione dal basso fatto dagli operai per il territorio.  

Se volgiamo lo sguardo oltremare (ma non solo), troviamo esperienze di lotta che hanno reso un presidio produttivo al territorio, ai lavoratori e lavoratrici, ridimensionando la produzione, creando valore per la comunità locale e rispondendo alla crisi economica con una organizzazione che parte proprio dai lavoratori. Parliamo di fabbriche senza padroni quelle che all’inizio degli anni 2000 sono state coniate come “imprese recuperate dai lavoratori” (empresas recuperadas por los trabajadores; Ert) un movimento che trova le sue radici nelle lotte di diverse fabbriche argentine che di fronte alla crisi data dalle politiche neoliberiste, alle logiche di riorganizzazione aziendale e del capitalismo finanziario volte alla speculazione ed alla rilocazione delle attività produttive, hanno deciso di occupare le fabbriche e proporre un modello di autogestione degli stabilimenti che parta dalle assemblee di lavoratori e sia pensato dai lavoratori per i lavoratori e la comunità. Portiamo questo esempio perché, proprio pochi giorni prima che le trame introno al presidio Gkn si infittissero, in Argentina, veniva espropriata la Madygraf.

Ma cosa sono le Ert? Come nascono e quali sono i processi organizzativi che portano una fabbrica a rischio di chiusura a rinascere sotto l’egida della conduzione operaia delle attività produttive? In questo articolo proveremo a ripercorre la storia di queste esperienze di lotta, mettendo in evidenza come una differente organizzazione della produzione sia possibile.

 

Le imprese recuperate dai lavoratori

Le imprese recuperate dai lavoratori, come suggerisce il nome stesso, sono imprese che, a seguito di una lotta condotta dai lavoratori, vengono “recuperate” o, detta in altre parole, trascinate fuori dall’abbandono. Questo perché, senza questa lotta, il lavoro ed il valore prodotto da quella determinata impresa, sarebbe stato disgregato. In molti casi il “recupero” di queste imprese non si ferma solo al mantenimento dei posti di lavoro che altrimenti sarebbero stati persi, ma ha spesso portato ad una produzione di grande valore per l’intera comunità.

In termini più concreti, Andrés Ruggeri, antropologo presso la facoltà di Filosofia e Lettere di Buenos Aires e studioso dei fenomeni delle imprese recuperate definisce, nel suo libro “Le fabbriche recuperate; dalla Zanon alla Rimaflow un’esperienza concreta contro la crisi”, questi presidi nel seguente modo (Ruggeri, 2014, pp. 38-39):

[…] unità economiche che passano da una gestione capitalista ad una gestione collettiva dei lavoratori e che hanno quindi una identità precisa ed unica […] (e che si formano a partire da) un processo sociale ed economico che presuppone l’esistenza di una precedente azienda che opera come una società capitalistica tradizionale […] ed il cui processo di fallimento, svendita dei macchinari o impossibilità di continuare la produzione ha portato gli operai ad iniziare una lotta per riattivare l’attività attraverso un processo di autogestione.”

Da questa definizione emergono tutti gli elementi che contraddistinguono l’autogestione delle fabbriche: il fallimento di una azienda preesistente e la lotta dei lavoratori per i loro diritti. Da notare che secondo Ruggeri, questa definizione viene coniata proprio dai lavoratori argentini che dal 2001 in poi hanno portato avanti molte lotte di questo tipo.

Una tale risposta della classe lavoratrice organizzata non cade dal cielo: viene a seguito dei ricorrenti eventi di crisi sistemica portati dalle politiche neoliberiste di privatizzazione, deregolamentazione finanziaria ed apertura ai mercati e capitali internazionali che, unite a misure di stabilità macroeconomica e monetaria (ovvero di convertibilità) hanno provocato, tra gli anni ’90 ed inizio 2000, la perdita di competitività delle imprese argentine, portandone molte al fallimento, altre alla rilocazione fino anche all’acquisizione da parte di capitali esteri tutti elementi che, combinati con un di un modello di industrializzazione di sostituzione per importazione (tipico di molti paesi dell’America Latina nel corso della seconda metà del ‘900), hanno aumentato notevolmente il debito pubblico argentino. Tutti questi processi hanno portato alla dove il paese, a seguito del fallimento di varie misure volte a frenare l’uscita di capitali ed i prelievi dalle banche dichiara il default dopo che il Fondo Monetario Internaizonale (FMI) congelò tutti i prestiti pianificati per il paese.  Viene da sé come tutti questi fenomeni abbiano rappresentato un duro colpo alla classe lavoratrice argentina che a fronte di licenziamenti, inflazione, tagli agli stipendi e repressione, ha risposto con forza attraverso il recupero delle fabbriche e delle imprese fallimentari o svendute.

Ma come si organizza una fabbrica senza padroni? Come avviene la ripresa delle attività produttive dello stabilimento una volta che i lavoratori ne hanno preso possesso? Lo ha spiegato Eduardo Ayala, un lavoratore di Madygraf (ex-Donnelley, di cui racconteremo la storia dopo) e membro del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) argentino, in una intervista fatta nel podcast Al Rojo Vivo del giornale Izquierda Diario. Ayala parte dicendo che l’autogestione di una fabbrica è un processo trasformativo continuo che deve far convivere la difesa della fabbrica e dei diritti dei lavoratori con un piano produttivo che permetta allo stabilimento di sopravvivere e prosperare. Questi due livelli si articolano su una strategia che include una parte difensiva ed una parte offensiva.

Ma prima è necessario un po’ di contesto: se una fabbrica viene abbandonata dai padroni è perché esiste un problema di profittabilità, legato alle dinamiche di mercato, che viene ereditato dai lavoratori e lavoratrici che prendono il controllo dello stabilimento. Oltre a competere sul mercato internazionale con i monopoli di uno specifico settore, racconta Ayala, queste tipologie di fabbriche ricevono anche la risposta reazionaria della classe capitalista che scredita queste imprese su vari livelli oltre a cercare di boicottarne le vendite influenzando le altre aziende e spingendole a non comprare prodotti provenienti da esse. Una repressione che racconta anche Ruggeri nel suo libro, partendo dal caso argentino: malgrado nel paese esista, tra la società civile, una buona considerazione delle Ert che si traduce in un forte riconoscimento e legittimazione di queste esperienze di lotta, la borghesia, la classe politica di destra ed addirittura alcuni giudici (che in alcuni casi si sono espressi contro le leggi di esproprio) spesso rappresentano un serio ostacolo alla sopravvivenza di queste esperienze di lotta.

Le azioni di difesa, quindi, sono dirette tanto all’esterno, quanto all’interno della fabbrica. Ayala afferma infatti che la difesa dei diritti dei lavoratori e dei loro posti di lavoro è l’obiettivo principale dell’organizzazione operaia della fabbrica recuperata. Un obiettivo che è indissolubilmente legato alla parte offensiva dell’autogestione della fabbrica: il potere trasformativo della gestione dei lavoratori e lavoratrici delle attività produttive. Nel caso della Madygraf, impresa di impressione industriale, Alaya racconta che il mercato su cui operava l’impresa (stampa di riviste di vario tipo) era in decadenza e quindi per far sopravvivere l’impresa e difendere i diritti dei lavoratori è stato necessario trasformare la produzione e spostarla sulla stampa di quaderni, manuali e materiali scolastici, anche per restituire alla società un servizio, una produzione con un valore positivo reale.

Sta proprio in questo aspetto il potenziale offensivo della capacità trasformativa delle Ert e quello che i padroni temono di più: mostrare che una gestione operaia della produzione porta alla creazione di esperienze di organizzazione della fabbrica creative che implicano una effettiva reindustrializzazione di un presidio abbandonato con forti esternalità positive sul resto della società.

Tutto questo è possibile grazie alle assemblee dei lavoratori momenti in cui tutti e tutte i lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento si riuniscono e decidono insieme la strategia produttiva, la trasformazione dell’impresa, i progetti da seguire, come affrontare i problemi e come gestire i costi relativi alla gestione dello stabilimento. In questa esperienza, afferma Ayala, tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici sono uguali al netto delle specifiche competenze ed interessi di ogni persona, che sono considerate nella divisione dei compiti anch’essa stabilita in concertazione nei momenti di assemblea. In questa organizzazione non esistono capi, supervisori e padroni e tutti i lavoratori e lavoratrici guadagnano lo stesso stipendio.

In ogni caso, dice Ayala, una simile struttura organizzativa implica anche un processo formativo che guida le decisioni più specifiche: ad esempio quando i costi energetici hanno iniziato ad alzarsi rischiando di fermare la produzione, la gestione dei lavoratori ha dovuto informarsi su canali alternativi di approvvigionamento energetico, portandoli a studiare, imparare e capire quali soluzioni intraprendere per risolvere il problema, installando, nel caso della Madygraf, pannelli solari e ragionando su come rendere l’impresa più sostenibile.

Un’ultima importante considerazione riguardo al potenziale trasformativo delle Ert riguarda proprio la qualità e la direzione della trasformazione. Mentre le imprese capitaliste hanno come obiettivo il profitto e la crescita, le Ert, nel rispondere ai bisogni dei lavoratori guardano ai problemi sociali che esistono nella comunità. Nel caso della Madygraf, racconta Ayala, le assemblee di lavoratori, oltre a convertire la produzione, hanno deciso di incorporare elementi di sostenibilità nei loro progetti, ad esempio, iniziando a produrre borse di carta riutilizzabili e integrare pratiche sostenibili di gestione degli scarti e dei consumi di produzione.

A prescindere da questi elementi distintivi delle Ert, troviamo in questa esperienza dei punti deboli e contraddizioni. Come scrive Ruggeri, solitamente le Ert sono imprese di piccole dimensioni con una media compresa tra i 20 ed i 50 dipendenti. Da un lato, una grande azienda ha bisogno di molto capitale per essere avviata dopo un arresto di produzione, funzionare e prosperare (manutenzione, logistica, marketing, ecc.) dall’altro, esiste una difesa della proprietà da parte dei padroni più forte a fronte di dinamiche di acquisizione o fusione a cui potrebbero essere soggette. Una Ert non ha molti strumenti per fronteggiare questi due ordini di problemi, per questo molto spesso si struttura come una piccola impresa. Altro limite delle Ert è il vuoto (o quasi) legale che le circonda. La previa condizione di illegalità che caratterizza la formazione di un presidio di lavoratori in fabbriche recuperate pone seri ostacoli alla lotta ed in alcuni casi al riconoscimento di queste imprese. In genere, in molti paesi le Ert prendono la forma di cooperative di lavoratori, visto che sono i lavoratori stessi a gestire la fabbrica e la struttura gestionale e decisionale fatta di quote associative permette una migliore organizzazione e controllo legale della fabbrica da parte dei lavoratori.

Tuttavia, questa opzione molto spesso è blindata dietro l’approvazione dell’esproprio dell’immobile da parte di un tribunale. In molti paesi (compresa l’Italia ed altri paesi europei) esistono diverse leggi di esproprio anche per motivi di pubblica utilità, ma comunque la procedura di esproprio è lunga e può anche darsi che non venga approvata. Spesso sono proprio le società proprietarie dell’immobile a mettere i bastoni tra le ruote ai lavoratori: nel caso della Rimaflow (che racconteremo nel prossimo paragrafo) Unicredit, proprietaria dell’immobile prima che diventasse una cooperativa, ha ordinato lo sfratto della fabbrica a seguito di vare vicissitudini giudiziarie a cui comunque i lavoratori hanno resistito.

Infine, la forma legale della cooperativa, con la quale molte Ert si formalizzano, rappresenta a volte una facciata attraverso cui alcune imprese operano secondo logiche manageriali di massimizzazione del profitto, esacerbandole, potendo sfruttare alcune caratteristiche dell’organizzazione delle cooperative e promuovendo un modello che porta a contratti precari e sfruttamento lavorativo. Chiaramente, questo non è il caso delle Ert che abbiamo portato come esempio in questo articolo e sicuramente del resto delle imprese recuperate dai lavoratori, ma è comunque necessario mettere in risalto alcune falle in questo tipo di lotta.

 

FaSinPat (ex-Zanon), Madygraf (ex-Donnelley) e Rimalflow (ex-Malflow): la lotta della classe lavoratrice contro la chiusura delle fabbriche

Abbiamo parlato di cosa sono le Ert, di come nascono e del funzionamento di queste imprese. In termini quantitativi le Ert sono un fenomeno diffuso e che si è addirittura intensificato nel tempo, almeno in Argentina. Dal 2004, secondo le ricerche di Ruggieri, si passa da 165 Ert a 235 nel 2010 fino a 310 nel 2014 (Ruggeri, 2014). Al 2022, secondo l’Istituto Nacional de Asociativismo (Istituto Nazionale dell’Associazionismo) esistono più di 400 imprese recuperate dai lavoratori. A prescindere dall’eccezionalità del caso argentino, anche in Italia esiste una forte tradizione di Ert con 113 imprese recuperate dai lavoratori al 2018, mentre in Brasile, altro paese pioniere del movimento del recupero delle fabbriche, esistono 67 Ert attive. Detto questo riportiamo qua alcune esperienze concrete di lotta in questo ambito di come si siano evolute nel tempo e delle cause comuni che le contraddistinguono.

La FaSinPat (ex-Zanon) è una Ert in argentina con sede a Neuquém fondata nel 2002 a seguito dell’occupazione dei lavoratori della Zanon una delle maggiori fabbriche di ceramiche in Argentina. La Ceramicas Zanon fu inaugurata da un imprenditore italiano, Luigi Zanon nel 1980, pochi anni prima della caduta della dittatura militare. Sembra che la dittatura abbia favorito l’entrata di questi capitali italiani in Argentina e Zanon stesso ha affermato che le autorità militari avevano creato il giusto clima di sicurezza per la conduzione dei suoi affari, lo stesso governo militare che si è macchiato dei crimini del dramma de los desaparecidos. All’interno della Zanon in ogni caso, c’era tutt’altro che un clima di sicurezza: nello stabilimento avvenivano tra i 25 ed i 30 incidenti al mese ed un totale di 14 morti negli anni di gestione della fabbrica da parte dell’imprenditore italiano. Le comunicazioni erano ostacolate da diverse regole che dividevano i lavoratori ed i settori e molti di loro dovevano organizzarsi clandestinamente: da partite di calcetto tra i ceramisti, fino a note passate in segreto. Queste pratiche portarono alla fondazione di un sindacato di base dei ceramisti della Zanon a cui è seguito un blocco da parte dei padroni che chiusero la fabbrica e licenziarono tutti i lavoratori. Mentre gli operai della Zanon organizzavano accampate fuori dallo stabilimento, una corte ha sancito la vendita dello stock rimanente di capitale da parte degli impiegati. Successivamente nel 2002, la nascente assemblea dei lavoratori della Zanon votò a favore della ripresa, in autogestione, delle attività produttive, con il nuovo nome di FaSinPat (Fabrica Sin Patrones; Fabbrica Senza Padroni). Nell’agosto del 2009, il tribunale della città di Neuquén ha votato per l’espropriazione della fabbrica sancendo la vittoria dei lavoratori della fabbrica dopo anni di lotte.

Sempre in Argentina, come abbiamo ricordato all’inizio di questo articolo, si è svolta la lotta di Madygraf, Ert fondata nel 2014 dopo che Donnelley, impresa di grafica statunitense, annunciò la chiusura dello stabilimento a Garín nella zona nord della provincia di Buenos Aires, lasciando più di 400 famiglie senza uno stipendio. Come accennato da Ayala nell’intervista richiamata sopra, i motivi della chiusura si devono principalmente alla poca profittabilità del settore dell’impressione di riviste fisiche in Argentina, che evidentemente ha portato la gestione della Donnelley a chiudere lo stabilimento. Il giorno della chiusura fu appeso all’entrata dello stabilimento un cartello con un numero di telefono e con su scritto “la fabbrica ha fallito, chiamino questo numero”. Il giorno dopo la chiusura dello stabilimento il Ministero ordina la conciliazione della questione ma la multinazionale non rispetta gli accordi presi. Da quel momento gli operai riaprono la fabbrica, sotto il nuovo nome di Madygraf e comincia l’autogestione. Come accennato già in precedenza, la produzione fu riorganizzata attorno allo stampaggio di materiale scolastico e la produzione di borse di carta. Dopo 10 anni di lotte, la provincia di Buenos Aires ha approvato l’espropriazione integrale dello stabilimento, delle macchine, delle istallazioni e degli strumenti che verranno trasferiti a titolo oneroso alla Cooperativa Madygraf. Lo stato provinciale di Buenos Aires inoltre ha 5 anni per rendere effettiva la espropriazione.

Ultimo esempio che portiamo è quello della Rimaflow Ert italiana rinata come Cooperativa a Trezzano sul Naviglio (in provincia di Milano) nel 2013, che gestisce attività di logistica e distribuzione di prodotti alimentari e coproduce marmellate, succhi ed altri liquori. La storia della Rimaflow parte quando una serie di operazioni di compravendita della Murray, società fondata nel 1973 che operava come fornitore di elementi meccanici delle automobili per varie case automobilistiche, hanno portato alla creazione nel 2004 della Malflow S.p.A. scorporata dalla Manuli Automotive Components S.p.A. fondata nel 1999 dopo che il gruppo Manuli Rubber aveva acquistato la Murray. Se nel corso della seconda metà degli anni 2000 la Maflow sembrava essere in espansione, con 23 stabilimenti in tutto il mondo, nel 2009 il tribunale di Milano dichiara l’azienda in stato di dissolvenza con 300 milioni di euro di debito a seguito delle operazioni finanziarie, gestionali ed amministrative. La decisione del tribunale sarà quella di avviare una procedura di amministrazione straordinaria. Dopo un anno di amministrazione straordinaria, nel 2010 il gruppo Boryszew, con sede in Polonia, compra lo stabilimento. Tutte queste operazioni di acquisizione, svendita e la procedura di avviata dal tribunale hanno comportato una ingente riduzione del personale della fabbrica: da circa i mille lavoratori negli anni ’90 si passa a 330 con la transizione a Maflow fino ad 80 al momento dell’acquisizione da parte del gruppo di investimento polacco. I restanti 240 dipendenti in cassa integrazione, che già avevano iniziato una lotta nel durante i licenziamenti del 2009, chiedono a gran voce il ritorno delle commesse dell’ultimo anno (l’80% delle quali di BMW) che venivano predate principalmente dal gruppo Boryszew, intestatario dei certificati di qualità, per far ripartire le assunzioni. Tuttavia, nel 2012 la fabbrica viene eliminata dal portafogli del gruppo di investimento lasciando i lavoratori per strada e quelli in cassa integrazione senza sussidio. Dopo mesi di lotte, nel 2013, i lavoratori ed i cassintegranti della ex-Maflow lanciano il presidio “Occupy Maflow” ed occupano la fabbrica dove costruiranno la cooperativa autogestita Rimalflow a cui si uniranno lavoratori licenziati dalla Novaceta ed altri lavoratori precari.

Dalla sua fondazione la Rimaflow ha mostrato tutto il suo potenziale trasformativo intraprendendo varie attività: mercatini dell’usato, servizi di mensa, rimessaggio per camper, attività di falegnameria, restauro di mobili, tappezzeria, laboratori di miniature di treni e ferrovie e ciclo-officine fino ai progetti “Fuorimercato” di distribuzione alimentare diretta (in collaborazione con l’associazione SOS Rosarno) e di autoproduzione dell’Amaro Partigiano (in collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo, MS).

 

Un possibile lieto fine per ex-Gkn?

Nel corso di questo articolo abbiamo esplorato il tema delle Ert, del loro potenziale trasformativo e di difesa dei diritti dei lavoratori in un contesto in cui le logiche di gestione delle aziende da parte dei padroni è sempre più improntato al profitto e sempre meno alle necessità del territorio e dei suoi lavoratori. La vertenza di Gkn è una esperienza di lotta molto preziosa se guardata dalle lenti di questa potenzialità trasformativa, il piano di reindustrializzazione presentato dal collettivo ne è una prova lampante ma gli attacchi da parte dei padroni ne minacciano la sopravvivenza.

Abbiamo visto che episodi virtuosi di resistenza dei lavoratori contro la speculazione, l’oppressione e la chiusura delle fabbriche esistono e si palesano nella creazione delle Ert. Tuttavia, se le Ert rappresentano uno strumento di lotta e di recupero in ottica anticapitalista, restano una soluzione temporanea sempre inscritta nelle logiche di mercato ed una risposta alle varie crisi macroeconomiche che caratterizzano l’evoluzione storica e temporale del sistema capitalistica. Una Ert, infatti, emerge a seguito della chiusura di una fabbrica e anche se la sua creazione è il risultato di un percorso spontaneo di organizzazione dal basso dei lavoratori, non si inscrive in un processo che si forma a priori in aperto conflitto con i padroni.

Questo ci porta a riconoscere che, le Ert, non possono rappresentare dei presidi permanenti contro il capitalismo: sono importanti a livello preliminare e prefigurativo in una prospettiva rivoluzionaria, perché mostrano che un’organizzazione della produzione diversa da quella capitalista è possibile, ma da sole non possono sperare di cambiare il modo in cui l’intero sistema economico funziona. Infatti, malgrado le Ert siano delle imprese che si organizzano internamente in maniera “anticapitalista”, esternamente sono costrette ad operare in maniera “capitalista”, producendo secondo le logiche di mercato e rispondendo alle sue volubili dinamiche, anche se con un’ottica più sostenibile ed orientata verso i bisogni del territorio, dei lavoratori piuttosto che dell’accumulazione di capitale e di profitti. Quindi il loro potere trasformativo non si mostra tanto nel cambiamento del sistema economico, quanto più nell’essere esperienze che creano coscienza di classe, dei laboratori politici attraverso cui è possibile canalizzare la lotta di classe e la lotta sindacale in un solo presidio che crea risonanza tra i movimenti, organizzazioni e collettivi.

Nel caso ex-Gkn, il percorso delle Ert assume molta rilevanza in un contesto in cui il settore automobilistico italiano è in crisi, con Stellantis che dopo un minimo storico di produzione del 2024, continua nel 2025 con un calo del 27% e forti ricadute anche sul settore in Toscana, che nel 2024 ha visto 6.000 posti di lavoro a rischio. Le attività e rivendicazioni del collettivo di fabbrica quindi, si inscrivono perfettamente nelle traiettorie di lotta delle Ert, andando comunque oltre. La richiesta di intervento pubblico da parte del collettivo infatti, non solo punta all’espropriazione della fabbrica ed alla conseguente ripresa delle attività attraverso un azionariato popolare, ma viene visto in un’ottica secondo cui, l’obiettivo è revitalizzare la produzione e l’occupazione seguendo il modello della fabbrica socialmente integrata, difendendola dalle trame speculative dei capitali privati. Un possibile lieto fine per ex-Gkn quindi, proprio per la particolarità del presidio, è la nazionalizzazione della fabbrica, che rappresenterebbe un precedente importante e soprattutto un punto di riferimento per altre lotte ed altri presidi operai, un modello da seguire attorno a cui aggregare il sostegno popolare, organizzare campagne e proporre soluzioni concrete e positive di fronte alla crisi produttiva che investe le imprese italiane da molti anni.

Ma non dobbiamo pensare che la nazionalizzazione ed il recupero della fabbrica siano il punto di arrivo di una lotta di questo tipo. Dopo più di quattro anni di vertenze, militanza, manifestazioni ed azioni sul territorio, la ripresa e trasformazione della produzione dello stabilimento sarebbe una piccola conquista di fronte a quello che questa lotta ha rappresentato per tutto questo tempo. Come messo in evidenza dalla più forte repressione politica ed amministrativa che abbiamo visto in questi ultimi mesi, l’ex-Gkn non può contare solo sul sostegno passivo della società civile, mentre l’espropriazione o nazionalizzazione della fabbrica di per sé, renderebbe il presidio un’isola felice in un mare di capitalismo, come del resto lo sono alcune Ert. Per questo, risulta fondamentale non solo sostenere attivamente la vertenza, ma lottare affinché il piano di reindustrializzazione dal basso venga generalizzato in una rivendicazione di tutto il movimento dei lavoratori, ecologista e contro le politiche di massacro sociale e riarmo: no alla riconversione bellica dell’industria; per la riconversione ecologica dei settori inquinanti e in crisi, come l’automotive, possibile solo tramite la loro nazionalizzazione sotto il controllo democratico dei lavoratori e delle comunità. Tramite queste parole d’ordine, infatti, si potrebbe avere un importante punto programmatico per dare continuità al “momento di mobilitazione di massa” che abbiamo visto nelle scorse settimane e rafforzare la prospettiva politica attorno alla quale costruire forme sempre più strutturate di auto-organizzazione dal basso nei luoghi di lavoro e di studio, tra lavoratori e studenti, necessarie a lottare per la Palestina e con la Palestina.

 

Marco Adamo