Martedì 21 ottobre, alle ore 18 presso la fermata Metro EUR Palasport, è prevista a Roma una mobilitazione contro Cybertech Europe. L’iniziativa nasce in Israele e da anni promuove partnership tra governi, eserciti e aziende produttrici di tecnologie utilizzate in contesti di guerra e repressione, come Gaza o i Territori Palestinesi Occupati. Si tratta di una fiera che, pur presentata come evento sulla “sicurezza digitale”, in realtà favorisce la promozione di tecnologie per l’industria militare, la sorveglianza e l’intelligence, mettendo in relazione imprese tecnologiche, governi e forze armate. L’appuntamento è un emblema del crescente intreccio tra settore tecnologico e produzione di armamenti e repressione statale, con il complesso militare-industriale e l’intelligence che stanno man mano fagocitando sempre più forza lavoro impiegata nell’industria tech. Dietro questo appuntamento c’è la regia di Leonardo spa, capofila della militarizzazione dell’industria tech italiana, di recente formalmente accusata di complicità con il genocidio dei palestinesi in virtù dei dispositivi che fornisce a Israele. Nel quadro del riarmo imperialista e la digitalizzazione della repressione statale la battaglia contro la conversione bellica dell’industria tecnologica è fondamentale per il ruolo strategico che svolge.
Dalla tecnologia dual use ai dispositivi bellici
Gran parte delle tecnologie oggi commercializzate come “sicurezza digitale” hanno natura dual use: software di analisi dati, sistemi di sorveglianza, componenti per droni, intelligenza artificiale applicata al riconoscimento facciale, al monitoraggio satellitare o all’analisi comportamentale possono servire tanto applicazioni civili quanto finalità militari o di controllo. Si va dal monitoraggio ambientale ai sistemi militari di puntamento su bersagli, dall’analisi dati per la lotta alla criminalità organizzata alla schedatura e repressione di dissidenti politici. Questo rende più sfumata la linea di responsabilità: produttori e fornitori rischiano di trovarsi coinvolti, direttamente o indirettamente, in pratiche che violano i diritti umani quando le loro tecnologie sono impiegate in operazioni di guerra, occupazione o repressione.
Si stanno però sempre più diffondendo anche commesse esplicitamente belliche in virtù del riarmo imperialista in Europa, con miliardi di euro che vanno a finanziare sistemi di “difesa” tecnologica tra sistemi missilistici, radar, guerra elettronica, dispositivi per mezzi militari di terra e avionica. Le tecnologie di interesse industriale nell’elettronica e nello sviluppo di software embedded in passato trovavano applicazione soprattutto nel campo dell’automotive, degli elettrodomestici, nei trasporti e nelle telecomunicazioni. Si tratta dei minicomputer che sempre più si sono diffusi in beni di uso quotidiano, quali automobili, televisori, lavastoviglie, ma anche sistemi per la sicurezza ferroviaria e aerea, oppure tutta la tecnologia impiegata per l’infrastruttura telefonica e internet. L’impiego di tali tecnologie anche in campo militare è sempre stato presente, ma negli ultimi dieci anni l’impiego bellico si è dilatato a dismisura, anche come conseguenza della crisi produttiva nel nostro paese che ha fortemente colpito il settore automotive in particolare.
Quindi un lavoratore o una lavoratrice specializzato/a in tecnologie di impiego industriale che oggi cerca lavoro rischia 9 volte su 10 di trovare solamente proposte per commesse esplicitamente belliche, pertanto una quota crescente della forza lavoro si trova costretta a lavorare per il riarmo. Al contempo chi è stato assunto nell’epoca in cui dominava il tech civile si è trovato gradualmente sempre più impiegato su progetti bellici, integrando contro la propria volontà lavoratori e lavoratrici che non necessariamente vorrebbero dedicare ogni giorno della propria vita lavorativa alla costruzione di mezzi per uccidere. Si pone quindi l’enorme sfida di fondamentale importanza strategica di intercettare i lavoratori e le lavoratrici di questo settore per coinvolgerli nella lotta al riarmo, dato che sono già note sacche di dissidenza.
Capofila di questa militarizzazione del settore tecnologico qui in Italia è Leonardo spa, di concerto con i propri equivalenti Thales per la Francia e Rheinmetall per la Germania, con i quali ha un rapporto di collaborazione strettissimo. L’evoluzione in senso bellico dell’industria tech è rappresentata proprio dalla graduale trasformazione che hanno subito queste aziende, che hanno visto nel corso degli ultimi venti anni aumentare sempre più la quota militare dei propri profitti fino a diventare dominanti negli ultimi anni. A queste si aggiungono aziende che da sempre sono specializzate in produzione bellica tech, quali MBDA e Elettronica.
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Il ruolo delle società di consulenza e ingegneria
Ma la militarizzazione dell’industria tecnologica è un fenomeno che purtroppo non riguarda solo alcune specifiche aziende come Leonardo spa, è bensì una trasformazione che tocca tutto il settore trasversalmente. La quasi totalità delle aziende di consulenza, quali Capgemini, Alten, NTT Data, Engineering, Accenture sono sempre più coinvolte con crescenti commesse di impiego militare, che si mescolano con tanti altri progetti di impiego civile. Agiscono spesso in posizione di fornitori di servizi: integrazione software, cybersecurity, progettazione e consulenza tecnica per piattaforme complesse. Pur non essendo produttori di armamenti in senso stretto, forniscono competenze abilitanti per sviluppo software per sistemi di controllo e sistemi d’arma, gestione dati, intelligenza artificiale, che poi trovano impiego nel settore militare e della sorveglianza. La “fornitura di servizi e competenze” materialmente avviene con il meccanismo del body-rental, ovvero letteralmente l’affitto di forza lavoro ad aziende terze clienti, molto spesso colossi quali Leonardo, MBDA, Thales. Quindi ci sono tantissimi lavoratori e lavoratrici impiegati nella produzione bellica più o meno direttamente che si trovano anche in condizioni di ricattabilità in quanto forza lavoro di “serie b” non internalizzata, condizione che esiste grazie ad aree grigie della legge italiana. Sebbene spesso contrattualizzati con ccnl metalmeccanico o commercio a tempo indeterminato, la condizione di body-rental è comunque una forma di precarietà.
Il settore tecnologico in Italia non ha una storia consolidata di organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, a parte alcune rare eccezioni quali i lavoratori e le lavoratrici autorganizzati di Aci Informatica e qualche “roccaforte” sindacale della Fiom (vedasi Leonardo). In questo contesto da alcuni anni si sta sviluppando la sezione italiana di Tech Workers Coalition, rete internazionale di settore che ha tra le proprie ragioni fondative proprio la lotta al body-rental e all’impiego militare della tecnologia (vedasi la campagna No Tech For Apartheid e No Azure for Apartheid nate negli Stati Uniti contro colossi come Google e Amazon).
La manifestazione contro Cybertech Europe a Roma
Martedì 21 ottobre a Roma, ore 18 metro Eur Palasport, il movimento per la Palestina, i sindacati e le organizzazioni studentesche si danno appuntamento per contestare Cybertech Europe. L’iniziativa nasce in Israele e da anni promuove partnership tra governi, eserciti e aziende produttrici di tecnologie utilizzate in contesti di guerra e repressione, come Gaza o i Territori Palestinesi Occupati.
Tra i partecipanti ci sono multinazionali come Cisco, partner dell’esercito israeliano, e Check Point Technologies, legata all’industria dei droni impiegati nei bombardamenti. La scelta di ospitare l’evento nella struttura pubblica de La Nuvola, controllata dal Ministero dell’Economia e dal Comune di Roma, solleva una questione politica rilevante: quali interessi si legittimano quando le istituzioni italiane aprono le porte a chi produce e commercializza strumenti di guerra? Non si tratta solo di una protesta simbolica, ma di un momento di presa di parola collettiva per dire no alla complicità, no al profitto sulla pelle dei civili, no al riarmo e sì a una solidarietà internazionalista concreta con il popolo palestinese e contro l’imperialismo.
Giuseppe Lingetti
Nato a Roma nel 1993. Dottore di Ricerca in Fisica, ha militato nel Coordinamento dei Collettivi della Sapienza fino al 2018 e in Fridays For Future Roma fino a fine 2019. Attualmente lavora come sviluppatore software per un'azienda privata i cui prodotti sono impiegati nell'industria ferroviaria. RSA con la FIOM-CGIL, è organizzatore di Tech Workers Coalition a Roma e militante della FIR - Voce delle Lotte.