La bozza della legge di bilancio 2026 è stata approvata dal governo. La nuova finanziaria prosegue la politica di tagli allo stato sociale per trovare nuovi fondi per i capitalisti e per il riarmo. Abbiamo bisogno di riprendere lo storico successo del 22 settembre e del 3-4 ottobre con una campagna per un grande sciopero generale unitario.
Rilanciamo la data del 28 novembre avanzata dal CALP e da USB!
Una finanziaria che investe… nel riarmo
Il governo ha approvato la bozza della legge di bilancio 2026, che dovrà essere discussa dal parlamento tra novembre e dicembre, dopo un periodo di correzioni nelle commissioni parlamentari.
Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti (Lega) aveva promesso una manovra contenuta, senza grandi interventi che cambiassero le politiche delle tre finanziarie precedenti che ha curato per il governo Meloni.
La manovra, ad oggi, viene stimata a 25 miliardi di euro di intervento, di cui oltre 7 miliardi ricavati da tagli ai Ministeri e (tutti da verificare), oltre 4 miliardi da un prelievo sui cosiddetti “extra-profitti” delle banche e delle assicurazioni.
Alcune misure di taglio della pressione fiscale sono sbandierate come un sollievo rilevante per i lavoratori, ma le misure previste in questa prima versione di legge si concentrano sui redditi dei (sempre più sottili) ceti medi, cioè di una fascia di redditi al di sopra della grandissima maggioranza dei lavoratori dipendenti, i quali in sostanza non vedranno migliorare la loro condizione con questa manovra. Anzi: ad esempio, sono previsti 150 milioni di tagli al Fondo per il cinema… che approfondiranno la crisi del settore e si riverseranno su artisti e personale cinema.
Analogamente, le decurtazioni ai Ministeri significano tagli agli investimenti in infrastrutture, allo stato sociale e ai servizi per i cittadini: meno fondi per sanità e scuola (dopo che si sono esauriti gli stanziamenti straordinari del PNRR), meno fondi per lavori di mantenimento delle infrastrutture del trasporto pubblico, meno fondi per i programmi ambientali e di transizione energetica.
Tutto questo darà ancora più spazio alla privatizzazione selvaggia dei servizi, sanità in testa, rendendoli di fatto inaccessibili per un numero sempre crescente di popolazione già povera o che si sta impoverendo di anno in anno, sia per questi tagli che per la diminuzione del potere d’acquisto per via dei salari fermi.
Sapendo benissimo di dover proporre l’ennesima finanziaria ostile alla classe lavoratrice, il governo prova a mettere in scena una politica dove persino le banche devono contribuire per rilanciare l’economia nazionale e la sostenibilità delle finanze dello Stato.
I profitti favolosi delle grandi banche mettono però in difficoltà la destra al governo, che di suo non si contrappone assolutamente al vecchio modello neoliberista: dopo aver gridato per anni contro le banche che avevano mandato in fumo i risparmi dei loro stessi elettori con la crisi post-2008, Lega e Fratelli d’Italia chiedono a gran voce “solidarietà” per mantenere i conti in ordine. Mentre un normale lavoratore vede il proprio stipendio notevolmente ridotto da varie imposte, le sole banche quotate in Borsa (quindi non tutte le banche italiane) hanno registrato un utile netto di circa 27,5 miliardi nel solo 2025, grazie anche a una tassazione molto favorevole per le grandi ricchezze.
Il governo Meloni non sta cambiando assolutamente la situazione generale della tassazione, la quale rimane in grandissima parte a carico della classe lavoratrice che, a differenza dei proprietari – soprattutto quelli medi e grandi – non può evadere o eludere il fisco a suo piacimento.
Ma dove vanno a finire i soldi, quindi?
Il punto fermo della manovra è riportare sotto il 3% del PIL il deficit annuale dello Stato, di modo da poter accedere a un fondo europeo di 150 miliardi di euro complessivi, che sblocca un ulteriore 1,5% del PIL da destinare alla “difesa” (cioè al riarmo!) senza che venga contato per la soglia del deficit al 3%.
Raggiungere questo traguardo significa poter perseguire l’obiettivo di una spesa militare del 2% del PIL nel 2026, e del 2,5% nel 2028, aumentando di circa 12 miliardi.
Questo riporterebbe l’Italia in linea con le proposte NATO di aumento della spesa militare, dopo un lungo periodo in cui l’Italia era tra i paesi ricchi che spendono di meno nella “difesa” – tra l’1,2% e l’1,3% del PIL.
Il riarmo e il piano securitario del governo richiedono una grande risposta di lotta sociale: mobilitiamoci per un grande sciopero generale il 28 novembre
Meloni e soci stanno cercando di rendere “digeribile” questa moltiplicazione delle spese militari rivendicando un grande piano per la “sicurezza”, che non è altro che la militarizzazione di vari aspetti industriali ed infrastrutturali – fondi per la conversione delle fabbriche nella produzione di armamenti, concentrazione di fondi per la ricerca “dual use” che produca risultati innanzitutto militari, e poi magari anche civili.
Il tutto, dopo anni di impiego sistematico delle forze di polizia e di approvazione di nuove leggi – una su tutte il DL Sicurezza – per reprimere i movimenti sociali e per stroncare più facilmente le lotte provocate dalla miseria che avanza tra la popolazione italiana.
La militarizzazione non farà che aiutare questo approccio da bastone e bastone (senza alcuna carota!) che è tipico della destra al governo, ma che ha una notevole continuità coi governi precedenti del centrosinistra, specie nell’approccio razzista e militarizzato contro i migranti.
Ciò che Meloni aggiunge è un’ulteriore volontà di spingere verso un assetto ancora più autoritario, vedasi con l’ultima grande controriforma da far approvare in questa legislatura, ovvero quella del “premierato”. L’obiettivo è ottenere una maggiore concentrazione di potere nella figura del capo di governo, togliendo ancora più importanza al parlamento, che già ora è poco più che un organo di conferma formale dell’azione di governo.
La manovra finanziaria promette austerità e tagli per garantire fondi al riarmo e alla militarizzazione della società, in continuità con lo scivolamento autoritario del regime politico italiano.
Per questo, è necessaria una grande riposta di lotta sociale, specie dopo che l’Italia è tornata in prima linea nella mobilitazione della classe lavoratrice e della gioventù contro l’escalation militare di Israele, a partire dal ripudio di massa del genocidio e dell’annessione coloniale in corso ancora oggi in Palestina.
Lo scorso sabato la CGIL ha messo in campo una grande manifestazione, che ha visto circa 100.000 manifestanti a Roma, rigettando le proposte della finanziaria, rivendicando miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro, così come un rilancio dello stato sociale.
Una manifestazione a cui abbiamo partecipato, non solo come lavoratori ma anche come studenti e studentesse, a fianco dei lavoratori combattivi del nodo romano di Tech Workers Coalition e del settore dell’opposizione di sinistra della CGIL “Le radici del sindacato”.
Questa data ha avuto il merito di dare una prima risposta di piazza agli argomenti per cui al movimento che ha scosso il paese non interessasse legare la solidarietà alla Palestina e il rigetto del riarmo alle rivendicazioni economiche più immediate e sentite dalla classe lavoratrice: i soldi “non ci sono” proprio perché vanno a finire nel riarmo, nella ricerca militare, negli sgravi alle aziende!
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Il corteo, purtroppo, non è riuscito a raccogliere l’adesione di quegli strati, molto più larghi, di giovani precari, studenti o lavoratori, che hanno riempito le piazze di settembre fino ad arrivare alle manifestazioni enormi del 3 e del 4 ottobre e che sono stati fondamentali per la continuazione di mobilitazioni unitarie: sono i giovani che si mobilitavano ad aver esercitato una leva sulle basi sociali di lavoratori, persone oppresse e/o razzializzate, che poi hanno richiesto a gran voce il coinvolgimento dei propri sindacati come motore del movimento.
Questa cesura con i principali settori che hanno animato il “Blocchiamo tutto” del 22 settembre-4 ottobre vede come maggiori responsabili i vertici sindacali CGIL, i quali hanno escluso dalla piattaforma di sabato un esplicito sostegno al popolo palestinese contro il genocidio e l’occupazione sionista – rivendicazione che aveva animato le piazze e gli scioperi delle scorse settimane – parlando solo vagamente del rispetto della pace. Come a dire che il piano Trump rappresenterebbe una speranza in questo senso, quando invece configura solo un’ulteriore normalizzazione dell’oppressione. Inoltre, la piazza di sabato scorso non rilanciava minimamente nella sua piattaforma i metodi di lotta, come i blocchi a infrastrutture e trasporti uniti a quelli della produzione, che avevano caratterizzato le mobilitazioni delle scorse settimane, ma – dal punto di vista della burocrazia sindacale – si configurava più come un’iniziativa per far rientrare nella routine la mobilitazione, sia nelle parole d’ordine che nei metodi.
Fatte queste premesse, la mancata partecipazione di moltissime realtà associative, di movimento, del sindacalismo di base e della sinistra a questa manifestazione è stata un’occasione mancata per esercitare una grande pressione, verso i vertici sindacali CGIL e in dialogo coi lavoratori presenti, per radicalizzare le rivendicazioni che sono uscite da quella piazza, e per rivendicare un vero e proprio percorso di azioni e assemblee comuni, e di fronte unico nelle prossime date di mobilitazione e lotta.
È fondamentale lottare contro la “normalizzazione” del movimento, dopo che la classe lavoratrice e i giovani d’Italia si sono lanciati in prima fila nel movimento di lotta al genocidio sionista in Palestina e al riarmo occidentale.
Per fare questo, serve far riattivare questo blocco sociale, come è successo il 22 settembre, ma soprattutto il 3 e il 4 ottobre.
Perciò, come FIR-Voce delle Lotte, appoggiamo con forza la proposta di USB della costruzione di una campagna per uno sciopero generale il 28 novembre, con una nuova grande manifestazione a Roma il 29 novembre. USB ha già lanciato un’assemblea nazionale dei suoi delegati nei posti di lavoro, perché si incontrino a Roma il primo novembre discutendo la proposta di mobilitazione e sciopero.
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Alla convocazione dello sciopero si è già aggiunta la CUB, ma è fondamentale allargare il fronte di chi scenderà ancora una volta in sciopero e per le strade contro questa manovra, contro il genocidio e la “ricostruzione” imperialista a Gaza, contro il riarmo e il militarismo UE-NATO.
In questo senso, la data di mobilitazione generale degli studenti il prossimo 14 novembre può essere un grande momento di attivazione dei giovani con la prospettiva di costruire una campagna comune con i lavoratori per mettere in campo tutto il nostro ripudio contro le politiche filo-sioniste, militariste, imperialiste del nostro governo, che stanno affamando la classe lavoratrice e negando un futuro degno alla gioventù.
È necessario scendere in piazza il 14 novembre per costruire insieme lo sciopero generale, tramite l’unità nella lotta, assemblee comuni e unione delle rivendicazioni tra studenti e lavoratori.
La CGIL non può aspettare: lottiamo per una data comune di sciopero!
La data del 28 novembre può vedere una nuova confluenza di tutto il sindacalismo di base e della CGIL, potendo così rilanciare la lotta anche contro la burocrazia di CISL e UIL che sta cercando di frenare l’opposizione sociale al genocidio a Gaza e alla politica militarista e imperialista del governo Meloni. Con il loro servilismo filogovernativo, questi sindacati mettono una barriera tra i propri iscritti e milioni di lavoratori che già hanno preso parte alle manifestazioni e agli scioperi.
La data proposta da USB non convince? Bene, che la CGIL apra una discussione pubblica sullo sciopero generale, facendo una sua proposta per avanzare verso una mobilitazione unitaria: l’evento storico di un grande sciopero generale unitario tra CGIL e sindacalismo di base non deve rimanere un fenomeno isolato.
Certo, hanno ragione le compagne e i compagni di USB a sottolineare come i vertici landiniani siano più intenzionati a chiamare mobilitazioni per assorbire la lotta, invece che per portarla fino in fondo (lo abbiamo enfatizzato anche noi in altre occasioni). Questo non è però un buon argomento per non sfidare le dirigenze della CGIL all’unità, con l’obiettivo di metterne ancora più in evidenza nella pratica, di fronte agli iscritti e oltre, la sostanziale indisponibilità a costruire un piano comune e unitario di mobilitazione a partire da metodi e parole d’ordine radicali. A ben vedere, è proprio l’unità tra sindacati raggiunta il 3 ottobre, tanto quanto il convinto e meritevole rilancio di USB del 28 novembre, che permette oggi di identificare – nei fatti e non solo a parole – Landini come colui che minaccia di dividere il fronte di lotta, tentennando di fronte alla prospettiva di un nuovo sciopero. Si tratta inoltre di una valutazione riduttiva quella per cui la CGIL organizzi solo settori passivi, la cui mobilitazione potrebbe essere usata come massa di manovra per diluire il contenuto rivendicativo degli scioperi. A parte il fatto che in ogni caso il trascinamento sul terreno dello sciopero degli strati meno politicizzati della classe lavoratrice rappresenta di per sé un’occasione unica per farli entrare in contatto con le avanguardie combattive, non va dimenticato come negli ultimi 12 mesi la FIOM-CGIL abbia portato avanti oltre 40 ore di sciopero per il CCNL metalmeccanico – un settore dove, diversamente dalla logistica e dai trasporti, il sindacalismo di base ha scarso peso e in cui, come in generale nell’industria, per motivi storici, ma anche strutturali, è più facile che i lavoratori, invece di aderire ad altri sindacati, provino a recuperare quelli tradizionali con pressioni, spesso invisibili e indirette, sui burocrati. Questa la ragione della piattaforma relativamente avanzata presentata dalla FIOM nei mesi scorsi, non certo la radicalità in quanto tale di dirigenti riformisti come Michele De Palma. Dobbiamo, insomma, continuare a mobilitarci dal basso, a partire dalla base dei sindacati, per rivendicare la costruzione di una grande campagna unitaria verso un giorno di sciopero generale e generalizzato, dove una platea ancora più ampia di lavoratori e lavoratrici partecipi a una giornata di mobilitazione contro questa manovra finanziaria che sta dalla parte dei grandi capitalisti, del militarismo NATO-UE, della prospettiva di un riarmo che potrà sfociare in una guerra su grande scala dove l’Italia sarà direttamente coinvolta.
Dalla piazza del 25 ottobre, purtroppo, non è uscita una chiara indicazione verso un nuovo sciopero generale: “se la manovra non cambia”, ha dichiarato il segretario generale Maurizio Landini, la CGIL sarà costretta a scioperare.
Ma perché la manovra dovrebbe cambiare, se i lavoratori non fanno sentire la loro voce e non fanno pesare la loro forza con lo sciopero?
Non è il tempo dell’attesa: la CGIL deve rimettere in campo subito la sua grande forza organizzativa e rilanciare nella mischia i suoi oltre 4 milioni di iscritti, a partire dai suoi 2,7 milioni di lavoratori attivi.
I lavoratori e le lavoratrici nella CGIL hanno tutto l’interesse a lottare ora, apertamente, in particolare contro l’azione frenante che l’ala pro-PD esercita nel sindacato spingendo per accordi a perdere con le aziende e il governo.
È necessario sgombrare il campo dal prevalere delle discussioni interne centrate sulla conquista delle poltrone al prossimo congresso della CGIL. È fondamentale stroncare i giochetti di potere della burocrazia sindacale!
Il sindacato deve essere al servizio dei lavoratori e della lotta di classe: occorre dare piena priorità a un piano di assemblee unitarie dei lavoratori, azienda per azienda e in tutti i territori.
Non possiamo permettere che si ripeta l’azione divisiva che si è consumata il 19 a danno dello sciopero generale del 22 settembre: occorre un’unica data di sciopero generale contro la finanziaria.
Costruiamo assemblee unitarie nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri: discutiamo dal basso un piano comune di rivendicazioni per mobilitarci.
Frazione Internazionalista Rivoluzionaria
La Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) è la sezione italiana della Frazione Trotskista - Quarta Internazionale (FT-QI), organizzazione marxista rivoluzionaria. Le altre sezioni europee della FT-QI sono Revolution Permanente (Francia), Corriente Revolucionaria de Trabajadores y Trabajadoras (Spagna) e Revolutionäre Internationalistische Organisation (Germania). La FIR anima il giornale militante La Voce delle Lotte, il quale è parte della rete internazionale La Izquierda Diario.