Nelle ultime settimane, il movimento italiano a sostegno della Palestina ha compiuto un balzo in avanti nella lotta internazionalista contro il genocidio in corso, contro l’economia di guerra e la militarizzazione, contro la crescente precarietà e il peggioramento delle condizioni materiali di vita della classe operaia. I nostri compagni francesi di Revolution Permanente hanno avuto l’opportunità di intervistare Cinzia Della Porta, membro dell’esecutivo nazionale e responsabile del dipartimento internazionale dell’Unione Sindacale di Base, nonché membro della segreteria mondiale della WFTU (Federazione Sindacale Mondiale), e José Nivoi, leader del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e rappresentante dell’USB per il porto di Genova, imbarcato sulla Global Sumud Flotilla e recentemente rientrato in Italia. L’USB ha proclamato sciopero generale per il prossimo 28 novembre, contro la legge finanziaria del riarmo voluta dal governo e rilanciare la mobilitazione per la Palestina e condizioni di lavoro dignitose.
Révolution Permanente: Dopo lo sciopero politico indetto dall’USB il 22 settembre, che ha visto un milione di persone scendere nelle strade di tutta Italia al grido di «Blocchiamo tutto!», e lo sciopero generale proclamato insieme alle altre confederazioni sindacali il 3 ottobre, la cui portata è stata storica sia per la partecipazione alle mobilitazioni che per il tasso di adesione nei luoghi di lavoro, la situazione politica nella penisola è tutt’altro che pacificata.
La prima domanda che poniamo ai due dirigenti è quella che si pongono tutti coloro che, dall’estero, osservano i recenti avvenimenti: quali fattori hanno reso possibile un risveglio politico tanto profondo di una parte così ampia della popolazione italiana, rimasta finora inattiva?
Cinzia: «In Italia le condizioni materiali sono molto peggiori rispetto agli altri paesi europei. Le persone non arrivano nemmeno alla terza settimana del mese. I salari sono gli stessi di trent’anni fa, si lavora ma non si sa come sopravvivere. Nel 2024, sei milioni di persone non hanno potuto accedere all’assistenza sanitaria, vale a dire un italiano su dieci. Il 12% dei lavoratori non riesce ad arrivare fino a fine mese, oltre ai sei milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.
Se visitate una qualsiasi sede dell’USB, troverete lavoratori che fanno ore e ore di straordinari e tuttavia ricevono uno stipendio insufficiente per vivere. In Francia, ad esempio, il 16% del patrimonio abitativo è pubblico; in Italia, solo il 2%.
Dal mio punto di vista, la domanda andrebbe capovolta: come è possibile che non sia successo nulla fino a oggi?»
Révolution Permanente: Il patto siglato tra le élite economiche dell’industria bellica e quelle politiche dell’estrema destra neoliberista, lungi dall’essere una peculiarità americana, sembra ormai diventato un modello da imitare e riprodurre ovunque, dove la guerra viene vista come un’opportunità di profitto a discapito delle classi popolari. In che misura la fornitura di armi a Israele da parte del governo Meloni ha avuto un ruolo centrale nella mobilitazione?
Cinzia: «La differenza tra ieri e oggi sta nel grado di complicità del governo italiano, che è ormai esplicita ed evidente a tutti.
Oltre alle due grandi date del 22 settembre e del 3 ottobre, nei giorni tra l’una e l’altra ci sono state mobilitazioni praticamente quotidiane.
Oggi l’Italia è il terzo esportatore di armi verso Israele, dopo Stati Uniti e Germania. La legge di bilancio presentata in Parlamento il 20 ottobre prevede un vertiginoso aumento della spesa militare per rispettare gli impegni assunti nel quadro del piano ReArm Europe e della NATO. Il principale beneficiario di questo programma pluriennale è l’azienda Leonardo, la seconda impresa dell’Unione Europea nel settore della difesa, il cui capitale è detenuto al 100% dallo Stato italiano e che possiede diverse filiali in Israele.
Oltre al piano economico-produttivo, c’è poi la questione della ricerca nelle università italiane, che continuano a mantenere legami con le istituzioni sioniste.
Questa parte della società è scesa in piazza in massa, ma non si tratta di qualcosa nato il 22 settembre: ci lavoriamo da due anni, ed è davvero un’iniziativa dal basso. Gli stessi ricercatori, anche dall’estero, sono venuti a parlarci perché non volevano più portare avanti progetti di ricerca per Israele. Abbiamo persino proclamato scioperi limitati a questo settore negli ultimi anni.
Come USB abbiamo sempre collegato la fine del genocidio e delle relazioni economiche, politiche e istituzionali del governo italiano con Israele alla condizione materiale dei lavoratori italiani, della nostra classe. Abbiamo condotto lotte politiche e sindacali su salari, tagli alle risorse e economia di guerra: il nostro slogan degli ultimi tre anni è stato «Giù le armi, su i salari».
È chiaro che il 22 settembre ha avuto un effetto catalizzatore, con cifre mai viste da decenni, unendo questi tre piani sotto la stessa bandiera.
Ciò che sta avvenendo in Palestina ha raggiunto un livello inaccettabile per una larga parte della popolazione, così come l’atteggiamento complice del governo italiano.»
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Révolution Permanente: Qual è il ruolo strategico dei lavoratori portuali, a Genova e in tutta Europa, nella continuità del movimento?
José: «Dare alle persone meno radicalizzate la possibilità di sentirsi parte di un’azione concreta di liberazione della Palestina ha innescato una serie di opportunità politiche importanti.
Il 25 e 26 settembre, un’assemblea internazionale ha riunito dieci delegazioni portuali provenienti da Grecia, Slovenia, Marocco, Spagna, Francia, Cipro e Turchia, tra gli altri. Abbiamo redatto un documento d’intenti per lanciare, a inizio novembre, una mobilitazione contro l’economia di guerra: vogliamo che i porti siano civili, non militari.
In questo senso, CALP e USB rappresentano un esempio concreto: abbiamo impedito a molte navi di attraccare. Il primo punto del documento è il sostegno incondizionato alla Palestina. Così cerchiamo di riprodurre in altri paesi ciò che è accaduto in Italia, ovunque ci sia la volontà di convergere.
Laddove possibile si tratterà di uno sciopero — a seconda delle legislazioni nazionali, visto che in alcuni paesi gli scioperi politici sono illegali — ma in ogni caso sarà un’iniziativa coordinata, di uno o più giorni.
Anche solo a livello italiano, siamo riusciti a spostare in parte gli equilibri sul tema del cessate il fuoco, che consideriamo una conseguenza diretta degli ultimi venti giorni di mobilitazione.
Immaginate cosa potrebbe accadere con mobilitazioni congiunte a livello europeo: potremmo paralizzare l’economia.
Non a caso, il lunedì successivo all’assemblea del 26 e 27 settembre, Ursula von der Leyen ha menzionato i primi tagli economici a Israele.
È un segnale che i padroni stanno osservando con attenzione: ora proviamo a estendere il modello su scala europea.
Il CALP di Genova ha un’enorme visibilità sui social, ma senza l’organizzazione e senza il sindacato non avremmo mai potuto mobilitare gli altri porti e, soprattutto, gli altri settori strategici del lavoro — industria, ferrovie, e così via.
Per questo ci muoviamo anche sul piano sindacale, all’interno dei nostri riferimenti internazionali, la FSM: riceviamo richieste da ogni parte per partecipare alla mobilitazione, anche se sarà necessario fare una selezione.
Molte organizzazioni oggi compromesse con il sistema cercano di approfittare di questa iniziativa per riabilitare la propria immagine.
La ITUC (Confederazione Sindacale Internazionale), ad esempio — di cui fa parte la CISL italiana — ha numerose responsabilità nei rapporti commerciali a favore di Israele.
Il sindacato israeliano Histradut fa parte della ITUC: nel 2023 è persino circolata una foto del segretario generale mentre firma un missile destinato a Gaza.»
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Révolution Permanente: Quale legame esiste tra le mobilitazioni in Italia e le scelte politiche degli attivisti a bordo della Global Sumud Flotilla?
José: «È evidente che le mobilitazioni in Italia abbiano avuto un peso internazionale. Grazie alla notorietà del CALP, gli attivisti della GSF potevano contare su una forte copertura mediatica delle nostre azioni.
All’interno della Global, ero diventato un punto di riferimento politico, perché l’Italia era l’unico paese in grado di mobilitare centinaia di migliaia di persone ed esercitare una pressione mediatica sul governo — la seconda arma, dopo l’azione diretta, con cui rilanciavamo la questione palestinese.
L’obiettivo primario era rompere l’occupazione in Palestina facendo leva sulle leggi internazionali, tutte rispettate dalla flottiglia.
Il corridoio umanitario e gli aiuti erano stati concepiti per restare nel quadro di queste leggi — ma non come unico elemento.
Lo dico perché ci sono stati diversi scontri con i settori legati al PD e alla CGIL, che hanno cercato di svuotare di significato politico l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, riducendola a un gesto puramente umanitario.
Il PD ha persino tentato di negoziare lo sbarco di beni di prima necessità a Cipro e il loro trasporto verso Gaza attraverso canali controllati da Israele.
Questa battaglia politica è stata condotta da me e dagli altri italiani rimasti nella Global; coloro che hanno abbandonato la missione in quel momento erano tutti vicini al PD.
Tutto questo per dire che la Global ha posizioni molto radicali sulla questione palestinese: mira a restituire al popolo palestinese la sua dignità politica e a smettere di definirlo “povero”, perché sono loro a insegnarci cosa significa resistere.
La coordinazione con gli altri attivisti è avvenuta in modo naturale: pur non conoscendoci del tutto, ci siamo confrontati prima della partenza, e una volta a bordo abbiamo assunto posizioni praticamente identiche a quelle di Thiago Ávila, il brasiliano che aveva partecipato alla precedente flottiglia, di Greta Thunberg e di tutto lo spazio politico internazionale.
Dopo alcune assemblee, erano loro stessi a concluderle gridando: «Blocchiamo tutto!»
C’è stato un crescendo di relazioni politiche interne che si sono consolidate e che, in un certo senso, hanno escluso spontaneamente le aree più moderate.»
Révolution Permanente: Come immaginate la prosecuzione del movimento e i rapporti con le altre forze dell’ambito istituzionale?
Cinzia: «Dopo il tentativo della CGIL di ridimensionare il nostro sciopero del 22 settembre convocandone frettolosamente un altro, fallito, per il 19, non è stato lanciato alcun appello comune per la data del 3 ottobre.
È vero che abbiamo coordinato insieme la parte tecnica della gestione dello sciopero, ma i testi introduttivi sono stati redatti separatamente, ognuno secondo le proprie modalità e i propri obiettivi.
La nostra forza, come USB, per evitare che il movimento venga assorbito nella sfera istituzionale, è la chiarezza: chiarezza delle posizioni e degli obiettivi.
La CGIL ha partecipato qua e là per non perdere la faccia davanti ai propri iscritti e al mondo che ci osserva, ma quando si passa al concreto, tornano a fare ciò che hanno sempre fatto: sindacalismo concertativo nei luoghi di lavoro.
Noi invece continuiamo con la nostra linea: “Aumentare i salari, abbassare le armi.”
Lo stesso vale per la questione della complicità con Israele: la CGIL è stata costretta a contattarci per dirci “Se bloccano la flottiglia, proclameremo anche noi uno sciopero immediato come vuole fare l’USB”, perché il 22 settembre ha rotto gli argini.
Ma andando avanti in questa lotta, emergeranno le differenze di posizione sulla riconversione industriale e sull’economia di guerra, che rappresenta l’unica prospettiva del governo italiano e dell’UE in un sistema capitalistico in crisi.
Quando in un’azienda ci diranno: “Da oggi non producete più frigoriferi ma componenti per la difesa”, la CGIL — dietro la retorica che i lavoratori devono comunque lavorare — tacerà e firmerà accordi, mentre l’USB continuerà a battersi per le proprie cause.
L’importante è mantenere vivo questo paese che si è risvegliato con elementi concreti e completi.
Stiamo portando avanti battaglie che non rientrano nei loro metodi o nelle loro logiche: non è facile, perché parliamo di forze di dimensioni non comparabili, ma non possono mettere in discussione l’USB e la forza che abbiamo conquistato.
Siamo a un bivio: o continuiamo a essere consapevoli e a lottare per queste cause, o l’orizzonte resterà cupo.
Per questo proseguiamo il nostro cammino, al fianco della Palestina, come abbiamo sempre fatto fin dalla nostra nascita: una battaglia che ha attraversato anche gli scioperi del dicembre 2024 e del giugno 2025.
Non abbiamo alcuna affinità né possibilità di contatto con ciò che costituisce l’arco delle forze di centrosinistra, per evidenti divergenze di posizioni e rivendicazioni.
Da un punto di vista strettamente sindacale, anche solo sul tema della guerra, le politiche del centrosinistra non differiscono da quelle del centrodestra.
Scendiamo in piazza per chiedere le dimissioni dell’attuale governo, sapendo che se al posto di Meloni ci fosse il centrosinistra, sarebbe ugualmente complice del genocidio, poiché porterebbe avanti le stesse politiche neoliberiste.
L’indipendenza dell’USB è indipendenza dalle logiche di questo sistema: oggi, in Italia, sia la destra che la sinistra si muovono dentro queste logiche, e noi non abbiamo nulla a che fare con esse.»
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José: «Sostenere chi fino a ieri era complice è diventato impossibile, come si è visto a Milano, dove l’amministrazione comunale del PD ha appena votato per mantenere il gemellaggio con Tel Aviv.
I partiti neoliberisti in Italia andrebbero identificati diversamente, includendo anche AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), che si presentano come puristi ma in realtà convogliano i voti della sinistra dentro l’orbita del PD, costruendo una falsa alternativa che serve solo a mantenerli all’interno del recinto istituzionale.
Credo che questo sistema debba essere smantellato — e non nel modo in cui lo ha fatto il Movimento 5 Stelle, che è stato anzi il partito che più di tutti ha contribuito alla vendita di armi a Israele.
A mio avviso, la forza delle mobilitazioni ha mostrato che il modello di società a cui eravamo abituati, nei rapporti di lavoro e nelle relazioni politiche, non piace più.
Con questo movimento di sostegno al popolo palestinese, di fatto antisionista, è riaffiorata tutta l’impopolarità delle scelte politiche dominanti e della loro complicità con Israele.
Purtroppo i principali sindacati — CGIL, CISL e UIL — e il mondo politico parlamentare non fanno parte della soluzione, ma del problema.
Dobbiamo stare attenti a come interagiamo con chi rappresenta una parte strutturale del problema di questo paese.
Un esempio: il 3 ottobre, mentre partecipavamo alle manifestazioni, io preparavo assemblee al porto di Genova. Parliamo di luoghi che viviamo ogni giorno, non siamo estranei a quei contesti.
La logica della CGIL è sempre stata quella di tenerci lontani da quei tavoli: non per paura di perdere rappresentanza — di quello non si curano — ma perché le imprese temono il modo in cui ci siamo mossi negli ultimi tempi.
Sanno bene che se siamo riusciti a mobilitare così tante persone per la Palestina, possiamo farlo anche su questioni sindacali: se inneschiamo lo stesso meccanismo, miglioramenti concreti nei luoghi di lavoro sono possibili.
È fondamentale che le questioni politico-internazionali restino legate al mondo del lavoro.
L’epoca in cui ci dicevano che facevamo politica e non sindacalismo è finita: il lavoro sindacale è politico, e questa mentalità conservatrice di certi sindacati oggi è diventata controproducente anche per loro.
Come USB vogliamo ricreare piccoli “22 settembre” nei luoghi di lavoro, rappresentando tutti i lavoratori con parole d’ordine chiare e mobilitazioni forti, come abbiamo sempre fatto.»
Cinzia: «La mobilitazione è destinata a proseguire, non solo nei luoghi di lavoro, ma anche in tutte le città italiane.
Da quando abbiamo lanciato il nostro appello, non è cambiata una sola virgola — né per quanto riguarda la complicità del governo italiano con il genocidio in corso, né per quanto riguarda la condizione che viviamo in Italia.
Continueremo a mantenere un alto livello di mobilitazione, perché la situazione in Palestina è sempre più drammatica e, anche lì, dobbiamo lottare per i salari, per il disarmo e per condizioni di vita dignitose.
Per questo stiamo organizzando assemblee a livello provinciale in tutto il Paese, che poi confluiranno nell’assemblea nazionale dell’USB il 1º novembre.
Per quanto riguarda il movimento, abbiamo lanciato l’appello alla creazione di 100 “Piazze Gaza” in 100 città italiane: oltre all’occupazione fisica di uno spazio, si tratta di luoghi di iniziativa, punti di partenza da cui organizzare manifestazioni, occupazioni e diverse forme di azione.
Insieme ad altre forze che hanno costruito questo movimento con noi, da queste 100 piazze lanceremo altrettante assemblee cittadine, per mantenere un livello di mobilitazione costantemente attivo.
Ciò che stiamo mettendo in campo non è una questione umanitaria generica.
L’USB sostiene la Palestina fin dalla sua fondazione: questo fa parte del nostro internazionalismo, così come la nostra denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza, dell’occupazione e dell’apartheid che lo Stato coloniale d’Israele impone alla terra palestinese.
Così come sulla questione della guerra, non si tratta né di un movimento pacifista, né di un generico appello alla pace, ma del rifiuto di una guerra imperialista condotta in nome dei padroni».
Costantino Bovina
Studente per comprendere il mondo, giornalista per raccontarlo e militante (di Révolution Permanente) per provare a cambiarlo.