La crisi climatica rappresenta una delle sfide più importanti della nostra epoca. Per affrontarla è necessario abbandonare il modello capitalistico che rappresenta la causa principale del degrado ecologico e del superamento dei limiti planetari. In questa prospettiva diventa essenziale riconoscere il nesso tra la lotta ecologista e la lotta al capitalismo. L’analisi dei punti di forza e dei limiti delle varie correnti ecologiste che popolano il dibattito sia a livello accademico che nei movimenti e nelle organizzazioni politiche, principalmente decrescita ed ecosocialismo, offre spunti interessanti per riuscire a delineare una strategia politica che riporti al centro del dibattito la lotta di classe, unica lotta capace di sovvertire il capitalismo.
Sono già trascorsi sette anni da quando Greta Thunberg si sedette per la prima volta al di fuori del Riksdag, il parlamento nazionale del regno di Svezia, con un cartello che recitava Sciopero per il clima, dando avvio al movimento globale ‘Fridays For Future’. Sono inoltre passati trent’anni dalla prima conferenza delle parti (COP1) e trentasette anni dalla creazione dell’ IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ma l’emergenza climatica ancora non accenna ad arrestarsi, anzi si fa sempre più incombente, abbattendosi sulla nostra quotidianità sotto forma di alluvioni, siccità, ondate di calore e così via. Da allora i vari governi e organismi internazionali hanno fatto tante promesse, piani e progetti, ma niente effettivamente è stato in grado di invertire la tendenza.
Al peggioramento della crisi climatica si aggiunge il fattore destabilizzante della guerra, che vanifica qualsiasi prospettiva di collaborazione internazionale. Dallo scoppio del conflitto russo-ucraino all’intensificarsi del genocidio palestinese da parte di Israele, stiamo assistendo a un progressivo oscuramento della questione ecologica da parte dell’Unione Europea, in favore del militarismo promosso dal piano Re-ArmEU. Il video diffuso dalla commissaria europea per la Parità, la Preparazione e la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, riguardante il kit d’emergenza per sopravvivere 72 ore, rappresenta uno dei tentativi di normalizzare il riarmo attraverso l’esasperazione della percezione di un pericolo imminente.
La narrazione, con cui si cerca di aggirare l’evidente dicotomia tra guerra e ecologia per finanziare gli investimenti in armi e sistemi difensivi, si fonda sulla sicurezza, senza la quale sarebbe impossibile preservare il pianeta. L’UE sostiene che il settore della difesa contribuisce indirettamente alla sostenibilità sociale, creando stabilità interna e internazionale, e propone di superare la visione ‘purista’ della finanza sostenibile (che esclude automaticamente interi settori) promuovendo una valutazione caso per caso (Merler, 2025)
Questi equilibrismi logici rappresentano il tentativo di distogliere l’attenzione dalle conseguenze del militarismo: la guerra e la devastazione di intere popolazioni e territori che ne deriva. In due anni circa di genocidio sionista, non meno di 70.000 palestinesi sono stati uccisi, una cifra che si stima possa essere molto più alta quando si consideri anche le morti indirette. Allo sterminio del popolo palestinese, che da solo dovrebbe bastare a giustificare l’interruzione di qualsiasi forma di supporto militare a Israele, si aggiunge un’ulteriore e inquietante dimensione della distruzione: i dati sull’impronta di carbonio del conflitto. Secondo uno studio del The Guardian, l’impronta di carbonio dei primi 15 mesi della Guerra Israeliana su Gaza è di 31 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO₂e). Si tratta di una quantità superiore alle emissioni annuali complessive di gas serra del 2023 prodotte da Costa Rica ed Estonia messe insieme.

Se consideriamo che il consumatore istituzionale di petrolio più grande del pianeta, e di conseguenza il responsabile della maggiore quantità di emissioni di carbonio, è l’esercito americano (Hanieh 2024), abbiamo l’ulteriore conferma dell’impossibilita di conciliare la conservazione del pianeta e la guerra. Evidenza che Greta Thunberg ha compreso, schierandosi apertamente a favore della causa palestinese partecipando due volte alle missioni della Freedom Flotilla Coalition, un movimento pacifista che vuole forzare il blocco israeliano contro la Striscia di Gaza.
La seconda missione, svoltasi nel settembre 2025, è stata un’operazione marittima coordinata tra la Freedom Flotilla Coalition, il Global Movement to Gaza, la Carovana Sumud e la Sumud Nusantara. Questa iniziativa ha avuto particolare risonanza mediatica e politica, soprattutto in Italia, in parte grazie alle parole d’ordine lanciate dal collettivo dei portuali di Genova (CALP), “blocchiamo tutto”, che hanno dato il via ad un’ondata di mobilitazioni fortemente partecipate e ad uno sciopero generale che ha visto USB e la CGIL scendere in piazza insieme, portando nelle strade circa 2 milioni di persone.
Il cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’attivista svedese è stato evidente: Greta Thunberg è stata arrestata o trattenuta più volte durante manifestazioni pro-Palestina in Svezia e Danimarca tra il 2024 e l’inizio del 2025. Allo stesso tempo, ha ricevuto forti critiche da parte di alcune organizzazioni e media, in particolare il segmento tedesco di Fridays for Future, che ha preso le distanze dalle sue posizioni specifiche su Israele e Palestina.

Fermo di Greta Thunberg all’Aja, Olanda, durante un blocco autostradale per manifestare contro il cambiamento climatico organizzato da Extinction Rebellion
La difficoltà nel riconoscere il legame tra crisi ecologica e conflitti armati è frutto dell’impostazione edulcorata e accomodante adottata dalle istituzioni europee e dagli organismi internazionali (e spesso abbracciato dalle burocrazie sindacali). La traduzione operativa di questo approccio si trova negli SDGs e nel Green Deal, che si fondano su pratiche di greenwashing, tecnottimismo e fiducia nei meccanismi di mercato, evitando qualsiasi critica strutturale al capitalismo. Questi metodi non sono solo inefficaci, ma riflettono un fallimento più profondo e sistemico. Le sue cause sono molteplici: da un lato, una classe dirigente i cui obiettivi strutturali sono intrinsecamente incompatibili con la riduzione delle emissioni e la tutela dell’ambiente, dall’altro una mancanza di strategia nei movimenti antagonisti.
L’approccio delle istituzioni borghesi e liberali è quello del ‘cornucopianesimo tecnologico’, ovvero che con una combinazione di meccanismi di mercato e innovazione tecnologica sia possibile uscire dalla crisi ecologica. Tuttavia, questa visione ottimistica tende spesso a trattare la tecnologia in modo astratto, come un deus ex machina scollegato dalle leggi della fisica (ad esempio la seconda legge della termodinamica) e dal suo contesto storico e materiale. In realtà, la tecnologia è profondamente radicata in specifici sistemi economici e in strutture di potere consolidate. Secondo il paradosso di Jevons, i miglioramenti nell’efficienza energetica spesso portano a un aumento complessivo dei consumi energetici, poiché ampliano la scala della produzione economica. Inoltre, le soluzioni basate sul mercato, come quello del carbonio, hanno in larga parte fallito nel ridurre le emissioni. Invece di mitigare la crisi, hanno favorito la speculazione finanziaria e mercificato il diritto di inquinare (Friedrich et al. 2019).
Il concetto di decoupling (disaccoppiamento) tra crescita economica e aumento delle emissioni, tanto caro ai sostenitori del Green Deal, è un esempio di questo tipo di approccio. Nonostante alcuni studi cerchino di dimostrare come in alcuni paesi, particolarmente quelli centrali, questo decoupling stia avvenendo, a livello globale non c’è alcuna evidenza di ciò (Cini, Fabiani & Fantini 2025). Infatti, la riduzione dell’emissioni inquinanti nei processi produttivi dei paesi del Nord Globale si basa su un’articolazione della produzione che concentra i settori produttivi maggiormente inquinanti nei paesi del Sud Globale.
Per quanto riguarda il movimento ecologista, uno dei fattori che hanno contribuito alla sua dispersione è il forte scollamento tra le lotte operaie, e in generale dei lavoratori, dalla questione climatica, che a volte si trovano addirittura in contrasto tra loro. Questo contrasto generato innanzitutto da politiche climatiche miopi nei confronti delle condizioni materiali dei lavoratori e di ampi settori della popolazione, afflitti da prezzi sempre più alti, lavoro sempre più precario e un generale abbassamento dello standard di vita. Ad aggiungersi, c’è la mancanza di un’alternativa politica di sinistra in grado di inquadrare la transizione ecologica all’interno di un processo più radicale di ripensamento del modello produttivo.
Nel settore automotive vediamo un esempio lampante dell’insuccesso della transizione ecologica liberale. L’Unione Europea ha stabilito l’obiettivo di vendere solo auto a zero emissioni entro il 2035, puntando sull’elettrico, l’idrogeno e i carburanti sintetici. Ma il settore automotive europeo non è stato in grado di affrontare questa riconversione, che ha causato una crisi della filiera produttiva incentrata sulla produzione di automobili a benzina, e ha scaricato il costo del fallimento sui lavoratori. Tale crisi, unita alla rilocalizzazione in paesi dell’Europa dell’est, come ad esempio la Serbia, dove il costo del lavoro è più basso e ci sono maggior incentivi statali, ha portato alla chiusura di numerosi stabilimenti.
Ne è un esempio la vicenda della fabbrica Audi a Forest a Bruxelles, dove si produceva il SUV elettrico Q8 e-tron, la cui dismissione ha provocato proteste e scioperi sindacali contro la perdita di circa 4000 posti di lavoro.
I sindacati europei, tra cui IndustriAll Europe, hanno lanciato l’allarme sul rischio di perdita del 35% dei posti di lavoro a causa del bando delle auto a combustione previsto per il 2035. Si stima una perdita complessiva di 275.000 posti di lavoro in Europa entro il 2040, di cui fino a 60.000 nel contesto italiano (CLEPA 2021).

Proteste degli agricoltori a Bruxelles, trattori e roghi nel Quartiere europeo 2024
Un’ulteriore prova di questo insuccesso sono le proteste scatenate dall’aumento del prezzo dei carburanti, prima in Francia nel 2018 con il movimento dei Gilet Jaunes, e successivamente a Bruxelles nel 2024, che evidenziano come le politiche ambientali di stampo liberale spesso non offrano adeguate tutele alla maggioranza della popolazione e ai lavoratori.
Il movimento dei gilet gialli, nato in risposta all’aumento delle tasse sui carburanti (parte delle politiche ambientali del governo francese), ha espresso il malcontento popolare verso misure percepite come penalizzanti per le classi medio-basse. Parallelamente, la protesta dei trattori, guidata da agricoltori e allevatori, si è indirizzata contro il Green Deal europeo, la Politica Agricola Comune (PAC) e gli accordi di libero scambio dell’Unione Europea. Quest’ultima mobilitazione è sorta in particolare come reazione alle proposte del precedente governo tedesco, coalizione formata da socialdemocratici (SPD), verdi e liberali (FDP), che prevedeva tagli significativi per il settore agricolo: eliminazione delle esenzioni fiscali per i veicoli degli agricoltori, riduzione delle sovvenzioni sul gasolio agricolo e un marcato aumento della tassa sull’anidride carbonica, con conseguenze non solo sugli agricoltori ma anche su lavoratori e consumatori, provocando ripercussioni sui prezzi dei beni alimentari. Nonostante entrambi i movimenti fossero partecipati anche da movimenti di destra ed esponenti piccolo borghesi, avevano una caratterizzazione di stampo principalmente popolare, in cui parte della classe lavoratrice, piegata da anni di politiche di austerità, ha confluito.
Si è creato quindi un forte distacco tra l’agenda politica green europea, spesso dettata da partiti di sinistra, e i bisogni e le richieste dei lavoratori e delle classi popolari. Questo, unito all’incapacità delle burocrazie dei grandi sindacati di politicizzare la conversione ecologica, ha talvolta creato istanze reazionarie dei lavoratori nei confronti delle questioni ambientali.
Oggi più che mai è necessario tematizzare la lotta al cambiamento climatico in un quadro più ampio, anticapitalista e rivoluzionario. Ri-politicizzando le vertenze sindacali e riavvicinando i movimenti ecologisti alle lotte dei lavoratori, come sta cercando di fare il collettivo di fabbrica ex GKN con il piano di reindustrializzazione dal basso e la sua convergenza con movimenti ambientalisti, tra cui Fridays for future ed Extinction Rebellion, è possibile creare un fronte di lotta compatto e unito, in grado di sfidare le élite capitaliste al potere. Il focus dei movimenti ambientalisti dovrebbe essere quello delle lotte dei lavoratori. In primo luogo, perché la questione climatica ed ecologica dipende dalla produzione, dalla quale derivano il maggior numero di emissioni inquinanti, sfruttamento di materie prime critiche e imballaggi di plastica. Per questo è necessaria una riorganizzazione della stessa che risponda alle necessità della comunità, che abbia come obiettivo la produzione di valore d’uso, e non la massimizzazione del valore di scambio, dove, come produrre e cosa produrre è deciso e pianificato democraticamente e in armonia con i limiti planetari. In secondo luogo, la mobilitazione dei lavoratori ha un potenziale strategico difficilmente raggiungibile da altre mobilitazioni, ovvero la possibilità di inceppare momentaneamente la macchina capitalistica, causa principale dell’emergenza climatica. Infine, il cambiamento climatico in un sistema capitalista non ha un impatto uguale. Sarà la classe lavoratrice che dovrà portare sulle spalle il peso delle catastrofi climatiche o di un eventuale riconversione dettata dai mercati e voluta dal capitale per continuare il suo corso.

Ex Gkn e Fridays For Future in Corteo 24 Marzo 2022
[Immagine della pagina Facebook del Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze]
Tuttavia, per comprendere appieno la portata dell’ingiustizia climatica, è necessario analizzarla a livello globale. I Paesi periferici sono i più esposti alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico e, allo stesso tempo, i più vulnerabili. Eppure, sono proprio questi i Paesi che meno hanno contribuito all’attuale emergenza. Questa dinamica è riconducibile principalmente alle politiche imperialiste e colonialiste degli Stati centrali, la cui espansione capitalistica si è realizzata attraverso il saccheggio economico ed ecologico del Sud globale, un processo sintetizzato da Arghiri Emmanuel nel concetto di scambio ineguale. Tale asimmetria è funzionale alla riproduzione del capitalismo su scala mondiale e si basa sullo sfruttamento dei lavoratori dei Paesi non del centro imperialista e delle loro risorse naturali, agevolato dalle interferenze politiche e militari degli Stati Uniti e dell’Europa. Oltretutto, la transizione verde dei Paesi centrali ha spesso effetti catastrofici su quelli periferici. Guardiamo, ad esempio, alle conseguenze dell’imperialismo europeo nei confronti di Paesi del Nord Africa, come Marocco e Tunisia (Giampaolo & Lodi 2023), dove progetti promossi da aziende locali ed europee determinano un eccessivo consumo di suolo e risorse rinnovabili, accompagnato da un processo di espropriazione delle popolazioni autoctone e dallo sfruttamento del loro lavoro.
Questa breve panoramica ci mostra quanto la questione ecologica sia complessa e delicata, essendo una conseguenza della profonda incompatibilità del sistema capitalistico col benessere della maggioranza della popolazione e del pianeta terra. Per affrontare strategicamente ed efficacemente questa crisi epocale è quindi essenziale riconoscere il nesso tra la lotta ecologista e la lotta al capitalismo. In questa direzione è utile analizzare le varie correnti ecologiste che popolano il dibattito sia a livello accademico che nei movimenti e nelle organizzazioni politiche.
In particolare, il concetto di decrescita, se inserito in una cornice ecosocialista che mostra come il marxismo non sia produttivista, ma si fondi su un rapporto equilibrato tra essere umano e natura, offre una visione di socialismo in armonia con la natura e in equilibrio coi limiti planetari, in netta opposizione al modello stalinista. Al tempo stesso può essere un primo gradino attraverso cui avvicinare le nuove generazioni, molto sensibili alla causa ecologista ma non altrettanto a quella socialista.

Manifestanti del partito della decrescita
L’origine della decrescita
Il concetto di decrescita appartiene ad una famiglia di approcci politico-economici che, di fronte all’accelerazione dell’attuale crisi ecologica planetaria, rifiutano la crescita economica illimitata ed esponenziale come definizione del progresso umano. La decrescita, che prende di mira specificamente i settori più opulenti della popolazione mondiale, è quindi diretta al miglioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza, mantenendo al contempo le condizioni ambientali di esistenza e promuovendo uno sviluppo umano sostenibile.
Il concetto di decrescita (décroissance in francese) viene spesso attribuito a Latouche, ma storicamente risale ad Andrè Gorz, fondatore dell’ecologia politica, che in un dibattito del 1972 si chiese se per l’equilibrio della terra fosse necessaria nessuna crescita, o addirittura una decrescita, nella produzione materiale. Nel suo libro “Ecologia e Libertà” scritto a cavallo delle due prime grandi crisi energetiche, esplora il rapporto tra ambiente e società, fornendo interpretazioni innovative del concetto di ecologia, delle crisi di sovrapproduzione e della tecnologia.
Per Gorz l’ecologia si configura come una disciplina specifica solo nel momento in cui l’attività economica produce effetti duraturi e irreversibili sull’ambiente. Così come l’economia studia gli effetti collettivi delle attività individuali, così l’ecologia studia gli effetti ambientali dell’attività economica complessiva, identificando i limiti esterni che quest’ultima deve rispettare per non produrre effetti controproducenti o autodistruttivi. Ritiene però errato assegnare all’ecologia una razionalità superiore in grado di inglobare quella economica, in quanto si tratta semplicemente di una razionalità diversa che ci mostra come, superata una certa soglia, gli sforzi economici per superare una ‘scarsità relativa’ finiscono per generare una ‘scarsità assoluta e insormontabile’. In altre parole, oltre un certo limite la produzione distrugge più di quanto crea. Ma è l’ecologismo, non l’ecologia (che rimane di fatto una scienza degli equilibri naturali) che si deve fare carico di una critica radicale del sistema economico e politico, usando l’ecologia come leva.
Nel saggio, il concetto di crisi di sovrapproduzione capitalistica, causato da limiti interni dell’organizzazione capitalistica stessa, viene arricchito dall’autore, che nella sua elaborazione aggiunge i limiti esterni dati dall’ambiente naturale, quali le risorse scarse e non rinnovabili, e l’incompatibilità tra il ritmo di produzione capitalistica e quello di ripristino delle risorse rinnovabili (terra, aria, acqua). La questione ambientale non è concepita come qualcosa di isolato e autosufficiente, ma in profonda connessione con la crisi del produttivismo e del capitalismo industriale, crisi storicamente determinata e che non può essere risolta da altro che la politica, negando la visione della tecnologia come panacea di tutti i disastri ecologici e ambientali, e dei limiti che il pianeta impone all’espansione della produzione.

Copertina della versione italiana del libro di Adré Gorz, “Ecologia e libertà”
Infine, seguendo il pensiero di Ivan Illich, Gorz delinea due strade che si possono intraprendere per superare la crisi ecologica. Una autoritaria, dove istituzioni centralizzate e tecnologie oppressive calcolano e pianificano i limiti necessari per preservare un ambiente di vita ‘ottimale’, ovvero il tecnofascismo, e una conviviale, dove i limiti alla produzione e alle tecnologie per preservare le risorse naturali, gli equilibri favorevoli alla vita e la sovranità degli individui, vengono imposti collettivamente e democraticamente. L’autore sviluppa ulteriormente il pensiero di Illich identificando la soluzione della crisi climatica in un progetto politico complessivo, che inquadra nell’autogestione, e con uno strumento comunicativo in grado di innescare il progetto, l’utopia.
L’autogestione viene intesa come pratica orientata ad invertire il rapporto di subordinazione tra tecniche industriali e lo sviluppo delle autonomie individuali, subordinando le prime alle seconde per riappropriarsi delle capacità creative che il sistema capitalista ha assorbito e sfruttato, e che contemporaneamente l’apparato statale ha indebolito e limitato:
“In breve, l’autogestione presuppone l’uso di strumenti che possano essere autogestiti. Tali strumenti sono possibili da un punto di vista tecnico. Non si tratta di tornare all’artigianato, all’economia di villaggio e al Medio Evo, bensì di subordinare le tecniche industriali allo sviluppo permanente delle autonomie individuali e comunitarie invece di subordinare queste autonomie allo sviluppo permanente delle tecniche industriali (Gorz 1977).”
Si tratta quindi di un recupero di potenzialità umane fondamentali che sono state alienate dalle strutture dominanti economiche e politiche, tramite l’utilizzo di strumenti che possano essere autogestiti. Viene enfatizzata la rilevanza della composizione della produzione, cosa e come si produce, spesso ignorata o dimenticata dalla linea di azione dei sindacati, che si concentra su rivendicazioni economiciste e in sostanza sulle modalità distributive del valore. Da qui capiamo il ruolo assegnato all’utopia, come strumento per immaginare una società nuova e desiderabile, e quindi chiarire attorno a quali parole d’ordine e rivendicazioni organizzarsi e mobilitarsi.
Ecologia e Libertà è tra le prime opere che indaga da un punto di vista marxista il problema ambientale, e per quanto questo lavoro sia tutt’ora fondamentale nella letteratura ecosocialista, da un punto di vista politico manca di strategia, non evidenziando il ruolo chiave della classe lavoratrice in un processo rivoluzionario ecosocialista. Non a caso Gorz pubblica, pochi anni dopo, nel 1980, il saggio “Farewell to the Working Class”, sostenendo che la classe operaia tradizionale non rappresenta più il motore della rivoluzione a causa della modernizzazione e dell’automazione, che hanno integrato i lavoratori nella società capitalistica. Partendo dal presupposto che il futuro non è nella centralità del lavoro ma nella liberazione da essa, individua nell’alleanza tra diversi movimenti, come quello ecologista, femminista e dei lavoratori precari, la forza motrice per un processo di superamento del lavoro salariato, attraverso una lotta sociale che punta alla riduzione dell’orario di lavoro, a un reddito di base e alla libertà individuale.
La visione del Gorz degli ultimi anni non deve però stupirci. Va considerato il periodo storico in cui elabora queste riflessioni, gli anni ’80, durante i quali il neoliberismo inizia la sua scalata nella scia del progressivo crollo dell’Unione Sovietica. Un’Unione Sovietica che, dopo anni di Stalinismo, aveva consolidato un modello incompatibile con le posizioni ecologiche.
L’autoritarismo staliniano rappresentò una contro-rivoluzione, produttivista, burocratica ed economicista, che portò il socialismo sovietico a riprodurre molte caratteristiche tipiche del capitalismo industriale, tra cui la ricerca di una crescita illimitata della produzione come segno di progresso, e una logica estrattiva distruttiva, basata su un paradigma di dominio e sfruttamento della natura (Foster JB, Clark B & York R 2010).
Negli stessi anni in cui Gorz parla per la prima volta di ‘décroissance’, viene commissionato dal club di Roma “Limits to Growth” – ai tempi tradotto come “i limiti allo sviluppo”, mentre ad oggi c’è concordanza sul fatto che una traduzione più corretta sarebbe stata “i limiti alla crescita”. Il rapporto, affidato a 5 ricercatori del MIT, Jorgen Randers, Jay Forrester, Donella Hager-Meadows, Dennis L. Meadows and William W. Behrens III, esce nel 1972, contemporaneamente alla prima Conferenza mondiale dell’ambiente, e analizza, utilizzando il modello di simulazione computerizzata World3, cinque fattori fondamentali che interagiscono tra loro e pongono limiti alla crescita sul nostro pianeta: la crescita demografica, la produzione agricola, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili, la produzione industriale e l’inquinamento. Il messaggio centrale del rapporto sfidava direttamente il paradigma dominante della crescita materiale continua e dell’espansione economica illimitata. Il rapporto sosteneva che la crescita economica non potesse proseguire indefinitamente a causa di due vincoli fondamentali: la disponibilità limitata di risorse naturali (in particolare il petrolio) e la capacità limitata del pianeta di assorbire inquinanti.
L’impatto del rapporto sull’opinione pubblica fu significativamente amplificato dalla crisi petrolifera del 1973, che sembrò confermare nella pratica molte delle preoccupazioni teoriche espresse nel documento appena un anno prima. Nonostante questo, il superamento della crisi significò per molti una smentita delle tesi del rapporto Meadows, e si diffuse la convinzione che il progresso tecnologico sarebbe stato in grado di superare i limiti imposti dalla natura.
Il lavoro sviluppato dai ricercatori del MIT fu il primo che cercò di confermare scientificamente una tesi sostenuta da molti anni, ma al tempo stesso non fu abbastanza coraggioso da mettere in discussione la struttura della società capitalista. D’altronde il club di Roma fu fondato dall’imprenditore italianoAurelio Peccei, e il progetto sembra rispecchiare quello di una élite di tecnici che non sfida le strutture di potere esistenti ma prescrive un’autolimitazione della produzione, rischiando quindi di propinare soluzioni tecnocratiche centralizzate e appropriarsi di ambiti di vita che dovrebbero essere decisi democraticamente, piuttosto che argomentare a favore di una vera trasformazione politica e socio-economica.
Sempre nei primi anni ’70 Nicholas Georgescu-Roegen, lo statistico ed economista rumeno considerato il fondatore dell’economia ecologica, pubblica “The Entropy Law and the Economic Process“, opera fondamentale che dà origine alla bioeconomia, successivamente economia ecologica. Nel libro vengono trattati i limiti posti dalle leggi della termodinamica allo sviluppo economico e l’autore postula che l’economia dovrebbe occuparsi della tutela della specie umana, senza alcun limite temporale. Il suo contributo fondamentale consiste nell’aver rilevato che materia ed energia entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente basso e ne escono con un’entropia più alta, collegando in modo innovativo la fisica termodinamica all’economia. Questo principio richiede un ripensamento radicale della scienza economica, che deve incorporare il principio dell’entropia e i vincoli ecologici. La sua teoria bioeconomica fu successivamente tradotta nel sistema economico della decrescita dallo stesso autore.
Proseguendo su questa linea di pensiero, nel 1973, Herman Daly, allievo di Georgescu-Roegen e futuro decano dell’economia ecologica, pubblicò una raccolta di saggi intitolata “Verso un’economia a stato stazionario“, dove elaborava un modello economico in cui la crescita della produzione e dei consumi è pari a zero, mentre la popolazione e il tasso di occupazione sono costanti in modo da evitare fratture sociali. In particolare, Daly applicava alla macroeconomia uno dei principi fondamentali della microeconomia: all’aumento della produzione e del consumo l’utilità marginale dei beni prodotti e consumati diminuisce, mentre cresce la loro disutilità marginale; oltre un certo punto la disutilità diventa maggiore dell’utilità e la crescita diventa ‘anti-economica’. L’economista sviluppò il concetto di economia incorporata, cioè dell’economia come un sottosistema aperto di un pianeta finito e non in crescita, che era costantemente rifornito di energia a bassa entropia dal sole e doveva dissipare calore di scarto ad alta entropia. L’incapacità di farlo, perché l’economia era troppo grande, ha portato a un pianeta che si riscalda. Da qui, la necessità di un’economia che si sviluppi qualitativamente ma rimanga allo stesso livello di produzione quantitativa, consumo e rifiuti. Per quanto Daly non parli espressamente di decrescita, il concetto di economia a stato stazionario gli è concettualmente vicino, dato che entrambi rifiutano il dogma della crescita economica e riconoscono l’impossibilità e la non opportunità di superare i limiti biofisici dell’ambiente.

“Planetary Boundaries Update: Freshwater Boundary Exceeds Safe Limits”, Potsdam Institute for Social Research, April 16, 2022. Designed by Azote for the Stockholm Resilience Centre
I filoni di ricerca sviluppati da Daly e Roegen sono estremamente innovativi per la disciplina economica, egemonizzata dalla teoria neoclassica e mainstream: Roegen è uno dei primi economisti a riconoscere l’esistenza di un limite biofisico alla crescita infinita, merito per il quale viene citato dallo stesso Andrè Gorz in Ecologia e Libertà. Ma entrambi, come i membri del club di Roma con cui Roegen collaborò pubblicando Miti energetici ed economici, non avevano un punto di vista di classe in grado di mettere in discussione i rapporti di produzione capitalistica.
Mentre gli sviluppi iniziali della decrescita rimasero principalmente confinati a una dimensione accademica e teorica, l’origine della decrescita come movimento va rintracciata nei primi anni 2000, in particolare in Francia e in Italia, grazie ai lavori di Latouche, che pubblicò nel 2009 Farewell to Growth. Latouche riconobbe in Georgescu-Roegen ‘la principale fonte teorica del modello di decrescita’. In tempi recenti, Giorgio Kallis e i suoi colleghi dell’Università Autonoma di Barcellona hanno contribuito significativamente alla letteratura sulla decrescita, sviluppando un centro di studi dedicato a questo tema.
Critiche alla decrescita e il legame con l’ecosocialismo
Sebbene la diffusione del concetto di decrescita abbia avuto un andamento oscillante, attualmente sembra riscuotere una popolarità crescente. Tuttavia, permangono interpretazioni riformiste o fraintendimenti che concepiscono la decrescita come una contrazione economica quantitativa indiscriminata.
Il nodo fondamentale da sciogliere è che la decrescita non coincide con una recessione economica, ma consiste in una trasformazione qualitativa del sistema economico, dove la produzione viene riorganizzata per soddisfare i bisogni di tutti, rispettando i limiti planetari. La decrescita sarebbe una fase necessaria per molti Paesi del Nord Globale, per poi entrare in un ordine economico di post-crescita o di pianificazione ecosocialista, dove la produzione economica è decisa democraticamente e pianificata a seconda di quali siano i bisogni della società. Si passerebbe quindi da un sistema che produce per massimizzare il valore di scambio a uno orientato alla produzione di valori d’uso per la società.
Viene quindi superato uno dei concetti fondanti dell’economia classica, ovvero che una crescita del PIL permette di accrescere la torta della ridistribuzione, e tramite il meccanismo del trickle-down (sgocciolamento) la ricchezza affluirà anche alle classi più svantaggiate. Concetto smentito dai dati che dimostrano come questo tipo di politiche abbiano portato ad un aumento delle disuguaglianze in tutti i paesi occidentali e a un relativo impoverimento della classe lavoratrice (Roberts 2022).
La decrescita non teorizza quindi un utopistico o idealizzato ritorno al passato, caratterizzato da povertà, privazione e reazionarismo tecnologico, ma delinea un progetto politico-economico che punta a migliorare le condizioni di vita della maggioranza. Come dice Kohei Saito, uno studioso marxista giapponese che ha indagato il rapporto tra uomo e natura nel pensiero di Marx (Pirazzoli 2023), l’obiettivo è il comunismo della decrescita, che oppone alla scarsità determinata dal capitalismo un’abbondanza radicale. Nel suo libro Il capitale nell’antropocene, il filosofo giapponese analizza come i commons durante l’accumulazione originaria siano stati privatizzati dalla classe capitalista, e quindi espropriati dai contadini e lavoratori, creando una scarsità artificiale necessaria alla riproduzione del capitale. Solo tramite il ripristino dei beni comuni si può ricreare un’abbondanza radicale, e questo può avvenire in una società comunista, con cooperative dei lavoratori dove i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, così come la gestione delle fonti di energia rinnovabili è affidata alle comunità cittadine.

Ritratto di Kohei Saito, dell’illustratrice Laura Breiling
Un’altra delle obiezioni più frequenti verte sul fatto che molti paesi, in particolare del Sud Globale, avrebbero bisogno di crescita economica e non di decrescere. Considerazione che è perfettamente in linea con i teorici della decrescita, per i quali sono i paesi più sviluppati, quelli che hanno superato i limiti planetari, che devono mettere un freno alla crescita economica. Questo perché la crescita economica, con cui si intende la crescita del PIL e che quindi coincide con il processo di valorizzazione del capitale, è la principale causa delle emissioni di carbonio, l’esaurimento di materie prime critiche, e in generale la causa dell’impatto eccessivo dell’economia umana sul pianeta. Nessuno nega che nei Paesi del Sud Globale, dove molti bisogni essenziali non sono ancora soddisfatti, sia necessaria una crescita o, più precisamente, investimenti finalizzati a garantire a tutti servizi fondamentali come il trasporto pubblico, la sanità e altre infrastrutture essenziali. Tuttavia, non è detto che questi obiettivi debbano essere raggiunti ripercorrendo la stessa traiettoria fortemente inquinante seguita dai Paesi del centro imperialista. Una tale necessità potrebbe valere all’interno del sistema capitalistico, ma in una società ecosocialista è più facile immaginare forme alternative di ‘sviluppo’.
Nella letteratura sulla decrescita rimane però poco esplorato il tema della resistenza che questa trasformazione incontrerebbe, non solo da parte di lavoratori che potrebbero temere un calo del loro livello di benessere e un deterioramento del loro stile di vita, ma soprattutto da parte della classe capitalista, inevitabilmente ostile a qualsiasi limitazione del loro potere di accumulazione. Entrambi i fattori evidenziano la necessità di elaborare una strategia politica in grado di coinvolgere ed organizzare efficacemente un fronte di lotta.
Infine, ciò che va assolutamente confutato è la tesi che la decrescita possa essere compatibile con il sistema capitalistico.
Perché la decrescita nel capitalismo non è possibile
Il capitalismo si fonda su una logica di accumulazione infinita, che gli impedisce di orientarsi verso obiettivi diversi dalla crescita continua. Non si tratta di colpe attribuibili a singoli miliardari spietati, come spesso vengono definiti, a ragione, Jeff Bezos o Elon Musk, ma di una dinamica strutturale. La logica di accumulazione infinita è alla base del funzionamento del sistema stesso: se i singoli capitalisti non perseguono incessantemente l’espansione e l’accumulazione del capitale, soccombono alla competizione. Questo processo competitivo genera la centralizzazione del capitale: i soggetti più forti eliminano o assorbono quelli più deboli, portando alla concentrazione della ricchezza in sempre meno mani. Questa dinamica è sostenuta da strumenti come l’obsolescenza programmata, la pubblicità e la moda, che servono a stimolare artificialmente la domanda per evitare crisi di sovrapproduzione, ma che al contempo aumentano sprechi, produzione di rifiuti e consumo di risorse per beni non realmente necessari. Tutto ciò ha conseguenze dirette e profonde sul piano ecologico. La produzione capitalistica è strettamente legata al consumo di energia e di materie prime: più si produce, più si consuma. Anche i miglioramenti tecnologici che aumentano l’efficienza non risolvono il problema, anzi, come spiega il paradosso di Jevons, tendono a incrementare la domanda complessiva di energia. La logica espansiva del capitale si scontra quindi con i limiti biofisici del pianeta, e l’aumento continuo della produzione implica un aumento altrettanto continuo dell’impatto ambientale.

Andreas Malm, nel suo saggio Fossil Capital, illustra efficacemente come l’economia capitalistica sia sostanzialmente un’economia fossile, poiché la sua espansione è vincolata ad un crescente consumo di combustibili fossili, e di conseguenza è responsabile della rapida crescita di emissioni di anidride carbonica. Il ruolo privilegiato dell’energia fossile nel sistema capitalistico deriva dalla sua capacità di soddisfare gli insaziabili requisiti energetici delle nuove macchine, unica rispetto alle altre fonti di energia, e dalla sua mobilità, che si sposa perfettamente con la necessità di mobilità del capitale per liberarsi dai vincoli spazio-temporali altrimenti imposti. Questa possibilità ha portato a un’accelerazione nella circolazione di beni e persone, ma ha anche amplificato le capacità belliche delle maggiori potenze mondiali.
L’uso capitalistico dell’energia fossile ha causato un accumulo di carbonio nell’atmosfera che supera nettamente la capacità della Terra di riassorbirlo, contribuendo in modo decisivo al cambiamento climatico (Hanieh 2024). Inoltre, data la necessità di ridurre i costi per rimanere competitivi, spesso vengono messe in atto strategie per non pagare i costi pieni di produzione dell’energia, quali il lavoro sottopagato o la dismissione illecita di rifiuti nell’ambiente. Questo genera profonda degradazione sociale ed ecologica nei luoghi in cui viene estratta l’energia.
La centralità degli idrocarburi nell’attuale sistema economico non è dunque un caso, e mina le possibilità di una reale transizione energetica verso fonti pulite e rinnovabili. La domanda sempre crescente di energia nel regime capitalista, implica che la transizione energetica consista in un processo di addizione più che di sostituzione, evidenziando la necessità di un profondo cambiamento di sistema.
Come accennato precedentemente, però, molte interpretazioni della decrescita, per quanto critichino il capitalismo, finiscono poi per accettarlo, discutendola dentro i confini del sistema capitalista. Il già citato Serge Latouche, uno dei maggiori esponenti del filone della decrescita, affermò che dopo il collasso dell’Urss il marxismo è stato relegato a mera teoria utopistica che ha come obiettivo un impossibile ritorno al passato, mentre la decrescita voleva essere una proposta che non fosse né di sinistra né di destra, dato che la natura è qualcosa di interesse generale.
Esistono infatti molti teorici della decrescita che la vedono come ‘unico modo per garantire a questo capitalismo una stabilità nel lungo periodo’ (Saeki Keishi 2017). Ma un capitalismo senza crescita, quindi regolato, non può che essere una fase momentanea. Da un lato, proposte politiche che tentino di domare il capitalismo, verrebbero osteggiate e ostacolate tenacemente dalla classe capitalista, che grazie alla centralizzazione del capitale gode di un’influenza e un potere politico, oltre che economico, in grado di influenzare le decisioni politiche, o destabilizzare interi paesi. Dall’altro, anche se tali politiche, dati rapporti di forza favorevoli, venissero attuate, potrebbero garantire stabilità per un periodo di tempo limitato, ma nel lungo termine le tendenze espansionistiche del capitalismo avrebbero la meglio.
Il capitalismo e la decrescita non possono quindi coesistere, l’unico contesto in cui la decrescita può davvero trovare una forma ed essere auspicabile è quello di una società comunista.
L’ecosocialismo
Un punto chiave delle rivendicazioni dei sostenitori della decrescita è la riduzione delle ore lavorative e l’istituzione di un reddito garantito. Questo tipo di politiche implementate in maniera isolata in economie di mercato non sono in grado di risolvere le cause del cambiamento climatico, ma vanno inserite in un piano politico più ampio. Questo piano politico deve ambire ad un ritorno a un lavoro significativo, in armonia con i limiti della natura e in grado di produrre valore aggiunto per la società e liberare il potenziale creativo soppresso dal sistema capitalista.
Qui entra in gioco l’ecosocialismo, che di fatto fornisce un quadro politico-economico che teorizza una riorganizzazione della società in grado di frenare il cambiamento climatico e convivere con le sue conseguenze irreversibili, senza lasciarne l’organizzazione alle forze di mercato.
Per citare Hickel ‘La decrescita… è meglio compresa come un elemento all’interno di una più ampia lotta per l’ecosocialismo e l’antimperialismo.’ È quindi qualcosa di necessario, specialmente per il livello di produzione e consumo dei paesi del Nord Globale, ma non sufficiente di per sé per determinare il cambiamento in senso ecosocialista. Dentro la cornice ecosocialista, la decrescita è un modo di evidenziare l’enorme impronta ecologica dei paesi del centro imperialista, ma il fulcro dell’ecosocialismo è la pianificazione.
La pianificazione ecosocialista è imprescindibile sia per una decrescita efficace, sia per immaginare e organizzare i passi successivi. Mentre il capitalismo alloca le risorse attraverso meccanismi di mercato, seguendo la logica del profitto, la pianificazione permette il soddisfacimento dei bisogni, democraticamente decisi dai produttori associati e da tutta la popolazione.
Anche l’ecosocialismo, come la decrescita, ha origine negli anni ’70 in seguito all’ascesa del movimento ambientalista globale degli anni ’60 (O’Connor 1998). L’Ecosocialismo, noto anche come ‘ecologia sociale’, deriva da pensatori chiave appartenenti alla tradizione marxista che tentano di combinare idee socialiste e ambientali (Löwy 2021; Saito 2021).
L’ecosocialismo rappresenta quindi un’alternativa radicale allo status quo attuale insostenibile. Viene rifiutata la concezione capitalista di progresso, che coincide con la crescita del mercato e con l’espansione quantitativa, mentre si privilegiano politiche basate sui bisogni sociali, il benessere individuale e l’equilibrio ecologico. L’ecosocialismo avanza una critica sia all’ ‘ecologia di mercato’ mainstream, che non sfida il sistema capitalista, sia al ‘socialismo produttivista’, che ignora i limiti naturali.
Foster e Saito, attraverso il concetto di frattura metabolica, mostrano come il pensiero di Marx includa una riflessione ecologica profonda, incentrata sull’analisi del metabolismo tra uomo e natura e sulla sua rottura causata dal capitalismo. Un’interpretazione corretta, non dogmatica né deterministica, del marxismo permette di comprendere come esso sia pienamente compatibile con la questione ecologica.
Come è già stato scritto, uno dei punti chiave dell’ecosocialismo è il concetto di pianificazione ecologica democratica, dove i produttori associati decidono non solo come produrre ma anche che cosa produrre. Secondo questo paradigma, è imprescindibile che, affinché gli investimenti e l’innovazione tecnologica siano orientati a soddisfare il bene comune, il processo decisionale non spetti più alle banche e alle imprese capitaliste, ma diventi di dominio pubblico. Così, la società stessa, e non una piccola oligarchia di proprietari o un’élite di tecno-burocrati, può decidere democraticamente quali linee produttive privilegiare e come investire le risorse in istruzione, salute e cultura.
Inoltre, anche per l’ecosocialismo l’aumento del tempo libero è un traguardo fondamentale da raggiungere, in quanto permette ai lavoratori di partecipare ai processi decisionali democratici per la gestione dell’economia e della società, ma anche di liberare il potenziale creativo che il capitalismo reprime e sussume.
In termini pratici, in una società ecosocialista cosa produrre viene deciso dalla società nel complesso, tenendo conto di cosa è necessario e dei bisogni di tutti, mentre come produrre, quindi l’organizzazione interna e il funzionamento della produzione, viene deciso dai lavoratori democraticamente. Questo sistema prevede la compresenza di un controllo democratico a tutti i livelli, locale, regionale, nazionale, continentale o internazionale, perché questioni come il riscaldamento globale richiedono una coordinazione e una pianificazione internazionale.
L’ecosocialismo non dà per scontato che verranno prese decisioni ecologicamente sostenibili. Ipotizza però che, attraverso un alto livello di coscienza ecologica e socialista, da raggiungere nel processo rivoluzionario tramite la lotta e l’autoeducazione, le persone saranno più portate a scegliere ciò che permetterebbe la sopravvivenza e il benessere di tutti.
Come organizzare la lotta ecologista?
La crisi climatica permette di far tornare alla ribalta il concetto di rivoluzione, in quanto unico processo in grado di risolverla. La gravità della crisi esige trasformazioni radicali e immediate che solo un processo rivoluzionario può garantire. Il superamento del capitalismo in ottica ecosocialista richiede un grande sforzo di lotta politica contro chi attualmente detiene i mezzi di produzione, che ha interesse a mantenere lo stato delle cose intatto. Per fare ciò, non è sufficiente appellarsi genericamente al potenziale rivoluzionario delle popolazioni del Sud Globale, come ad esempio fanno Saito e Foster, o ai movimenti ambientalisti e alle nuove generazioni.
Questa visione politica è molto frequente negli ambienti ecosocialisti, spesso influenzati da approcci ‘terzomondisti’, e segnala l’assenza di una visione strategica rivoluzionaria nell’ecosocialismo. Per quanto sia vero che in molti paesi periferici le condizioni di sfruttamento e di oppressione siano più gravi che in occidente, permettendo alle popolazioni di questi paesi di riconoscere più facilmente le profonde contraddizioni del sistema capitalistico, l’articolazione dell’economia mondiale concentra il potere economico e politico nei paesi centrali. La periferia è integrata in posizione subordinata nelle catene globali del valore, e questo genera una dipendenza strutturale dal centro. Perciò, se non è accompagnata da processi rivoluzionari nel cuore della produzione capitalistica, una rivoluzione in questi paesi rischia di essere neutralizzata velocemente dall’intervento diretto o indiretto del capitale internazionale.
Per riuscire a fare un salto qualitativo e quantitativo, i movimenti ambientalisti devono essere in grado di costruire una strategia politica fondata sul protagonismo della classe lavoratrice, andando oltre l’orizzonte neo-riformista delle burocrazie sindacali. Le lavoratrici e i lavoratori rappresentano il soggetto imprescindibile di ogni trasformazione reale. Uno dei motivi è che, grazie al potere di sciopero, possono momentaneamente inceppare il meccanismo di riproduzione del capitale. Ciò permette di avere molta più leva politica di generiche associazioni della società civile, sicuramente essenziali nel direzionare l’opinione pubblica, ma attualmente incapaci di dialogare con i lavoratori o di costituire una minaccia per l’élite mondiali. Nella lotta contro il genocidio palestinese, e in generale contro le guerre imperialiste, questo è dimostrato chiaramente dal successo delle azioni di sciopero dei portuali, che coordinandosi a livello internazionale riescono a bloccare le navi cariche di armi. In questo contesto sta emergendo sempre più chiaramente la potenzialità della lotta sindacale e politica dei lavoratori della logistica, come portuali e ferrovieri.
La stagione di lotta dell’autunno 2025 ha visto questi lavoratori in prima linea nel guidare una serie di scioperi e mobilitazioni amplificati dalla partecipazione degli studenti universitari e medi. Questo processo ha messo in risalto il nesso tra le politiche di militarizzazione, dove sempre più soldi sono dedicati alle armi e sempre meno ai servizi pubblici essenziali, e le politiche imperialiste europee e americane. La lotta ecologista si deve inserire in questo quadro, riconoscendo il legame intrinseco tra dinamiche imperialiste, guerra, devastazione ecologica e sfruttamento.

Calp di Genova: i portuali bloccano le armi dirette verso Israele 2023
Non si tratta però di offrire un sostegno esterno, occasionale e non conflittuale ai sindacati, ma di radicarsi nei conflitti sociali in modo duraturo e antagonista.
Al tempo stesso, anche le lotte operaie e dei sindacati sono ormai da anni limitate a battaglie specifiche sui salari e le condizioni di lavoro, fatta eccezione di questa recente dinamica scaturita dal genocidio palestinese e dalla missione delle Flotilla, e hanno smesso di mettere in discussione la struttura dell’economia capitalista. Anzi, spesso la questione ambientale è stata motivo di contrasto tra lavoratori e società civile, sia per la mancata politicizzazione delle battaglie sindacali, sia per la cooptazione delle mobilitazioni ecologiste da parte di partiti borghesi e liberali dentro un orizzonte di mercato e capitalista. C’è bisogno di organizzazioni politiche in grado di cogliere la portata della crisi climatica e il suo legame con il sistema attuale, canalizzare le battaglie politiche e ambientali della società civile, così come le rivendicazioni sindacali dei lavoratori, in un’unica lotta. È fondamentale interrogarsi su come creare questo legame, partendo dalle rivendicazioni che già esistono, ad esempio quelle ecologiste, femministe, anti-razziste e anti-colonialiste, e sviluppare una politica in grado di indirizzare queste istanze radicali verso una strategia rivoluzionaria ed ecosocialista, che ha come nucleo la lotta di classe. Questo non è possibile attraverso un ambientalismo interclassista che non può risolvere la contraddizione determinata dai rapporti di produzione capitalistici. La questione di classe non rappresenta uno dei tanti problemi, ma il fulcro dello sfruttamento, che permette il riprodursi delle altre oppressioni.
Concretamente uno dei terreni politici e sindacali da cui partire è quello del settore automotive, che in Europa è attraversato da una profonda crisi, causata principalmente dai processi di ristrutturazione per la conversione in auto elettriche. Affrontare la crisi significa da un lato ripensare il modello di mobilità attuale, passando da un sistema di trasporto individualistico ed estremamente inquinante a uno pubblico, pulito, efficiente e accessibile a tutti. Dall’altro superare i limiti imposti dalle burocrazie sindacali di FIM, UILM e FIOM, che nel settore automotive si concentrano sul rilancio della produzione di automobili, come la Panda in Italia, facendo leva su finanziamenti pubblici. Occorre partire dall’autorganizzazione dei lavoratori del settore per spingere i sindacati a rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e promuovere un nuovo modello di mobilità. Questo implica la produzione, non solo verso le auto elettriche, ma anche verso i mezzi di trasporto collettivi ed elettrici, all’interno di una pianificazione ecologica, che rappresenta l’unica alternativa alla gestione di mercato della transizione.

Flash mob per la Palestina organizzato da brigata sonora ex gkn. Foto di Andrea Sawyerr (2025)
Un ecologismo realmente anticapitalista deve riconoscere la centralità della classe lavoratrice nella transizione e promuovere strumenti di pianificazione democratica e pubblica della produzione, capaci di rompere con l’attuale gestione industriale della crisi ecologica.
Laura Colli
Questo articolo fa parte del numero 9, novembre 2025, della rivista Egemonia.
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Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.