Traduzione dell’articolo apparso originariamente il 26/06/2025 su Left Voice, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
La crisi dall’alto e la lotta di classe dal basso stanno ridefinendo un regime bipartitico (“bipartisan”) ormai logoro in un momento post-neoliberista, aprendo la strada all’autoritarismo e a una maggiore conflittualità da parte della classe lavoratrice e degli oppressi, che va ben oltre il successo di alcuni politici “socialisti” del Democratic Party come Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York.
Queste tensioni vengono alla ribalta mentre i resti del vecchio ordine politico si scontrano con i tratti emergenti di un nuovo momento.
Un nuovo momento nel regime bipartitico
La crisi del neoliberismo ha minato i regimi politici di tutto il mondo, dando luogo a crisi organiche di varia entità1. Il regime bipartitico americano ne è stato particolarmente colpito. Dopo tutto, gli Stati Uniti sono stati al centro della crisi economica del 2008, seguita da una miriade di fenomeni politici di vasta portata, sia all’interno che all’esterno dei confini del regime: il movimento Tea Party, Occupy Wall Street, le rivolte del 2014 e del 2020 Black Lives Matter (BLM), l’ascesa di Bernie Sanders nelle primarie democratiche e la vittoria di Trump nel 2016, solo per citare i principali.
Diversi studiosi ed esperti, di ogni orientamento politico, hanno analizzato i livelli elevati di polarizzazione (asimmetrica) del Paese. Alcuni si sono spinti oltre, nel tentativo di svelare le radici più profonde dell’attuale momento politico. Due degli esempi più convincenti sono Illiberal America, di Steve Hahn, e The Rise and Fall of the Neoliberal Order, di Gary Gerstle. Hahn sviluppa la sua argomentazione esplorando il profondo intreccio tra liberalismo e illiberalismo, che mette in discussione una visione semplicistica di una marcia in corso, sebbene problematica, verso un’America più giusta2. Gerstle adotta una visione più mirata dell’ordine neoliberista. Egli mobilita il concetto di “ordine politico”, sviluppato in The Rise and Fall of the New Deal Order, per approfondire l’erosione delle caratteristiche principali del neoliberismo, principalmente il libero scambio, il governo limitato e la privatizzazione, elementi che hanno acquisito nuova profondità con la restaurazione capitalista dell’ex Unione Sovietica.
Steven Levitsky e Daniel Ziblat, diventati autori bestseller nazionali con How Democracies Die, esplorano in Tyranny of the Minority il rapporto tra la Costituzione e il regresso democratico nell’ultimo periodo. Il loro ambito è molto più limitato di quello di Hahn e Gerstle e, in modo tipico per la scienza politica mainstream, concentrano la loro attenzione e le loro prescrizioni sui meccanismi istituzionali del regime bipartisan. Tuttavia, essi mettono in luce la rivolta filofascista che ha avuto luogo a Parigi il 6 febbraio 1934, seguita dalla risposta limitata offerta dal regime francese e dalle conseguenze che ha avuto per la fine della Terza Repubblica. Lo fanno per sottolineare l’importanza dei “democratici semi-leali” e della loro acquiescenza all’estrema destra nell’erosione della democrazia francese, in riferimento al 6 gennaio [data dell’”assalto” al parlamento statunitense da attivisti filo-Trump, ndt]3. Sollevare gli eventi del 1934 a Parigi per discutere l’attuale scenario politico negli Stati Uniti è in linea con un’interpretazione che si concentra unilateralmente sulle istituzioni politiche stesse e sottolinea eccessivamente gli elementi di stampo fascista dell’attuale momento politico. Come discuterò più avanti, a quel tempo l’Italia e la Germania erano già regimi fascisti e nazisti, e la “polarizzazione politica” era espressa dalle forze della rivoluzione e della controrivoluzione.
Mi baso però su questo paragone da un punto di vista diverso, poiché contrariamente alla tesi degli autori, non è stata la perniciosità dei democratici semi-leali a erodere la Terza Repubblica, ma l’avanzata del fascismo in Europa, resa possibile dalla politica traditrice e dall’aperta collaborazione di classe del Partito Comunista e della socialdemocrazia in Europa, che a sua volta ha tenuto la classe lavoratrice e gli oppressi legati al programma della borghesia.

Insurrezione Fascista a Parigi, 6 Febbraio 1934
In dialogo con le opere sopra citate, questo articolo discute le caratteristiche importanti di come il neoliberismo abbia plasmato il regime bipartisan, aprendo la strada a livelli ancora più elevati di degrado del regime con il progredire della crisi organica. Utilizzo la definizione di Gerstle della fine dell’ordine neoliberista e la comprensione di Hahn della vena illiberale intrinseca nella politica americana per tracciare le dinamiche che hanno portato al 6 gennaio 2021; e contesto l’analogia di Levitsky e Ziblat con il 6 febbraio 1934, ritenendola utile ma carente dell’analisi delle dinamiche politiche chiave di quel periodo e quindi errata nella sua interpretazione della loro rilevanza odierna. Nella sezione finale, affronto le sfide che il regime bipartisan deve affrontare alla luce del declino dell’imperialismo americano. Con le tensioni causate dall’attuale amministrazione Trump – che combina la retorica populista a un programma di austerità e attacchi frontali agli immigrati – oltre alla lotta di classe generale e alla crescente militarizzazione in tutto il mondo, il terreno è pronto per un periodo caratterizzato da improvvisi cambiamenti nella situazione politica. In altre parole, la crisi organica si è intensificata e l’amministrazione Trump, sempre più bonapartista, ne è sia la causa che la conseguenza.
Negli Stati Uniti, la lotta di classe non è stata ancora il fattore predominante che ha provocato la crisi organica. Tuttavia, alcuni fenomeni chiave sono emersi dal basso. Negli ultimi anni, i giovani sono diventati più sensibili al socialismo e il movimento sindacale ha assunto una posizione più attiva nella politica nazionale. Gli scioperi e le campagne di sindacalizzazione sono aumentati di numero, anche se i tassi di sindacalizzazione complessivi hanno continuato a diminuire. Analizzare i principi della crisi attuale del regime bipartisan è fondamentale per cogliere il potenziale per l’emersione di una lotta di classe più acuta e come questa potrebbe favorire la costruzione di percorsi verso l’indipendenza di classe.
Problemi liberali, soluzioni illiberali
Hahn copre un ampio arco temporale, dai primi anni dell’Impero britannico al primo mandato di Trump. Con una padronanza convincente della storiografia americana, Illiberal America mette in luce i tratti repressivi, autoritari e coercitivi dell’America che sono stati integrati nelle sue fibre fin dall’inizio. In particolare, Hahn mostra che queste componenti erano presenti all’inizio della colonizzazione, sfidando una visione teleologica della storia verso la libertà e l’indipendenza basata sulla proprietà privata e sui diritti politici.
Più vicino agli eventi contemporanei, Hahn sostiene che gli “impulsi fascisti” erano profondamente radicati nella società civile e in alcuni settori del regime negli anni ’20 e ’30. Ad esempio, l’American Legion, un’associazione di veterani di guerra statunitensi nata per reprimere il movimento operaio, era “sovvenzionata dalle grandi aziende e dalla National Association of Manufacturers e schierava gruppi di vigilantes per reprimere gli scioperi e attaccare gli organizzatori sindacali, soprattutto quando il Congress of Industrial Organizations (CIO) iniziò ad espandersi”4. Hahn mette poi in luce il riassetto ideologico e politico dell’estrema destra nell’America del secondo dopoguerra. Le minacce rappresentate dall’Unione Sovietica e dai diritti politici fondamentali per i neri hanno accentuato il senso di cambiamento indesiderato per ampie fasce della popolazione americana. Tuttavia, le tendenze illiberali non sono arrivate solo attraverso il maccartismo, George Wallace o il “law and order” di Nixon, ma hanno continuato a guadagnare slancio nei decenni successivi. Basandosi sul libro di Elizabeth Hinton From The War on Poverty to the War on Crime, Hahn individua nell’intensificazione della repressione statale contro le comunità nere e nella militarizzazione della polizia i segni distintivi del neoliberismo in America. In questa ottica, la presidenza Trump è emersa come risultato di una politica mainstream che aveva già rafforzato le grandi aziende, attaccato i diritti dei lavoratori, i diritti democratici e le minoranze e svuotato i resti dello stato sociale5. La sua natura e la sua politica sono conformi a una ripetizione in forma più acuta di queste profonde dinamiche – situazione che Hahn coglie con precisione: in America, “le soluzioni illiberali sembrano sempre essere la soluzione ai problemi individuati dai liberali”6.
La particolare vena di “soluzioni illiberali” in atto nell’America di oggi è ben rintracciata da Gerstle, il quale sostiene che l’ordine neoliberista sia terminato negli anni 2010, sebbene alcune caratteristiche importanti del neoliberismo permangano ancora. Un “ordine politico” – concetto che si basa sul suo precedente lavoro sul New Deal con Steve Fraser – si riferisce a un periodo in cui l’economia, la politica e l’ideologia generale si muovono entro i confini da esso definiti, in una dinamica di reciproco rafforzamento7. Al suo interno, le differenze tra le élite politiche e ideologiche non sono insignificanti, ma tendono verso un accordo generale. L’ordine neoliberista è stato istituito in risposta al declino del precedente ordine del New Deal. Per decenni, l’ordine neoliberista “ha convinto la grande maggioranza degli americani che il libero mercato avrebbe liberato il capitalismo da inutili controlli statali e diffuso la prosperità e la libertà personale tra tutti gli americani e poi in tutto il mondo”8. Ciò contrastava con l’ordine del New Deal, che si basava sull’accettazione dello Stato come attore chiave nell’influenzare le dinamiche sociali, nella mitigazione del potere delle imprese e nell’espansione del governo federale, tra le altre caratteristiche.
Gerstle sottolinea che la crisi economica degli anni ’70 è stata fondamentale per l’emergere del neoliberismo. Al centro di un intricato scenario degli anni ’60 e ’70 c’erano le tensioni tra le classi, ricche di opportunità per la classe lavoratrice. Il neoliberismo era in gestazione da tempo, ma la sua attuazione fu un processo arduo, frutto della lotta di classe e intriso delle sue contingenze. Se gli Stati Uniti uscirono dalla guerra come il paese capitalista più forte, furono costretti a condividere il potere a livello mondiale con l’Unione Sovietica. Sebbene la burocrazia sovietica continuasse a svolgere il ruolo di conciliatore tra classi in ogni occasione, la sua esistenza rappresentava comunque una sfida diretta agli Stati Uniti.
Una lotta di classe acuta è emersa all’indomani della seconda guerra mondiale e nei decenni successivi. Conflitti più decisivi hanno preso forma nella “periferia” del mondo subito dopo la guerra, come nel caso della Grecia. Nei paesi imperialisti, gli anni ’60 e ’70 sono stati decenni di massicci movimenti contro la guerra (tra cui la vivace lotta negli Stati Uniti contro la guerra in Vietnam), diritti civili radicali e alleanza tra studenti e lavoratori. Il neoliberismo si è consolidato grazie a un particolare rapporto di forze che si basava sulla sconfitta di queste importanti lotte in tutto il mondo. È essenziale comprendere come questi scontri e tensioni politiche abbiano plasmato il mutamento dell’ordine; altrimenti, il neoliberismo (o qualsiasi altro “ordine” secondo la definizione di Gerstle) potrebbe apparire come un fenomeno a sé stante, distaccato dalle tensioni più profonde tra le classi9.
Il costo politico del neoliberismo
Durante il New Deal e l’ordine neoliberista non sono sorti nuovi partiti politici di rilievo negli Stati Uniti e il regime ha mantenuto le sue caratteristiche. Tuttavia, il rapporto tra la classe lavoratrice e il regime bipartitico è cambiato in modo sostanziale. L’ordine del New Deal ha portato la classe lavoratrice nell’elettorato del Partito Democratico, così come i neri e altri gruppi minoritari. I primi sono stati conquistati dallo stretto rapporto dell’amministrazione Roosevelt con i sindacati, per sedare le espressioni più radicali della lotta di classe e integrare l’emergente sindacalizzazione di massa nel regime bipartisan. I secondi sono stati consolidati nell’elettorato del Partito Democratico grazie alla legislazione sui diritti civili.
La flessibilità non è mai stata una caratteristica del regime politico americano, ma esso si è ulteriormente irrigidito nel corso dei decenni, dopo la fine della segregazione razziale e durante il neoliberismo. Si è verificato un doppio cambiamento: il lungo processo di passaggio dei Dixiecrats [democratici del sud con posizioni tipicamente più a destra, ndt] al Partito Repubblicano e quello dei repubblicani più liberali al Partito Democratico. Ciò è stato accompagnato da una diminuzione della collaborazione bipartisan e dall’emergere di differenze più profonde sulle traiettorie auspicabili per gli Stati Uniti che hanno preso forma nell’ambito del neoliberismo. È importante inquadrare questo processo come il risultato di un cambiamento programmatico in entrambi i partiti. Il Partito Repubblicano ha consolidato il suo conservatorismo, mentre i Democratici hanno cercato di inglobare nelle loro file il blocco elettorale in espansione delle minoranze. Il riassetto di entrambi i partiti ha messo a dura prova il regime bipartisan esistente, portandolo all’attuale rigidità dell’attività legislativa convenzionale. In altre parole, l’attuale regime ossificato può essere inteso come un “costo politico” del neoliberismo. Gli effetti duraturi di questa dinamica latente sono stati attenuati fintanto che il neoliberismo è rimasto un ordine politico: le differenze tra i partiti, per quanto nette, si basavano su un interesse comune a mantenere le basi del neoliberismo stesso.

Assalto al Campidoglio degli Stati Uniti d’America del 2021
La crisi economica del 2008 ha inferto un duro colpo al cuore di quell’ordine. Gli Stati Uniti ne sono stati l’epicentro e le sue ripercussioni hanno creato scosse di assestamento dal basso, tra cui Occupy Wall Street, il Tea Party e le campagne di Trump e Sanders nel 2016. Mentre il neoliberismo si stava dissolvendo, il regime politico ha continuato a funzionare con le stesse caratteristiche complessive. In termini generali, questo è stato il quadro fino al 6 gennaio 2021. A quel punto, Trump aveva già stravolto il Partito Repubblicano, ma la sua amministrazione ha continuato più o meno a operare entro i confini esistenti, anche se ha prefigurato i cambiamenti che avrebbero potuto verificarsi, alla prima opportunità buona. Il 6 gennaio è stato avviato un tentativo di presa di posizione bipartisan [contro l’assalto al Campidoglio ndt], che ha mostrato un certo livello di “riserve” a cui il regime può attingere ed è stato cruciale per fermare una crisi più profonda, ma queste misure hanno avuto vita breve. Alla fine hanno messo a nudo i limiti dell’establishment politico sviluppatisi durante il neoliberismo.
I cambiamenti in atto all’interno del Partito Repubblicano con Trump al timone hanno portato ad un adattamento alle sfide poste da un momento post-neoliberista. In questo senso, il 6 gennaio è stato un evento spartiacque, e le sue ripercussioni hanno dato libertà costituzionale al potere esecutivo attraverso il caso Trump contro gli Stati Uniti, rafforzando l’attuale amministrazione Trump. Allo stesso tempo, è impossibile comprendere l’ascesa di Trump all’interno del Partito Repubblicano e la sua vittoria nel 2024 senza analizzare il ruolo svolto dall’acquiescenza del Partito Democratico: aggrappato alla difesa dello status quo, senza la forza politica per approvare la maggior parte della “Bidenomics” e aggrappato all’“anti-trumpismo” come testimonianza della scarsità di idee nelle sue file.
Parigi 1934 e 6 gennaio
Il 6 gennaio 2021 è stato il punto più alto della crisi organica negli Stati Uniti. L’attacco al Campidoglio da parte dei membri del MAGA, incitati da un presidente sconfitto che aveva cercato di sovvertire le elezioni, ha mostrato al mondo intero la profondità delle sfide che il regime bipartisan stava affrontando. In The Tyranny of the Minority, Levitsky e Ziblat affrontano il tema del 6 gennaio e le sfide alla democrazia che gli Stati Uniti devono affrontare oggi attraverso l’esempio storico delle rivolte filofasciste a Parigi il 6 febbraio 1934. In entrambi i casi di svolta autoritaria, gli autori sottolineano la centralità di attori che definiscono “democratici semi-leali”, ovvero coloro che capitolano alle minacce nei confronti della democrazia per convenienza politica.
In Francia, i primi anni dopo il crollo del 1929 furono meno duri rispetto ad altri paesi europei. Le sue istituzioni politiche ne uscirono indenni rispetto, ad esempio, all’Italia e alla Germania. Ma nel 1934 la situazione era cambiata: la crisi economica aveva colpito duramente, provocando una polarizzazione sociale e politica. Negli anni precedenti si erano formate diverse leghe filofasciste. Il 6 febbraio si riunirono in Place de La Concorde a Parigi per lanciare un assalto alla Terza Repubblica francese e ripudiare il governo di coalizione del Partito socialista francese e del Partito radicale. Anche se il colpo di Stato non si concretizzò, migliaia di manifestanti fascisti, guidati da vere e proprie milizie, marciarono verso la Camera dei deputati e cercarono di occuparne i locali. La mischia terminò lo stesso giorno, ma non prima che lo scontro tra le forze antifasciste e la polizia causasse 17 vittime. Questo episodio prefigurò gli orrori che sarebbero seguiti, ma soprattutto dimostrò che il fascismo era una strada percorribile per la Francia nel periodo tra le due guerre. Sconvolta dalla recessione degli anni ’30 e dalle conseguenze sociali e politiche della prima guerra mondiale, la Francia era in subbuglio, con le forze reazionarie e la classe lavoratrice e oppressa che prendevano l’iniziativa.
Per Levitsky e Ziblat, i “democratici semi-leali” della Federazione Repubblicana hanno avuto un ruolo decisivo nel crollo della democrazia parlamentare in Francia. I conservatori furono troppo indulgenti nella loro risposta alle rivolte fasciste e abbandonarono la commissione creata per indagare sugli eventi del 6 febbraio. Nelle parole di Levitsky e Ziblat: «Il rapporto della commissione che ne risultò era praticamente inefficace. In assenza di responsabilità per gli eventi del 6 febbraio, la democrazia francese fu gravemente indebolita. Nel giro di sei anni, sarebbe morta». Da un punto di vista liberale, gli autori hanno analizzato gli eventi concentrandosi sulle istituzioni politiche, come se la loro relativa autonomia fosse più vicina all’assoluta autonomia. Durante quei sei anni, tuttavia, la situazione politica cambiò e la lotta decisiva si svolse altrove. Al centro della scena non c’erano né i democratici semi-leali né quelli leali, ma i lavoratori, le organizzazioni dei lavoratori e i partiti socialista e comunista, sebbene con prospettive diverse. La Francia in questi anni decisivi fu teatro di una delle prime esperienze di fronte popolare. Nel maggio 1935, il ministro degli Esteri francese Pierre Naval e il ministro degli Esteri sovietico Maxim Litvinov firmarono il Trattato di mutua assistenza. Questo trattato segnò un brusco cambiamento nell’impostazione della Terza Internazionale stalinizzata – dalla politica di estrema sinistra del Terzo Periodo alla collaborazione di classe aperta; come una delle conseguenze del trattato, l’Unione Sovietica approvò il riarmo militare della Francia. Il fronte popolare (Front Populaire) fu razionalizzato retoricamente dal Partito Comunista come un esempio della tattica del “fronte unico” elaborata dalla Terza Internazionale nel 1921 e nel 1922.
In realtà era tutt’altro che un fronte unico. Il fronte unico è una tattica volta a unire le forze della classe lavoratrice contro la borghesia. Implica costringere le diverse dirigenze della classe lavoratrice, come i sindacati, le federazioni sindacali, i partiti socialisti (la SFIO in Francia, allora) e comunisti e altre organizzazioni a “colpire insieme” intorno a un obiettivo specifico. La completa indipendenza politica, compresa la libertà di coloro che sono coinvolti di criticare la politica di altri partiti o gruppi, rimane tuttavia di vitale importanza. Attraverso un’esperienza politica comune nella lotta di classe che unisce le file della classe lavoratrice e un corretto orientamento dei gruppi rivoluzionari, il fronte unico può accelerare lo sviluppo di un partito rivoluzionario con un’influenza di massa e porre la necessità di un governo operaio, nel contesto dato, per evitare il fascismo e la guerra10.

Attivisti a Washington DC, protestano contro il denaro delle corporation in politica nel gennaio 2015, nel quinto anniversario della sentenza Citizens United
Il fronte popolare, al contrario, è un blocco della direzione della classe lavoratrice con i partiti borghesi. Quando il Partito Comunista si unì al fronte popolare, pretendeva di rappresentare gli interessi nazionali. Ma in realtà l’obiettivo del fronte popolare è quello di subordinare gli interessi e la politica della classe lavoratrice ai loro nemici di classe. Prima della fine della Terza Repubblica francese con l’invasione dell’esercito tedesco, ci fu una massiccia ondata di attività della classe lavoratrice, con l’occupazione delle fabbriche (che ispirò gli scioperi dell’UAW a Detroit) e scontri tra forze antifasciste e fasciste nelle strade. Espandere questa ondata in una politica egemonica della classe lavoratrice era l’unica strada per prevenire la catastrofe del fascismo e della seconda guerra mondiale. Tuttavia, l’adozione dell’approccio del fronte popolare in Francia, Spagna e diversi altri paesi, compresi gli Stati Uniti, ha sistematicamente precluso questa possibilità.
Trump 2.0 in un regime fossilizzato
Le tensioni nel regime politico statunitense sono intrinsecamente legate alla lotta di classe. Guardando alla Francia del 1934, la politica traditrice dello stalinismo, che oscillava dall’ultra-sinistra al Fronte Popolare, ha svolto un ruolo cruciale nell’impedire una risposta da parte della classe lavoratrice. Il regime politico, la struttura dei partiti tradizionali e l’assenza di un forte partito comunista sono alcune delle differenze tra la Francia del 1934 e gli Stati Uniti di oggi. Anche lo status della Francia nella politica internazionale dell’epoca e quella degli Stati Uniti oggi sono molto diverse. Tuttavia, l’episodio del 1934 e le sue conseguenze mettono in luce tendenze generali rilevanti per gli Stati Uniti attuali, e non per le ragioni evidenziate da Levitsky e Ziblat.
Trump 2.0 è direttamente collegato al 6 gennaio. L’assalto al Campidoglio rappresenta il punto più debole del regime politico americano dopo la seconda guerra mondiale. La commissione incaricata di indagare sul 6 gennaio non era così pro forma come quella francese: è servita come base per il secondo processo di impeachment (fallito) contro Trump. L’FBI, già sotto pressione e divisa, ha arrestato oltre 900 persone e l’estrema destra è stata messa sulla difensiva. Tuttavia, il Partito Repubblicano ha rapidamente scelto di abbracciare nuovamente Trump. I “democratici semi-leali” hanno intrapreso la via dell’appeasement, ribaltando il loro precedente ripudio di Trump relativamente ai fatti del 6 gennaio11. La decisione della Corte Suprema relativa al 6 gennaio ha stabilito che i presidenti non possono essere incriminati per reati commessi durante il loro mandato, una sentenza storica che ha aperto la strada a un esecutivo più forte. Le conseguenze del 6 gennaio sono anche responsabilità dei democratici, che avevano fatto del loro meglio per incanalare Black Lives Matter alle urne e, in seguito, per contenere e “amministrare” le sfide che sono emerse dal movimento sindacale e dal movimento pro-palestina.
La vittoria di Trump si è basata su una coalizione di diversi blocchi di capitale e su una base MAGA composta da settori della classe media, rurale e lavoratrice. Il programma contorto di Trump contrasta con il poco che il Partito Democratico ha da offrire. Basato sul Progetto 2025 e forte di una vasta rete di think tank, Trump 2.0 è un tentativo di combinare un esecutivo più forte, a scapito del Congresso, l’acquiescenza della Corte Suprema all’esecutivo e un programma di austerità “classico”. Un’ideologia populista ferocemente anti-immigrati unisce provvisoriamente questi vari aspetti ingombranti, giustificando e articolando l’agenda di Trump attraverso un programma xenofobo e nazionalista; tuttavia, i recenti sviluppi a Los Angeles hanno mostrato gli importanti limiti di questa retorica nel tenere unita la coalizione. L’inettitudine del Partito Democratico ha spinto una parte delle grandi aziende tecnologiche verso Trump, con la promessa di incentivi fiscali, deregolamentazione e l’impegno a non usare le leve dello Stato contro le loro aziende.
Contrariamente ad alcune interpretazioni, l’amministrazione Trump non sta agendo per ridurre le dimensioni del governo in sé e per sé; piuttosto sta politicizzando l’apparato statale che è in vigore dal secondo dopoguerra. Dopo la guerra, lo Stato USA si è espanso in modo drammatico. Storicamente, l tentativo di lanciare la posizione egemonica degli USA nell’ordine internazionale, quindi un esecutivo più forte e uno Stato più centralizzato, hanno portato alla creazione di una miriade di agenzie, uffici e programmi federali. Il “nuovo ordine” del New Deal aumentò i poteri del governo federale, ma si basava sui diritti degli Stati e sulla segregazione razziale. Dopo la seconda guerra mondiale, principalmente attraverso la legislazione sui diritti civili, il governo federale assunse i “poteri di polizia” degli Stati, sfidando la ‘supremazia’ di questi ultimi. Trump cerca di smantellare e riorganizzare selettivamente l’apparato burocratico per concentrare il potere nell’esecutivo con il pretesto di “prosciugare la palude”.
Di conseguenza, sta emergendo un bonapartismo più forte rispetto al primo mandato del Tycoon12. La natura incredibilmente antidemocratica del regime politico (mantenuto da entrambi i partiti) favorisce in modo sproporzionato il Partito Repubblicano al Congresso. In combinazione con la capacità di Trump di usare la macchina statale contro i nemici e premiare gli amici, il Partito Repubblicano sta cedendo attivamente l’autorità tradizionale del Congresso. La maggioranza conservatrice della Corte Suprema favorisce Trump e le sue ambizioni presidenziali. Ciò non equivale tuttavia a un sostegno incondizionato; come è avvenuto in diverse questioni, la Corte Suprema non rinuncerà completamente alla sua indipendenza istituzionale.
La resistenza contro i rapimenti e le operazioni dell’ICE a Los Angeles ha reintrodotto la lotta di classe aperta sullo scacchiere della crisi organica. Le mobilitazioni a Los Angeles sono state composte da lavoratori, giovani e settori popolari che sfuggono al controllo dei sindacati; la risposta tiepida di questi ultimi agli scandalosi attacchi contro gli immigrati indica il loro adattamento sia al regime bipartisan che agli strati più conservatori delle loro file. Negli ultimi anni, con importanti eccezioni come il BLM nel 2020, la crisi organica è stata più intensa a livello di contraddizioni che si sono espresse nei ranghi del regime bipartisan. Le esigenze del nuovo momento si sono scontrate con un regime sempre più ossificato, in una dinamica in cui il Partito Democratico, il partito dello status quo, ha pagato pegno concentrando le sue energie nell’impedire che la crisi traboccasse dai confini del regime. Il prezzo è alto, perché finora la difesa del regime è avvenuta a spese del partito. Le leadership sindacali sono state un collaboratore decisivo; l’amministrazione Biden può essere intesa come un tentativo di incorporare alcuni leader della sinistra progressista nei progetti politici dell’amministrazione, combinato con una semi-paralisi legislativa imposta dall’ala più conservatrice del Partito Democratico, impegnata in uno sforzo costante per mantenere i problemi della classe lavoratrice e degli oppressi separati dalla politica.
L’amministrazione Trump è concentrata su molti obiettivi complessi, alcuni dei quali sono interconnessi e altri in conflitto tra loro. A quelli citati in precedenza, dovremmo aggiungere il riposizionamento degli Stati Uniti sulla scena mondiale. La svolta “nazionalista” attesta il forte declino dell’egemonia statunitense dopo il 2008; i dazi di Trump possono anche essere visti come un metodo caotico per gestire questo ridimensionamento mantenendo l’iniziativa. L’atteggiamento per cui “Trump fa il duro, ma alla fine si tira sempre indietro” (“Trump Always Chickens Out”), deriva dallo scontro tra l’ambizione di questo progetto e le sfide di una potenza globale in declino. L’Europa ha risposto con un aumento considerevole della spesa militare. Questo da solo richiederebbe la piena attenzione dell’amministrazione, che si trova a combattere su altri fronti.
In questo scenario politico, l’amministrazione è costretta a sovraccaricarsi eccessivamente, aumentando le tensioni tra Trump e i suoi avversari politici, sia nazionali che internazionali. Inoltre, questo introduce una maggiore volatilità nella situazione, che a sua volta costringe i suoi bersagli a reagire. L’ingresso della lotta di classe sulla scena – come la lotta contro le retate contro gli immigrati a Los Angeles – modella e rimodella queste reazioni, esacerbandole ulteriormente. Ci sono stati diversi tentativi di ridurre le contraddizioni e aggirare l’azione di Trump – dall’operazione per raffreddare le tensioni con il governo federale in California alle pressioni esercitate da alcune ali del capitale finanziario contro i dazi elevatissimi voluti dal presidente; tuttavia, questi movimenti consumano gli attori coinvolti, aumentano nel lungo periodo le stesse tensioni che cercano di attenuare e hanno esiti imprevedibili. Risultati imprevedibili sono anche il frutto dell’approccio dell’amministrazione alla politica internazionale, che a sua volta influisce sulla sua stessa coalizione e, in una certa misura, sul regime. Al momento della stesura di questo articolo, Trump ha affermato che gli attacchi degli Stati Uniti alle infrastrutture nucleari iraniane hanno effettivamente imposto un cessate il fuoco tra l’Iran e Israele, dopo che quest’ultimo ha attaccato le basi militari iraniane e il primo ha reagito con attacchi in Israele. L’attacco di Trump all’Iran ha suscitato forti critiche da parte di personaggi pubblici del MAGA, tra cui Steve Bannon e Tucker Carlson sono gli esempi più eclatanti. La situazione è ben lungi dall’essere risolta.
Le ripercussioni della lotta di classe determinano e rimodellano, almeno in parte, un regime logorato dalla fine dell’ordine mondiale neoliberista. È in risposta a questo terreno mutevole, sia dall’alto da parte dello Stato e delle sue istituzioni, sia dal basso nella risposta della classe lavoratrice, che il vecchio ordine politico e i tratti emergenti di questo nuovo momento si scontrano, coesistendo in una tensione reciproca sia a livello nazionale che internazionale. Questo crea le condizioni per bruschi cambiamenti nella situazione politica, sia a destra – sotto forma di un approfondimento del bonapartismo e di misure autoritarie – sia a sinistra – con un maggiore grado di attività conflittuale della classe lavoratrice e degli oppressi. La possibilità di una “de-escalation”, per quanto costosa e imprevedibile, è una risorsa essenziale del regime. Sebbene il movimento sindacale negli Stati Uniti sia in crescita da diversi anni, spinto dal BLM e dalla Generazione U, e il movimento per la Palestina abbia rilanciato il movimento studentesco, il livello complessivo della lotta di classe negli Stati Uniti non giustifica un attacco frontale al regime bipartisan da parte delle forze fasciste per preservare gli interessi dell’imperialismo americano. Non siamo sotto il fascismo in America, poiché la borghesia finanziaria non ha ancora giocato la sua ultima carta; e non c’è un massiccio armamento della piccola borghesia con l’obiettivo di distruggere le istituzioni della classe lavoratrice e della democrazia capitalista. La situazione politica non è priva però di tendenze fasciste, nella misura in cui il bonapartismo le cova al suo interno. Nel 1934 Trotsky argomentò contro il Partito Comunista Francese e coloro che basavano il loro orientamento politico su una netta differenziazione tra democrazia capitalista e fascismo: «tra la democrazia parlamentare e il regime fascista, una serie di forme di transizione, una dopo l’altra, si interpone inevitabilmente, ora “pacificamente”, ora con la guerra civile». Le tensioni verso una stabilizzazione relativamente provvisoria del regime bipartitico o l’ulteriore sviluppo delle caratteristiche bonapartiste – o anche l’aumento dell’attività della classe lavoratrice e degli oppressi – non saranno decise solo sulla scena nazionale. Le iniziative della classe lavoratrice e degli oppressi in tutto il mondo, dalla Palestina all’Europa, all’Asia, all’Africa e all’America Latina, determineranno le risposte della borghesia imperialista. In questo interregno, solo le azioni di lotta decise della classe lavoratrice e degli oppressi possono combattere l’avanzata dell’estrema destra e, così facendo, difendere i loro interessi storici.
Daniel Kóvacs
Questo articolo fa parte del numero 9, novembre 2025, della rivista Egemonia.
Note
1 : Come ho approfondito in articoli precedenti, “Il concetto gramsciano di crisi organica intreccia tre componenti: 1) gli antagonismi tra i ‘rappresentanti’ e i ‘rappresentati’; 2) la messa in discussione della capacità della classe dominante di guidare la nazione; e 3) una crisi dell’autorità statale. L’emergere della crisi organica negli Stati Uniti è stato il risultato della crisi del neoliberismo e ha spinto diversi settori della società ad agire nel contesto di questa crisi di egemonia».
2 : Hahn ricorda al lettore il contenuto completo del «City on a Hill» di John Winthrop…
3 : Secondo gli autori, “i democratici semi-lealisti, al contrario [dei democratici lealisti], negano o minimizzano gli atti violenti o antidemocratici dei loro alleati. Possono attribuire la responsabilità della violenza a operazioni sotto falsa bandiera. Possono minimizzare l’importanza dei comportamenti antidemocratici, sviare le critiche richiamando l’attenzione su comportamenti simili (o peggiori) dell’altra parte, o giustificare o perdonare in altro modo tali atti. I semi-lealisti spesso cercano di ottenere entrambe le cose: esprimono disapprovazione per i metodi dei perpetratori, ma simpatizzano con i loro obiettivi. Oppure possono semplicemente rimanere in silenzio di fronte agli attacchi violenti alla democrazia”. Levitsky e Ziblatt, Tyranny of the Minority, pp. 43-44.
4 : Hahn continua: “In effetti, la Legione faceva parte di una vasta rete di gruppi più recenti e organizzazioni consolidate attraverso le quali le idee fasciste potevano circolare e trovare un pubblico ricettivo”. Hahn, Illiberal America, p. 239.
5 : Ibid., 342–43.
6 : Ibid., 173.
7 : Fraser, Steve, e Gary Gerstle, eds. The Rise and Fall of the New Deal Order, 1930-1980. Princeton, N.J: Princeton University Press, 1989.
8 : Gerstle, The Rise and Fall of the Neoliberal Order, p. 297.
9 : Come riassume Emilio Albamonte: «Il neoliberismo è stato una soluzione reazionaria al rapporto indeterminato di forze risultante dall’esito contraddittorio della Seconda guerra mondiale, che era stato rinviato dall’ordine di Yalta, da cui la sua importanza storica. È stato imposto dalle dittature dell’America Latina – in Cile, Bolivia, Argentina, ecc. – che sono state utilizzate come “esempio”. Hanno sconfitto scioperi molto potenti come quelli dei minatori britannici, gli scioperi in Italia e lo sciopero dei controllori del traffico aereo sotto il governo Reagan che aveva paralizzato l’economia statunitense. Hanno sconfitto questi e molti altri processi, per poi diffondersi in Cina, raggiungendo un importante periodo di relativa stabilità che è stato chiamato «neoliberismo». E hanno imposto quell’ideologia che sarebbe diventata “la più vincente della storia”, come ha detto Perry Anderson. Questo è ciò che si è esaurito nel 2008″.
10 : Nel 1921 e nel 1922, quando la tattica fu formulata, essa si basava sui partiti comunisti, che in quel momento non avevano un’influenza egemonica sulla classe lavoratrice, per espandere la loro portata e guidare vaste fasce della classe lavoratrice e degli oppressi. Con la politica termidoriana dello stalinismo, l’Opposizione di Sinistra e poi il movimento per una Quarta Internazionale portarono avanti il carattere rivoluzionario della tattica.
11 : Levitsky e Ziblat precisano: «Il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, e il leader della minoranza alla Camera, Kevin McCarthy, hanno seguito alla lettera il copione dei semi-lealisti. Si sono impegnati in una politica di appeasement durante tutta la presidenza Trump, acconsentendo al comportamento antidemocratico di Trump e proteggendolo dall’impeachment e dalla destituzione. Sia McConnell che McCarthy sapevano che Biden aveva vinto le elezioni del 2020 ed erano preoccupati dal rifiuto di Trump di accettare la sconfitta. Entrambi erano sconvolti dall’insurrezione del 6 gennaio, ne attribuivano la responsabilità a Trump e in privato dicevano ai colleghi che avrebbe dovuto essere destituito. […] Quando è diventato chiaro che la maggior parte degli elettori repubblicani rimaneva fedele a Trump, tuttavia, i leader del GOP sono tornati alla politica di appeasement». Levitsky e Ziblatt, Tyranny of the Minority, 126,127.
12 : Il bonapartismo si riferisce a una forma di governo che nasce dall’incapacità della borghesia di governare come prima. Si affida più direttamente all’apparato statale, alla burocrazia, all’esecutivo e alle forze armate a scapito del Congresso. Il suo obiettivo è difendere la proprietà privata e imporre l’ordine, evitando scontri decisivi.