Gli scioperi politici in Italia contro il genocidio sionista in Palestina tra il 22 settembre e il 4 ottobre hanno aperto numerosi dibattiti a sinistra. Il più cogente è certamente quello che riguarda la possibilità di coltivare e allargare la breccia che si è aperta con i momenti di massa che abbiamo vissuto nelle ultime settimane. Per arricchire questo dibattito presentiamo alcune riflessioni a partire da uno dei testi di Rosa Luxemburg che più di ogni altro ha affrontato la relazione tra sciopero politico e sciopero economico: Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati.
Introduzione
Nei quasi due decenni che sono ormai seguiti alla grande crisi economica e finanziaria del 2007–2008, l’Italia è stata spesso considerata come uno dei paesi europei con il più basso livello di conflitto di classe. Questa lettura, sebbene tenda a sottostimare la rilevanza di alcuni importanti conflitti sui luoghi di lavoro, ha due meriti. Da un lato, aiuta a inquadrare una tendenza generale – e cioè, l’incapacità della classe lavoratrice di agire e incidere come soggetto collettivo sulla scena nazionale. Dall’altro lato, fotografa, giusto o sbagliato che sia, il pensiero comune a sinistra. Non sorprende quindi che quanto successo tra il 22 settembre e il 4 ottobre abbia stupito molti. Nel giro di poche settimane, il paese europeo che più sembrava arretrato in termini di conflitto sociale si è improvvisamente trasformato in quello che ispirava gli altri: ‘fare come in Italia’ è così presto diventato uno dei principali slogan con il quale da Parigi a Berlino, e da Madrid a Londra si chiamavano proteste in solidarietà con il popolo palestinese e contro il genocidio sionista.
La sorpresa ha ovviamente stimolato anche l’appetito per la spiegazione. Com’è sorto questo movimento? E perché un paese che ha visto una dinamica di conflitto economico e sociale non particolarmente acceso nell’ultimo decennio ha potuto dar vita a due scioperi politici con carattere di massa? La seconda domanda, come proverò ad argomentare, porta con sé il frutto avvelenato di una concezione teorica sbagliata – ovvero, la rappresentazione dello sciopero politico come prodotto maturo di una lunga fase di scontri economici. Una volta che si accetti questa lettura, e quando la fase di conflittualità economica precedente non è in grado di dare conto dello scoppio dello sciopero politico, rimane infatti una sola via d’uscita: la spiegazione etico-morale. Proprio in questi termini, il dirigente di Potere al Popolo, Salvatore Prinzi (2025), durante l’assemblea nazionale chiamata dal suo partito e intitolata ‘il momento di cambiare tutto’ dello scorso 25 ottobre ha posto la questione:
“l’Italia è un paese molto strano, dove sotto le ceneri un certo sentimento non ha mai smesso di ardere e bruciare […] noi siamo la testimonianza che una certa spinta etica, in un senso nobile, nel senso in cui ne parlava Gramsci […] questa cosa gli Italiani, che siamo un paese stranissimo, dove ci raccontiamo sempre di essere dei pecoroni, di non avere il coraggio di ribellarsi, in realtà a volte ce lo abbiamo molto più chiaro di altri paesi, che sì si mobilitano sul loro, ma non guardano la dimensione mondiale, non si sento affratellati come noi spesso abbiamo fatto in passato con i popoli del Sud del Mondo, con i popoli che resistono, popoli che non sono solo vittime, ma soggetti della loro storia […]”

Momento dell’assemblea nazionale “Cambiamo Tutto” convocata da Pap
Il punto non è scorretto a tutto tondo. In ogni paese esiste una peculiare tradizione di lotta, con il proprio repertorio di azioni, con alcuni temi particolarmente sensibili, e con un portato storico che rende alcune mobilitazioni più probabili di altre. Quando però tutta l’enfasi si piega su un versante culturalista, la spiegazione è molto poco convincente. In termini generali, quanto si argomenta è molto difficile da sconfessare: da un certo punto di vista Prinzi ha ragione perché non può avere torto. Francamente non saprei dire, ma penso di non essere il solo al riguardo, se il grado di internazionalismo medio del potenziale manifestante italiano sia più alto o basso di quello spagnolo, britannico, tedesco o francese. Per buona parte del 2023, quando Londra è stata ripetutamente attraversata da cortei oceanici in sostegno alla Palestina mentre a Roma la loro dimensione era molto più limitata, qualcuno avrebbe potuto sostenere esattamente l’opposto di quanto Prinzi faccia oggi. In maniera più specifica, risulta sorprendente che chi si situa nella tradizione marxista conceda così poco spazio alle forze materiali, al loro articolarsi e scontrarsi. Forse proprio da qui conviene però partire per cercare una spiegazione più soddisfacente. Lo facciamo appoggiandosi ad un “classico” della nostra tradizione: ovvero rileggendo quello scritto di Rosa Luxemburg che più di ogni altro ha colto la dinamica complessa e unitaria che esiste tra sciopero politico e sciopero economico. Prima di procedere, due piccole note. La prima è forse banale, ma conviene comunque ricordare che, approcciando un testo di 120 anni fa riguardante la prima rivoluzione russa, quella del 1905, è fin troppo ovvio che qualsiasi forma di mera trasposizione sia scorretta in partenza. La nostra lettura mira quindi a cogliere se e in che modo alcune delle tendenze messe in evidenza da Luxemburg siano ancora valide e soprattutto utili per guidare il nostro agire politico. In secondo luogo, ogni volta che è stato possibile, il riferimento bibliografico citato proviene da quella che rappresenta a tutti gli effetti una miniera straordinaria per chiunque sia interessato ad approfondire Rosa Luxemburg: è infatti in corso la pubblicazione delle sue opere complete da parte della casa editrice inglese Verso. Al momento sono disponibili i primi 5 volumi, che coprono gli scritti economici e quelli sulle rivoluzioni. Una mole senza precedenti di articoli e saggi è quindi per la prima volta disponibile ad un pubblico internazionale, permettendo una valutazione più precisa della dinamica dello sviluppo del pensiero di una delle massime figure del socialismo rivoluzionario nel ventesimo secolo.
Un pamphlet che ha fatto storia: Lo sciopero di massa di Rosa Luxemburg
Dopo aver trascorso alcuni mesi in prigione per la sua partecipazione all’insurrezione polacca del dicembre 1905, Rosa Luxemburg si recò a Kuokkala, in Finlandia, dove discusse a lungo della rivoluzione russa del 1905 con alcuni dei massimi dirigenti bolscevichi, tra i quali Aleksandr Bogdanov, Lev Kamenev, Vladimir Lenin e Grigorij Zinov’ev. Durante il suo soggiorno in Finlandia, il Comitato Esecutivo del Partito Socialdemocratico (SPD, secondo l’acronimo tedesco) dello Stato Federale di Amburgo e le Associazioni Socialdemocratiche di Altona, Ottensen e Wandsbek le commissionarono la stesura di un opuscolo sulla rivoluzione russa, che sarebbe diventato una delle sue opere più famose: Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati.

Copertina del libro “Lo sciopero di massa, il partito, i sindacati”
In questo scritto, Luxemburg si rivolgeva a due pubblici molto diversi. Da un lato, intendeva infatti parlare al movimento rivoluzionario internazionale e ai settori più militanti e coscienti della classe operaia europea. Sebbene la controrivoluzione fosse riuscita a schiacciare violentemente le aspirazioni di emancipazione suscitate dalla rivoluzione russa, quest’ultima rappresentava comunque un evento storico per il proletariato: per la prima volta nella storia, la classe operaia aveva svolto un ruolo di primo piano in una rivoluzione su scala nazionale. Descrivendo la genesi e lo sviluppo del movimento rivoluzionario, Luxemburg mirava così a far conoscere gli eventi russi oltre i confini del paese e, di conseguenza, a rafforzare la fiducia della classe operaia europea nella propria capacità di incidere sugli eventi politici. Dall’altro lato, voleva però utilizzare l’opuscolo come un’arma nella lotta interna contro l’ala destra dell’SPD e contro la burocrazia sindacale, già emersa e sempre più potente all’interno del movimento operaio tedesco. Non era la prima volta che Luxemburg intraprendeva un simile confronto: già in Riforma sociale o rivoluzione? (1899) aveva criticato con forza la strategia gradualista e parlamentare per raggiungere il socialismo sostenuta da Eduard Bernstein.
La distanza ideologica tra la sinistra e la destra all’interno della SPD era immensa e finiva per investire ogni ambito politico. Tuttavia, al centro del disaccordo vi era, in larga misura, una diversa comprensione della storia. Utilizzando l’esperienza ‘viva’ dello sciopero di massa in Russia come cartina di tornasole, Rosa Luxemburg cercava di chiarire perché le sue idee fossero radicalmente divergenti rispetto alle tendenze riformiste della SPD. Così facendo, sperava di conquistare i settori più radicali della classe operaia tedesca.
All’inizio del XX secolo, il consenso generale all’interno del movimento socialdemocratico europeo riteneva la Russia zarista in procinto di vivere la sua ritardata rivoluzione borghese. A eccezione della voce isolata di Lev Trotskij (1906), che aveva tratto conclusioni radicalmente diverse dal ruolo guida del proletariato nella rivoluzione russa del 1905, tutti gli altri partiti e leader della sinistra rivoluzionaria concordavano sul fatto che il socialismo non fosse ancora all’ordine del giorno.
La visione condivisa secondo cui il compito della prossima rivoluzione russa fosse l’eliminazione dell’assolutismo e l’instaurazione di uno Stato costituzionale borghese moderno nascondeva, tuttavia, disaccordi sostanziali. Poiché queste posizioni non mutarono in modo significativo negli anni successivi, rappresentarono la principale linea di frattura all’interno del campo socialista durante la rivoluzione russa del 1917 e meritano di essere qui brevemente richiamate. Sulla destra del movimento socialdemocratico si trovavano i menscevichi russi e l’ala istituzionale dell’SPD tedesca. Questi sostenevano una concezione gradualistica e lineare della storia, fondata sull’idea che i paesi meno sviluppati dovessero seguire le orme di quelli più avanzati. Di conseguenza, concludevano come la Russia fosse destinata a vivere qualcosa di simile alla grande rivoluzione francese di fine settecento – cioè, una rivoluzione borghese in cui “solo la borghesia può mettersi alla testa e impadronirsi delle redini del potere” (Luxemburg 1908: 377). Questa posizione era però respinta da altri.
Sebbene le opinioni di Vladimir Lenin, Rosa Luxemburg e Karl Kautsky differissero riguardo al ruolo dei contadini e alla composizione del successivo governo post-rivoluzionario, tutti e tre concordavano sul fatto che la forza motrice della prossima rivoluzione borghese in Russia non potesse essere la borghesia (Löwy 1981). Contrariamente al modello classico della rivoluzione francese del 1789, forma e contenuto non sarebbero potuti coincidere nella Russia dei primi del Novecento. Infatti, proprio perché arrivava ‘tardi’ sulla scena europea, la rivoluzione russa si collocava in un contesto in cui l’ambiente storico e i rapporti di classe erano profondamente diversi rispetto a quelli dell’Occidente. Come sottolineava Luxemburg (1906: 241), non solo la grande industria era già diventata la forma predominante di produzione in Russia, contribuendo così a creare un proletariato moderno e combattivo, ma anche il contesto internazionale era “segnato dal declino della democrazia borghese.” Di conseguenza, mentre nelle ‘classiche’ rivoluzioni borghesi le masse lavoratrici erano state la fanteria all’interno di una coalizione nella quale rimanevano politicamente subordinate alla borghesia, che fungeva da forza rivoluzionaria dirigente, in Russia il rapporto tra le due classi si era invertito. Proprio l’attività rivoluzionaria proletaria e la sua leadership nella rivoluzione determinarono, secondo la ricostruzione di Rosa Luxemburg, tre conseguenze cruciali.
In primo luogo, la spinta delle masse proletarie spaventò e paralizzò la classe borghese al punto da gettarle “nelle braccia della controrivoluzione” (Luxemburg 1908: 391). Questo fenomeno non era del tutto nuovo: dopo la ‘Primavera dei popoli’ del 1848, di fronte all’emergere di una classe operaia organizzata, le varie borghesie nazionali degli Stati europei più sviluppati – ancora in attesa di una rivoluzione borghese ‘tardiva’ – cercarono alleanze con i loro ex oppressori per instaurare uno Stato costituzionale borghese, non attraverso una rottura rivoluzionaria, ma in modo graduale e incrementale. Ciò che era senza precedenti in Russia era tuttavia il grado di codardia della borghesia. Questa, per Luxemburg, non era una caratteristica personale o morale, ma rappresentava un attributo sociale e storico derivante dal suo ritardo.
In secondo luogo, il fatto che la forza motrice principale della rivoluzione russa fosse la classe operaia implicava che questa non rappresentasse l’ultima manifestazione delle rivoluzioni borghesi occidentali. Al contrario, proprio a causa del suo ritardo, “il paese più arretrato è ora in grado di indicare al proletariato della Germania e dei paesi capitalisti più avanzati le vie e i metodi della lotta di classe futura” (Luxemburg 1906: 243). Sviluppando questo argomento, Rosa Luxemburg perseguiva due obiettivi principali. Da un lato, rispondeva a coloro che, all’interno dell’SPD, sostenevano che le lezioni della rivoluzione russa non avessero molto da offrire alla classe operaia e alle organizzazioni socialdemocratiche dei paesi più sviluppati. Secondo costoro, ciò che era accaduto in Russia era frutto di condizioni domestiche peculiari, come “l’arretratezza politica” o “la mancanza di organizzazione e formazione del proletariato russo” (Ibid.: 230–231). Dall’altro lato, l’uso da parte di Luxemburg del concetto di “privilegio dell’arretratezza storica” le permetteva di sostituire l’idea di un tempo lineare, omogeneo e vuoto con una nozione di temporalità più complessa, eterogenea e stratificata (Trotskij 1932: 4). Nella visione di Luxemburg (1906: 246), la storia “non avanza simmetricamente, come una colonna rigida» una volta che «i paesi e gli strati arretrati hanno raggiunto i più avanzati.” Piuttosto determina esplosioni là dove le contraddizioni sociali sono mature, inaugurando situazioni rivoluzionarie inaspettate in cui “i ritardi vengono recuperati in pochi giorni o mesi, le disparità si compensano e, con un solo balzo, il progresso sociale nel suo complesso accelera a doppia velocità” (Ibid.: 247).
In terzo luogo, si deve evidenziare quello che risulta il fattore più importante: ovvero, la centralità sociale e politica della classe operaia urbana in una rivoluzione borghese-parlamentare metteva in evidenza la rilevanza storica dello sciopero di massa. Questo emergeva come lo strumento ‘naturale’ della lotta proletaria, capace di colpire simultaneamente lo sfruttamento economico capitalista e l’esclusione politica zarista. Per Luxemburg, lo sciopero di massa non è “un atto, un’azione individuale”, ma piuttosto “il concetto collettivo di un’intera epoca di lotta di classe che si estende per anni o addirittura decenni” (Ibid.: 222). Esso rappresenta “il polso vitale della rivoluzione e al tempo stesso la sua forza motrice più potente” (Ibid.).
La sua comprensione dello sciopero di massa differiva radicalmente da quella dell’ala destra della SPD e della burocrazia sindacale. Per questi ultimi, lo sciopero di massa era un semplice strumento tecnico, da proclamare a piacimento e da condurre nel modo più rigoroso e ordinato possibile. In questa visione, lo sciopero di massa era “un’enorme astensione proletaria […] intrapresa sulla base di un accordo tempestivo tra gli organi esecutivi del partito e dei sindacati” (Ibid.: 201). Questo atteso giorno sacro del proletariato, però, non arrivava mai.
Alcuni settori della burocrazia sindacale, temendo una repressione da parte dello Stato, arrivarono persino a sostenere un divieto totale dello sciopero di massa, mentre l’ala destra della SPD sosteneva che le forze proletarie – sia nel partito che nei sindacati – non fossero ancora abbastanza forti. Perciò, proponevano di utilizzare lo sciopero di massa solo in modo difensivo, come reazione all’eventuale scioglimento del parlamento da parte del governo. Tale argomento però – secondo cui le organizzazioni operaie non erano sufficientemente forti – poteva essere esteso all’infinito, fino al punto in cui si sarebbe dovuto aspettare che ogni singolo operaio in Germania fosse reclutato prima di poter proclamare lo sciopero. In sostanza, ciò equivaleva a rimandare all’infinito l’assalto decisivo.
Luxemburg (Ibid.: 236) rispose in due modi. In primo luogo, sottolineò che:
“I rapporti e le condizioni dello sviluppo capitalistico e dello Stato borghese comportano che, nel corso “normale” delle cose, senza lotte di classe turbolenti, determinati strati – e precisamente la maggioranza, i più importanti, i più oppressi del proletariato, quelli più schiacciati dal capitale e dallo Stato – non possano essere organizzati affatto.”
Ancora una volta, al lento, incrementale e lineare sviluppo propugnato dai riformisti, Luxemburg contrapponeva una concezione dialettica della storia, forgiata nelle fessure delle crisi del capitalismo. Queste crisi, determinando la perdita parziale del controllo sulla società da parte delle classi dominanti, aumentano gli spazi di manovra e azione per la classe lavoratrice. Come effetto, si dischiudono scenari che fino a poche settimane prima sembravano irreali. Luxemburg (1918: 194) chiarirà ancor più esplicitamente questa prospettiva commentando la seconda, e questa volta vittoriosa, rivoluzione russa:
“La vera dialettica delle rivoluzioni capovolge questa saggezza dei talponi parlamentari: non attraverso una maggioranza verso tattiche rivoluzionarie, ma attraverso tattiche rivoluzionarie verso una maggioranza.”
In altre parole, è solo nei periodi eccezionali di lotta che le organizzazioni socialdemocratiche, come si chiamava allora le forze rivoluzionarie, possono conquistare i settori più sfruttati e, di conseguenza, “i più radicali e tumultuosi” del proletariato (Luxemburg 1906: 239). Inoltre, Luxemburg sosteneva che l’esperienza concreta degli eventi russi del 1905 dimostrava che ciò che i riformisti tedeschi intendevano come vera forma di sciopero di massa era in realtà solo una delle sue varietà: ovvero, quello che per lei era lo sciopero come dimostrazione.

Immagine della Rivoluzione Russa del 1905
Come hanno notato Peter Hudis e Sandra Rein (2023: xvii), Luxemburg “attribuisce molti aggettivi diversi alla parola ‘sciopero’” e nei suoi scritti si possono individuare non meno di quindici tipi di scioperi. Arrivò perfino ad affermare che “è del tutto impossibile parlare dello sciopero di massa, cioè di uno sciopero di massa astratto e schematico’, utilizzando il concetto anche al plurale (Luxemburg 1906: 202). La distinzione chiave che Rosa Luxemburg traccia è tra scioperi dimostrativi e scioperi militanti. Mentre i secondi rappresentano la tumultuosa fusione delle lotte politiche ed economiche, i primi “manifestano il massimo grado di disciplina di partito, di direzione consapevole e di riflessione politica” e, secondo lo schema riformista, rappresenterebbero la forma più alta e matura dello sciopero di massa (Ibid.: 223). Gli scioperi dimostrativi sono dunque ‘scioperi politici’ che verrebbero proclamati dalla direzione del partito e dei sindacati solo dopo che le lotte economiche hanno già avuto luogo. Questa rigida separazione ed esclusione reciproca tra il momento economico e quello politico – in cui il primo precede necessariamente il secondo – non trovò però alcuna conferma nel corso della rivoluzione russa del 1905. Luxemburg menzionò tre motivi principali.
Primo, gli scioperi dimostrativi ebbero in realtà “il ruolo più importante agli inizi del movimento”, ma “il significato di tali dimostrazioni diminuì rapidamente con lo sviluppo delle lotte rivoluzionarie più serie” (Ibid.). In secondo luogo, non solo l’ordine previsto dai riformisti risultò ampiamente rovesciato, ma in realtà non esisteva un ordine unico e specifico: “il movimento nel suo complesso non procede solo in una direzione che va dalla lotta economica a quella politica – ma segue anche il percorso opposto” (Ibid.: 225). In terzo luogo, la forma più diffusa di sciopero di massa fu quella militante, cioè una forma di azione operaia in cui il momento economico e politico “sono inseparabili l’uno dall’altro” (Ibid.: 224). Questa interazione reciproca faceva sì che la lotta economica permettesse “la trasmissione da una congiuntura politica all’altra, e la lotta politica [fosse] la periodica fecondazione del terreno per la lotta economica” (Ibid.: 225). Le due ali del movimento di massa “si incrociano, scorrono parallele, si intersecano, si fondono l’una con l’altra: è un mare di manifestazioni in perpetuo movimento e fluttuazione” (Ibid.: 222). Tuttavia, la grande rilevanza numerica e sostanziale degli scioperi militanti – cioè di quelli non proclamati né dal partito né dai sindacati – sollevava una domanda fondamentale: da dove provenivano questi scioperi? Secondo Luxemburg, nascevano spontaneamente. La questione merita una discussione più approfondita.
Cosa Luxemburg non ha colto nella prima rivoluzione russa del 1905?
Rosa Luxemburg è spesso lodata o criticata (a seconda del punto di vista di chi scrive) per il suo presunto forte interesse verso le azioni spontanee della classe lavoratrice. Se c’è un singolo testo che rappresenta il punto di riferimento emblematico a questo riguardo è proprio Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati. Come Luxemburg (Ibid.: 223) stessa sottolinea, gli scioperi combattivi “si verificarono per lo più spontaneamente, e in tutti i casi le loro cause furono specifiche, locali e accidentali — nacquero senza un piano deliberato e crebbero con una forza elementare fino a divenire grandi movimenti.” Opponendosi alla concezione astratta e astorica dello sciopero di massa sostenuta dai riformisti, Luxemburg piegò il bastone verso l’aspetto accidentale e non pianificato delle emersioni dei movimenti di massa, che sorgevano da “circostanze apparentemente banali” (Ibid.). Ancora una volta, secondo la sua interpretazione, ciò non era una peculiarità russa derivante dalla sua presunta arretratezza, ma piuttosto un elemento ricorrente nelle rivoluzioni che “non obbediscono a nessun maestro di scuola” (Ibid.: 228).
A mio giudizio, tuttavia, l’interpretazione ‘classica’ su questo punto — che ha finito per presentare Rosa Luxemburg come una marxista libertaria e anti-gerarchica — è palesemente sbagliata. Il fatto che abbia evidenziato la capacità delle masse lavoratrici di entrare sulla scena politica senza attendere la chiamata proveniente dai comitati esecutivi del partito o dei sindacati non deve portare alla conclusione che Luxemburg trascurasse il ruolo dell’organizzazione. In realtà, sembra vero il contrario.
In diversi passaggi de Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati, la rivoluzionaria di origine polacca sottolineò il ruolo chiave svolto dai socialdemocratici nel sostenere lo sviluppo degli scioperi di massa, anche se nella maggior parte dei casi non li avevano né promossi né iniziati. Per citarne solo alcuni: “[i] socialdemocratici presero immediatamente la guida, e il movimento di sciopero si diffuse in altre fabbriche”; “gli scioperi spinsero i socialdemocratici a iniziare una vigorosa agitazione a favore dell’estensione delle rivendicazioni […]”; e ancora: “questa volta furono ovunque le organizzazioni socialdemocratiche a prendere l’iniziativa con appelli all’azione” (Ibid.: 206; 208; 209).
In maniera ancor più importante, come hanno evidenziato Hudis e Rein (2023), Luxemburg sostenne che l’humus da cui emergevano le azioni rivoluzionarie fosse in parte preparato da anni, se non decenni, di paziente lavoro da parte di militanti politici impegnati a diffondere i principi socialdemocratici e a conquistare a i lavoratori:
“i frutti dell’agitazione socialdemocratica di diversi anni si manifestarono quando il movimento prese forma, e mentre lo sciopero generale seguiva il suo corso, gli agitatori socialdemocratici si trovarono alla testa del movimento, dirigendolo e usandolo ai fini di una proficua agitazione rivoluzionaria” (Luxemburg 1906: 204).
Sebbene gli scioperi di massa e le situazioni rivoluzionarie non possano essere propagati a volontà, i rivoluzionari non devono attendere “in modo fatalistico, con le braccia conserte”, aspettando che “un movimento popolare spontaneo [cada] dal cielo” (Ibid.: 240). Essi devono non solo “anticipare lo sviluppo degli eventi e cercare di accelerarli,” ma anche chiarire le dinamiche interne di un periodo rivoluzionario e le sue conseguenze politiche (Ibid.). In altre parole, il ruolo dell’organizzazione è cruciale per comprendere, nutrire e sviluppare la coscienza di classe in ogni momento della lotta rivoluzionaria.
La grande, e in larga misura esagerata, attenzione rivolta al ruolo della spontaneità nella concezione di Rosa Luxemburg della rivoluzione ha portato anche a sottovalutare quello che probabilmente rappresenta l’elemento realmente mancante nel testo: ovvero, il meccanismo di collegamento tra l’inizio di una situazione rivoluzionaria e il suo esito vittorioso. Appare infatti evidente come Luxemburg non colse pienamente la più straordinaria innovazione promossa dalla rivoluzione russa del 1905 — vale a dire, i soviet e i consigli dei lavoratori.
Per tutta la sua vita, Luxemburg rimase fermamente impegnata in una visione anti-blanquista, secondo cui qualsiasi transizione al socialismo deve essere sostenuta da una maggioranza assoluta delle masse lavoratrici. Per questo, nel testo Lezioni dalle tre Dume (1908: 393), sostenne che, dopo aver conquistato il potere nella prossima rivoluzione russa, il proletariato — ancora minoranza in un paese dominato dai contadini — non sarebbe stato in grado di mantenerlo, venendo sconfitto da “un’operazione controrivoluzionaria della borghesia, dei proprietari terrieri, della piccola borghesia e della gran parte dei contadini.” Allo stesso modo, già ne Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati, Luxemburg (1906: 238) aveva sottolineato come “ogni lotta di classe veramente su larga scala deve poggiare sul sostegno e sul coinvolgimento delle masse più ampie.”
Tenendo conto di questo elemento, insieme all’incapacità strutturale dei gruppi rivoluzionari di organizzare l’intera popolazione lavoratrice in tempi ‘normali’, emergono una conclusione e una domanda aperta. La prima riguarda la formazione di una maggioranza rivoluzionaria, che può essere solo il prodotto di ciò che accade nel corso di una situazione rivoluzionaria. Questa non esiste in anticipo: deve emergere nel processo. Questo perché il proletariato non viene educato solo da intellettuali e funzionari di partito, ma acquisisce soprattutto coscienza di classe “dalla scuola politica viva, dalla lotta e nella lotta, nel corso progressivo della rivoluzione” (Ibid.: 211). L’esperienza della lotta è quindi decisiva.

Soviet di Pietrogrado dei Deputati dei Lavoratori e dei Soldati, Palazzo Tauride, Russia, 1917
La seconda, al contrario, riguarda ciò che sembra mancare nella strategia rivoluzionaria di Luxemburg: i metodi attraverso cui i rivoluzionari possono guadagnare il sostegno dei settori precedentemente disorganizzati della classe lavoratrice. È proprio perché la rivoluzione russa del 1905 fornì il primo esempio, su scala nazionale, dell’istituzione che avrebbe potuto fungere da meccanismo di collegamento tra i due momenti che il suo silenzio sui soviet risulta così eloquente. Luxemburg (Ibid.: 215, 219) menzionò due volte nel testo “il dispositivo organizzativo dei comitati operai” e il “consiglio generale dei delegati dei lavoratori”. Tuttavia, non riconobbe pienamente la rilevanza storica del fenomeno, che sarebbe poi emerso come tratto distintivo di tutte le rivoluzioni, o quasi, del XX secolo.
Ci sono tre ragioni principali per cui i soviet o i consigli dei lavoratori sono cruciali per trasformare una situazione rivoluzionaria in una vittoriosa rivoluzione socialista.
Primo, la fase di potere duale che la loro comparsa determina. Questo dimostra come i meccanismi che regolano l’accesso e la gestione del potere sono già stati disarticolati, limitando, in varia misura, la capacità delle sovrastrutture statali di emanare ed eseguire ordini vincolanti sul proprio territorio. Lo sviluppo di una doppia o multipla sovranità non è una situazione stabile e non può condurre a una divisione del potere in due metà uguali: una delle due deve prevalere sull’altra. Come tale, una fase di doppio potere pone direttamente la questione, per quanto ovviamente non la risolva, del trasferimento del potere da una classe all’altra (Trotskij 1932).
In secondo luogo, i consigli dei lavoratori, sorti come forma di coordinamento tra vari luoghi di lavoro, non si basano su un’idea borghese di democrazia, in cui l’uguaglianza formale o procedurale tra i cittadini è subordinata a relazioni di classe e di potere che sono diseguali. Al contrario, essi rappresentano una concezione proletaria della democrazia, nella quale non solo tutte le classi possidenti e non produttive sono escluse dalla partecipazione, ma il concetto di rappresentanza è declinato a favore dei lavoratori, che possono costantemente controllare e revocare gli eletti.
Terzo ed ultimo aspetto, i soviet sono istituzioni che determinano una concentrazione numerica e intellettuale senza precedenti del potere dei lavoratori. Questo è cruciale perché, come notò Gramsci (1975: Q25§2), anche quando si ribellano, i subalterni rimangono “soggetti alle iniziative delle classi dominanti.” La creazione di spazi dove prefigurare un modo diverso di vivere sposta così le frontiere del controllo tra lavoratori e padroni, determinando una costruzione quotidiana di forme alternative di governo.
Queste non possono semplicemente crescere sopra la struttura di classe esistente, sostituendola pezzo per pezzo: devono abbatterla. Tuttavia, come nessun essere umano demolirebbe un muro senza sapere cosa fare dopo la sua distruzione, anche i lavoratori e i rivoluzionari hanno bisogno di una direzione politica chiara nella loro lotta contro il dominio capitalistico. Qualsiasi immaginario socialista, però, non può essere solo il prodotto di intellettuali che pontificano sulla società più desiderabile: deve emergere nel corso di una situazione rivoluzionaria. In questo senso, i soviet mostrano tutta la loro potenza. Almeno potenzialmente, annunciano infatti il crepuscolo della società esistente e l’alba di una nuova.
Conclusioni
Quanto scritto fin qui ci ha portato, all’apparenza, lontani dall’Italia odierna. La Russia del 1905 è un contesto così distante e diverso che è lecito, come abbiamo premesso nell’Introduzione, diffidare da qualsiasi tentativo di fare un mero copia e incolla da quanto descritto da Luxemburg. L’obiettivo è stato, all’opposto, quello di mostrare come esistono una serie di nemici che oltre un secolo di storia non è stato in grado di sconfiggere. La maggioranza di questi si trovano, logicamente, tra le fila della controparte. Altri però si annidano all’interno del movimento operaio stesso. Piuttosto che fare una lunga e sterile lista, proviamo a riassumerne brevemente le caratteristiche: una concezione gradualistica e incrementale della storia; la convinzione che la guida della classe lavoratrice spetti rigidamente alla burocrazia di partito e sindacale; la sostanziale subordinazione delle lotte dal basso della classe lavoratrice all’azione nelle istituzioni; ed infine una rigida gerarchizzazione tra lotte economiche e politiche.
Come abbiamo visto, Rosa Luxemburg ha sfidato tutte queste concezioni. Ancora più rilevante però è notare come la fase politica intercorsa in Italia tra il 22 settembre e il 4 ottobre le abbia fatte letteralmente a brandelli. Non solamente il paese apparentemente più arretrato in termini di conflittualità sociale è all’improvviso diventato ispirazione per la lotta di classe altrove, ma la fiammata di conflittualità sociale in Italia non è giunta per decreto da parte delle dirigenze dei sindacati conflittuali, e ancor meno per quanto fatto dalle burocrazie sindacali confederali. È stato all’opposto il prodotto della capacità di settori d’avanguardia della classe operaia – a partire ovviamente dai portuali di Genova e, in subordine, Livorno – di diventare il baricentro e il catalizzatore di una pluralità di questioni politiche ed economiche che si sono fuse nel sostegno alla causa palestinese. Il movimento ha subito un parziale arretramento dopo la firma di una supposta tregua tra lo Stato sionista e la resistenza palestinese. Tutte le questioni rimangono però irrisolte, a partire ovviamente dalla violenza coloniale e genocida di Israele. La questione palestinese rimane quindi di stringente attualità e, con ogni probabilità, sarà ancora un motore della mobilitazione. Ma si può anche ipotizzare che il prossimo sviluppo del movimento debba avere una dimensione più domestica o, per meglio dire, legare il piano internazionale con quello nazionale in maniera più armonica. Il punto di caduta può essere una poderosa campagna contro il riarmo. Non solamente perché questa è una risposta alla crescente tendenza alla guerra che le frizioni imperialiste accentua, ma perché aiuta a individuare l’attacco politico – con restrizione delle libertà – ed economico – con crescenti tagli sociali – che le classi proprietarie sferrano alla classe lavoratrice.
Questa, per continuare nella sua battaglia, ha bisogno di tre fattori. In primo luogo, la capacità di auto-organizzarsi e di fare pressione organizzata dal basso. Questa non deve essere concepita come una politica anti-sindacale. All’opposto, come i casi dei lavoratori metalmeccanici della GKN di Firenze e dei portuali del CALP di Genova insegnano, i collettivi operai nascono e si sviluppano in rapporto dialettico con le strutture sindacali esistenti: ne fanno parte, ma rivendicano anche il primato dell’organizzazione operaia dal basso sulla burocrazia sindacale. Serve quindi adesso moltiplicare queste esperienze e creare un bacino di confronto costante e di coordinamento tra queste. Il punto fondamentale è rigettare la logica tipica del popolo della sinistra che si basa su accampate ‘larghe’ di cittadini e rivendicare, al contrario, la centralità della costruzioni di assemblee autoconvocate di lavoratori, aperte ovviamente anche al contributo di altri soggetti sfruttati e oppressi. Da un certo punto di vista è proprio la crescita ipertrofica della burocrazia sindacale che abbiamo conosciuto nel corso dell’ultimo secolo, e che Rosa Luxemburg non poteva cogliere nella Russia del 1905, che rende necessaria la creazione di spazi alternativi dove la forza operaia si possa riconoscere, organizzare ed esprimersi. Sono inoltre queste esperienze che costituiscono esempi concreti e reali strumenti di pressione sulle burocrazie sindacali per la costruzione di un fronte unico tra i lavoratori.
A tale scopo, e qui introduciamo il secondo punto, serve anche rafforzare l’organizzazione politica della sinistra rivoluzionaria. Senza questa non solamente le forze che si attivano vengono facilmente riassorbite dal sistema vigente, ma l’indipendenza d’azione della classe lavoratrice è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, minata alla base. I collettivi operai non nascono infatti per volontà divina. Sono il punto di contatto tra l’intervento delle forze politiche organizzate nel movimento dei lavoratori e la politicizzazione della classe lavoratrice – due dinamiche così legate da divenire quasi indistinguibili. La possibilità di inquadrare questo tema cruciale cade oltre lo spazio a disposizione di questo breve saggio, ma è certamente importante rimarcare come, data la debolezza dei vari gruppi della sinistra rivoluzionaria in Italia, la creazione di un blocco sociale e politico anticapitalista sia oggi una delle priorità che dobbiamo perseguire. Questo non può essere una semplice accozzaglia di forze, ma deve necessariamente essere costruito a partire da tre principi basilari: la finalità non meramente elettoralistica del blocco; il superamento del sistema vigente come obiettivo complessivo dell’azione politica; e la centralità della classe lavoratrice come motore del processo di mobilitazione attraverso il quale gli sfruttati abbattono le strutture vigenti e si auto-emancipano.

Manifestazione dei portuali di Genova
Terzo ed ultimo punto, la classe lavoratrice necessità di alleati. Come la composizione delle recenti piazze ci ha testimoniato, la componente giovanile e studentesca, grazie ad una serie di risorse che dispone (tempo, protagonismo, spinta morale, e presenza nella società), può e deve agire come la fanteria di base in questo connubio. Non muovendo però su piani separati, ma attraverso, come già chiarito, la chiamata di assemblee politiche che siano l’espressione delle forze vitali presenti all’interno del movimento operaio e di quello studentesco.
Gianni Del Panta
Questo articolo fa parte del numero 9, novembre 2025, della rivista Egemonia.
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Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).