Anche l’Isis Melissa Bassi a Scampia si unisce alle occupazioni del “Blocchiamo tutto”. Abbiamo fatto una chiacchiera con una studentessa della scuola e diverse docenti per capire cosa spinge ragazz3 così giovani a mobilitarsi per la Palestina e come questo si intrecci con la loro vita quotidiana da student3 di un territorio complesso come quello di Scampia.


Quasi dieci anni fa il nome dell’istituto Melissa Bassi, era stato portato alla ribalta in un’inchiesta di Scuola.Net come un istituto da incubo per il tasso di dispersione scolastica, di studenti bocciati, di relazione con il quartiere. Un quartiere che ha subito un processo complesso, come molte delle periferie napoletane, che nascono come risposta all’esigenza abitativa degli anni ’60-’70, ma che poi con il disfacimento delle industrie manufatturiere si sono trasformati in dormitori a cielo, aprendo a una serie di complessità.
Complessità che in cinquant’anni di politiche sociali si è risposto o con la criminalizzazione delle persone delle quartiere e quindi maggiore securitarismo senza però politiche di welfare concrete o con  politiche di assistenzialismo sul terzo settore che aiutano pochi e non affrontano il problema alla radice.
Non è un caso che proprio a Secondigliano, quartiere vicino Scampia, circa un mese fa, è avvenuto lo sgombero di più di 25 famiglie all’ex Motel Agip senza che il comune avesse già previsto soluzioni di ridestinazione abitativa, obbligando, così, le famiglie a vivere per strada. Ma non senza arrendersi, prima occupando il San Carlo, poi accampandosi fuori il comune, rioccupando l’ex Motel, bloccando il Museo Nazionale; tutto pur di ottenere il diritto a una casa.
Per questo crediamo che atti di resistenza all’abbandono, di opposizione alle politiche che schiacciano sempre di più su persone e luoghi già difficili, che non cedano alla disgregazione sociale e politica che certe dinamiche possono portare siano il segno della strada da percorrere.
L’occupazione dell’Isis MB va assolutamente in questa direzione, dando anche l’esempio a molte altre scuole di come praticare la lotta dal basso in unità e sostegno con tutto il corpo docenti e dei lavoratori della scuola.
Ne parliamo direttamente con loro, con Fabiana Esposito rappresentante d’istituto e parte attiva della mobilitazione e diverse docenti che hanno sostenuto l’occupazione e che da anni si impegnano nel creare una realtà solidale a partire dai bisogni educativi di questi contesti.

 

Ci dice la docente: “Ho sostenuto la mobilitazione dei ragazzi a scuola per l’occupazione perché la considero un traguardo gigantesco. A Scampia tutto questo ha un valore doppio: qui c’è ancora lo stigma di essere “fuori dal mondo”, come se nulla di ciò che accade altrove potesse arrivare fin qui. Gli stessi ragazzi, quando raccontano da dove vengono, non nominano il quartiere ma le strade o le palazzine. E quando dicono che vanno al centro storico, dicono “vado a Napoli”, come se non ne facessero già parte.
Soltanto la volontà di partecipare a una manifestazione globale, di voler essere come gli altri, è di per sé un segnale immenso.
Questo gesto risponde, senza bisogno di parole, a chi tratta questi ragazzi come se fossero diversi, a chi continua ad alimentare e giustificare l’abbandono con l’idea che “tanto che vuoi che ne capiscano, hanno già i loro problemi”. Io credo invece che il problema principale sia proprio continuare a confinarli nei loro problemi, come se dire che un “ragazzo è di Scampia” fosse un recinto fatale in cui restare confinati e non un punto di partenza, un’identità da cui muovere per costruire sé stessi.

Come docenti, sarebbe ipocrita non ammettere la fatica e la frustrazione che si prova nel nostro lavoro e nel confronto con i ragazzi. Ma io credo che noi non possiamo, anche se la fatica e la rassegnazione ci schiacciano, rinunciare a mostrare loro il mondo. Perché il nostro compito è farlo vedere tutto, anche quando sembra che non vogliano ascoltarci.
Io credo che questa occupazione sia la risposta più luminosa a tutti quelli che, con aria di rassegnazione, chiedono “ma li hai visti?”, per dire che tanto con questi ragazzi è inutile ogni cosa. A loro vorrei rispondere: “Li avete visti, adesso? Guardateli. Forse eravate voi che non volevate vederli”.

Abbiamo chiesto così a Fabiana cosa li avesse spinti ad occupare, cosa significava per loro sentirsi parte di un movimento collettivo come è “Blocchiamo Tutto”.

Abbiamo deciso di occupare perché sentivamo il bisogno di agire, non solo di parlare. Non volevamo restare fermi davanti a quello che succede nel mondo e nella nostra stessa scuola. L’occupazione è stata per noi un modo per prendere posizione, per dire che non ci sta bene vivere nell’indifferenza. È stato un gesto di solidarietà, ma anche di responsabilità verso noi stessi e verso chi verrà dopo di noi.
Le scelte politiche ed economiche dei governi toccano tutti, anche noi studenti.
Quanto sta succedendo in Palestina ci riguarda perché anche qui, nei nostri quartieri, vediamo le conseguenze di un sistema che investe nella guerra invece che nell’istruzione, nella cultura o nel lavoro. Se si tagliano fondi alla scuola per spenderli in armamenti, significa che la guerra entra anche nelle nostre vite, anche se in forme diverse.
Nella nostra scuola, come in tante altre, mancano spazi, materiali, fondi. Ma non manca la voglia di imparare, né la voglia di migliorare.
Crediamo che ci sia un collegamento diretto tra le mancanze nella nostra istituzione e il genocidio: ogni euro che va alle armi è un euro tolto alla scuola, alla sanità, al futuro dei giovani. E questo è lo stesso sistema che ci toglie prospettive e alimenta le disuguaglianze. Per questo sentiamo il bisogno di unirci, di essere collettivo, di prenderci cura del nostro istituto e della nostra comunità.”

Contro chi dice che occupare non serve a nulla, e che è l’ora di fermarsi perché con l’accordo di Trump si è raggiunta la pace, nonostante i morti per mano di Israele non si sono fermati nemmeno per un giorno e anche i bombardamenti sono ripresi, voi cosa rispondete?

Occupare oggi significa riprendersi uno spazio che è nostro, dare voce a chi non ce l’ha e ricordare che la scuola deve essere viva, politica, consapevole. Non è solo una protesta: è una forma di educazione collettiva, una lezione di partecipazione.
Significa lottare anche contro le falsità che ci vengono raccontate: non crediamo affatto che quella di adesso sia una pace. Quella non è pace, è silenzio imposto con la forza. È una violenza continua, normalizzata, che colpisce civili, scuole, ospedali. Non si può parlare di pace quando un popolo intero viene privato della propria libertà e del proprio futuro. E restare zitti, oggi, significa essere complici.
“Bloccare tutto” per me è uno slogan potente, perché rappresenta l’idea che, se la guerra continua, la normalità non può esistere. Chi lavora nei porti, nelle scuole, nelle fabbriche, chi studia… tutti dovremmo sentirci parte della stessa lotta. Le mobilitazioni di questo mese sono state importanti, perché stanno risvegliando le coscienze e unendo persone che vogliono davvero cambiare le cose.

Questa esperienza mi ha resa diversa, più consapevole. Fiera che tutto sia andato bene, e anche un po’ più “grande”. È stata un’esperienza complicata, ma di quelle che ti restano dentro. Mi ha fatto crescere, mi ha fatto capire cosa significa davvero collaborare, superare i disguidi, restare uniti anche quando sembra impossibile.”

Le parole di Fabiana ci danno un affondo sull’importanza dei processi collettivi di autorganizzazione per creare consapevolezza e coscienza politica, che dovrebbe essere uno degli obiettivi formativi dei luoghi di formazione invece di insegnare la produttività e l’efficienza attraverso leggi che educano al precariato e lo sfruttamento com’è l’alternanza scuola-lavoro.
Ce lo dice anche un’altra docente che ha animato e sostenuto le mobilitazioni della scuola:

Come docenti abbiamo sostenuto questa mobilitazione perché crediamo che la scuola debba essere anche uno spazio di cittadinanza attiva e di pensiero critico e non solo un luogo di trasmissione dei saperi.
Il “Blocchiamo Tutto” lo leggiamo come un gesto di rottura necessario, un modo per interrompere l’abitudine e riportare l’attenzione su questioni che toccano la vita reale della scuola e della società.
Partecipare a questo percorso ha significato, per noi, riaffermare che l’educazione alla cittadinanza passa anche attraverso esperienze di confronto democratico e di partecipazione consapevole.”

L’esperienza di occupazione dell’istituto Melissa Bassi ci ricorda soprattutto l’importanza di continuare a lottare, di non cadere nelle narrative che tentano di riportare la pace sociale nelle nostre strade, scuole e università. E che per riuscirci dobbiamo farlo insieme, in alleanza e in comunità con tutte le persone che attraversano i nostri luoghi di lavoro e di studio affinché si possano costruire le basi per pensare ad un altro sistema possibile, gestito dal basso e autodeterminato dalle persone che quel sistema lo compongono.

Scilla Di Pietro

Nata a Napoli il 1997, già militante del movimento studentesco napoletano con il CSNE-CSR. Vive lavora a Roma. È tra le fondatrici della corrente femminisa rivoluzionaria "Il Pane e Le Rose. Milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) ed è redattrice della Voce delle Lotte.