Il quartiere di Bagnoli, nell’area flegrea di Napoli, porta sulle spalle un’eredità complessa e dolorosa: quasi un secolo di industria pesante, tra acciaierie, disastri ambientali e lotte operaie. Dalla grande fabbrica dell’ILVA, simbolo di speranza e resistenza, alla sua dolorosa chiusura nel 1992, la comunità locale si trova oggi ad affrontare le ferite di un passato difficile, con un occhio rivolto a un possibile riscatto. Tra bonifiche mai completate, emergenze sanitarie e progetti di riqualificazione che sembrano spesso sfuggire al controllo dei cittadini, il quartiere si sforza di trovare una via diversa: quella di una partecipazione attiva, di un recupero sostenibile e di una nuova idea di futuro. In questo contesto, il racconto di Bagnoli diventa un simbolo delle sfide di una classe che si scontra con l’Italia e tenta di riscrivere il proprio rapporto con l’ambiente, il lavoro e la partecipazione democratica.


Credevamo nella fabbrica. Sapessi com’era bella: la guerra era appena passata e noi l’andavamo ricostruendo un pezzo alla volta”. Così Ermanno Rea in “La Dismissione” attribuisce all’acciaieria un carattere quasi metafisico, in cui la classe operaia costruisce la propria coscienza e alla quale rivolge la propria professione di fede. Una classe operaia unita nella lotta (o nella “guerra”), anteposta alla pace sociale imposta dallo stato borghese e dalla burocrazia sindacale. Purtroppo, In questa storia disonesta, che in Italia rivive in numerosi esempi analoghi, la fede nell’antropogeneticità del lavoro non sarà ripagata.

Parliamo di Bagnoli, quartiere della città di Napoli affacciato sul litorale occidentale, appartenente alla Municipalità X. Situato all’interno della caldera dei Campi Flegrei, il quartiere ha ospitato per quasi un secolo il complesso industriale dell’ILVA/Italsider, a lungo polo siderurgico di riferimento del mezzogiorno d’Italia. L’acciaieria ha intrecciato, nel bene e nel male, un legame inscindibile con il territorio, trasformandolo nella “zona rossa” per eccellenza della città di Napoli, avanguardia di mutuo soccorso, solidarietà e intersezionalità, con studenti, operai e comunità locale uniti nelle rivendicazioni. Una storia finita tragicamente con la sanguinosa dismissione della fabbrica nel 1992, a cui hanno fatto seguito disoccupazione, disgregazione del tessuto sociale, la piaga dell’asbestosi e la compromissione irreversibile di un pezzo di costa del litorale flegreo.

Un perno dell’industria pesante statale

Il polo siderurgico bagnolese ILVA sorge nel 1906 con contributi pubblici stanziati dalla “Legge per Napoli” del 1904, con la finalità di rovesciare la narrazione del mezzogiorno rurale a trazione agricola, imponendo un modello di sviluppo mutuato dal settentrione industrializzato. A partire dal secondo dopoguerra, l’impianto sarà centrale nella ricostruzione economica del paese, al punto da divenire in meno di due decenni il più grande complesso industriale del meridione, l’unico a produrre acciaio Thomas (lega pregiata, a basso tenore di impurezze di fosforo e zolfo) nonché il primo a adottare il processo Linz-Donawitz, attualmente ancora utilizzato per la trasformazione della ghisa in acciaio. Passato sotto il controllo pubblico della Finsider, controllata dall’IRI, nel 1961 il centro siderurgico assume la denominazione di Italsider e consolida il suo carattere centrale per la strategia siderurgica a partecipazione statale: espandere la produzione dell’acciaio, aumentarne la qualità e ridurne i costi. È l’attuazione del piano del presidente Finsider Oscar Sinigaglia, ispirato dagli esempi americani basati su ciclo integrale (da materie prime ad acciaio, passando per prodotti intermedi in ghisa). Con il patrocinio dello stato capitalista e beneficiando dei cospicui finanziamenti del Piano Marshall per la ricostruzione, la siderurgia italiana vive un periodo di forte espansione incentrato sulla riapertura dello stabilimento di Genova-Cornegliano e dall’integrazione verticale della produzione in Piombino e Bagnoli. La consistente fame di acciaio nazionale ed internazionale spinge lo stabilimento verso la crescita continua fino alla metà degli anni ’70: restituendo circa 1.5 milioni di tonnellate di acciaio annue, il complesso raggiunge l’estensione di 2 milioni di m2 , impiegando 8026 operai siderurgici, 1000 lavoratori associati al processo produttivo da sommare ad un indotto stimato di 25000 impiegati. Ed è proprio qui che la tendenza si inverte, innescata dalla contrazione della domanda di acciaio seguita all’innesco della crisi siderurgica dei primi anni ‘70.  Il tentativo di salvare un impianto divenuto obsoleto e sovra-organico si tradusse in 18 mesi di chiusura forzata per ristrutturazione avvenuta del 1980: lo stabilimento fu dotato di un moderno treno di laminazione, con l’obiettivo di riallineare la produttività dell’area a caldo con quella dei prodotti laminati. L’ammodernamento tecnologico fu accompagnato in parallelo dal dimezzamento della forza lavoro, contratta a 4000 unità dopo l’accordo siglato tra azienda e Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (flm, confederazione di FIOM, FIM, UILM). Al sacrificio di metà dell’organico non corrispose il salvataggio della fabbrica: le quote acciaio imposte dalla Comunità Economica Europea (CEE) imposero lo spegnimento di un altoforno per allinearsi alla contrazione della produzione siderurgica, avviando il sito verso un’inesorabile agonia, culminata con l’ultima colata del 20 ottobre del 1990 e con la chiusura del 1992.

I caschi gialli: storia di un’avanguardia operaia

O’ cantiere, come veniva chiamata l’acciaieria dalla comunità bagnolese, non ha mai rappresentato solo un centro produttivo. Al contrario, è stato avanguardia di diritti del lavoro e dello sviluppo di pratiche collegiali poi mutuate per la gestione del territorio. Di questo e tanto altro mi ha parlato Aldo Velo, storico operaio delegato FIOM nel consiglio di fabbrica (CdF). Un consiglio di fabbrica di 102 delegati storicamente agguerrito, composto al 77% da delegati FIOM, in cui Aldo è sempre stato riconfermato in ogni elezione. Tra aneddoti tecnici sullo slopping della ghisa e sulle sigarette fumate con Berlinguer, Aldo ripercorre la sua storia da ricercatore siderurgico nell’’acciaieria dal 1971 fino al giorno della chiusura.  La forte sindacalizzazione del consiglio di fabbrica imponeva uno sbilanciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro verso quest’ultimo, permettendo alla classe operaia di avere spesso la meglio nelle rivendicazioni salariali. Ad esempio, in fabbrica fu superata la paga di classe, sostituita dall’inquadramento unico. Inoltre, lo stabilimento fu il primo in Italia a realizzare l’unità operativa: un gruppo di lavoratori impegnati sulla colata continua che si assumeva la responsabilità collettiva delle mansioni, in maniera perfettamente orizzontale e senza vertici. Una delle principali conseguenze dirette era la “democratizzazione” della conoscenza: i dettagli del processo, dal principio alla fine, erano conosciuti e condivisi da tutti gli impiegati. In questo modo, il collettivo provvedeva alla valorizzazione del ruolo del singolo, riducendo l’incidenza di fenomeni di alienazione ed isolamento. In aggiunta, l’unità operativa assunse il ruolo di trasduttore della cultura collegiale dalla fabbrica al territorio, rendendo l’acciaieria un organo pioniere della cultura democratica. Nelle assemblee, oltre ai temi legati alla vita in fabbrica, si affrontavano anche le esigenze del quartiere e, più in generale, il consiglio si esprimeva attivamente anche su aspetti legati all’amministrazione della città di Napoli. A tal proposito, Aldo mi racconta dello sciopero con cui 5000 operai scesero in piazza per opporsi all’aumento di 100 lire sul pedaggio della tangenziale imposto dall’allora sindaco Valenzi. Oppure, del sodalizio con gli studenti dell’istituto Righi, alle cui assemblee spesso partecipavano operai Italsider e con cui si soleva marciare fianco a fianco nelle manifestazioni. Una fabbrica pienamente addentro al contesto sociopolitico napoletano, dunque, al punto da risultare ingombrante per le istituzioni. Senza dubbio, oltre che rispondere ad una crescente domanda di acciaio nella seconda metà degli anni ‘60, l’apertura del polo siderurgico di Taranto va interpretata anche come un tentativo di togliere centralità al sito bagnolese, roccaforte rossa e laboratorio quotidiano di resistenza, in cui i rapporti di forza pendevano in favore della classe operaia. Uno stato capitalista che reprime le istanze dei lavoratori e fa pagare ad essi il prezzo dei propri errori nella pianificazione produttiva e i cambiamenti nelle contingenze internazionali. È il caso dell’accordo del maggio 1984 tra la burocrazia sindacale, riunita nella Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (FLM), e l’azienda, siglato senza l’avallo del consiglio di fabbrica. La promessa tradita dell’ammodernamento del sito produttivo funzionale al salvataggio dello stesso fu pagato con il dimezzamento della forza occupazionale (scesa da 8000 a 4000 unità), scavalcando le istanze dei delegati del consiglio, che si opponevano al ridimensionamento degli assetti impiantistici, chiedendo garanzie sui livelli futuri di produzione certa e di condurre trattative particolari per stabilire i livelli occupazionali di ciascun reparto. L’accordo fu approvato da una consultazione referendaria indetta dalla FLM, il cui svolgimento fu condizionato dalle pressioni dell’azienda, sancendo una spaccatura insanabile tra la classe operaia. In seguito, le miopi politiche delle quote acciaio imposte dalla CEE nel 1985 imposero la chiusura di uno dei nuovissimi treni di laminazione a banda larga, condannando lo stabilimento, divenuto uno dei più moderni d’Europa, all’irreversibile declino culminato con l’ultima colata del 1989. L’altoforno poi venne venduto ad una società indiana. Il moderno treno di laminazione, introdotto da pochi anni, venne ceduto dopo appena cinque anni di attività ad una società cinese. 20 miliardi di lire: questo fu il prezzo stabilito dallo stato imprenditore per dismettere definitivamente Bagnoli, segnando una tappa storica per la crisi della siderurgia a partecipazione statale. 20 miliardi che non potranno mai ripagare il costo pagato dal quartiere in termini di occupazione, malattie professionali, disgregazione del tessuto sociale.  A ridosso della chiusura della fabbrica fu avviato l’iter istituzionale per l’approvazione di un piano regolatore della città di Napoli (concretizzatasi nel 2004), che prevedesse la bonifica dell’area industriale dismessa, la promozione di un grande parco verde di 120 ettari e il recupero della linea di costa interessata dalla colmata. Piano, evidentemente, rimasto ancora nell’alveo delle possibilità.

Nessuna bonifica: 33 anni di apnea

Quasi 100 anni di industria pesante solcano irreversibilmente non solo il contesto paesaggistico ospitante, ma anche i polmoni di chi a tale attività ha dedicato la vita. Tra l’eredità che il post-Italsider ha lasciato a Bagnoli vi è la piaga dell’amianto, lavorato presso lo stabilimento Eternit che, assieme alla Cementir, sorgeva adiacente all’acciaieria. Secondo l’associazione “Mai più amianto”, morti per asbestosi e mesotelioma pleurico tra lavoratori Eternit, Cementir e Italsider sono 902. A rendere più complicato il monitoraggio delle patologie vi è l’assenza di registri di sanità regionale. Il registro regionale dei mesoteliomi è ricostituito ma non operativo: nei fatti, i dati della rete oncologica regionale non vengono resi pubblici dalla regione. È stato, infatti, impossibile intentare un processo della stessa portata del processo Eternit per il disastro di Casale Monferrato. Difatti, l’amministratore delegato di Eternit Stephan Schmidheiny è stato condannato dalla Corte di Assise di Napoli a 3 anni e 6 mesi per disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche solo per la morte di un operaio (Antonio Balestrieri), alla cui famiglia è stato corrisposto il ridicolo risarcimento di 3300 euro. Il tragico epilogo del cantiere e le successive mancanze delle istituzioni hanno sconfessato il dilemma “salute o lavoro” storicamente associato alle vicende dell’ILVA di Taranto, confezionando una tragedia occupazionale e ambientale. Non c’è però solo l’amianto: oltre alle polveri di ferro e ai metalli pesanti, parte del parco siderurgico è interessata da scorie di tipo petrolchimico, come idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB). È il caso della colmata, realizzata nel 1963 per ampliare lo spazio del parco siderurgico. 95000 metri quadrati di cemento e scarti dell’altoforno, dei quali 38000 di area costiera, che bandiscono dall’accessibilità circa la metà dei 1500 mt di litorale bagnolese. Dopo la chiusura dell’acciaieria Italsider nel 1992, il governo stanziò nel 1994 un primo finanziamento di 400 miliardi di lire per avviare i lavori di risanamento. Gli interventi, tuttavia, furono interrotti già dopo pochi mesi a causa di gravi problemi di stabilità del suolo, che resero impossibile proseguire. Un passaggio decisivo sembrò arrivare con il Decreto-legge 20 settembre 1996, n. 486, poi convertito nella Legge 18 novembre 1996, n. 582, che prevedeva la rimozione della colmata per restituire alla città circa 700 metri di costa: metà del lungomare bagnolese, lungo 1,5 chilometri. La normativa, però, non fu mai attuata. Intanto, le indagini ambientali misero in luce la gravità della situazione: i carotaggi mostrarono che la colmata risultava contaminata per circa il 40% da idrocarburi policiclici aromatici e PVC. Nel 2002 nacque Bagnoli Futura, la società incaricata della riqualificazione urbana, ma anche questa esperienza naufragò tra progetti incompiuti e risorse mal gestite. La crisi definitiva arrivò nel 2013, quando la magistratura dispose il sequestro dell’area dell’ex Italsider e dell’ex Eternit. Nello stesso anno, una relazione della commissione parlamentare confermò la presenza di amianto a cielo aperto nella colmata, aggravando ulteriormente la percezione di un disastro ambientale irrisolto. Bisogna attendere più di un decennio per un nuovo cambio di passo. Con l’articolo 14 del Decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60 (Decreto Coesione), il governo e il commissario straordinario hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per definire gli interventi finanziabili. Sono stati stanziati 1.218 milioni di euro per il periodo 2024-2029, tratti dalle risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione destinate alla Campania: la più grande bonifica d’Europa. Il piano segna anche una svolta nell’approccio: non più la rimozione totale della colmata, ma l’eliminazione di circa il 10% dei materiali più inquinanti e la messa in sicurezza del resto, attraverso un “sigillamento”. Secondo il commissariato, l’intervento richiederà circa tre anni dall’avvio effettivo e un investimento compreso tra 150 e 200 milioni di euro. Le operazioni prevedono la bonifica dei terreni, l’eliminazione degli idrocarburi policiclici aromatici dai fondali marini tramite la rimozione dei primi metri di sabbia e il capping della parte contaminata più profonda, oltre alla realizzazione di nuove infrastrutture essenziali, come le reti fognarie. Il cronoprogramma impone che tutte le risorse vengano spese entro il 2029.

Tra l’amianto e il mare, una comunità in lotta

A 33 anni dalla chiusura del sito, con le spoglie metalliche ancora esposte a sorvegliare il fu parco siderurgico, parlare di futuro per Bagnoli sembra risibile. Tuttavia, lontano dal clamore mediatico e dai proclami di politica ed istituzioni, c’è una comunità in fermento che continua a lottare e a costruire. Incontro Dario Oropallo a Villa Medusa, splendido edificio in stile Liberty divenuto Casa del Popolo nel 2013.  In qualità di membro dell’Osservatorio Popolare per Bagnoli, Dario mi presenta i bisogni materiali del quartiere e le proposte di rilancio dal basso per l’area flegrea. Alla luce dei soldi sprecati per i falliti tentativi di riqualificazione, (ad oggi circa 900 mln di euro, secondo la Corte dei Conti), la comunità locale non si fa più illusioni e vive nello scetticismo. Uno scetticismo alimentato dal fallimento di tutte le soluzioni che le istituzioni hanno imposto dall’alto, rifiutando il confronto con i territori. È il caso di BagnoliFutura Spa, società di trasformazione urbana (STU) costituita nel 2002 e di cui il Comune di Napoli deteneva la maggioranza azionaria (90% dalla municipalità, al 7,5% dalla Regione Campania e al 2,5% dalla Provincia di Napoli. 2018, il Tribunale di Napoli ha condannato la società in quanto colpevole di aver volontariamente provocato ritardi e interruzioni nelle operazioni di bonifica del sito col fine di tenere in piedi una società i cui manager ricevevano ingenti fondi pubblici e tentavano di controllare il futuro di un’intera area metropolitana. La richiesta “utopica” sarebbe l’istituzione di un laboratorio popolare di analisi, che permetterebbe ai bagnolesi di essere impiegati e controllori delle attività di bonifica allo stesso tempo. Bagnoli libera – osservatorio popolare ha insistito per la costruzione di un programma collegiale più realistico legato alla questione ambientale e sanitaria. Nell’impossibilità di restituire i morti pianti e i soldi sperperati, l’unica alternativa è costruire un’economia della bonifica che argini l’emorragia sociale offrendo posti di lavoro per il territorio. Per ovviare ai limiti delle istituzioni, comitati ed associazioni locali sono riuscite ad imporre al commissariamento e alle imprese coinvolte nella bonifica il rispetto delle clausole sociali, secondo normative europee in materia di occupazione di soggetti fragili del territorio (Art. 3 Par. 3 del trattato sull’unione europea TUE). Nello specifico, grazie all’attività di organizzazione capillare dell’Osservatorio, le due giornate di profilazione tenutesi nell’estate 2024 hanno visto 600 cittadini (precari/e, disoccupati/e, studenti/esse, NEET) recarsi presso la Porta del Parco siderurgico per interloquire con le agenzie per il lavoro. Un’esperienza già concretizzata con la bonifica dell’amianto (70000 tonnellate di Eternit) completata nel 2023 dall’azienda Teorema, i cui vertici hanno riconosciuto l’importanza delle clausole sociali come strumento di collaborazione attiva con la comunità locale. Dirimente è la questione del dopo bonifica: cosa fare con l’immenso spazio restituito a nuova vita. Ancora una volta, le lunghe mani del grande capitale sono minacciosamente tese verso la zona, fiutando la possibilità di lauti profitti. Esempio manifesto di questa tendenza è la proposta dell’Unione Industriali Napoli, che prevede la costruzione di quattro resort, ristoranti e un mega centro congressi.  Si prospetta l’ennesima operazione di cementificazione che, oltre ad incentivare dinamiche di gentrificazione ed esclusione di classe, ignora completamente la geologia del territorio, interessato da frequenti fenomeni di bradisismo che ne renderebbero precaria la realizzazione. In direzione ostinata e contraria si collocano le idee del quartiere, che invoca a gran voce il libero accesso al mare, ovvero la rimozione totale della colmata, e ripristino di una grande spiaggia pubblica fino a Nisida, per la quale si richiede l’eliminare l’area della marina militare e i moli. Parallelamente, l’area del parco siderurgico verrebbe interessata dalla creazione di un grande bosco cittadino di 137 ettari in stile Capodimonte, in grado di creare centinaia di posti di lavoro non stagionali, in grado di inaugurare una nuova economia per il territorio all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione. L’esempio del Campania New Steel, l’incubatore federiciano per le start-up, offre lo spunto per pensare alla zona come un nuovo parco tecnologico, in cui il rinnovato perimetro verde sarebbe nel contempo spazio di ricerca ed innovazione oltre che polmone verde per la città. A prescindere dal merito, La conditio sine qua non riguarda il metodo: tutti gli eventuali progetti di riqualificazione urbana devono nascere dall’interlocuzione con il quartiere. Purtroppo, l’istituto del commissariamento in vigore dal 2021, per cui il sindaco di Napoli è anche commissario straordinario per il Sito di Interesse Nazionale Bagnoli-Coroglio, costituisce una forte limitazione partecipativa in questo senso. Da questa stortura democratica nascono proposte figlie del clima generale di gentrificazione e turistificazione che investe la città di Napoli. È il caso della decisione di individuare nel SIN Bagnoli-Coroglio il luogo in cui stanziare le basi logistiche e operative dei team internazionali che parteciperanno all’America’s Cup 2027, che vedrà il lungomare di Napoli come scenario di gara. Ai proclami festosi della giunta comunale, che in occasione dei grandi eventi preannunciano una stagione di rilancio permanente per il territorio, non corrisponde alcun entusiasmo da parte dei locali. Al contrario, a montare è la rabbia di chi vive nella consapevolezza che il grande evento non è altro che un cavallo di troia per finalità ben note, quali la svendita del territorio agli interessi dei privati e l’espulsione di massa dei bagnolesi, ancora in attesa di un piano di adeguamento sismico dell’edilizia pubblica e privata.

Nati tra l’amianto e il mare”, recita un drappo brandito dell’area flegrea. L’amianto, ormai, non avvelena più l’area siderurgica. L’accesso al mare è ancora interdetto. Nel mezzo, un altro mare di sogni e, soprattutto, bisogni.

Giulio Pota