Dal 23 ottobre gli studenti del Liceo Righi di Roma stanno occupando la loro scuola per Gaza. La protesta è in solidarietà con il popolo palestinese e contro la censura istituzionale finora subita. Recentemente, su pressione di un deputato leghista, si sono visti cancellare una conferenza di sensibilizzazione sulla situazione nella Striscia, dopo che già negli anni passati si erano verificati altri episodi gravi simili. Per questo, gli studenti e le studentesse si sono mobilitati occupando l’istituto, mettendo in campo molteplici attività autogestite di discussione, approfondimento e anche supporto allo studio, dimostrando nel concreto la scuola che rivendicano: partecipativa, solidale, che sviluppi il senso critico. Li abbiamo intervistati per raccontarci la loro esperienza di lotta di questi giorni e il ruolo degli studenti nelle mobilitazioni ‘Blocchiamo tutto’ delle ultime settimane.

[UPDATE Ieri sera (3 novembre) un gruppo di neofascisti ha provato ad assaltare l’occupazione ma sono stati prontamente respinti. Agli studenti del Righi in lotta va tutta la nostra solidarietà.]


Abbiamo parlato con gli studenti del Liceo Scientifico Augusto Righi di Roma del Collettivo Ludus, che dal 23 ottobre occupano l’edificio di Via Campania. L’azione è stata intrapresa in risposta al rinvio della conferenza “Prospettive di pace per Gaza”, sospese a causa delle pressioni dell’Ufficio Scolastico Regionale e del deputato della Lega Rossano Sasso.

I giovani fanno parte delle migliaia di studenti delle scuole superiori che, da due anni, si mobilitano a Roma contro il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele e che dal 22 settembre hanno aderito alla mobilitazione generale “Blocchiamo tutto”.

Da più di una settimana, gli studenti del Righi e il Collettivo Ludus mantengono l’occupazione della scuola, trasformandola in uno spazio ricco di proposte formative alternative, laboratori, corsi, studio assistito e attività ricreative. L’edificio è diventato un centro di organizzazione, dibattito politico e convivenza, che cerca di ripensare il ruolo della scuola di fronte ai conflitti internazionali e alla situazione politica.

L’occupazione è una risposta diretta alla censura e alle pressioni politiche che hanno portato alla sospensione di una giornata istituzionale di sensibilizzazione sulla situazione a Gaza. Tale iniziativa – spiegano gli studenti nel loro comunicato – aveva lo scopo di trasformare la scuola in uno spazio di riflessione critica e di dibattito aperto sulla questione palestinese, una proposta che è stata oggetto di attacchi mediatici strumentali e dell’intervento del deputato Sasso.

A: Per quanto riguarda la situazione politica in Italia e nel mondo abbiamo visto anche noi quello che è il nesso della lotta della liberazione del popolo palestinese con le altre lotte che portiamo avanti. Ciò che ci ha portato ad occupare la nostra scuola è stato sicuramente la questione palestinese, quindi la situazione a Gaza, della Cisgiordania e in generale dell’occupazione sionista della Palestina. Poi da qui deriva anche la nostra volontà, in quanto studenti e studentesse, di non rimanere indifferenti davanti a tutto ciò. Soprattutto di non essere indifferenti per quanto riguarda il genocidio dei palestinesi, in cui purtroppo anche il nostro governo è pienamente complice. E anche per tutto quel che riguarda l’economia di guerra, che porta ad investire sempre più soldi nel mercato delle armi e sempre meno invece in istruzione, sanità e welfare più in generale che serve necessariamente alla popolazione. Poi, sempre per la questione palestinese, in tutte le scuole, almeno del Lazio, c’è stata una forte azione repressiva da vari enti. Per esempio, nel nostro caso, l’Ufficio Scolastico Regionale, che gestisce tutte le scuole del Lazio, all’inizio dell’anno aveva inviato una email a presidi e docenti in cui invitava a cercare di stroncare sul nascere eventuali dibattiti e discussioni sul tema della Palestina, sulla guerra in generale e sull’attualità. In particolare è anche subentrata un’altra dinamica: il 24 ottobre avremmo dovuto svolgere una conferenza sulla Palestina, ‘Prospettive di pace per Gaza’, in cui sarebbero stati invitati, approvati dal Consiglio d’Istituto, numerosi ospiti anche di un certo calibro. Abbiamo subito pressioni esterne dall’Ufficio scolastico regionale, dall’Associazione Nazionale dei Presidi, il coordinatore provinciale si è tirato indietro all’ultimo quando sarebbe dovuto venire ad aprire la conferenza. Inoltre c’è stata la presa di parola di un deputato della Lega, Rossano Sasso, il quale in un’intervista sul Corriere della Sera ha definito la nostra conferenza come qualcosa “di parte” che sarebbe servita soltanto a inculcare negli studenti idee sbagliate filo-Hamas e pro-terrorismo, intervento in cui ha anche paragonato gli equipaggi della Flotilla ai terroristi. E soprattutto, cosa ancora più grave, dal suo discorso traspare l’idea che noi giovani semplicemente dovremmo stare a scuola a obbedire invece di sviluppare un senso critico. Per tutte queste pressioni il nostro Preside purtroppo ha fatto rimandare la conferenza, un gesto gravissimo. Questa è un’intromissione dei partiti politici all’interno della nostra scuola, riuscendo addirittura a sovradeterminare una decisione presa dal Consiglio di Istituto, ovvero l’organo più importante dell’istituto. In questa scuola sono anni che si cerca di organizzare una conferenza sulla Palestina. Due anni fa avremmo dovuto ospitare Amnesty International, ma sempre a causa di pressioni esterne era stata definita di parte e perciò la preside non permise la conferenza. Anche allora ci eravamo mobilitati, purtroppo senza successo. Per tutti questi motivi stavolta abbiamo deciso di occupare il nostro istituto. 

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Come funziona il vostro processo decisionale? E ora come volete continuare? 

C: Abbiamo prima discusso nel collettivo studentesco del Righi, il Collettivo Ludus, poi abbiamo organizzato una serie di riunioni più ristrette con chi si sarebbe preso carico degli aspetti più operativi e alla fine abbiamo deciso. Per come ci organizziamo, noi siamo un collettivo autorganizzato fondato trent’anni fa ormai, quindi tutto ciò che facciamo si basa esclusivamente sulle nostre forze, non rispondiamo a nessun tipo di organizzazione. Siamo anche in contatto costantemente con gli altri collettivi autonomi romani, periodicamente ci riuniamo tutti in assemblee cittadine. L’ultima è stata proprio qui a scuola nostra recentemente. Organizziamo azioni dimostrative di fronte alle scuole, sit-in, picchetti, manifestazioni. Ci riuniamo ogni settimana con il collettivo per portare avanti le nostre attività. Al momento la nostra occupazione sta andando molto bene, siamo tutti molto contenti, c’è grande partecipazione. Ogni mattina c’è un’assemblea gestionale con cui prendiamo insieme le decisioni, scegliamo che corsi autogestiti vogliamo organizzare, quali ospiti invitare, ognuno chiaramente è libero di dire la propria e di proporre corsi o conferenze. Nel pomeriggio ogni tanto abbiamo anche assemblee. Stiamo organizzando anche laboratori, per esempio ne abbiamo organizzato uno artistico e uno musicale. Stiamo organizzando per i prossimi giorni ripetizioni di matematica e fisica in aula studio e studio assistito. Siamo contenti della riuscita, siamo ormai al nono giorno di occupazione.

A: Per noi è fondamentale essere più orizzontali possibili. Può venire a parlare in assemblea il ragazzo o la ragazza che non partecipa mai e non si è mai attivato politicamente come chi invece è sempre presente a collettivo e partecipa attivamente alle azioni. In entrambi i casi tutti avranno sempre lo stesso diritto di parola. L’occupazione è molto partecipata, quotidianamente raggiungiamo anche picchi di 500-600 persone, tutti possono partecipare attivamente a ciò che sta succedendo a scuola. Le decisioni non vengono mai prese da un gruppo ristretto di persone: il collettivo ha una lista per la rappresentanza istituzionale a scuola, però il vero lavoro è quello che si fa fuori dalle istituzioni. Il collettivo è aperto a tutti gli studenti e le studentesse di questa scuola. Anche a chi ha costruito altre liste: possono partecipare, fare politica con il collettivo, il quale ha dei valori fondamentali basilari come antifascismo, trans-femminismo, ambientalismo, antirazzismo. Comunque la linea può sempre variare a seconda di chi partecipa, così da garantire che la maggioranza delle persone che frequentano lo spazio possano essere rappresentate e non debbano subire decisioni imposte dall’alto.

Ci sono insegnanti che vi danno supporto o che vengono qui a parlare con voi? 

C: Riconosciamo che il problema è stato quello dei politici che si sono messi in mezzo e hanno sabotato la conferenza, quindi cerchiamo di avere comunque un rapporto non troppo conflittuale con i docenti. Ovviamente ci sono professori che ci supportano, però non si possono esporre troppo anche per questioni legali e di loro tutela, ma sappiamo che ci sono. Naturalmente ci sono anche docenti che non sono troppo d’accordo con le nostre azioni. L’anno scorso abbiamo avuto una situazione veramente problematica con una preside molto autoritaria con gli studenti e le studentesse, abbiamo cercato di instaurare una lotta comune con i professori e siamo riusciti a cacciarla. Quest’anno con i professori non stiamo avendo molti problemi. Dopo l’occupazione cercheremo sicuramente di presentare un progetto concreto da attuare nella nostra scuola, perché comunque il nostro obiettivo è quello di ottenere un’influenza importante come studenti e studentesse. Ne dobbiamo ancora discutere in assemblea, però stiamo pensando di ottenere giornate obbligatorie in cui gli studenti possano discutere di temi di attualità. Intanto questa occupazione è ovviamente una protesta: vogliamo dimostrare che noi studenti e studentesse abbiamo le capacità e il potere di gestire la scuola. Lo stiamo facendo con tutti i corsi, le attività alternative e anche di supporto e studio assistito che abbiamo messo in campo. Quindi abbiamo le capacità per autogestire la scuola, basta rendersene conto e essere consapevoli dei propri mezzi: finita l’occupazione occorre applicarle effettivamente in quello che è il nostro contesto scolastico. Stiamo anche riqualificando alcune aule, sistemando un po’ la scuola, passando la vernice dove serve.

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Il 22 settembre e il 3-4 ottobre scorsi abbiamo avuto imponenti scioperi per la Palestina con grandi manifestazioni, di cui le più grandi a Roma. In tutte le città gli studenti sia delle università che delle scuole hanno avuto un ruolo molto importante, poiché hanno risposto alla chiamata del sindacato USB di bloccare tutto. Gli studenti sono stati in prima linea per bloccare stazioni, strade, autostrade, trasporti locali. Inoltre, il 28 novembre ci sarà un nuovo sciopero generale chiamato da USB contro la finanziaria e il riarmo, per il rinnovo dei contratti nazionali con salari più alti e ancora per la Palestina libera. Cosa pensate di questa alleanza studenti-lavoratori? Cosa pensate di questi scioperi?

A: Come studenti abbiamo fatto assemblee cittadine per discuterne e ci siamo subito interessati a quello che sarebbe diventato ‘Blocchiamo tutto’. Già da prima dell’inizio dell’anno scolastico abbiamo iniziato a riunirci e a parlare di come strutturare le manifestazioni, le piazze, le azioni, per capire se volevamo fare azioni tutti insieme o se ognuno con la propria scuola. Dall’altra parte anche le università si sono mobilitate, in particolare la Sapienza, dove hanno fondato ‘Sapienza contro la guerra’ e hanno occupato la Facoltà di Scienze Politiche. Quindi noi studenti, sia liceali che universitari, ci siamo attivati con entusiasmo fin dall’inizio, sono comunque due anni che scendiamo in piazza per la Palestina. È notevole l’improvvisa crescita nella partecipazione a partire da settembre, livelli mai visti prima, sia di studenti liceali e universitari che lavoratori, persone di tutte le età. È qualcosa di straordinario. Ovviamente ogni scuola nel proprio piccolo ha fatto ciò che riteneva più opportuno. Immagino abbiate visto le tante altre scuole che sono state occupate sempre sull’onda di ‘Blocchiamo tutto’, abbiamo veramente bloccato tutto ed è bellissimo. Noi blocchiamo tutto e lo facciamo per la Palestina. Apprezziamo ovviamente quello che è stato l’impegno e il coraggio dei compagni e delle compagne che si sono imbarcati con la Flotilla e che hanno deciso di mettere anche seriamente a rischio la propria vita. Però riteniamo anche giusto, una volta che abbiamo deciso di mobilitarci, di bloccare tutto per il popolo palestinese e per la questione palestinese più in generale, quindi anche se non avessero bloccato la Flotilla, anche se fosse riuscita ad arrivare a Gaza e tornare tranquillamente indietro con tutti gli equipaggi sani e salvi. L’azione della Flotilla ci ha dato un grandissimo riscontro nelle scuole, abbiamo assistito al risveglio di molte coscienze che magari prima non erano troppo attive e che invece di fronte a queste ingiustizie e questa oppressione barbara e ingiusta hanno deciso di mettersi in gioco. Si è riusciti a far passare il messaggio che ribellarsi è giusto quando c’è un’ingiustizia. Prendere posizione è giusto, scendere in piazza è giusto, ognuno con i metodi che ritiene più opportuni. Per esempio noi bloccando le scuole e le strade, come i lavoratori bloccano i porti e le fabbriche. Ognuno ha agito con i propri mezzi.

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Invece cosa pensate dello sciopero studentesco del prossimo 14 novembre in occasione della giornata dello studente?

C: Non ne abbiamo ancora parlato come collettivo perché molto presi dall’occupazione. In generale negli ultimi anni siamo sempre scesi in piazza per la giornata dello studente come collettivo autonomo Ludus e spesso con altri collettivi autonomi romani.

Volete aggiungere qualcosa per gli studenti delle altre scuole?

A: Non girarsi mai, non voltare mai la testa davanti alle problematiche e alle ingiustizie che noi studenti e studentesse subiamo dentro e fuori la scuola. È importante confrontarsi sempre tra studenti e studentesse e cercare di arrivare ad una soluzione comune per lottare contro le ingiustizie e le problematiche che affliggono la nostra società. E soprattutto cercare di cambiare la scuola perché è il luogo in cui passiamo la maggior parte delle nostre giornate. Cercare di renderla effettivamente un luogo che ci formi per ciò che ci serve, per ciò che crediamo sia giusto e non per ciò che ci viene ogni tanto imposto. Facciamo sentire la nostra voce nelle scuole.

C: Può sembrare anche un po’ utopistico che semplicemente occupando un istituto possa cambiare qualcosa nella realtà. Però secondo me è importantissimo far sentire la propria voce, anche quando si tratta di un atto simbolico. In realtà azioni del genere creano momenti di socialità e formazione politica e personale. È importantissimo continuare con queste pratiche di lotta. È fondamentale pensare che nel nostro piccolo possiamo fare tutti quanti tantissimo.

Laura Tartaglia

Matteo Galletti

Nata a La Plata, Argentina, nel 1992, dove ha militato con il Partido de los Trabajadores Socialistas. Laureata in Tecnica bibliotecaria. Vive e lavora a Monza, milita nella corrente femminista Il Pane e le rose e nella FIR.