Lo abbiamo fatto a settembre, lo abbiamo ripetuto a ottobre, facciamolo di nuovo a novembre! I sindacati di base, con l’USB in testa, indicono uno sciopero generale contro guerra e austerità, in vista della manovra di bilancio del governo Meloni per il 28, e una grande mobilitazione nazionale per il 29; noi saremo parte attiva dei lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse in sciopero e mobilitazione quel giorno.
Meloni investe in “sicurezza” mentre taglia su scuola, servizi e sanità
Entro il 15 dicembre il governo Meloni approverà definitivamente la legge di bilancio per il 2026: una manovra che ha l’obiettivo di riportare sotto il 3% del PIL il deficit annuale dello Stato, di modo da poter accedere a un fondo europeo, il programma SAFE (Security Action for Europe), di 150 miliardi di euro complessivi, che sblocca un ulteriore 1,5% del PIL da destinare alla al riarmo.
Raggiungere questo traguardo significa poter perseguire l’obiettivo di aumentare la spesa militare. La manovra alza la spesa militare di circa 2,6 miliardi nel 2026, portando il totale a circa l’1,26% del PIL, rispetto all’1,15% del 2025, come tappa intermedia verso il fatidico 2%. Nel triennio 2026–2028 la crescita cumulata sfiorerà i 12 miliardi.
Questo riporterebbe l’Italia in linea con le proposte NATO di aumento della spesa militare, dopo un lungo periodo in cui l’Italia era tra i paesi ricchi che spendono di meno nella “difesa” – tra l’1,2% e l’1,3% del PIL.
In un Paese in cui i salari reali sono diminuiti dell’8,7% in diciassette anni, dove la precarietà sta diventando la norma e dove i servizi pubblici sono al collasso, il governo elabora strategie di tagli e austerità per rispondere alle richieste della NATO e dell’UE – alla faccia dei proclami in campagna elettorale, per i quali non ci saremmo più adeguati alle volontà dell’Europa.
I lavoratori, gli studenti e gli anziani devono stringere la cinghia per permettere di acquistare armi, sacrificando stipendi e pensioni.
USB risponde con lo sciopero generale contro l’economia di guerra
Di fronte a questa offensiva, l’USB ha risposto con il processo di assemblee di delegati e assemblee nazionali per la costruzione di uno sciopero generale per il 28 novembre e una manifestazione nazionale per il 29 novembre a Roma.
In continuità con le grandi mobilitazioni del 22 e del 3-4, che hanno reso di nuovo caldo l’autunno italiano, si chiama a una mobilitazione che raccoglie la rabbia delle milioni di persone, che hanno scioperato e sono scese in piazza non solo in solidarietà con la Palestina denunciando le politiche di riarmo che sostengono direttamente il genocidio, ma anche bersagliando il peggioramento delle condizioni reali di quelle centinaia di migliaia di lavoratori.
Il sindacato, infatti, denuncia questa legge finanziaria , che “risponde alla logica del riarmo e alla scelta di orientare il nostro Paese verso un’economia di guerra“, e le lega alla battaglia antimperialista di difesa della Palestina nel nostro paese, chiamando a “rompere il patto tra sionismo, capitalismo ed estrema destra“ denunciando la complicità del governo Meloni con lo Stato terrorista d’Israele e chiedendo la rottura di tutti i legami militari, economici e accademici con Israele.
Una rivendicazione fondamentale che è stata la grande assente della chiamata del 25 ottobre della CGIL, impedendo a diversi settori di sentire come propria quella mobilitazione ed iniziando il lavorìo di frammentazione delle lotte che si è riprodotto poi su questa data nazionale.
Lo sciopero, quindi, cerca di imporre un’agenda radicalmente opposta a quella della Meloni, rivendicando: un salario minimo di 2.000 euro, la settimana lavorativa di 32 ore, l’età di pensionamento a 62 anni, nazionalizzazioni, regolarizzazione dei lavoratori stranieri e massicci investimenti in sanità e istruzione.
Per farlo il 28 novembre dobbiamo promuovere una politica che scommetta sulla centralità della classe lavoratrice nello scenario politico, unendo i diversi settori della classe operaia, le donne e le soggettività LGBTQIA di cui fanno parte, i giovani e i lavoratori precari contro la guerra e la sua economia di austerità.
Nelle assemblee si legge lo slogan “La mano che sfrutta è la stessa che bombarda”, e questa lettura è centrale per capire come continuare a lottare legando il piano dell’opposizione al governo, alle politiche di riarmo che, prima, impoveriscono noi – e poi ammazzano oltre oceano.
La rottura della convergenza
Mentre la rabbia sociale cresce, e l’USB si mobilita per la costruzione dello sciopero generale, insieme agli studenti che il 14 novembre hanno chiamato a loro volta grandi mobilitazioni in tutta Italia, la CGIL si muove da sola annunciando uno sciopero generale per il 12 dicembre, tre settimane dopo e a poco meno di due settimane dal termine ultimo per l’approvazione della finanziaria.
Nonostante Landini ammetta che la “la manovra è ingiusta” e che sia “una follia” che l’Italia investa 900 miliardi in armi nei prossimi dieci anni, quando “sicurezza e pace si costruiscono sulla giustizia sociale e sul lavoro“, egli si rifiuta di rilanciare ed appoggiare la data del 28 novembre.
Si tratta di una scelta politica determinata dal consolidato approccio concertativo dei vertici della CGIL, per i quali l’ottenimento di un piano di dialogo con gli esecutivi, a prescindere dalla capacità di ottenere risultati concreti per i lavoratori, subordina qualsiasi altra valutazione e strategia. La logica è sempre quella di scambiare il ‘consenso’ per il ‘riconoscimento’; a volte questa logica può spingere a mobilitare – magari rispondendo alle pressioni della base, come successo il 3 ottobre – ma con l’obiettivo strategico di contenere lo sviluppo della mobilitazione stessa, in particolare quando la controparte ha bisogno di legittimità o stabilità e i burocrati vedono allora un’opportunità di scambio politico.
Con Meloni & co. l’impianto concertativo – già a un impasse dopo la crisi del 2008 e i governi tecnici – è stato messo ulteriormente in difficoltà. Tramite la chiamata separata del 12 dicembre, Landini spera però di rilanciarlo tramite un oggettivo tentativo di ridurre le difficoltà del governo provando ad evitare che i settori ampi influenzati dalla CGIL non partecipino alla data dei sindacati di base. Una data di lotta che porta una piattaforma di radicalizzazione nei confronti dell’esecutivo e gode dell’eco delle mobilitazioni del settembre-ottobre che hanno, almeno fino a un certo punto, incrinato la legittimità e il consenso dell’estrema destra al potere e delle sue politiche di complicità al genocidio sionista, contenimento della spesa pubblica e riarmo.
Un articolo di Contropiano osserva che ci sono “profonde differenze” tra le “piattaforme di lotta” e considera “naturale” che non si sia raggiunta alcuna unità; ma è proprio questo il problema. La CGIL usa queste differenze di “piattaforma” come pretesto per dividere la classe operaia, anziché organizzare una mobilitazione commisurata agli attacchi del governo.
All’interno del grande sindacato, cominciano però ad emergere critiche da parte di alcuni settori: “Gli scioperi più efficaci si ottengono attraverso alleanze con altri sindacati. Avremmo potuto lavorare in questa direzione già ora“. Così recita una mozione interna al sindacato confederale, presentata dall’opposizione CGIL, e che su queste basi chiedeva la partecipazione al 28 novembre. Mozione che tuttavia è stata respinta.
Una decisione del genere conferma quello che abbiamo detto prima. L’esistenza di un tentativo della dirigenza CGIL di tenere sotto controllo la rabbia e impedire che il ciclo di lotte iniziato il 3 ottobre oltrepassi i limiti del dialogo sociale. I vertici della confederazione non hanno dimenticato quanto accaduto a settembre e ottobre: in due occasioni, l’USB ha imposto il suo programma influenzando la base della stessa CGIL e costringendo Landini ad adeguarsi e chiamare sciopero sotto la pressione dei portuali, dei lavoratori di vari settori e degli studenti. Oggi, la dirigenza della confederazione sceglie deliberatamente la divisione, sperando di contenere la mobilitazione, di fronte a un riallineamento dei lavoratori che sta, almeno in parte, avvenendo al di fuori del suo controllo.
Questa strategia potrebbe però ritorcersi contro questa direzione: come hanno dimostrato le mobilitazioni passate, l’unità può emergere dal basso, dai settori strategici e dai giovani in lotta. La CGIL può anche rifiutarsi di convergere il 28 novembre, ma, se lo sciopero sarà di massa, e se la base di diversi settori si mobiliterà, l’unità potrebbe prevalere malgrado la dirigenza confederale, come già accaduto il 3 ottobre. Per ora, la CGIL parla di pace, giustizia sociale e difesa del salario, ma si rifiuta di rompere con le politiche di austerità e militarizzazione del governo Meloni.
Abbiamo la possibilità di oltrepassare il confine di passività che ci vogliono imporre. Il 22 settembre abbiamo imposto, attraverso la partecipazione dal basso, la convocazione di uno sciopero unitario che, il 3 ottobre, ha portato in piazza due milioni di persone in più di cento città, dalle metropoli alle province, e il 4 ha prodotto una piazza di oltre un milione di persone a Roma.
Serve che la lotta per uno sciopero generale e generalizzato riconquisti la radicalità necessaria a sfidare le dirigenze dei sindacati, in particolare di quelli confederali, mettendo in campo il coordinamento unitario e l’organizzazione dal basso a prescindere dalla tessera. Sono queste, in questo momento, le leve principali contro i piani dell’estrema destra al potere.
Facciamolo più forte!
Le mobilitazioni degli ultimi mesi – scioperi, blocchi portuali, manifestazioni – hanno segnato il ritorno della classe operaia sulla scena politica in Italia. Come abbiamo sottolineato in precedenza, “il movimento attuale combina azione diretta, politicizzazione legata alla causa palestinese e rifiuto delle politiche di austerità e del militarismo”.
Questo processo di autorganizzazione dei lavoratori e dei giovani ha costituito un’azione “di massa, che combina le caratteristiche di una mobilitazione di classe e di una mobilitazione popolare, e che può essere descritta come ‘azione storica indipendente’ ”, un momento in cui la classe operaia è tornata ad essere un soggetto politico, capace di collegare lotta sociale e lotta antimperialista.
La dirigenza della CGIL, con il suo attuale atteggiamento attendista, sta contribuendo a diluire lo slancio mobilitativo dei mesi scorsi, il quale, al contrario, ha incarnato la possibilità di una nuova, più ampia alleanza popolare, all’insegna della solidarietà internazionale, che articoli lotta di classe, solidarietà con la Palestina e rifiuto di un’economia di guerra.
Il 28 novembre non deve essere una giornata isolata, ma piuttosto un’estensione del 22 settembre e del 3 ottobre, e deve aprire la strada a un riallineamento operaio e internazionalista capace di opporsi a Meloni, alla NATO, all’austerità e alla colonizzazione della Palestina continuando ad indicare la strada per gli altri paesi.
“Blocchiamo tutto” non è stato uno slogan: abbiamo bloccato porti, università, scuole e autostrade che sostengono l’economia di guerra per fermare il genocidio a Gaza. Ora, questo deve diventare lo strumento per imporre la nostra agenda politica contro la loro. Per questo abbiamo bisogno non solo di continuare a lottare, ma di farlo con forza rinnovata e maggiore, nei posti di lavoro, davanti le fabbriche, in quei luoghi da dove si vogliono far uscire i profitti per finanziare la guerra, mentre noi siamo costretti a stipendi da fame, pensioni irraggiungibili e precarietà.
Contro la guerra, contro le politiche di austerità, contro il governo Meloni e i suoi complici: il 28 e il 29 Novembre cambiamo tutto!
Redazione – La Voce delle Lotte
Giornale militante online fondato nell'aprile 2017.
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