Dopo 5 giorni di sciopero a Genova, accompagnati da presidi e blocchi dell’autostrada a Taranto, che continuano rievocare al governo lo spettro del Blocchiamo Tutto degli scorsi mesi, il ministro Urso promette di ritirare i piani di chiusura dell’ex-ILVA. La lotta paga, ma i lavoratori e i sindacati devono rafforzare il coordinamento e l’unità nella lotta tra gli stabilimenti del nord e del sud, per evitare di cadere nelle strategie divisive del governo. Va inoltre rispedita al mittente la dicotomia ambiente lavoro, insieme alle sirene del riarmo.


L’altro ieri a Genova uno sciopero generale ha riunito le principali fabbriche metalmeccaniche della città, dall’Ansaldo ad Aero Avio, passando per Fincantieri, in solidarietà ai lavoratori dell’ex-ILVA del quartiere di Cornigliano. Gli operai dell’acciaieria erano in presidio e sciopero già da quattro giorni, contro la prospettiva di 6000 casse integrazione, tra il capoluogo ligure e altri stabilimenti in Piemonte e a Taranto, e la minaccia di una dismissione vera e propria dell’azienda entro il prossimo febbraio. Il gruppo dell’acciaio, in amministrazione controllata da parte dello stato dopo la fuga di Arcelor Mittal del 2019, è infatti in cerca di un acquirente. Acquirente che però non si trova dopo il fallimento della trattativa con Baku Steel lo scorso settembre, mentre il governo non ha piani seri per rafforzare l’intervento pubblico. Su questo livello, esso è incalzato da Federacciai, l’associazione confindustriale dei siderurgici, che preme per una chiusura degli impianti ex-ILVA, plausibilmente come leva perché qualche padrone possa approfittare maggiormente di una svendita.

 

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La mobilitazione dei lavoratori sembra però aver fatto cambiare idea all’esecutivo il quale, nella figura del ministro Urso, ieri ha promesso ai presidenti della regione Liguria e Puglia che non vi sarà nessun piano di cassa integrazione e che, una volta terminato un breve periodo di manutenzione, l’acciaio semi-lavorato tornerà ad essere inviato da Taranto a Genova – era stato il blocco della produzione dei rotoli di coil nello stabilimento meridionale a far scattare la protesta degli operai del nord, poi estesasi ai colleghi pugliesi.

Si tratta di un’ennesima dimostrazione che la lotta paga, in particolare se partecipata, coordinata tra più impianti contemporaneamente e portata avanti con metodi radicali: oltre ad aver occupato la fabbrica a metà novembre e scioperato a oltranza nei giorni scorsi, gli operai di Genova, l’altro ieri, hanno fatto irruzione nella stazione di Brignole, mentre martedì le tute blu di Taranto avevano bloccato l’autostrada. Interessante, inoltre, come lo sciopero generale metalmeccanico di giovedì abbia fatto da momento di convergenza per altri settori di lavoratori genovesi: i portuali hanno infatti mandato una delegazione, ma anche i dipendenti di IKEA coinvolti in una battaglia per il contratto. Esorcizzare lo spettro del Blocchiamo Tutto degli scorsi mesi, a partire dalla città chiave delle proteste, è stato probabilmente parte del calcolo che ha portato Meloni & co. a rivedere i propri piani sull’ex-ILVA.

L’annuncio dello stop alla chiusura ha indotto i lavoratori genovesi a sgomberare il presidio; bisogna però rimanere vigili. Quelle del governo sono ancora solo dichiarazioni. Urso ha promesso la continuità dei rifornimenti di acciaio da Taranto a Genova, almeno fino al 28 febbraio, e la possibilità che lo stato resti nella proprietà dell’ex-ILVA in assenza di offerte di acquisto private. Tuttavia, non ha dato nessuna garanzia rispetto all’abbandono del cosiddetto “ciclo corto”. Si tratta di un progetto che prevedere forti ridimensionamenti dei volumi produttivi, quindi dell’occupazione, negli impianti di Taranto. Questo accanto a una disconnessione dello stabilimento meridionale da quelli del nord a vantaggio delle esportazioni, ma evidentemente a scapito dell’occupazione anche qui – la produzione di acciai speciali genovese dipende infatti dai semilavorati tarantini.

Un piano di investimenti che dia reali garanzie ambientali e al contempo non mandi migliaia di famiglie sul lastrico è ancora tutto da mettere in campo. Bisogna inoltre rispedire al mittente i tentativi del governo di dividere i lavoratori aprendo tavoli di negoziazione distinti tra nord e sud, strategia attivamente assecondata dalle amministrazioni locali a guida PD sia in Liguria che Puglia. Come ci ha detto un operaio ex-ILVA di Cornigliano: “noi non vogliamo separarci da Taranto. Se succedesse saremmo più deboli, perché ora siamo in 10.000. Noi da soli in 1000 a Genova cosa possiamo ottenere?”. Finora la pressione della lotta comune nei 2 principali stabilimenti ha impedito all’esecutivo di portare a termine una strategia di dividi et impera. Tuttavia, nelle scorse settimane la dirigenza nazionale FIOM – sindacato guida della lotta a Genova – non ha contrastato apertamente, insieme a UILM e FIM, l’indizione di incontri separati per stabilimento. USB, storicamente con una buona rappresentanza a Taranto, ma presente anche a Genova, ha invece fin da subito posto la questione di una trattativa unitaria che coinvolga tutti i siti. Infine, l’altro ieri, la mobilitazione dei lavoratori ha spinto anche i vertici FIOM, UILM e FIM a chiedere al governo un tavolo nazionale per l’ex-ILVA. Si tratta di una posizione da sostenere e da rafforzare con il coordinamento dal basso dei lavoratori e dei sindacati dei vari impianti.

 

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La rivendicazione dell’intervento pubblico da parte delle organizzazioni dei lavoratori è inoltre sacrosanta. Detto questo, giustificarla principalmente in base ai bisogni strategici dell’Italia, come fanno esponenti politici in quota PD e alcuni dirigenti sindacali – magari sperando che l’aumento delle spese per il riarmo possa beneficiare la siderurgia ‘nostrana’ – rischia di essere controproducente per la lotta. Come noto, soprattutto nel caso di Taranto, la produzione è infatti altamente inquinante e nociva. Va detto chiaramente che la chiusura delle fabbriche, come chiedono certi comitati cittadini, non risolverebbe definitivamente il problema, rischiando di lasciare in eredità non solo veri e propri ecomostri, ma anche una classe lavoratrice indebolita, quindi rapporti di forza peggiori per ottenere un soddisfacente piano di bonifica (lo mostra ad esempio l’esperienza del quartiere Bagnoli, a Napoli). Tuttavia, la vertenza ex-ILVA rischia di rimanere isolata se i lavoratori e le dirigenze sindacali non rifiutano la dicotomia salute (ambiente) – lavoro e si limitano a mettere l’accento sulla salvaguardia dei volumi produttivi.

 

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È interessante come uno dei cori che va per la maggiore nei cortei degli operai genovesi sia “Occupiamola” di GKN: chissà che i lavoratori ex-ILVA non possano accogliere anche le parole d’ordine lanciate dal Collettivo di Fabbrica fiorentino. Alla dicotomia salute (ambiente) – lavoro, così come alle sirene del riarmo, è infatti necessario rispondere con la rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo democratico dei lavoratori, al servizio di un reale programma di risanamento ambientale e riconversione ecologica della produzione.

 

Lorenzo Lodi

Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.