Le indagini e le accuse contro l’Associazione dei Palestinesi d’Italia e, in particolare, contro il suo presidente Mohammed Hannoun rappresentano l’ultimo atto di una repressione più ampia messa in atto dal governo italiano contro il movimento di solidarietà con la Palestina e contro altre realtà sociali. In questo quadro si inseriscono anche lo sgombero del centro sociale Leoncavallo a Milano, l’arresto dell’imam di Torino Mohammed Shahin e, più recentemente, l’attacco al centro Askatasuna, sempre a Torino.
Si tratta di un giro di vite che giunge in un momento di riflusso del movimento, dopo una fase di forte protagonismo all’inizio dell’autunno, quando il carattere di massa delle mobilitazioni aveva reso difficile l’intervento repressivo del governo. Se l’esecutivo esulta per le operazioni condotte, l’opposizione resta in silenzio o tenta di prendere le distanze dai soggetti colpiti. Sebbene con toni diversi, sia il Partito Democratico sia Alleanza Verdi e Sinistra hanno espresso posizioni di condanna, in particolare rispetto all’arresto di Hanun.
L’arresto di Hanun e la complicità con l’entità sionista
L’indagine contro Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia, e il suo conseguente arresto rappresentano l’ennesimo attacco al movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Le accuse riguardano presunti finanziamenti al movimento di resistenza islamico palestinese Hamas, attraverso donazioni destinate al sostegno della popolazione di Gaza.
Si tratta di un’accusa non nuova: Hannoun era già stato indagato nel 2005 per fatti analoghi, che si conclusero con l’archiviazione del procedimento.
Tutte le informazioni giunte alla magistratura di Genova provengono dal governo israeliano, che di fatto accusa, senza fornire prove concrete, qualsiasi organizzazione operante nella Striscia di Gaza di essere un’organizzazione terroristica. È quanto accaduto anche all’agenzia ONU UNRWA e a numerose associazioni impegnate sul territorio gazawi.
Secondo l’accusa, parte dei fondi sarebbe confluita nel Fondo per i Martiri, i Feriti e i Prigionieri, un’istituzione amministrata dal governo di Hamas a Gaza, il cui scopo sarebbe quello di sostenere le famiglie di coloro che hanno perso un congiunto in combattimento o che sono stati imprigionati. Questa struttura ricalca quella della SAMED, la Società dell’Opera dei Martiri Palestinesi, fondata alla fine degli anni Sessanta e legata all’OLP di Yasser Arafat.
Si tratta dunque di un meccanismo di finanziamento analogo a quello utilizzato dall’OLP in passato e che oggi, a Gaza, fa riferimento a Hamas. Non si parla di finanziamento diretto alla lotta armata, bensì di sostegno a istituzioni con finalità sociali diverse. Tuttavia, dal momento che Hamas è considerata un’organizzazione terroristica – così come lo era l’OLP all’epoca – ogni flusso di denaro viene automaticamente qualificato come supporto al terrorismo.
Il problema centrale è che l’intera indagine si fonda su informazioni provenienti da Tel Aviv, elemento che ha inciso pesantemente sulla formulazione delle accuse. Oltre ai fondi destinati a istituzioni di Gaza, infatti, parte del denaro sarebbe arrivata a singoli cittadini che Israele definisce “terroristi” semplicemente perché legati, anche solo familiarmente, a membri di Hamas.
Al di là della ricostruzione dei fatti e della fondatezza delle accuse, emerge con particolare evidenza la totale adesione della magistratura alle tesi israeliane. Secondo i dati forniti da Israele, il 71% dei fondi sarebbe stato dirottato verso Hamas e una rete di associazioni caritatevoli; è sempre Israele ad accusare Hanun di essere un militante organico di Hamas, accusa da lui fermamente respinta.
Di fronte a queste imputazioni, il governo esulta per l’ennesimo atto repressivo contro il movimento di solidarietà con la Palestina, che segue a breve distanza l’arresto – poi revocato – dell’imam Shahin e lo sgombero del centro Askatasuna di Torino.
Un’azione repressiva dura, che sembra avere l’obiettivo di scoraggiare e delegittimare le proteste di massa contro le azioni genocidarie dello Stato israeliano. A ciò si aggiunge una evidente complicità giudiziaria con l’entità sionista, che si affianca a quella politica e militare già in atto. Tutti elementi che confermano, ancora una volta, il coinvolgimento diretto dell’imperialismo italiano nel genocidio del popolo palestinese, in linea con quanto sta avvenendo anche in altri Paesi europei come Germania, Francia e Gran Bretagna.
La complicità delle opposizioni: dalla condanna di Hannoun al DDL contro l’antisemitismo (IHRA)
Mentre il governo cavalca l’indagine alimentando campagne islamofobe e intestandosi il successo della presunta “guerra al terrorismo”, accusa l’opposizione di complicità con Hannoun. Di contro, i principali partiti di opposizione tentano di smarcarsi da tali accuse, confermando il loro opportunismo politico.
Dopo aver sostenuto, anche in chiave elettorale, le mobilitazioni di massa per la Palestina, oggi si dissociano da qualsiasi legame con Hannoun. Al di là dei singoli episodi – come la foto del 2022 che ritrae Laura Boldrini insieme a Hannoun e ad alcuni esponenti di AVS – emerge una dissociazione generalizzata che dimostra come, pur con sfumature diverse, la questione palestinese sia stata spesso affrontata più come strumento elettorale che come reale posizione politica.
AVS non solo ha preso le distanze dalle realtà solidali e da Hannoun stesso, arrivando ad affermare che “persone come lui danneggiano la causa palestinese”, ma, tramite Angelo Bonelli, ha dichiarato di condannarne la condotta e di essere contrario a una possibile candidatura di Francesca Albanese nelle liste di AVS. Senza attribuire ad Albanese il ruolo di unica rappresentante della causa palestinese, questa presa di posizione evidenzia chiaramente come il processo di dissociazione sia ormai in corso.
Si assiste così a un ritorno nei ranghi della retorica riformista che, da un lato, sfrutta il riflusso delle mobilitazioni e, dall’altro, sostiene in modo più o meno acritico iniziative internazionali come il piano Trump per Gaza.
A ciò si aggiungono diverse manovre istituzionali, come la presentazione di disegni di legge contro l’antisemitismo da parte di Italia Viva, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico: quattro DDL distinti, soprattutto in termini di inasprimento delle pene.
Si tratta di proposte che mirano ad adottare la definizione IHRA di antisemitismo, equiparando di fatto l’antisemitismo alla critica politica dello Stato di Israele. Una mossa condivisa da gran parte dell’arco parlamentare, che rappresenta l’ennesimo strumento repressivo contro le mobilitazioni di massa e che punta a silenziare ogni critica all’occupazione israeliana.
Mentre il PD nega l’esistenza di una repressione contro il movimento, nei fatti avalla una scelta di campo ben precisa, promossa in particolare dalla sua ala riformista più filosionista, ormai egemone all’interno del partito. Ciò conferma che il PD si colloca pienamente nel campo dell’imperialismo occidentale, individuando in Israele un avamposto strategico per la tutela dei propri interessi in Medio Oriente.
Non è un caso che la festa di Fratelli d’Italia “Atreju” abbia ricevuto grande attenzione mediatica, mentre non è accaduto lo stesso per la presenza in Italia del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Né è casuale che lo stesso Abbas abbia ricevuto, il giorno successivo, la visita della segretaria del PD Elly Schlein, di Giuseppe Conte e di Nicola Fratoianni nel suo albergo.
Una scelta di campo apparentemente chiara, in contraddizione con la partecipazione delle forze di opposizione alle mobilitazioni di piazza di settembre e ottobre, ma pienamente coerente con la loro linea politica: schierarsi con i collaborazionisti dell’occupazione israeliana.
Se è vero che AVS ha respinto formalmente alcuni disegni di legge, resta il fatto che è un alleato stabile del PD sia a livello locale sia parlamentare. Le due forze, insieme al Movimento 5 Stelle, si sono mosse spesso in sintonia sulla questione palestinese, come dimostra il programma in dieci punti su Gaza presentato durante la manifestazione del 7 giugno a Roma. È in questo contesto che va letta la complicità dell’intera sinistra parlamentare nell’attuale ondata repressiva.
Il movimento per la Palestina di fronte alla repressione
Se c’è un aspetto in cui il governo di destra guidato da Giorgia Meloni dimostra particolare abilità, è quello di mettere in difficoltà i propri avversari politici. L’uso strumentale del diritto internazionale nelle accuse a Hannoun ne è un esempio emblematico.
Negli ultimi due anni, alcuni settori del movimento per la Palestina hanno tentato di appellarsi al diritto internazionale per legittimare le proprie rivendicazioni, rimanendo ancorati a una visione della politica borghese e cercando il riconoscimento delle forze parlamentari. Sembrava che invocare il diritto internazionale fosse un modo per sottrarsi alle accuse di estremismo e rendere accettabili le rivendicazioni del popolo palestinese.
Questo approccio si è però rivelato fallimentare, sia rispetto ai diritti storici del popolo palestinese – basti pensare al ruolo del diritto internazionale nella spartizione della Palestina e alle risoluzioni ONU che hanno legittimato il processo di pace imperialista – sia nel limitare e delegittimare il ruolo della resistenza palestinese.
Non si tratta di sostenere acriticamente le forze islamiste all’interno del campo politico palestinese, ma di porre al centro della lotta la classe lavoratrice, a livello nazionale e internazionale. Non è un caso che, durante le mobilitazioni di massa in tutto il mondo e in particolare in Italia, sia emerso con forza il potenziale del movimento dei lavoratori nel contrastare il ruolo dell’imperialismo occidentale – attraverso il traffico di armi, gli accordi economici e la cooperazione militare – nel sostegno all’entità sionista israeliana.
Per questo la risposta all’inasprirsi della repressione deve passare per gli aspetti migliori degli stessi movimenti: la centralità della classe lavoratrice, con la forte spinta dei portuali di Genova, l’unità con i settori giovanili e studenteschi e lo strumento dello sciopero generale come azione politica.
Manteniamo il piano della lotta anche come strumento di difesa contro gli attacchi che il governo Meloni sta portando avanti.
Libertà per Hannoun, per Shanin, per Anan e tutti i prigionieri e accusati politici palestinesi e in solidarietà del popolo palestinese!
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