Mentre le minacce di intervento da parte degli Stati Uniti si intensificano, Reza Pahlavi, supportato da Trump e Israele, cerca di dirottare il movimento di ribellione iraniano. Solo una mobilitazione indipendente della classe lavoratrice può aprire ad un cambiamento progressivo contro Khamenei e ogni tentativo di ristabilire il regime pro-imperialista dello Shah.

Traduzione da Révolution Permanente– Enzo Tresso e Georges Kibal, 11 gennaio 2026


 

È stato pazzesco! La folla era gigantesca, il loro coraggio esemplare. Dalle 20 a mezzanotte, ho marciato dal centro di Teheran verso nord. Le forze di sicurezza lanciavano gas lacrimogeni e con fucili ad aria compressa. Gli slogan dominanti erano a favore di Reza Pahlavi, così come “Morte al dittatore”, riporta un residente di Tehran a Le Monde.”

Questo testimone cattura sia l’entità del momento e le sue contraddizioni: le enormi opportunità aperte da una storica mobilitazione di massa, e i gravi pericoli che affronta. Il Presidente degli Stati Uniti Trump e il Primo Ministro Israeliano Netanyahu stanno cercando di co-optare parte del movimento tramite una campagna aggressiva a supporto di Reza Pahlavi, mentre contemporaneamente minacciano un intervento militare diretto contro l’Iran per imporre un regime completamente subordinato all’imperialismo.

Questo grande pericolo ci pone di fronte a una domanda decisiva: può la rivolta contro Khamenei svilupparsi in completa indipendenza dalle forze imperialiste?

Khamenei non spaventa più i manifestanti

Durante la notte tra giovedì e venerdì, le proteste contro il regime reazionario della Repubblica Islamica sono entrate in una nuova fase. Decine, forse centinaia, di migliaia di persone sono scese in strada, affrontando le milizie del regime a Teheran e Mashhad, le città più grandi del paese. Le immagini che girano sui social media mostrano un cambiamento qualitativo: i manifestanti non venivano più dispersi dalle cariche della polizia, ma rispondevano direttamente alla repressione. In numerosi video, si vedono addirittura i manifestanti guidare le automobili contro le forze di sicurezza e le barricate della polizia che tentano di fermarne l’avanzata.

Questa escalation ha seguito giorni di scioperi chiamati dalle organizzazioni Curde, incluse Komala e il Kurdistan Iraniano, determinando l’entrata delle regioni Curde nelle mobilitazioni, e facendo eco alle proteste che seguirono all’assassinio di Masha Amini. La provincia di Ilam è stata particolarmente attiva.

Molti negozi hanno chiuso a Teheran e in altre città, i mercanti, specialmente i proprietari dei bazaar, stanno giocando un ruolo centrale nelle proteste. Dal 28 dicembre, HRANA ha riportato circa 350 manifestazioni tra 31 province e 111 città.

Anche gli studenti hanno assunto un ruolo prominente, organizzando proteste nelle università e collegando le mobilitazioni giovanili con le proteste cittadine della classe lavoratrice. Mercoledì 7 gennaio, l’undicesimo giorno di proteste, dieci università erano mobilitate. In totale, almeno 35 università hanno partecipato da fine dicembre.

In un discorso tenutosi venerdì 9 gennaio, Khamenei ha denunciato i manifestanti come “mercenari al servizio di potenze straniere”, una tattica famigliare che ha lo scopo di delegittimare la rivolta. Ma questa retorica può indicare un cambiamento di tattica. Mentre di solito sono i Basij ad affrontare le manifestazioni, una simile impostazione potrebbe giustificare l’impiego delle forze d’assalto del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), un esercito nell’esercito, direttamente subordinato alla Guida Suprema. Dopo un utilizzo limitato durante la rivolta del 2022, l’IRGC è già stato dispiegato nel Kurdistan iraniano. Il blackout nazionale di Internet lascia presagire preparativi per una repressione di massa.

Tra gli atti più brutali c’è stato un raid su un ospedale a Ilam, dove i manifestanti feriti stavano ricevendo le cure necessarie. I reporter indicano anche il coinvolgimento di miliziani iracheni sciiti, alleati con Teheran. Più di 200 persone sono state uccise (dato del 12 gennaio), con le forze di sicurezza che, secondo le fonti, hanno sparato proiettili veri.

Un regime fragile

Questa nuova ondata di proteste ha seguito il movimento del 2019, che era stato segnato dagli scioperi dei lavoratori del petrolio, e la rivolta del 2022. Ma soprattutto, riflette la crescente fragilità del regime di Khamenei. L’Iran è emerso indebolito dal confronto con Israele e gli Stati Uniti: il suo network regionale è malridotto, le sanzioni hanno devastato una già fragile economia, e le divisioni interne si stanno acuendo.

La questione imminente della successione si è trasformata in una critica più ampia ai quattro decenni di potere di Khamenei. Le sconfitte sofferte dalle IRGC hanno rafforzato l’esercito regolare, mentre le fazioni “riformiste” che promuovono accordi con Washington stanno guadagnando terreno. Gli analisti puntano su figure come Hassan Rouhani e Hassan Khomeini come potenziali contendenti. Come nota Kamran Bokhari, il regime ha perseguito riforme controllate, come il rilassamento delle restrizioni sociali e la riapertura della diplomazia con gli Stati Uniti, per stabilizzare il sistema dopo la guerra, mentre si apriva parzialmente al capitale imperialista.

Queste tendenze si sono riflesse in un editoriale di Mohammad Javad Zarif su Foreign Affairs, pubblicato pochi giorni prima della rivolta, in cui proponeva un nuovo accordo nucleare, intese di sicurezza e cooperazione economica finalizzate allo sviluppo del settore privato iraniano. Sia attraverso la continuità sia attraverso riforme, l’equilibrio delle forze ai vertici apre la prospettiva di un esito bonapartista: l’utilizzo della forza per contenere il malcontento di massa.

La minaccia dell’intervento imperialista

La pressione si sta intensificando rapidamente. Pochi giorni dopo l’aggressione contro il Venezuela e il rapimento del Presidente Nicolás Maduro, l’imperialismo statunitense sta apertamente minacciando l’intervento contro l’Iran. Trump ha dichiarato che se l’Iran reprime i manifestanti, gli Stati Uniti sono pronti a intervenire.

Questo scenario, la decapitazione del regime seguito da negoziazioni con fazioni “riformiste”, sta venendo discussa apertamente. I leaders Israeliani hanno fatto simili minacce, invocando esplicitamente il Venezuela come avvertimento. Israele ha approvato i piani per un attacco e ha messo le sue forze in massima allerta.

Al tempo stesso, l’imperialismo ha fatto risorgere Reza Pahlavi. Un alleato di lungo termine di Netanyahu e Trump, promosso tramite i media occidentali e israeliani, l’erede dello Shah viene presentato come alternative, nonostante le dichiarazioni di supporto interne all’Iran siano ingigantite. Il suo ritorno rappresenta un immenso pericolo.

Supportato dalle potenze imperialiste, Pahlavi simbolizza la dittatura rovesciata nel 1979 dai consigli dei lavoratori, prima che il clero si impossessasse della rivoluzione. La sua restaurazione implicherebbe una totale subordinazione all’imperialismo statunitense, una rapina delle risorse iraniane, e un’intensificazione nello sfruttamento dei lavoratori. Qualsiasi sia la sua retorica, Pahlavi offre solo una dittatura riciclata.

Il ruolo centrale della classe lavoratrice, indipendente dall’imperialismo

La rivolta ha coinvolto nuovi strati, come mercanti e proprietari di bazar radicalizzati dal crollo del rial e giovani plasmati dalla rivolta di Mahsa Amini. La forza più decisiva, tuttavia, resta la classe operaia. Oggi la partecipazione dei lavoratori è disomogenea ma significativa: scioperi negli impianti di gas di South Pars, addetti alla manutenzione a Zagros e Lorestan e dichiarazioni di solidarietà da parte di insegnanti, camionisti e lavoratori petroliferi.

Se la classe lavoratrice iraniana interviene come una forza indipendente, contro Khamenei e contro l’imperialismo, può bloccare il dirottamento della protesta da parte di Pahlavi ed evitare una catastrofe in stile libico. Uno sciopero generale politico guidato dai lavoratori può buttare giù il regime, che ora è sostenuto solo dalla repressione, aprendo alla possibilità di un risultato progressista radicato nel potere di classe. Una tale vittoria riverberebbe nella regione, rivitalizzando la lotta di classe nel Medio-Oriente e rafforzando la lotta palestinese. Davanti a questo bivio i pericoli sono immensi, ma altrettanto lo sono le possibilità, premesso che la lotta contro Khamenei sono condotte in totale indipendenza dall’imperialismo e da coloro che sognano di restaurare una monarchia fantoccio per cancellare la sconfitta del 1979.

 

Enzo Tresso

Georges Kibal