A due mesi dall’inizio del governo di Rodrigo Paz ed Edmand Lara, la Bolivia sta attraversando una delle più gravi crisi politiche e sociali degli ultimi anni, con oltre 56 barricate sulle principali strade nazionali e mezzo milione di persone mobilitate nella marcia “Bolivia no se vende” (La Bolivia non si vende) per respingere il decreto sovrano 5503, che mira a cambiare il modello economico del Paese, apre le porte al capitale transnazionale nel settore strategico dell’economia, congela i salari, applica un nuovo sistema fiscale e scarica l’eliminazione dei sussidi per i carburanti sulle spalle dei lavoratori.


 

Quella che era iniziata come una protesta di avanguardia alla fine di dicembre si sta trasformando in una mobilitazione di massa, che potrebbe sfociare in una rivolta nazionale contro l’aggiustamento neoliberista. Ad oggi sono stati registrati almeno 56 blocchi sulle strade nazionali (09/01/2026), ai quali si aggiungono i blocchi nella città di El Alto, compreso il distretto 8 e la zona di Senkata.

La mobilitazione si è generalizzata lunedì 5 gennaio, quando la marcia è arrivata a La Paz. Partita da Calamarca tre giorni prima, è cresciuta esponenzialmente lungo il percorso e, una volta arrivata a La Paz, si è trasformata in una colonna umana che si estendeva per 27 chilometri, dal Prado alle prime strade di El Alto, con una partecipazione stimata di quasi mezzo milione di persone.

Alla marcia di massa si sono uniti i settori contadini (CSUTCB), i “ponchos rojos” delle 20 province di La Paz, gli insegnanti delle scuole urbane e rurali, i minatori, i lavoratori delle fabbriche, i lavoratori delle pulizie urbane, i lavoratori municipali, il settore sanitario, le associazioni di quartiere di El Alto, i genitori e diverse organizzazioni sociali e femministe.

La repressione come espressione della debolezza del governo

Sono evidenti la debolezza e le contraddizioni interne del governo, il cui vicepresidente Edmand Lara si è pronunciato pubblicamente contro il DS 5503. Le dichiarazioni populistiche di Lara cadono nel vuoto, dimostrando il suo isolamento all’interno del governo e dell’organo legislativo, non essendo riuscito a ottenere il sostegno sufficiente per includere il DS 5503 nell’ordine del giorno della sessione parlamentare del 23 dicembre.

In risposta al dissenso pubblico di Lara, che si è dichiarato “oppositore” del governo, il presidente Rodrigo Paz ha approvato il DS 5515 che istituisce una figura di presidenza virtuale mentre il capo dello Stato è fuori dal Paese, cercando di evitare che il vicepresidente assuma la carica di presidente come previsto dalla Costituzione Boliviana. Edmand Lara, che proclama apertamente la sua ammirazione per i regimi di Nayib Bukele (El Salvador) e Javier Milei (Argentina), ieri ha dichiarato: “Sarò presidente e riporterò l’ordine”. Lungi dall’essere un’alternativa, come vorrebbe apparire, Lara incarna una politica repressiva.

Nel primo mese di governo, ha già dimostrato il suo carattere repressivo, assassinando tre membri della comunità di Cotapachi (Cochabamba) durante un’operazione di polizia per sbloccare un blocco stradale. Fin dai primi giorni di mobilitazione si sono registrate giornate segnate dalla repressione della polizia con colpi di pallini sparati in faccia ai manifestanti, gas lacrimogeni e arresti. Il giorno dell’arrivo della marcia “Bolivia no se vende” sono stati arrestati 12 compagni e compagne, minatori, operai e contadini (successivamente rilasciati dopo il primo tavolo di dialogo). L’alba seguente la polizia ha effettuato un’operazione entrando nella sede della Central Obrera Boliviana, con il pretesto di “cercare esplosivi”, per intimidire i leader sindacali.

In questo contesto, l’8 gennaio, il viceministro della Difesa Sociale e delle Sostanze Regolamentate, Ernesto Justiniano, ha confermato l’arrivo di una commissione della DEA (Agenzia antidroga degli Stati Uniti), come parte di un blocco di “nove agenzie legate a diversi settori della sicurezza dello Stato” (La Razón, 08/01/2026). Si tratta di una minaccia diretta al movimento contadino dei coltivatori di coca del tropico di Cochabamba, sul quale sono stati effettuati voli di ricognizione lo stesso giorno dell’arrivo dell’agenzia imperialista. Di fatto, si consolida il ritorno delle agenzie statunitensi sul territorio boliviano, con il pretesto della “guerra al narcotraffico”.

Il “fast track” è già in vigore con l’ingresso di Petrobras a Tariquía

Lunedì 5 gennaio, in concomitanza con l’arrivo della marcia, il governo ha inviato un contingente di polizia alla Riserva Nazionale di Flora e Fauna di Tariquía, per scortare l’ingresso della compagnia petrolifera transnazionale Petrobras, di fronte alla resistenza delle comunità contadine e indigene, che avevano organizzato un presidio in difesa del loro territorio. L’intervento a Tariquía mostra le conseguenze del DS 5503, con l’accelerazione degli investimenti estrattivi attraverso meccanismi di “fast track”, che privilegiano la sicurezza giuridica delle imprese e riducono al minimo i controlli sociali, ambientali e territoriali. Il Decreto Sovrano abilita anche la militarizzazione dei territori in caso di resistenza sociale, come forma di criminalizzazione della protesta e dell’ambientalismo popolare. Il DS viola il diritto all’autodeterminazione e alla consultazione preventiva, libera e informata (Convenzione 169 OIL) dei popoli indigeni, imponendo progetti estrattivi e subordinando i territori e i diritti collettivi indigeni a beneficio del capitale privato.

La COB: tra la pressione della base e la negoziazione

La Central Obrera Boliviana (COB) si trova in una posizione complessa. Da un lato, è riuscita a centralizzare le mobilitazioni, dimostrando una ripresa della sua capacità di mobilitazione, cosa che non si verificava da anni. Tuttavia, da lunedì è in fase di dialogo con il governo, il che genera sfiducia tra i settori mobilitati. Martedì, il governo ha proposto di abrogare e/o modificare 35 articoli del decreto, senza ripristinare il sussidio agli idrocarburi. La COB ha chiesto una sospensione per “consultare la base”, una decisione che riflette la pressione delle assemblee, degli incontri allargati e delle riunioni che chiedono l’abrogazione totale del decreto, non solo modifiche parziali.

Nonostante la portata delle mobilitazioni, lo sciopero non sta avendo effetto in tutti i settori. I grandi centri minerari come Huanuni e Colquiri, i cui dirigenti sono a capo dei comitati esecutivi della FSTMB e della COB, continuano a funzionare. Non si è fermata nemmeno la produzione a San Cristóbal, la più importante miniera privata del Paese. Nelle ultime settimane solo i dirigenti e alcuni delegati si sono recati a La Paz per unirsi alle mobilitazioni, mentre le grandi masse lavoratrici continuano a lavorare. L’unico modo per rendere efficace lo sciopero generale indetto dalla COB e per infliggere un colpo decisivo al governo e alle classi dominanti è lo sciopero, a partire da Huanuni, Colquiri e San Cristóbal.

In questo contesto, il settore che si sta mobilitando con più forza è quello contadino, che sostiene la maggior parte dei 56 blocchi stradali a livello nazionale, si aggiunge alle mobilitazioni della marcia diretta a La Paz da Calamarca e che mantiene la posizione di abrogazione dei DS 5503 e DS 5515.

Per sostenere le mobilitazioni, i blocchi e i picchetti di sciopero, dalla LOR-CI chiediamo che i dirigenti delle principali organizzazioni sociali convochino assemblee aperte in tutti i luoghi di lavoro e di studio, affinché si possa discutere dal basso un piano di lotta per affrontare l’aggiustamento del governo.

La Olla Común Anticapitalista: per la solidarietà di classe e l’auto-organizzazione

Nel mezzo del conflitto, dalla LOR-CI insieme ad altre organizzazioni abbiamo convocato l’“Assemblea aperta dei lavoratori, degli studenti e del popolo”, che è riuscita a creare uno spazio di discussione tra organizzazioni di sinistra, femministe, di donne e minoranze, giovanili, di quartiere, ecologiste, culturali e di attivisti indipendenti. Da questo spazio sono state organizzate diverse attività, tra cui spicca la mensa comune, che ha dato concreta espressione alla solidarietà di classe e all’alleanza dei settori in lotta a migliaia di manifestanti. La mensa comune è nata inizialmente in risposta all’indignazione per gli arresti e per sostenere le mobilitazioni in un contesto in cui Paz, prolungando le festività, cercava di soffocarle.

Questa iniziativa ha ottenuto ampia risonanza e riconoscimento da parte dei manifestanti, ampliandosi per l’accoglienza della mobilitazione a Senkata. Oggi da questo spazio si continuano ad affiancare le mobilitazioni da diversi punti di blocco, cercando anche di rendere visibile ampia portata dei blocchi stradali e rompere il cordone mediatico che il governo di Paz cerca di imporre.

Da La Izquierda Diario, promosso dalla LOR-CI per un Partito dei Lavoratori Rivoluzionari, membro della Rete Internazionale, si sta lavorando per rompere il blocco mediatico dei grandi imprenditori. Come nel 2019-20, durante il colpo di Stato, i massacri e la resistenza al regime di Jeanine Áñez, gli imprenditori e i loro media cercano di mettere a tacere la voce di chi lotta. Con corrispondenti a La Paz, El Alto, Cochabamba e accompagnando la marcia “Bolivia no se vende”, partecipiamo allo sforzo delle organizzazioni sociali e popolari per informare dal basso, al servizio delle lotte sociali.

Si intensifica la lotta di classe in America Latina

Il decreto e le mobilitazioni si inseriscono in un contesto di avanzata imperialista degli Stati Uniti per approfondire la subordinazione dell’America Latina come cortile di casa affine ai propri interessi. Parte di questa strategia è l’attacco di Trump al Venezuela, con la militarizzazione dei Caraibi, il sequestro di Maduro, l’uccisione di compagni e l’appropriazione del petrolio. Seguono le minacce a Messico, Colombia e Cuba.

Il governo boliviano si allinea all’adozione di misure di aggiustamento economico che seguono un modello simile a quello implementato in altri paesi della regione, come Milei in Argentina con il tentativo di riforma del lavoro, insieme agli aggiustamenti per pensionati, lavoratori, sanità e istruzione, e gli attacchi che Kast sta preparando in Cile. Tutti modelli che cercano di sottomettere i paesi agli interessi dei grandi gruppi imprenditoriali, dei capitali internazionali, del FMI e degli Stati Uniti. Come è successo alcuni anni fa in Ecuador e in Perù, dove il popolo ha risposto con importanti rivolte contro i vari adeguamenti.

Sebbene le prospettive siano incerte, per il governo di Paz abrogare il decreto significherebbe rinunciare (anche se momentaneamente) al piano economico che cerca di implementare, sotto la pressione degli interessi del FMI e degli imprenditori, rimanendo in una posizione estremamente debole. Mantenerlo, d’altra parte, potrebbe scatenare una rivolta nazionale o un’escalation repressiva che radicalizzerebbe ulteriormente il conflitto, con un approfondimento della lotta di classe.

Diversi settori stanno già ponendo il dilemma: “abrogazione o dimissioni”. I prossimi giorni saranno cruciali per determinare il corso di una crisi che si profila già come la più intensa degli ultimi anni. A differenza dei conflitti precedenti, questa volta non esiste una mediazione politico-partitica chiara e forte come quella rappresentata dal MAS nei decenni passati, il che rende difficile la concentrazione delle lotte, ma apre anche spazi per l’emergere di nuove correnti politiche e sociali.

Il Paese è in bilico, con un governo indebolito, una leadership sindacale sotto pressione da parte della base e una mobilitazione sociale che potrebbe segnare una svolta nella recente storia politica della Bolivia.

 

Comisión Política de la LOR-CI

Traduzione dell’articolo apparso originariamente il 9 gennaio 2026 su La Izquierda Diario