Il miglior modo per comprendere le ragioni dell’attacco statunitense al Venezuela è la lettura del documento strategico di sicurezza nazionale che il governo federale a stelle e strisce ha reso pubblico lo scorso novembre. Si tratta di una lettura agile, che, fatto salvo per una debordante esaltazione dell’amministrazione Trump, ha il grande merito di essere alquanto esplicita e diretta.


Il punto di partenza del documento non è nuovo. Già nel lontano 2011, sotto il governo di Barack Obama, gli Stati Uniti avevano individuato nel contenimento della crescita della Cina la premessa fondamentale per il mantenimento dell’egemonia statunitense. La sterzata arriva però nelle modalità con le quali questa viene perseguita. Quattro aspetti sono decisivi.

Il primo è l’abbandono della cornice di istituzioni e norme sovranazionali che gli Stati Uniti avevano creato e utilizzato per garantire il proprio dominio dopo la fine della seconda guerra mondiale e, con ancor maggior decisione, nel post-1989. Il punto non è sottolineare che la forza si sostituisce al diritto, come fatto da molti commentatori nel campo del centrosinistra italiano. Il diritto è sempre stato un epifenomeno derivante in primo luogo dai rapporti di forza esistenti tra gli stati e, all’interno di questi, tra le classi. Tale resta anche oggi. Quanto cambia è la cornice ideologico-simbolica. Prima gli Stati Uniti avanzavano i propri interessi sotto il mantello di presunti valori liberali e democratici, la cui portata era pensata generale. Adesso lo fanno per un’esplicita volontà di difendere gli interessi nazionali, il cui valore è necessariamente relativo.

Il secondo aspetto a mutare è il varo di una strategia più calibrata. Per esplicita ammissione, gli Stati Uniti rinunciano ad agire come guardiani dell’ordine mondiale. Questo produce, a cascata, una serie di conseguenze tangibili: dalla maggiore collaborazione richiesta agli alleati (a partire dalla sfera militare, come ben visibile nell’aumento della spesa bellica dei paesi NATO al 5 percento del Pil) al declassamento di alcune aree geografiche, come quella mediorientale, non più viste come prioritarie per gli Stati Uniti. Soprattutto però determina la piena riaffermazione del predominio statunitense nell’emisfero occidentale, specificando come non saranno accettate presenze da parte di potenze rivali nell’area, e riorientando gli sforzi a stelle e strisce verso l’indo-pacifico, vista come l’area nella quale la partita egemonica con la Cina sarà combattuta, in quale forma rimane ovviamente incerto.

In terzo luogo, il documento riafferma come l’egemonia statunitense possa essere solamente garantita dal mantenimento di un vantaggio tecnologico nei settori strategici dell’economia. Questo è indubbiamente l’ambito nel quale la sfida cinese ha più eroso il dominio occidentale. La strategia dell’amministrazione Trump si fonda sull’accesso diretto alle materie prime chiave e su un processo parziale e mirato di re-industrializzazione interno. Questa, a sua volta, è considerata possibile anche, e forse soprattutto, grazie a costi energetici e ambientali bassi, visto che esistono limiti di tenuta sociale a un ulteriore declassamento salariale della forza-lavoro. Il corollario è quindi una nuova centralità per le risorse fossili, a partire ovviamente dal petrolio.

Quarto e ultimo aspetto, si prevede un utilizzo della forza militare in maniera molto più mirata rispetto al passato. Si è quindi conclusa la stagione delle prolungate occupazioni militari di paesi stranieri e aperta quella di interventi circoscritti e possibilmente chirurgici. Quanto non cambia è la riaffermazione dell’idea che il predominio militare statunitense, sia a livello globale sia in maniera più specifica nell’area attorno a Taiwan, rappresenti la premessa fondamentale per evitare conflitti maggiori e su larga scala, ovviamente con la Cina. In maniera interessante, il documento sottolinea anche come tale dominio militare non esista come elemento separato rispetto alla sfera economica. All’opposto, i due si compenetrano: così come il dominio economico riduce la necessità dell’intervento militare, un uso mirato del secondo favorisce il mantenimento di una posizione egemonica in economia.

Tutto questo suggerisce qualcosa per comprendere l’attacco al Venezuela e forse anche per predire gli sviluppi della questione groenlandese. Il punto centrale è rimettere al centro il concetto di imperialismo. A differenza di quanto la disciplina della geopolitica sostiene, questo non deve essere inteso solamente come uno scontro fra stati. L’attacco al Venezuela quindi non può essere semplicemente letto come uno sgambetto a Pechino e, incidentalmente, a Mosca. L’imperialismo non è però neanche una mera battaglia economica, come un certo riduzionismo economicista suggerisce. E questo significa invece che l’amministrazione Trump non punta esclusivamente al petrolio venezuelano e alle sue ingenti risorse. L’imperialismo è un sistema mondiale di estrazione di valore che si basa sulla fusione della competizione geopolitica ed economica. È guardando da questa prospettiva che si comprende come mai il Venezuela sia stato attaccato, mentre in Groenlandia l’utilizzo aperto e manifesto della forza militare è, mi arrischio a dire, improbabile. Questo andrebbe infatti a colpire direttamente un paese europeo, rischiando così di mettere seriamente in moto la costruzione di un polo imperialista continentale (prospettiva che a oggi rimane ampiamente frustata e che Washington guarda con sospetto) e invierebbe un messaggio a tutto il mondo che è esattamente l’opposto di quanto vogliono gli Stati Uniti. Questi puniscono chi non si allinea per promuovere, relativamente e subordinatamente, gli interessi dei propri alleati. Tutte le moderne potenze imperialiste sono state nazioni che fondevano, con un grado variabile, potenza economica e potenza militare. Il grande segreto dell’egemonia statunitense è che questo è stato accompagnato dalla costruzione di un reticolo di alleanze senza precedenti. La loro difesa, frutto a sua volta del momento tecnologico-economico e di quello diplomatico-militare, e la contemporanea impossibilità per Pechino di creare un blocco alternativo rappresenta al momento la linea di tenuta dell’egemonia statunitense.

Gianni Del Panta

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).