Traduciamo questo articolo di Maryam Alaniz apparso per la prima volta il 30 dicembre 2025 su Left Voice, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte, come approfondimento per un incontro del gruppo di discussione femminista.

Una crisi inflazionistica sempre più profonda sta alimentando proteste in tutto l’Iran, diffondendosi dal Grande Bazaar di Teheran a numerose città del paese. Le mobilitazioni riflettono una crisi sociale più ampia, segnata da sanzioni imperialiste, austerità e repressione.


L’Iran è entrato nel secondo giorno di proteste nazionali, scatenate da una crisi inflazionistica sempre più grave e innescate dalla chiusura dello storico Grande Bazaar di Teheran. Con la valuta in caduta libera e i beni di prima necessità sempre più inaccessibili, i disordini si sono estesi a diverse città. Secondo il New York Times, video condivisi online lunedì mostravano le forze di sicurezza che sparavano gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti a Teheran e in almeno altre due città.

La chiusura del Grande Bazaar ha un peso che va oltre il suo impatto economico immediato. Considerato da tempo un barometro della stabilità sociale, il Bazaar è al centro del commercio nazionale e ha storicamente svolto un ruolo politico, anche durante la rivoluzione del 1979. La sua chiusura segnala una frattura crescente all’interno di strati tradizionalmente considerati prudenti o accomodanti verso il regime, e la percezione diffusa che l’attività economica normale sia diventata impossibile in condizioni di estrema volatilità valutaria e inflazione.

Allo stesso tempo, le proteste del Bazaar stanno convergendo con le azioni di settori della classe operaia diventati politicamente più attivi attraverso le recenti ondate di lotta. Solo domenica sono state segnalate almeno 14 azioni di protesta in tutto il paese. I lavoratori dello zucchero a Shush hanno proseguito le manifestazioni chiedendo il pagamento degli stipendi arretrati, la sicurezza del posto di lavoro e il reintegro dei colleghi licenziati. I ferrovieri a Dorud hanno prolungato gli scioperi contro la privatizzazione e l’incertezza riguardo alla loro occupazione. I pensionati si sono mobilitati a Teheran, Ahvaz, Isfahan, Rasht e Kermanshah contro il crollo del potere d’acquisto e l’accesso all’assistenza sanitaria. Anche operatori sociali, autisti a contratto in settori strategici come petrolio e gas, e minatori a Takab hanno tenuto proteste, molte per giorni consecutivi.

Le proteste di piazza si sono inoltre ampliate in diverse città con l’intensificarsi della crisi economica. In varie città, sono stati lanciati anche slogan esplicitamente anti-regime, segnalando che la rabbia per l’inflazione e le condizioni di vita si sta sempre più trasformando in una più ampia opposizione al regime clericale al potere. Video che circolano sui social media mostrano folle che si radunano nel centro di Teheran, anche nei pressi di via Saadi e nei quartieri che circondano il Grande Bazaar. Un’immagine diventata virale a livello internazionale mostrava un manifestante solitario che fronteggiava le forze di sicurezza, evocando ricordi di momenti storici di sfida come Tiananmen — un potente simbolo di resistenza in mezzo alla repressione.

Crescono i timori di iperinflazione

Economisti e analisti avvertono che l’Iran potrebbe avvicinarsi a uno scenario di iperinflazione. Il rial ha subito un crollo drammatico, precipitando a circa 1,42–1,45 milioni di rial per dollaro statunitense sul mercato libero, rispetto a circa 1,14 milioni di appena poche settimane prima. L’inflazione supera ufficialmente il 40 per cento su base annua, mentre i prezzi alimentari sono aumentati di oltre il 70 per cento e i costi sanitari di circa il 50 per cento. Gli aumenti del prezzo dei carburanti, gli aumenti fiscali annunciati e le misure di austerità hanno alimentato aspettative di ulteriori shock sui prezzi, spingendo le imprese ad aumentare i prezzi, limitare le vendite o chiudere del tutto.

Il crollo della valuta non è semplicemente il risultato di errori tecnici, ma di una crisi gestita nell’interesse della classe dominante. La carenza di dollari, l’accesso limitato alle riserve e un sistema di cambio che protegge le élite collegate si sono combinati con le sanzioni imperialiste per far salire ulteriormente l’inflazione. Mentre profitti e privilegi sono protetti ai vertici, lavoratori, pensionati e piccoli commercianti sono costretti ad assorbire lo shock attraverso aumenti del prezzo dei carburanti, salari e pensioni in diminuzione, e tagli ai servizi di base come acqua ed energia.

Resta da vedere se le proteste attuali si espanderanno in sollevamenti nazionali più ampi come quelli del 2017–2019, esploderanno in rivolte regionali come le proteste per l’acqua nel Khuzestan, o convergeranno con la rivolta femminista del 2022, che creò le condizioni per il rifiuto di massa delle leggi sull’hijab obbligatorio in molte città. Ciò che è chiaro è che le masse iraniane sono strette da ogni lato: dalle sanzioni imperialiste, dagli effetti economici della guerra e dell’instabilità regionale, e da un regime reazionario che risponde solo con austerità e repressione.

Per un Iran libero dal dominio imperialista e dal governo clericale

La crisi in corso in Iran deve essere collocata nel contesto di una più ampia offensiva dell’imperialismo statunitense, intensificata sotto Trump ma sostenuta attraverso un consenso bipartisan e alleanze internazionali con gli alleati degli Stati Uniti. Di fatto, Trump e Netanyahu hanno già programmato un incontro per oggi per discutere apertamente di Iran e Gaza, mantenendo il cambio di regime saldamente sul tavolo. Sanzioni, guerra economica e la minaccia di intervento militare sono strumenti centrali di una strategia di cambio di regime rivolta non solo all’Iran, ma anche al Venezuela e ad altri stati al di fuori della disciplina geopolitica di Washington. L’inflazione, le carenze e il collasso sociale non sono conseguenze involontarie di questa strategia, sono tra i risultati previsti.

La storia stessa dell’Iran offre lezioni eloquenti. Dall’imposizione dei regimi dittatoriali di Reza Shah e successivamente di suo figlio attraverso il primo colpo di stato della CIA nella storia, alle manovre sostenute dall’imperialismo volte a contenere i processi rivoluzionari, fino alla più recente guerra di 12 giorni che ha ucciso oltre 1.000 persone, molte delle quali civili, l’intervento straniero ha costantemente cercato di imporre la subordinazione, mai la liberazione, per le masse iraniane e per la regione nel suo complesso.

Allo stesso tempo, il regime iraniano non è un bersaglio innocente dell’imperialismo, ma una forza della classe dominante che agisce per preservare il proprio potere. Sotto la cosiddetta presidenza riformista di Masoud Pezeshkian, lo stato ha risposto alla crisi imponendo misure di austerità come gli aumenti dei carburanti, intensificando al contempo la repressione, compresa la sistematica incarcerazione e uccisione di prigionieri politici. I lavoratori che chiedono stipendi arretrati, i pensionati che protestano contro il crollo del tenore di vita, e le donne e i giovani che affrontano la violenza di stato stanno sopportando i costi di una crisi che il regime cerca di gestire sulle loro spalle per preservare sé stesso.

Per coloro che sono stati formati dal movimento globale pro-Palestina, specialmente nei paesi imperialisti, questa realtà pone un compito politico chiaro. Dobbiamo denunciare le sanzioni imperialiste, i blocchi economici e le minacce di intervento militare contro l’Iran, insieme all’austerità e alla repressione imposte dal regime iraniano contro la propria popolazione. Le proteste che si stanno diffondendo in Iran non costituiscono ancora una sollevazione nazionale unificata. Ma segnalano un momento volatile in cui inflazione, repressione e collasso sociale si sovrappongono sempre più tra diversi settori della società. La prossima fase della crisi sarà determinata dall’evoluzione di queste lotte: o rimarranno frammentate o cominceranno a intersecarsi e coordinarsi. Il prosieguo di questa crisi si svilupperà sotto il peso combinato della pressione imperialista e di un regime autoritario sempre più coinvolto.


Maryam Alaniz

Maryam Alaniz è un'attivista socialista, giornalista, e dottoranda a New York. È responsabile della sezione internazionale di Left Voice.