Traduciamo questo articolo apparso per la prima volta il 14/02/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
Il governo di Miguel Díaz-Canel ha adottato misure di emergenza di fronte alla carenza di carburante e il dollaro sale nel mercato nero. La popolazione lavoratrice è la più colpita dall’offensiva imperialista.
La situazione nelle strade dell’Avana e di tutta l’isola, da giorni già di per sé molto precaria, è peggiorata significativamente a causa della mancanza di carburante dopo che, subordinandosi vergognosamente alle richieste statunitensi, i governi di Venezuela e Messico hanno cessato l’invio di petrolio all’isola, per pressione diretta di Donald Trump.
Il trasporto pubblico è quasi scomparso, sia urbano sia interprovinciale, mentre quello privato ha aumentato fortemente i prezzi e sta diminuendo man mano che i proprietari dei veicoli restano senza carburante. Durante il fine settimana si sono viste file lunghe diversi isolati alle stazioni di servizio da parte di chi poteva permettersi di acquistare carburante.
Allo stesso tempo, il dollaro ha già raggiunto i 500 pesos cubani (CUP) nel mercato nero, mentre il valore ufficiale è di 450 CUP, anche se il governo mantiene i tassi originari di 24 CUP e di 120 CUP per dollaro per determinate transazioni. Secondo l’economista cubano Pavel Vidal, della Pontificia Universidad Javeriana di Cali, quella cifra (500 CUP) è «una barriera che il mercato aveva rispettato persino in condizioni difficili» (OnCuba, 12/2).
È quasi inevitabile che nei prossimi giorni o settimane l’aumento dei prezzi colpisca anche i generi alimentari e altri beni di prima necessità.
Misure di emergenza che colpiscono soprattutto la popolazione lavoratrice
Venerdì scorso il presidente cubano Díaz-Canel ha tenuto una lunga conferenza stampa in cui ha annunciato una serie di restrizioni nelle attività quotidiane in tutto il Paese con l’obiettivo di ridurre drasticamente il consumo energetico.
Una di queste è la chiusura degli hotel e il trasferimento di centinaia di turisti che vi soggiornavano per concentrare la fornitura dei servizi necessari, soprattutto di energia elettrica, ma anche il personale che deve spostarsi quotidianamente da casa. Si tratta di una misura che veniva applicata solo in caso di gravi fenomeni meteorologici come gli uragani. Considerando che il turismo è la principale attività economica su cui il governo punta da anni, la decisione dimostra la gravità della situazione.
La compagnia aerea nazionale canadese, principale fonte di turisti per l’isola, ha annunciato questa settimana la sospensione delle operazioni per mancanza di carburante. Le prospettive future appaiono quindi ancora più buie.
Un’altra decisione che evidenzia la serietà della situazione è la riduzione di un giorno della settimana lavorativa per la maggior parte dei lavoratori statali, per ridurre gli spostamenti quotidiani di centinaia di migliaia di persone nelle principali città del Paese. Nonostante la crescita del settore privato negli ultimi anni, i dipendenti statali rappresentano ancora circa il 65% del totale.
Nella stessa ottica è stata annunciata l’introduzione della modalità ibrida (virtuale/presenziale) nelle scuole e nelle università.
Uno dei problemi più gravi che colpisce il popolo lavoratore cubano, e che presto si aggraverà, sono i blackout elettrici che interessano interi quartieri e talvolta intere città per ore. La mancanza di elettricità non è un problema solo per le attività notturne o per conservare i pochi generi alimentari che una famiglia può avere in frigorifero.
I blackout incidono direttamente anche sulla fornitura d’acqua in gran parte delle abitazioni, che dipendono da cisterne per riempire i serbatoi. Il governo cerca di “risolvere” questo problema, in realtà alleviandolo molto precariamente, con l’invio camion cisterna che distribuiscono acqua edificio per edificio o addirittura porta a porta, con i residenti che escono a riempire secchi e taniche. Un metodo di per sé poco economico, che con la mancanza di carburante sarà ulteriormente compromesso.
Recentemente il MINREX ha informato che la produzione nazionale di combustibile copre solo il 55% dell’elettricità necessaria al Paese, a cui si aggiunge un piccolo contributo di circa 1.000 MW di energia solare (El Nuevo Herald, 7/2). Ciò significa che Cuba deve importare quasi la metà del combustibile necessario a garantire la fornitura elettrica. Nel settore alimentare, un altro grande problema per la popolazione per via della scarsità e dell’inflazione, la quota importata è ancora più alta, vicina all’80% per la maggior parte dei prodotti.
La vecchia ricetta imperialista per soffocare la rivoluzione
Risulta così evidente che l’inasprimento del blocco economico ordinato da Trump non colpisce il governo e gli alti vertici militari come si vuole far credere, ma incide direttamente e gravemente sulla popolazione lavoratrice.
La linea di Trump, consapevole che un’azione militare illegale e illegittima come quella contro il Venezuela sarebbe estremamente rischiosa, riprende la vecchia e criminale politica della Legge Helms-Burton (1996), che rafforzò il blocco economico in un momento critico per il Paese, quando dopo il crollo del blocco sovietico il PIL stava diminuendo di circa il 10% annuo (1990-1993) e la popolazione resisteva con enormi sacrifici alla mancanza di beni e servizi essenziali.
L’offensiva di Trump arriva inoltre in un contesto economico già molto critico. Il PIL non solo non si è ripreso, ma registra il terzo anno consecutivo di recessione: −2% nel 2023, −1% nel 2024 e, secondo il Centro di Studi sull’Economia Cubana citato da Clarín, un pesante −5% nel 2025, accumulando una contrazione del 15% dalla pandemia del 2020.
Il turismo, principale fonte di valuta estera, continua a diminuire anno dopo anno: nel 2025 è calato del 18% e registra un −62% rispetto al 2018, l’anno più favorevole. Anche altre fonti di valuta, come il denaro inviato dai familiari residenti all’estero e i servizi medici internazionali, sono in forte contrazione.
Gli investimenti esteri che il governo tenta di attrarre da anni con esenzioni fiscali e altri incentivi continuano a non arrivare, nonostante esista un quadro giuridico che ne garantisce la “sicurezza” (Legge sugli investimenti esteri del 2014, Costituzione del 2019, tra le altre) e sia stata realizzata l’unificazione monetaria nel 2021, con il conseguente contraccolpo inflazionistico sulla popolazione.
La burocrazia del PCC scarica la crisi sui lavoratori
In questo contesto disastroso, il governo di Díaz-Canel continua a rispondere con misure orientate al mercato. Nel dicembre 2025 ha introdotto una “dollarizzazione parziale” dell’economia, consentendo transazioni dirette in dollari tra imprese, che prima sarebbero dovute passare attraverso lo stato, per “ridare dinamismo all’economia” e contenere inflazione e mercato nero. È stato inoltre introdotto una “tasso di cambio fluttuante” intorno ai 450 pesos per attrarre valuta estera. Molte imprese private ne hanno ricavato forti profitti, ma per la gente comune non è cambiato nulla.
In realtà, la dollarizzazione si estende anche alla vita quotidiana: gran parte dei consumi avviene già in dollari, mentre i salari sono in pesos, in media circa 7.000 pesos, ovvero circa 14 dollari al cambio attuale. Una confezione di uova costa circa 3.000 pesos. Il deterioramento sociale provocato dal blocco, rafforzato da Trump, è quindi molto forte e aggravato dalle politiche liberiste del governo.
La Casa Bianca mira a far collassare l’economia cubana, spingere milioni di persone alla disperazione e provocare così un cambio di regime che consenta di tornare a dominare e sfruttare il Paese come faceva prima della rivoluzione.
La burocrazia del Partito Comunista, guidata dal governo di Miguel Díaz-Canel, ha la responsabilità diretta del fatto che le conseguenze del blocco ricadano quasi esclusivamente sulla popolazione lavoratrice, soprattutto sui settori più vulnerabili come pensionati, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi poveri. Le scarse risorse pubbliche sono destinate principalmente al turismo, nonostante l’occupazione alberghiera sia ai minimi storici, e ad altri settori che “attirano valuta estera” (biotecnologia, aziende esportatrici), mentre continuano a essere sottofinanziati e persino abbandonati i settori dell’energia elettrica, dell’edilizia e della riparazione delle abitazioni, dell’igiene urbana, dei trasporti pubblici, della sanità, e ad essere tagliati i sussidi come la tessera annonaria.
A queste politiche di austerità si aggiunge un crescente autoritarismo del regime a partito unico. Dalle proteste dell’11 luglio 2021 non solo sono state limitate mobilitazioni, stampa e organizzazione indipendente, ma è aumentata la repressione contro il dissenso e la persecuzione degli attivisti dell’opposizione, mentre istituzioni come le chiese, in particolare la Chiesa cattolica, godono di ampia libertà di espressione.
Questa combinazione di austerità e repressione produce una diffusa demoralizzazione tra ampi settori della popolazione che per decenni ha resistito all’aggressione imperialista, soprattutto tra i giovani, alimentando l’idea che il “libero mercato” possa risolvere le difficoltà attuali.
“Nuovi ricchi” da una parte; più poveri e sfruttati dall’altra
Un altro pilastro della politica governativa è l’avanzamento della restaurazione capitalista e lo smantellamento dell’economia pianificata. Negli ultimi due o tre anni, protagoniste di questa politica sono state le MIPYMES (micro, piccole e medie imprese), che insieme a cooperative non statali e lavoratori autonomi impiegano oltre 800.000 persone, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica (ONEI, 2025).
Questo settore è però fortemente stratificato: al vertice, una piccola élite di imprese impiega decine di lavoratori e realizza affari importanti, anche attraverso legami con lo stato e spesso con accesso a valuta estera. Questi cosiddetti “nuovi ricchi” si stavano già formando alla fine del governo di Raúl (e anche prima), ma hanno fatto molti più progressi con Díaz-Canel, soprattutto negli ultimi tre o quattro anni. Più in basso, molte piccole e medie aziende sono vulnerabili a blackout, inflazione e scarsità di carburante e ora, con il rafforzamento del blocco economico imposto da Trump, si parla già della necessità per molte di queste imprese di ridimensionarsi licenziando lavoratori, mentre altre potrebbero addirittura chiudere.
Con l’avanzata del capitalismo, la disoccupazione diventa una minaccia concreta, mettendo in discussione una delle conquiste storiche della rivoluzione: la garanzia del lavoro, che storicamente ha permesso di avere un tasso di disoccupazione inferiore al 2%, ad eccezione del Periodo Speciale in cui ha raggiunto il 7%, comunque molto al di sotto dei paesi capitalisti con un simile sviluppo economico. E i lavoratori del settore privato che, a differenza di quelli statali, non hanno stabilità lavorativa, subiscono il contraccolpo peggiore di questa crisi. Aggiungiamo inoltre che, se da un lato tendono a guadagnare meglio dei lavoratori statali, non hanno orari chiari o superano le 8 ore giornaliere, non hanno ferie pagate, permessi e molto altro ancora.
Il vero volto dei governi “progressisti” di fronte a Cuba
Tutto indica che la situazione sociale peggiorerà ulteriormente a causa dell’assedio energetico imposto da Trump e della politica del governo cubano di scaricare la crisi sui lavoratori, favorendo solo la borghesia emergente.
I governi “amici”, definiti ‘progressisti’ o parte di un presunto “sud globale” alternativo all’imperialismo, non hanno preso una sola misura seria per difendere Cuba. Delci Rodríguez e il chavismo del Venezuela hanno obbedito in meno di 48 ore all’ordine di Trump di interrompere le forniture di petrolio e combustibile. La progressista Sheinbaum in Messico, paese che già stava riducendo le sue spedizioni nel corso del 2025, ha fatto lo stesso, come denunciano i nostri compagni di La Izquierda Diario de México e il MTS, anche se per cercare di salvare le apparenze ha appena inviato due navi con aiuti umanitari composti da alimenti e prodotti per l’igiene, e ha annunciato che continueranno a “studiare modi per inviare carburante” e altri aiuti nelle prossime settimane.
Il progressista Lula, che sta coltivando ottimi rapporti con Trump, mantiene un silenzio fenomenale quando potrebbe rifornire rapidamente Cuba con una minima parte del petrolio prodotto dal Brasile, come chiedono i nostri compagni di Esquerda Diário e MRT.
Le grandi potenze di Cina e Russia, che si presentano come “alternative” agli Stati Uniti, stanno dimostrando esattamente lo stesso. Sostegno a parole, promesse di aiuto, denunce contro Trump, ma nulla di concreto per affrontare l’offensiva imperialista. Infatti, Cuba, insieme ad altri paesi, è entrata a far parte del blocco BRICS nel gennaio 2025, ma incredibilmente nessuno dei suoi membri, a cominciare dalle due grandi potenze, ha fatto nulla di concreto di fronte alla situazione urgente.
Il governo di Díaz-Canel si limita a chiedere sacrifici alla popolazione, anziché promuovere una mobilitazione popolare anti-imperialista. Non può e non vuole farlo perché una mobilitazione metterebbe in discussione anche le sue stesse politiche di austerità, repressione e restaurazione.
Come sottolineato nella Dichiarazione Internazionale della CRP-CI, “la risposta all’attuale offensiva contro Cuba deve essere una mobilitazione antimperialista della classe operaia e dei settori popolari di tutto il continente, (…) e le organizzazioni sindacali, popolari, studentesche e di sinistra di tutto il continente e di tutto il mondo devono promuovere mobilitazioni di massa contro il blocco e le sanzioni e una grande campagna internazionale”.
Diego Dalai