Dichiarazione internazionale della Corrente Rivoluzione Permanente – Quarta Internazionale

Di fronte all’atto di guerra imperialista orchestrato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro l’Iran, è necessario rivendicare la sconfitta dell’aggressione militare imperialista degli Stati Uniti e di Israele.


L’offensiva militare coordinata tra gli Stati Uniti e lo Stato colonialista di Israele contro l’Iran, attraverso bombardamenti aerei e attacchi in diverse città, è una guerra di aggressione imperialista. Siamo di fronte a un cambiamento di strategia da parte di Donald Trump, prima riservata a obiettivi limitati sul programma nucleare iraniano, e ora diretta a infliggere una dura sconfitta e a sottomettere il popolo iraniano agli ordini della Casa Bianca.

Gli attacchi combinati di Washington e Tel Aviv, gli stessi responsabili del genocidio del popolo palestinese a Gaza, hanno già ucciso centinaia di civili iraniani (tra cui decine di bambine in una scuola nel sud del Paese), distrutto decine di infrastrutture a Teheran e nel resto del Paese, e provocato l’assassinio dell’ayatollah e leader supremo iraniano Ali Khamenei. Insieme a ciò, è stato eliminato un contingente della leadership politica e militare del regime, tra cui il consigliere dell’ayatollah, Ali Shamkhani, il capo delle forze armate Abdolrahim Mousavi, il ministro della difesa Aziz Nasirzadeh e il comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana, Mohammad Pakpour.

Si apre così una dinamica imprevedibile, con conseguenze profonde e potenzialmente destabilizzanti per tutto il Medio Oriente, con tendenze aperte a una guerra regionale. Tanto più che Pete Hegseth, ministro della guerra di Trump, ha affermato che non c’è una “fine in vista” per l’aggressione. Israele ha lanciato una campagna di attacchi contro il Libano e la sua capitale, Beirut, causando decine di morti in poche ore, mentre le milizie di Hezbollah lanciano missili contro Israele in risposta all’assassinio di Khamenei. Dal punto di vista economico, l’aumento dei prezzi del petrolio di oltre il 10% dà un’idea degli effetti sociali più generali.

Fin dall’inizio dell’attacco, uno degli obiettivi dichiarati di Trump era, per la prima volta, quello di operare con mezzi militari un cambio di regime (regime change), assumendo elementi della catastrofica politica neocon utilizzata nelle guerre imperialiste contro l’Iraq e l’Afghanistan all’inizio degli anni 2000. Da parte degli imperialisti europei, Francia, Regno Unito e Germania hanno manifestato la loro intenzione di partecipare attivamente agli attacchi contro l’Iran e all’escalation imperialista, aiutando Trump da una posizione subordinata, come sottolineano diversi analisti.

Questa aggressione imperialista è la diretta continuazione della politica di genocidio e pulizia etnica contro il popolo palestinese, portata avanti da Netanyahu con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti. La giustificazione dell’attacco contro l’Iran – dopo settimane di negoziati che si sono svolti sotto la minaccia della concentrazione nella regione della più importante marina militare dalla guerra in Iraq del 2003 – è il rifiuto dell’Iran di accettare il completo disarmo del Paese. Gli Stati Uniti esigevano non solo la disattivazione del programma nucleare nazionale, ma anche l’abbandono dei missili balistici, che costituiscono l’unica difesa efficace del Paese persiano. Questa richiesta di resa totale di un paese oppresso, assediata per decenni da Washington con dure sanzioni economiche, è anche al servizio del consolidamento della posizione militare egemonica dello Stato terrorista di Israele in Medio Oriente. Per finire di ridisegnare la mappa regionale a sua immagine e somiglianza, nel mezzo del genocidio palestinese e del furto delle terre di Palestina attraverso l’avanzata degli insediamenti coloniali in Cisgiordania, Israele ha bisogno di indebolire e condizionare l’Iran, sia attraverso un governo amico e pro-imperialista, sia attraverso un destino simile alla frammentazione statale della Siria.

Inoltre, si tratta di un’aggressione imperialista che segue l’atto di guerra colonialista-estrattivista degli Stati Uniti contro il Venezuela, parte della nuova dottrina di sicurezza nazionale statunitense, che richiede il controllo assoluto dell’“emisfero occidentale”. Insieme alla guerra contro l’Iran, tali espressioni di bellicismo imperialista hanno come sfondo il tentativo reazionario di invertire l’accelerata decadenza egemonica degli Stati Uniti, nel mezzo della dissoluzione del vecchio ordine liberale e del cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”. Si cerca di inviare un avvertimento a tutti i popoli del mondo che pensano di sfidare i dettami di Washington. Non a caso, Trump cerca anche di soffocare l’economia di Cuba, avendo già vietato la spedizione di petrolio venezuelano, dichiarato un boicottaggio petrolifero imponendo sanzioni ai paesi che inviano idrocarburi e ora cercando di ridurre le forniture di petrolio iraniano all’isola, con l’obiettivo di estinguere ciò che resta delle conquiste della Rivoluzione Cubana del 1959.

Se avrà successo, cercherà anche di tagliare le vie di approvvigionamento petrolifero della Cina, con la quale il regime degli ayatollah ha storicamente avuto un rapporto speciale.

Per tutti questi motivi è imperativo ottenere, in modo categorico, la sconfitta politica e militare degli Stati Uniti e di Israele in Iran . La sinistra antimperialista, socialista e rivoluzionaria deve difendere incondizionatamente la sconfitta degli Stati Uniti e di Israele (così come delle potenze europee che li sostengono), ovvero schierarsi inequivocabilmente dalla parte della nazione oppressa contro la nazione oppressiva.

Noi, della Corrente Rivoluzione Permanente, difendiamo questa posizione anti-imperialista con la più assoluta indipendenza di classe di fronte al regime anti-operaio, repressivo e reazionario degli ayatollah. Perché nessuna emancipazione né libertà per la classe operaia, le donne e il popolo iraniano potrà venire dalle bombe o dagli interventi dell’imperialismo e dello Stato di Israele, che sta portando avanti un genocidio.

Il regime politico teocratico e ultraconservatore, finora guidato da Ali Khamenei, è un nemico implacabile delle masse lavoratrici e popolari dell’Iran, responsabile della persecuzione delle donne (simboleggiata in modo emblematico dall’omicidio della giovane curda Mahsa Amini nel 2022), dei curdi e della repressione degli scioperi dei lavoratori nel paese. A gennaio, Khamenei ha orchestrato un massacro contro migliaia di manifestanti, soffocando nel sangue le proteste per rivendicazioni legittime contro gli effetti della miseria, della fame e della crisi economica nazionale che hanno colpito le masse. In effetti, la dittatura teocratica degli ayatollah è nata dall’espropriazione politica della Rivoluzione iraniana del 1979, il più organico dei processi rivoluzionari in Medio Oriente, che ha sconfitto Reza Pahlevi e gli Stati Uniti, dando origine agli shora (consigli operai), che nel loro sviluppo avrebbero potuto aprire una nuova situazione regionale, ma che furono brutalmente repressi dall’apparato repressivo clericale.

Questa è la radice di questo regime e della sua azione repressiva contro le masse come metodo per mantenersi al potere. Questo comportamento ha sistematicamente danneggiato la preparazione dello scontro e della resistenza anti-imperialista in Iran. È molto più difficile per la popolazione lavoratrice iraniana, le donne e i giovani, affrontare l’imperialismo statunitense e il sionismo colonialista, le forze più controrivoluzionarie dell’attualità, subendo la repressione sistematica del regime reazionario degli ayatollah. Per questo motivo, la sconfitta degli Stati Uniti e di Israele può essere portata avanti solo con totale indipendenza politica dal governo e dalle borghesie regionali.

Come scrivono diversi analisti, l’Iran non è il Venezuela. Si trova in una regione convulsa, minata da decenni di distruzione orchestrata dagli Stati Uniti, da Israele e dall’imperialismo europeo (Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Spagna), assediata dalla crisi migratoria e con una lunga storia di scontri contro le intervenzioni imperialiste. Inoltre, l’Iran, soffocato dagli Stati Uniti con dure sanzioni economiche dalla Rivoluzione del 1979, dispone di maggiori risorse militari e geopolitiche rispetto al Venezuela, anche se sono state ridotte dal 2023, in particolare le milizie filo-iraniane. In risposta agli attacchi sionisti-statunitensi, l’Iran ha lanciato missili balistici contro Israele e numerose basi militari statunitensi —Al Udeid in Qatar, Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, Ali Al Salem in Kuwait, Erbil in Iraq, nonché il quartier generale della V Flotta in Bahrein— e ha effettuato attacchi contro navi nello Stretto di Ormuz, via strategica per il petrolio del Golfo. I missili iraniani hanno distrutto edifici a Tel Aviv e causato la morte di israeliani a Beit Shemesh, nonché di militari statunitensi. Inoltre, migliaia di manifestanti sono scesi in strada in Iran per protestare contro gli attacchi imperialisti, e ambasciate e consolati statunitensi hanno subito attacchi da parte della popolazione in paesi come Pakistan, Iraq e India.

In altre parole, la dinamica della guerra e i suoi risultati dipenderanno dal livello di resistenza e di ritorsione in corso da parte dell’Iran. Trump ha fatto una scommessa rischiosa. In nessuna parte del mondo, e tanto meno in Medio Oriente, gli Stati Uniti sono riusciti a stabilizzare le operazioni di “cambio di regime” affidandosi esclusivamente agli attacchi aerei. Dove hanno invaso con truppe di terra, come in Iraq e Afghanistan, hanno subito sconfitte storiche, oltre ad aver generato forze ostili alla presenza statunitense nella regione. In Iran, mandare truppe di terra (boots on the ground) non è una scelta semplice per Trump: anche se non può essere esclusa, la vastità del territorio iraniano, la possibilità di chiusura dello strategico Stretto di Hormuz, le risorse interne disponibili e l’odio regionale verso gli Stati Uniti rendono ancora più difficile un’operazione del genere. Internamente, esiste un rifiuto schiacciante da parte della popolazione statunitense (compresa la base repubblicana) nei confronti di qualsiasi invasione militare. Ancor più considerando l’indebolimento dello stesso Trump all’interno degli Stati Uniti, con la debole performance dell’economia e soprattutto con le proteste nazionali e lo sciopero generale di Minneapolis contro l’ICE e la sua politica anti-immigrazione, responsabili della prima sconfitta del governo sul terreno della lotta di classe. Il fatto che Trump sia passato dalla promessa di “porre fine a tutte le guerre” al coinvolgimento in una guerra su larga scala in Medio Oriente può approfondire queste contraddizioni.

In questo scenario, alcuni all’interno della sinistra mettono sullo stesso piano l’intervento imperialista e il regime reazionario dell’Iran – come fa il NPA-L’Anticapitaliste francese – senza capire che, al di là di una questione elementare del marxismo (la differenza tra paesi oppressori e oppressi), è un dovere dei rivoluzionari schierarsi dalla parte degli oppressi, nonostante il carattere reazionario della loro leadership. Altri si limitano a chiedere la fine della guerra, come i Democratic Socialists of America (DSA), senza alzare convintamente la bandiera della sconfitta dell’imperialismo stesso, degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, suggeriscono il “ritorno degli Stati Uniti alla diplomazia”, come se questo mezzo di estorsioni e ricatti apparentemente istituzionali di Trump fosse una via d’uscita dalle miserie del popolo iraniano, oppresso per decenni dalla stessa diplomazia economica e politica di Washington.

È urgente sviluppare la mobilitazione internazionale dei lavoratori e dei popoli oppressi, in Medio Oriente e in tutto il mondo, per la sconfitta degli Stati Uniti e di Israele, per la vittoria della nazione oppressa, con totale indipendenza politica dal regime iraniano. Si tratta di un compito di primaria importanza per l’unificazione nell’azione della sinistra antimperialista e socialista, del movimento pro-Palestina e della lotta antimperialista in tutto il mondo. In particolare negli Stati Uniti (la cui popolazione ha fatto arretrare Trump nella sua politica anti-immigrazione) e in tutti i paesi centrali. Tale politica è un elemento indispensabile per lottare per l’espulsione dell’imperialismo statunitense dal Venezuela e da Cuba, nonché per la fine del genocidio in Palestina.

Abbasso la guerra imperialista contro l’Iran! Per la sconfitta degli Stati Uniti e di Israele! Per il ritiro totale delle truppe statunitensi dalla regione! Abbasso il genocidio del popolo palestinese! Per un grande movimento mondiale contro l’aggressione imperialista, con la classe lavoratrice e la gioventù di tutto il pianeta!

2 marzo 2026

Corrente Rivoluzione Permanente – Quarta Internazionale

La Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) è la sezione italiana della Corrente Rivoluzione Permanente - Quarta Internazionale (CRP-QI), organizzazione marxista rivoluzionaria.
La FIR anima il giornale militante La Voce delle Lotte, il quale è parte della rete internazionale di giornali militanti La Izquierda Diario.