Traduciamo questo articolo apparso per la prima volta il 03/03/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.

Di questi tempi è facile cadere nelle semplificazioni. Ma ciò che vale per i social media non serve a prendere posizione di fronte a una situazione complessa. In Iran c’è un regime teocratico repressivo e profondamente patriarcale e c’è una guerra imperialista contro questa nazione oppressa. Cosa facciamo noi femministe?


La polarizzazione sociale e politica e l’immediatezza che si impone nella conversazione pubblica sui social media spesso favoriscono una distorsione cognitiva: quella che percepisce o giudica situazioni e idee, eliminando le sfumature e le complessità che racchiudono. Su X si scherza sui post che superano i 280 caratteri, rispondendo “troppo testo”; su Instagram, la visualizzazione media di un reel è di 3 secondi, il che non impedisce a molte persone di lanciare insulti sfrenati perché nel video non è stato detto qualcosa che invece è stato detto, dopo quei 3 secondi. Le convinzioni rigide e incontrastabili possono aiutarci ad affrontare l’ansia, l’instabilità e l’insicurezza che ci genera il mondo in cui viviamo, ma non potranno mai fornirci una visione realistica che ci permetta di trasformarlo.

Qualcosa di simile accade quando si legge la parola “Iran”. Per non parlare quando si aggiunge il termine “femminismo”. Se al dibattito si aggiunge il fatto che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra di aggressione imperialista contro quella nazione oppressa, dove c’è un regime politico reazionario, particolarmente repressivo nei confronti delle donne, nessuno vuole più ascoltare o leggere nulla. Ma per quanto possiamo rispondere con l’emoji della testa che esplode, gli ayatollah opprimono le donne lì, le bombe israeliane uccidono bambine in età scolare e Trump perseguita i dittatori in paesi dove, oh, che coincidenza, ci sono riserve di petrolio.

Ancora una volta: dove sono le femministe?

C’è unanimità nel movimento femminista su quale posizione adottare di fronte a questa situazione? No. Né c’è nella sinistra. E, sorpresa, anche nella destra trumpista si discute se sia opportuno o meno lanciare una guerra contro l’Iran! La realtà è complessa, diversificata e piena di contraddizioni.

Allora parliamo a nome di Pan y Rosas, che è la nostra corrente femminista socialista, quindi internazionalista, antimperialista, anticapitalista, antirazzista e, ovviamente, antipatriarcale. In questa guerra, distinguiamo tra nazioni oppressive e nazioni oppresse, anche se i loro governi ci sembrano spregevoli. Per questo motivo, consideriamo un dovere lottare per la sconfitta politica e militare degli Stati Uniti e di Israele in Iran.

Chi può pensare che gli stessi che hanno massacrato le donne e le ragazze palestinesi, i leader su cui piovono denunce per abusi sessuali su adolescenti, quelli che hanno iniziato questi attacchi bombardando una scuola iraniana e uccidendo più di cento ragazze, porteranno, insieme ai missili, l’emancipazione delle donne iraniane? Non ci si può aspettare nulla da coloro che sono i massimi responsabili politici e militari del genocidio più raccapricciante del XXI secolo, commesso a soli 1600 chilometri dall’Iran.

Ma siamo anche consapevoli che non è possibile forgiare alcuna forza morale per affrontare gli attacchi bellicosi dell’imperialismo yankee e del sionismo colonialista, mentre il regime teocratico degli ayatollah scaglia sulle donne e su tutto il popolo lavoratore iraniano, così come sulla popolazione curda, una repressione implacabile e sanguinaria. Per questo proponiamo “abbasso la guerra imperialista di Trump e Netanyahu contro l’Iran”, con totale indipendenza politica dal regime antilavoratori, repressivo e reazionario degli ayatollah.

Con loro, non contro di loro

Le donne iraniane non hanno bisogno della “protezione” del velo islamico per difendersi dagli sguardi lascivi degli uomini, né del paternalismo occidentale dei leader politici ultrareazionari e persino delle femministe progressiste che pretendono di “salvarle” da chi le opprime.

Hanno una resistenza e una forza potenti per affrontare l’oppressione, come hanno dimostrato nel 2022 con il movimento “Donna, Vita, Libertà” che hanno messo in piedi quando la Polizia Morale del regime islamico ha assassinato Masha Amini. Ma anche molto prima, quando furono protagoniste di spicco della rivoluzione della classe operaia e del popolo iraniano che, nel 1979, sconfisse il monarca Reza Pahlevi e gli Stati Uniti che lo sostenevano contro le masse radicalizzate che si erano auto-organizzate in consigli operai.

L’espropriazione politica di quell’enorme processo rivoluzionario da parte della dittatura teocratica degli ayatollah aveva lo scopo di soffocare la classe operaia che intendeva prendere d’assalto il cielo. Ma anche la forza incommensurabile di quelle giovani iraniane che, con le loro minigonne e quelle strane nuove acconciature, uscirono dalle università, dalle fabbriche e dagli uffici e si lanciarono nelle strade contro la monarchia oppressiva e l’imperialismo democratico che le proteggeva.

Bisognerebbe avvertire gli “armati liberatori” di oggi che non è bene sottovalutare le donne che conservano nella loro memoria quella forza di lotta. E anche quelli che credevano che coprendole dalla testa ai piedi e mandandole a casa sarebbero riusciti a domarle.

Noi femministe socialiste non possiamo distogliere lo sguardo

Di fronte a questo scenario complesso, c’è chi, nella sinistra e nel movimento femminista, delinea posizioni “né, né” o “per la fine della guerra”, persino per il ritorno delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, come se questo potesse avvenire magicamente solo manifestandolo. Ancora di più, come se fosse una via d’uscita possibile, quando l’oppressione degli Stati Uniti per decenni ha affondato il popolo iraniano nella miseria, come vendetta imperiale contro quella rivoluzione che ha mandato in esilio il monarca che meglio rappresentava i suoi interessi di spoliazione. Ci sono anche quelli che, nel mezzo della lotta contro l’attacco guerrafondaio, esigono un silenzio assoluto sui crimini perpetrati dal regime degli ayatollah. Non vogliono nemmeno che si menzioni che metà della popolazione vive una devastante oppressione quotidiana.

Pan y Rosas sostiene che è urgente sviluppare la mobilitazione internazionale delle donne, di tutta la classe lavoratrice e dei popoli oppressi del mondo, per la sconfitta degli Stati Uniti e di Israele, per la vittoria della nazione oppressa, con totale indipendenza politica dal regime iraniano. Siamo al fianco delle donne iraniane nella lotta contro l’imperialismo, ma non ci sottomettiamo ai reazionari ayatollah. Riteniamo indispensabile unire tutte le forze antimperialiste, specialmente negli Stati Uniti, per lottare per la sconfitta di Trump e Netanyahu in Iran, per il ritiro di tutte le truppe imperialiste e colonialiste dalla regione. Così come per l’espulsione dell’imperialismo statunitense dal Venezuela e da Cuba e per la fine del genocidio in Palestina.

La destra trumpista e i suoi alleati come Milei, in Argentina – e la Meloni in Italia, attentano ogni giorno ai diritti delle donne nei rispettivi paesi; inneggiano discorsi di odio contro il femminismo e diffondono misoginia in ciascuna delle loro politiche di governo; oltre a esibire, in modo osceno, un rozzo machismo nella loro vita pubblica e privata.

Se vinceranno questa atroce lotta, saranno più forti per avanzare contro tutte noi e i nostri diritti nei paesi in cui governano e in qualsiasi parte del mondo.

Per questo motivo, noi femministe dobbiamo unire i nostri sforzi per mettere in piedi un grande movimento mondiale contro l’aggressione imperialista, con la classe lavoratrice e i giovani di tutto il pianeta. Nella storia delle donne iraniane stesse abbiamo una fonte di ispirazione formidabile.

 

Andrea D’Atri


Nota

L’immagine di copertina è una fotografia delle mobilitazioni in Iran per l’omicidio di Masha Amini, nel 2022. Le altre sono della fotografa iraniana Hengameh Golestán, appartengono alla sua serie “Testigo 1979” e sono state scattate nel marzo di quell’anno, durante la rivoluzione iraniana.

Nata nel 1967 a Buenos Aires, dove tuttora vive. Laureata in Piscologia alla UBA, specializzata in Studi sulla Donna, ha lavorato come ricercatrice, docente e nel campo della comunicazione. È dirigente del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS). Militante di lungo corso del movimento delle donne, nel 2003 ha fondato la corrente Pan y Rosas in Argentina, che ha una presenza anche in Cile, Brasile, Messico, Bolivia, Uruguay, Perù, Costa Rica, Venezuela, Germania, Spagna, Francia, Italia.
Ha tenuto conferenze e seminari in America Latina ed Europa.
Autrice di "Pan y Rosas", pubblicato e tradotto in più paesi e lingue. Ha curato il volume "Luchadoras. Historias de mujeres que hicieron historia" (2006), pubblicato in Argentina, Brasile, Venezuela e Spagna (2006).