L’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a partire dal 28 febbraio e costato la vita alla guida suprema della Repubblica Islamica, Ali Khamenei, ha nuovamente posto all’ordine del giorno, come già successo nella precedente guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, il posizionamento politico delle forze della sinistra radicale. Il bilancio non è positivo. In molti casi, infatti, fatica a emergere un orientamento che sappia combinare il necessario riconoscimento del diritto di difendersi della nazione aggredita – e la rivendicazione della sconfitta militare e politica dell’imperialismo – con una posizione di indipendenza di classe. Un pesante limite al riguardo è rappresentato dal ritorno del campismo.


Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo assistito al sorprendente ritorno del campismo. Dico sorprendente perché le basi teoriche che lo hanno reso possibile sono significativamente diverse da quelle che ne avevano decretato l’emersione nel corso della Guerra Fredda. Con questo termine, si usava infatti indicare la tendenza della pressoché totalità delle forze della sinistra marxista, anche quando non facevano parte dei partiti comunisti stalinizzati, a sostenere il blocco sovietico contro le forze occidentali. La prospettiva era semplice: la difesa dello stato derivante dalla prima rivoluzione socialista, per quanto potesse essere deficitario e imperfetto, rappresentava comunque un elemento di forza per la sinistra a livello globale, mentre un suo superamento da destra con una restaurazione capitalista, come poi avvenuto, avrebbe indebolito le istanze operaie e socialiste. Se questo è il quadro, appare evidente come la recente ri-emersione del campismo debba avere presupposti diversi. Per quanto infatti sia possibile discutere se e in che misura, relazioni di produzione capitalistiche siano state integralmente reintrodotte a Cuba, appare difficilmente negabile il carattere capitalista dei principali stati che si oppongono oggi all’egemonia occidentale – Cina, Russia e Iran su tutti.

Da dove viene quindi il campismo che abbiamo di fronte? A mio giudizio questo deve essere considerato il prodotto di tre principali fattori: una ‘bastardizzazione’ della teoria dell’imperialismo; la rappresentazione dello Stato non come organo di dominio, ma bensì come elemento di progresso nei paesi della periferia; e infine la perdurante sensazione, diffusa anche tra settori di avanguardia del movimento politico e sindacale, che non sia possibile cambiare lo stato di cose presenti dal basso. Vediamoli nel dettaglio.

Imperialismo, teoria dello stato e rivolte dal basso

Come prodotto del momento di egemonia unipolare da parte degli Stati Uniti alla fine della Guerra Fredda, culminato con le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, c’è stata una tendenza a sovrapporre rigidamente il concetto di imperialismo all’operato degli Stati Uniti e dei suoi principali alleati. Il problema qui è duplice. Se l’imperialismo non è più visto come un sistema globale di estrazione di plusvalore fondato sull’interazione tra competizione economica e geopolitica, ma semplicemente come il dominio di un singolo Stato, allora è facile concludere come qualsiasi forma di opposizione agli Stati Uniti e all’Occidente sia sufficiente per ottenere una patente di anti-imperialismo o, quantomeno, di progressismo. Il rischio qui è ovviamente quello di sostenere stati fortemente repressivi – non solamente verso forze simpatetiche all’Occidente, ma anche nei confronti di gruppi socialisti – e che sfruttano spietatamente la classe lavoratrice – l’Iran, ad esempio – solamente perché si trovano in rotta di collisione con gli interessi a stelle e strisce e/o con quelli dei loro partner regionali. Altrettanto preoccupante è l’aspettativa che implicitamente deriva da questa concezione dell’imperialismo. E cioè che un mondo multipolare possa essere meno tirannico. La correttezza di tale aspettativa è dubbiosa da due punti di vista. In primo luogo, l’ipotetico passaggio da un sistema a dominio occidentale a uno nuovo equilibrio egemonico non potrà avvenire pacificamente. Nel caso, sarà l’esito di un confronto serratissimo, dove l’elemento militare giocherà con ogni probabilità un ruolo decisivo. Chi invoca un mondo multipolare oggi non fa altro che invocare, in fin dei conti, un nuovo conflitto di portata mondiale. Secondariamente, non esiste alcun ordine mondiale capitalistico che sia, per sua natura, fondato sulla cooperazione piuttosto che sulla coercizione. Quest’ultima non deriva infatti dallo squilibrio di forza tra gli Stati, ma dalla logica interna del capitalismo, che si fonda sull’infinita accumulazione competitiva. Come dimostrano i tempi in cui scriveva Lenin, un mondo in cui la competizione è principalmente concentrata tra una ristretta cerchia di paesi (o poli) imperialisti non è più libero, più socialmente giusto e meno incline alla guerra rispetto a qualsiasi altro tipo di ordine capitalistico.

Il secondo fattore da considerare è la tendenza a rappresentare come progressiste le strutture statuali dei paesi della periferia capitalista. La ragione è che queste rappresenterebbero sia un argine rispetto alla spoliazione delle risorse del paese perpetrata dalle potenze imperialiste sia un modello alternativo alle politiche neoliberiste dominanti in Occidente. Una tale impostazione finisce non solamente per promuovere una politica neo-riformista, centrata su un maggior intervento statale in economia, ma manca anche di cogliere due elementi decisivi che qualsiasi teoria marxista dello Stato deve necessariamente contenere. Da un lato, la rappresentazione dello Stato non come un organismo neutrale posto al di sopra della società, bensì, seguendo Nicos Poulantzas, come una concentrazione materializzata dei rapporti di classe di una determinata società. Dall’altro lato, tali rapporti di classe devono essere collocati all’interno del processo storico attraverso il quale avviene la riproduzione ed espansione del capitale, nonché all’interno di un sistema di Stati – vale a dire che “lo Stato” esiste sempre al plurale. In un sistema mondiale plasmato dalla legge del valore e dalla competizione tra Stati, le burocrazie statali devono dunque favorire, per garantire la propria riproduzione sociale, l’accumulazione del capitale. In caso contrario, poiché la competizione geopolitica nelle società capitalistiche dipende sempre più dal grado di avanzamento economico-tecnologico, esse sarebbero costrette a una posizione subordinata nelle gerarchie internazionali o andrebbero incontro ad una sconfitta militare – in alcuni casi, le due cose assieme. Un effetto diretto della promozione dell’accumulazione del capitale è però lo sfruttamento della classe lavoratrice e delle altre classi oppresse, che gli Stati assicurano fondendo in un unico momento quanto Antonio Gramsci chiamava lo Stato integrale: società politica (ovvero, gli apparati repressivi) e società civile (ovvero, gli apparati ideologici).

Il terzo elemento da menzionare è una perdurante sensazione, anche tra chi dedica una buona parte della propria vita all’attività politica e sindacale, che non sia realmente possibile cambiare le cose dal basso. Non è la prima volta che questo sentimento emerge. Nelle sue memorie, Victor Serge descrive i primi anni del Novecento proprio come quelli di “un mondo senza evasione possibile, dove non restava che battersi per una evasione impossibile.” Inoltre, tali momenti non necessariamente emergono in contesti dove non vi siano fibrillazioni. A partire dalla grande crisi economica e finanziaria del 2008–09, il mondo ha vissuto in un perenne stato di agitazione. Il decennio 2010–2019 è stato quello con il maggior numero di proteste di massa della storia. Quello che stiamo vivendo è molto probabile che abbatterà nuovamente questo record. Tale fermento rivoluzionario delle masse si scontra però con una perdurante incapacità di trasformare radicalmente le strutture della società. Vivendo in decenni che sono rivoluzionari come movimento dal basso, ma non lo sono per niente da un punto di vista ideologico, molti settori intellettuali radicali si sono convinti che sia possibile incrementare i margini di manovra attraverso la geopolitica. Ovviamente, la lotta di classe non si sviluppa su un foglio bianco, ma in un contesto di stati. E, senza dubbio, alcuni contesti sono più proficui di altri. Il punto però non è adoperarsi come fa il piccolo chimico in laboratorio per cercare la combinazione perfetta, ma promuovere una politica che sia feconda per il socialismo.

Gli effetti nefasti del campismo e come combatterlo

Il ritorno del campismo in un contesto internazionale dove non vi sono Stati che possono vantare neanche lontanamente elementi di socialismo è un pesante limite per la sinistra radicale. Questa corre infatti il serio rischio di associare le proprie posizioni allo sfruttamento e alla repressione capitalistici in nome dell’opposizione agli Stati Uniti e a Israele. Tale prospettiva, alla fin dei conti, non fa altro che indebolire l’anti-imperialismo sia a livello domestico sia internazionale, non riuscendo a offrire alle masse un’alternativa praticabile e desiderabile.

La nostra prospettiva è differente. Questa muove da tre principi cardine. Il primo è la sconfitta politica e militare dell’aggressione imperialista di Stati Uniti e Israele. Lo stato iraniano cerca di difendere la sua posizione regionale contro l’imperialismo e in quanto tale non opera per favorire la lotta di classe e il ribaltamento dei rapporti di forza contro l’imperialismo – ha più volte contribuito a schiacciare movimenti popolari nell’area come in Libano e Irak nel 2019. La sconfitta degli USA eviterebbe tuttavia che Israele possa fare passi decisivi per chiudere la questione palestinese – nodo chiave per la lotta di classe internazionale e nella regione araba e medio-orientale. Secondo principio: ci schieriamo senza tentennamenti con la nazione oppressa e aggredita. Questo significa che rivendichiamo il diritto per la Repubblica Islamica di difendersi con i mezzi a propria disposizione di fronte all’aggressione. Di fronte agli USA e agli imperialisti UE l’Iran è un paese dipendente e subordinato: una vittoria dell’imperialismo peggiorerebbe ulteriormente questa relazione, con il rischio di una fase di caos e decomposizione politica e sociale come quella subita dall’Iraq dopo l’invasione del 2003, a vantaggio delle peggiori forze reazionarie. Terzo e ultimo elemento, avanziamo piena solidarietà alla classe lavoratrice iraniana che oggi si trova non solamente sotto le bombe imperialiste con le pesanti conseguenze che ne conseguono, aggravando così decenni di tiranniche sanzioni, ma subisce anche la repressione e le politiche neoliberiste della Repubblica Islamica. Questi tre aspetti trovano espressione in quello che noi chiamiamo socialismo dal basso”. A nostro giudizio, infatti, una società nuova può emergere solo come un processo di rivolta generalizzata contro i rapporti di produzione esistenti. Questo non soltanto perché la classe dominante non può essere rovesciata in altro modo, ma anche perché le classi subalterne possono emanciparsi e diventare capaci di rifondare la società solo attraverso un processo rivoluzionario nel quale si liberano di tutti i pregiudizi e valori esistenti. Se tale processo deve necessariamente coinvolgere ampi settori della società, è la classe lavoratrice che, in virtù della posizione che occupa nella società attuale, deve assumere un ruolo dirigente. Sebbene l’analisi dei rapporti di forza internazionali sia centrale per pensare una strategia rivoluzionaria, la misura della qualità di una politica socialista non è quindi data dall’abilità di navigare tra le contese geopolitiche degli stati, ma piuttosto dalla capacità di costruire organizzazioni di massa radicate nella classe lavoratrice.

Gianni Del Panta

 

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).