Sabato 28 febbraio si sono svolte a Roma e in diverse città italiane manifestazioni indette dai centri antiviolenza e dai movimenti femministi e transfemministi contro il cosiddetto “DDL stupri”.
Il disegno di legge, la cui relatrice è l’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno – attuale presidente della Commissione Giustizia del Senato per la Lega – introduce modifiche sostanziali al testo che era stato approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati lo scorso novembre.
Quella che inizialmente era stata presentata come una semplice “modifica tecnica” si è trasformata in una profonda riforma: la parola “consenso” scompare e viene sostituita dai termini ‘volontà’ e “dissenso”.


Dal “consenso” al ‘dissenso’: un cambiamento che altera il fulcro del dibattito
In Italia, la violenza sessuale è un reato contro la persona, disciplinato nell’articolo 609 bis del Codice Penale. Il nuovo testo rivisto dalla Commissione presieduta da Bongiorno propone di sostituire la nozione di “consenso libero e attuale” con quella di “volontà contraria”.
Secondo la formulazione proposta, commette violenza sessuale chi “contro la volontà di una persona, compie atti sessuali su di essa o la induce a compierli o a subirli”. La volontà contraria dovrà essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui viene commesso il fatto. Sarà considerato contrario alla volontà anche quando l’atto viene compiuto di sorpresa o approfittando dell’impossibilità della persona di esprimere il proprio dissenso.
Dietro questi tecnicismi giuridici, numerosi giuristi e attivisti vedono una concezione patriarcale del diritto penale e un tentativo di istituzionalizzare la cultura dello stupro. Se l’Italia avesse legiferato in conformità con il principio del “consenso libero e attuale” – già affermato dalla Corte di Cassazione e dalla Convenzione di Istanbul – si sarebbe allineata alla normativa di diversi paesi europei e avrebbe rafforzato il principio del “solo sì è sì”.
Invece, il dibattito torna a concentrarsi su una questione che il diritto penale italiano ha evitato per decenni: come si determina che una persona ha acconsentito. Con le modifiche introdotte, l’onere della prova si sposta pericolosamente verso la vittima, che dovrebbe dimostrare il “non consenso” o una resistenza esplicita, invece di concentrarsi sul comportamento dell’aggressore.
Più che un tecnicismo: un dibattito politico e ideologico
Chi ha affrontato processi giudiziari per violenza di genere, sia come vittima che come accompagnatore, sa che i tribunali possono diventare un vero calvario. Il problema non è meramente tecnico: è politico e ideologico.
Presupporre che ogni persona in una situazione di violenza possa dire “NO” liberamente e senza conseguenze rende invisibili i rapporti di potere, subordinazione e dipendenza che attraversano la realtà sociale.
La retorica del “dissenso” come garanzia di certezza giuridica parte dall’idea che il corpo delle donne e delle persone storicamente discriminate sia disponibile per l’atto sessuale, salvo espressa manifestazione contraria.
La cosiddetta “certezza” giuridica, in questa prospettiva, consisterebbe nell’evitare presunzioni automatiche di colpevolezza. Ma questa logica lascia intatte le disuguaglianze strutturali che condizionano la possibilità stessa di denunciare.
Consenso e lotta femminista
Sebbene la prospettiva del consenso non risolva da sola il problema della giustizia misogina e patriarcale, rappresenta comunque una conquista storica del movimento femminista e LGTBIQ+: il riconoscimento che “senza consenso è stupro”.
Questa prospettiva cerca di proteggere tutte le persone che denunciano, indipendentemente dal contesto, e rende visibile un fatto scomodo per la politica istituzionale: la violenza di genere è strutturale nella società capitalista, dove la disuguaglianza non è un’eccezione ma un ingranaggio del sistema. Per molte persone, denunciare significa perdere il lavoro, la casa o addirittura mettere a rischio la propria vita.
I risultati ottenuti dal movimento femminista italiano sono innegabili. Nel 1996 sono stati abrogati gli articoli del Codice Rocco – risalente all’epoca fascista – che consideravano lo stupro un reato contro la morale e non contro la persona. La Corte di Cassazione ha recentemente stabilito che il consenso deve essere “libero, attuale e duraturo”, che il sesso senza una chiara manifestazione di consenso costituisce un reato e che il cosiddetto “freezing” – la reazione di paralisi di fronte a un’aggressione – è anch’esso una forma di violenza.
Tuttavia, come avverte la giurista italiana Tamar Pitch nel suo saggio Il malinteso della vittima (Edizioni Gruppo Abele, 2o22): il movimento femminista non può affidarsi esclusivamente al diritto penale come soluzione. Le politiche di sicurezza sviluppate nella fase neoliberista tendono a individualizzare e decontestualizzare i conflitti sociali, disperdendo l’attenzione su casi isolati invece di affrontare le molteplici discriminazioni strutturali. Questo ci porta all’altro punto della questione: cosa succede in Italia con i diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+ sotto il governo Meloni? A cosa servono queste modifiche?
Diritti sotto il governo di Giorgia Meloni
Il dibattito sul DDL non può essere separato dall’attuale contesto politico. Dall’arrivo al potere di Giorgia Meloni, è stata messa in discussione l’idea che il fatto che una donna occupi la carica di capo del governo rappresenti necessariamente un progresso per le donne.
L’ondata femminista che ha invaso le strade con lo slogan “Non una di meno” ha ampliato il dibattito oltre le violenze e i femminicidi. Ha segnalato il continuo attacco al diritto all’aborto da parte dei settori “pro-vita”, della Chiesa e degli obiettori di coscienza; ha rivendicato il ruolo delle donne lavoratrici, precariate e razzializzate negli scioperi internazionali dell’8 marzo; e ha espresso solidarietà con lotte internazionali come “Donna, vita, libertà” a sostegno del popolo iraniano contro il regime.
Lo scorso autunno, la classe lavoratrice italiana ha riportato al centro alcune di queste rivendicazioni negli scioperi generali di settembre e ottobre, articolando l’internazionalismo e la solidarietà di classe nella causa in difesa del popolo palestinese e contro le politiche di guerra.
Non appena il movimento Blocchiamo Tutto è entrato in una fase di riflusso, il governo non ha fatto altro che inasprire i protocolli di sicurezza e tutte le leggi che servono a penalizzare il malcontento nei confronti del governo. Ci sono decine di giovani e lavoratori arrestati, indagati e processati per aver partecipato alle manifestazioni e agli scioperi, alcuni dei quali sono addirittura minorenni.
In questo contesto, ci sono state due misure che mettono a nudo il carattere di classe, misogino e reazionario del governo nei confronti delle lotte delle donne. Da un lato, come risposta istituzionale all’enorme odio scatenato dal femminicidio di Giulia Cecchettin, è stato introdotto come figura indipendente nel Codice Penale il reato di femminicidio. Il riconoscimento delle particolarità di questo reato è stato offuscato dalla pena dell’ergastolo prevista dall’articolo e che fa parte della recente giurisprudenza. Una pena che va nella direzione di rafforzare la demagogia punitiva e la mano dura senza toccare né mettere in discussione le condizioni che rendono possibili i femminicidi. D’altra parte, lo stesso disegno di legge Bongiorno prevede la riduzione delle pene in base alla gravità di ciascun caso, lasciando ancora una volta a un’istituzione patriarcale e classista il potere di giudicare il contesto e le circostanze in cui subiamo la violenza.
Abbiamo bisogno piuttosto di un movimento organizzato che sia in grado di smascherare le dinamiche in cui operano lo sfruttamento e l’oppressione, senza abboccare ai discorsi semplicistici dei potenti, che riducono i conflitti a un problema tra vittime e colpevoli e nascondono le complessità delle relazioni sociali. E ponga nuovamente l’accento sul fatto che non è nelle sedi di tribunale che possiamo pensare di costruire una difesa reale dellɜ nostrɜ sorelle.

Riprendere la strada del Blocchiamo tutto, per uno
sciopero unitario questo 9M

Il 9M è ormai alle porte e lo sciopero di lunedì si svolgerà in un contesto in cui non si sono ancora consolidate le forti sinergie tra donne, persone oppresse, lavoratorɜ e la massa critica che hanno fatto divampare il Blocchiamo Tutto lo scorso autunno.
L’assenza di una visione strategica condivisa indebolisce le basi di un movimento transfemminista veramente unificato. Possiamo iniziare a costruirlo dall’opposizione al governo Meloni: la prima donna presidente del Consiglio in Italia che, tuttavia, ha sostenuto alcuni dei più duri attacchi degli ultimi anni contro la comunità LGBTIQ+ e contro le donne di questo paese. La stessa legge Bongiorno ne è un chiaro esempio. Ogni avanzata della destra misogina e patriarcale contro i nostri diritti rafforza la destra a livello internazionale.
Ma non basta limitarsi alle rivendicazioni immediate o all’opposizione al governo in carica: è necessario mettere in discussione i fondamenti strutturali che sostengono il patriarcato e capire come abbatterli.
Le mobilitazioni di settembre e ottobre sono state una dimostrazione di internazionalismo pratico e della forza che può avere la classe lavoratrice quando riesce a unirsi ai movimenti di lotta e a tutti i settori oppressi e sfruttati per rispondere alle politiche di guerra dell’imperialismo. È stato un monito non solo per il governo di destra di Meloni, ma anche per le destre a livello mondiale.
Per questo crediamo che il 9 marzo possa diventare un momento di rilancio e di riflessione collettiva sulla direzione che dobbiamo prendere come femministe in Italia. Dobbiamo dotarci degli strumenti necessari per costruire un vero sciopero generale di tutta la classe, come abbiamo fatto il 3 ottobre, quando si è imposta l’unità tra la CGIL e l’USB.
Solo lottando insieme, unendo il fronte dei movimenti, dei sindacati, della classe lavoratrice tutta, potremo affrontare e discutere democraticamente il problema delle violenze che attraversano la nostra società, e che colpiscono noi in primo luogo, come ci ricorda tragicamente il genocidio in Palestina: a pagare il prezzo più alto sono sempre le soggettività fragili e le classi subalterne. È solo su questa strada che possiamo generare una forza sociale in grado di imporre ai confederali e ai sindacati maggioritari un piano di lotta che tenga conto delle nostre rivendicazioni, nel percorso volto a smantellare l’alleanza tra capitalismo e patriarcato.
Per l’unità del femminismo e della classe lavoratrice contro l’estrema destra, contro le sue guerre e contro la sua violenza. Per il Pane e per le Rose.

Laura Tartaglia

AB

Nata a La Plata, Argentina, nel 1992, dove ha militato con il Partido de los Trabajadores Socialistas. Laureata in Tecnica bibliotecaria. Vive e lavora a Monza, milita nella corrente femminista Il Pane e le rose e nella FIR.

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