Al referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo invitiamo a votare “No”. Non lo facciamo né per una generica difesa della Costituzione, né tantomeno per proteggere una presunta indipendenza della magistratura, che proprio in queste settimane persegue i protagonisti delle straordinarie giornate dell’autunno scorso con arresti, denunce e multe. Lo facciamo all’opposto per indebolire il governo reazionario guidato da Giorgia Meloni e le sue crescenti torsioni bonapartiste.
Il governo Meloni mostra un malcelato nervosismo in vista del referendum sulla giustizia dei prossimi 22 e 23 marzo. La ragione è semplice: quella che fino a qualche settimana fa sembrava una vittoria scontata, oggi non lo è più. Anzi, soprattutto se la partecipazione non dovesse essere elevata – tutti i sondaggi sono concordi nel rilevare un maggiore sostegno alla riforma nell’elettorato complessivo, rispetto a quello realmente interessato a recarsi alle urne – il governo Meloni potrebbe essere sconfitto.
Dunque, si tratta di fermare una (contro)riforma che non tocca i privilegi della casta giudiziaria, approfondisce la logica antidemocratica dello strapotere del governo nazionale e rende più facile un condizionamento politico dei processi.
A maggior ragione, è importante votare NO al referendum per la sinistra, per la classe lavoratrice e le sue organizzazioni a partire dai sindacati, per i movimenti sociali che si oppongono alle politiche del governo e agli attacchi che conduce per conto dei capitalisti.
Per una sinistra che vuole essere anticapitalista e antimperialista, lasciare il terreno della denuncia e della lotta alle controriforme autoritarie al “campo democratico” (PD, M5S e soci minori) significa rinunciare a una lotta a fondo, a tutto campo, contro l’imperialismo di casa nostra, lasciando spazio all’opposizione parlamentare per alimentare l’illusione di un “imperialismo democratico”, meno aggressivo all’estero e progressista (o quasi) in patria, che non è mai esistito.
È nostro compito, e non certo del PD di Schlein o del M5S di Conte, collegare la denuncia del carattere reazionario di una riforma che avrebbe come conseguenza pratica più importante quella di una magistratura maggiormente subordinata al governo. Questo tipo di riforme si rende sempre più “opportuno” di fronte all’urgenza con cui i paesi UE/NATO avanzano nella loro escalation militare globale, e dunque nella gestione del “fronte interno”, dovendo convertire l’economia e preparare la società alla guerra, garantendo la pace sociale mentre la militarizzazione avanza.
Dunque, una riforma collegata a tutti gli altri attacchi alle condizioni di vita e ai diritti del movimento operaio, della popolazione povera, dei migranti, delle donne. Proprio per questo, la nostra lotta contro la riforma non può centrarsi sulla questione della separazione delle carriere che, come vedremo, non è affatto nuova e non scalfisce i privilegi della casta della magistratura, un organo statale completamente al di fuori di qualsiasi controllo popolare.
La riforma in pillole
Molto è stato detto e scritto sulla riforma che interviene su sette articoli della Costituzione e che viene sottoposta al giudizio dei cittadini tramite referendum che, ricordiamo, non prevede quorum in quanto confermativo e non abrogativo. Proviamo in breve a ricapitolare gli aspetti salienti.
Questi sono, di fatto, due. Il primo è la separazione completa tra la funzione requirente e quella giudicante dei magistrati, vietando qualsiasi passaggio di carriera tra pubblico ministero e giudice (o viceversa). Tale aspetto era già stato fortemente rivisto dalla riforma Cartabia del 2022, che aveva ridotto da quattro ad uno solo i possibili passaggi di carriera, e circoscritto questo ai primi dieci anni dall’assegnazione della sede del magistrato. L’effetto scontato è stata una drastica riduzione della mobilità tra funzione requirente e giudicante. Secondo i dati forniti dalla presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano, negli ultimi 5 anni, solamente lo 0,83% dei pubblici ministeri sono diventati giudici, con la strada inversa che è stata ancora meno percorsa, con un appena 0,21% del totale. Insomma, la separazione delle carriere esiste già nei fatti e, da questo punto di vista, la riforma cambia poco o nulla.
Il secondo aspetto è invece decisamente più pesante e riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ovvero di quello che è definito come l’organo di autogoverno dei magistrati. Al di là della becera propaganda che questo renderebbe la giustizia più rapida, equa ed efficace, tutti elementi che la riforma non tocca minimamente, i propositi dichiarati del governo Meloni riguardano l’indebolimento delle correnti (cioè dei gruppi associativi all’interno della magistratura che hanno un orientamento politico) e la riduzione del corporativismo, che porta la magistratura ad auto-assolversi nella maggior parte dei casi in cui uno dei suoi componenti subisca un procedimento disciplinare, cosa effettivamente rara sia per il numero limitato di procedimenti (68 nel 2023 e 90 nel 2024) sia per il numero effettivo di condanne (15 e 24, nei due anni in considerazione).
Con riferimento al CSM, la riforma Meloni agisce su tre fronti. Per prima cosa, lo sdoppia, creando un consiglio superiore della magistratura giudicante (cioè per i giudici) e uno di quella requirente (cioè per i pubblici ministeri). In secondo luogo, passa dall’elezione diretta della componente togata (magistrati) e di quella laica (scelta dal parlamento) al sorteggio. Per concludere, crea un nuovo organo, l’Alta Corte Disciplinare, a cui è attribuita la giurisdizione disciplinare nei confronti di tutti i magistrati. Al di là dei vari elementi tecnici che possono essere discussi, ci interessa qui sottolineare il proposito generale dell’intervento sul CSM: la maggiore subordinazione della magistratura al governo e la disarticolazione del coordinamento politico al suo interno.
È fondamentale rimanere su questo terreno concreto, senza parlare di una “indipendenza della magistratura” astratta: essa, in quanto casta facente parte dei ceti dirigenti, è già ben collegata e dipendente dalla classe dominante capitalista, e indipendente dalle classi subalterne e dalla volontà popolare.
È stato proprio il principale artefice della riforma, il ministro della giustizia, Carlo Nordio, a cogliere bene il punto, quando ha dichiarato di non comprendere la contrarietà dell’opposizione, dato che questa “gioverebbe anche a loro al governo”.
E se vince il NO?
Quali sarebbero le due ripercussioni fondamentali se vincesse il NO?. Da un lato, ci sarebbe un grave indebolimento del piano di contro-riforme che stava al centro del programma di governo di Fratelli d’Italia-Lega-Forza Italia. Com’è noto, le destre volevano portare a casa tre importanti “riforme”: giustizia, autonomia differenziata e premierato. La seconda è stata dichiarata illegittima in diverse parti decisive dalla Corte Costituzionale nel dicembre del 2024, ed è quindi stata svuotata di senso, mentre il premierato giace nei cassetti, sostituito da una più modesta riforma elettorale che prova a inasprire i caratteri antidemocratici del Rosatellum targato PD.
Insomma, l’incapacità di portare a casa anche la riforma della giustizia segnerebbe una sconfitta totale per Meloni e soci. Dall’altro lato, il risultato del referendum potrebbe dettare il clima politico dei prossimi mesi, indebolendo il governo Meloni nella parte conclusiva della legislatura e spianando la strada a una vittoria di un “campo democratico” di centrosinistra alle elezioni nazionali 2027. La cosa è così manifesta che non solo Giorgia Meloni ha costantemente ricordato in questi ultimi giorni che il quesito non riguarda una valutazione sul suo governo: anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, all’interno di una logica che rimane – coerente dal suo punto di vista – meramente elettoralistica, ha trionfalmente dichiarato ai microfoni: “votiamo ‘no’ e vinciamo le politiche”.
Il “No” pseudo-democratico in difesa della casta giudiziaria
Chiunque volesse uno spaccato reale della presunta indipendenza della magistratura oggi, prima della riforma, non deve far altro che aprire una qualsiasi pagina di cronaca politica degli ultimi mesi. Vi troverà decine di articoli che danno menzione degli arresti, denunce e multe piovute sui chi è stato protagonista del grande ciclo di mobilitazione che l’Italia ha vissuto nel settembre-ottobre del 2025, attorno alla questione palestinese. Questo rivela immediatamente due aspetti.
Il primo è che la magistratura non è un organo neutro, ma uno dei principali apparati di uno Stato classista – ovvero, di uno Stato che difende e avvantaggia gli interessi delle classi possidenti a danno della classe lavoratrice e dei settori popolari largamente intesi. È anzi paradossale che, grazie ad anni di campagne populiste da parte di Berlusconi e soci prima e di Beppe Grillo e M5S poi, si veda come principale “casta” del paese il parlamento, che è eletto dai cittadini, mentre la magistratura sia vista come un potere prettamente democratico, quando essa è ben inserita negli strati alti dei ceti dirigenti e non passa attraverso alcun meccanismo di elezione né di controllo democratico e popolare.
Il secondo è la vuota retorica del campo del centrosinistra che invita a votare “No” con la mera finalità di difendere lo stato di cose presenti e la magistratura. Tale retorica non rimane confinata ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma abbraccia anche settori che rientrano formalmente in quella che viene definita come sinistra radicale. L’esempio migliore è al riguardo Rifondazione Comunista, la cui contrarietà si articola sui due aspetti classici della posizione del centrosinistra: indipendenza della magistratura e difesa della Costituzione. La definizione di quest’ultima “come nata dalla resistenza antifascista” vuole poi aggiungere una pennellata di sinistra. Tale posizione ci appare però problematica non solamente per quanto viene difeso, ma anche per la geografia elettorale e politica di tutta l’estrema sinistra. Come le ultime elezioni regionali hanno ampiamente confermato, Rifondazione Comunista ha oscillato pesantemente, dando vita a coalizioni di sinistra con Potere al Popolo (PaP) in Toscana (dove era presente anche Possibile) e in Campania (dove invece figurava il Partito Comunista Italiano), sostenendo candidati ‘indipendenti’ nelle liste del Movimento 5 Stelle in Puglia, e facendo addirittura parte in maniera organica della coalizione di centrosinistra in Veneto. Tutto ciò non è casuale, ma evidenzia ancora una volta il carattere iper-opportunista e burocratico di Rifondazione. Fino a qua, non molto di nuovo si dirà. Vero, ma proprio perché PaP ha concentrato i propri sforzi elettorali nei due contesti dove si trovava in coalizione con Rifondazione, questo allunga una pesante ombra sulla principale forza dell’estrema sinistra in Italia.
Il “No sociale e popolare” di Potere al Popolo
Indicendo una manifestazione nazionale a Roma sabato scorso assieme all’Unione Sindacale di Base (USB), PaP ha rilanciato la propria campagna referendaria per un ‘no sociale e popolare’. Correttamente, Potere al Popolo rileva l’importanza di votare NO come segnale contro il governo e le sue torsioni repressive, autoritarie e di attacco alle condizioni materiali delle classi popolari. Tuttavia, la sostanza di questo “No” sociale ha problematicità significative.
Infatti, non solo non si è intravisto alcun elemento sociale o popolare nella campagna elettorale, ma data la riforma al voto e il contesto generale, nemmeno ci sarebbe potuto essere. Il tentativo di PaP di introdurre alcuni elementi di distinguo rispetto alla politica istituzionale scivola quindi su un terreno ambiguo.
Tre sono gli aspetti da notare.
Il primo è una caratterizzazione implicita della magistratura come un organo neutro. Per quanto infatti venga colto come “imprenditori, colletti bianchi, amministratori corrotti la fanno franca sempre più spesso” mentre “aumentano giorno dopo giorno i reati contro chi lotta”, il problema principale risiederebbe in un codice che non è ancora stato liberato “dall’autoritarismo e dalla continuità con il fascismo”. Il ribaltamento qui è totale. La giurisdizione smette così di essere “la volontà della classe dominante elevata a legge”, secondo la classica formula di Karl Marx e Friedrich Engels – per diventare invece una realtà separata dai rapporti di classe e i cui problemi derivano da distorsioni passate.
Il secondo elemento critico riguarda la richiesta di un maggior finanziamento alla giustizia, mai presente in forma articolata, ma evidentemente connesso alla denuncia della ristrettezza numerica del personale della magistratura e del suo carattere eccessivamente precario:
Una giustizia che funzionasse davvero per il popolo avrebbe bisogno di più giudici, più organico effettivo e meno precarietà. Di questo nella riforma non c’è traccia, perché non era questo l’obiettivo. E questo mentre cresce uno stato di polizia che vuole spazzare via la libertà di manifestare e di dissentire costruendo un regime autoritario che avanza con le forme della legalità.
Qui vi è un cortocircuito evidente. Per quanto ovviamente non sia nelle intenzioni di PaP, l’effetto di una macchina statale più efficiente non sarebbe solamente quello di processi più rapidi e giusti (come loro auspicano), ma anche un potenziale maggior controllo di chi sorveglia e reprime chi lotta. Insomma, legare le questioni strettamente legate alla casta della magistratura a quelle dei dipendenti dell’apparato giudiziario è il contrario di una campagna “popolare”, che significherebbe stare dalla parte dei lavoratori, contrapposta alla controparte borghese, che comprende tutti i dirigenti dell’apparato di potere dello Stato. Come potrebbe essere la magistratura “migliore”, “più efficace” dal nostro punto di vista, semplicemente perché si aumentano i fondi a sua disposizione? Diventerebbe improvvisamente più favorevole alla povera gente? È più verosimile il contrario, tant’è che gli stessi capitalisti lamentano da tempo che una giustizia più veloce ed “efficiente” permetterebbe loro di fare più profitti e di investire “in sicurezza”.
Infine, la caratterizzazione dello scivolamento del sistema politico vigente “verso un sistema post-democratico” viene colto attraverso l’infelice, almeno a nostro giudizio, termine di democratura. Questo vanta probabilmente un padre ‘nobile’, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, noto soprattutto per le sue denunce degli effetti dell’imperialismo in America Latina, ma è stato poi largamente appropriato dagli studi dei regimi politici, e in particolare dalla sua variante più di ‘destra’, quella della cosiddetta ‘transitologia’. Ma pur tralasciando questo, il problema è un altro: il termine indica un sistema dove, per quanto esistano norme e istituzioni formalmente democratiche, il funzionamento generale del sistema è autoritario. Per quanto si potrebbe essere inclini a pensare che questo ben descriva la situazione italiana, e più in generale qualsiasi sistema politico in un’economia di mercato, democratura fa riferimento a un contesto nel quale il partito di governo dispone di tutta una serie di fattori che lo avvantaggiano, rendendone molto difficile, per quanto non impossibile, la sconfitta nelle urne. In realtà, quindi, quanto descritto calza male nel contesto italiano, così come nella maggior parte degli altri paesi del centro imperialista.
Invece, si avvicina molto di più alla realtà dei fatti il senso comune per cui i capitalisti siano sempre o quasi “impuniti”, che non vengano mai condannati o che subiscano pene ridicola per l’enormità dei loro crimini, dei danni che producono e del saccheggio che fanno della ricchezza del paese, a partire dalla sfruttamento dei lavoratori. È precisamente l’apparato della magistratura che garantisce questo trattamento di favore alla classe sociale a cui lo Stato e la Costituzione (articolo 42: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge…”) rendono conto: i pochi capitalisti che possiedono la grandissima parte della proprietà privata e che decidono le sorti di tutta la società a partire dal loro potere economico immenso. Questo meccanismo, nella sua sostanza, non nasce da un “nuovo” assetto post-democratico, ma è una caratteristica fondamentale di tutti i regimi politici nel capitalismo, non solo di quelli autoritari-dittatoriali.
Il nostro “No” contro la politica reazionaria e bonapartista del governo Meloni
Il punto fondamentale per noi è diverso, e riguarda la capacità di cogliere le moderne tendenze bonapartiste in atto, che puntano a rafforzare l’esecutivo e a togliergli qualsiasi limite, rendendo gli altri organi statali sottomessi al governo e limitando il più possibile i condizionamenti provenienti dalla società civile nel suo complesso. Questo, come ricordava correttamente il ministro Nordio, indipendentemente dai partiti al governo . Tale disegno è perseguito con tre strategie principali. La prima è la creazione artificiosa di maggioranze parlamentari larghe e potenzialmente capaci di durare per l’intera legislatura. Questo viene perseguito attraverso leggi elettorali maggioritarie, di cui quella attualmente proposta dalla destra italiana con un maxi-premio di maggioranza alla coalizione prima classificata che superi il 40% dei voti è l’esempio più emblematico, ma rientra in una logica governativa pienamente accettata da chi oggi siede tra i banchi dell’opposizione. Il secondo è un’azione di governo che sia il più possibile autonoma dai condizionamenti del parlamento. Nel caso italiano, questo avviene attraverso il ricorso massiccio e preponderante alla decretazione d’urgenza come principale strumento di legislazione, togliendo già nei fatti la centralità del parlamento nella formulazione delle leggi. Il terzo ed ultimo fattore riguarda invece la criminalizzazione di ogni forma sostanziale di dissenso. Con i suoi decreti sicurezza, il disegno di legge ‘contro l’antisemitismo’ attualmente in discussione, e la recentissima decisione di applicare la famigerata 146, nota anche come legge anti-sciopero, alla logistica, il governo Meloni è ancora una volta all’avanguardia e mostra tutto il suo carattere reazionario.
In conclusione, ribadiamo che, pur non avendo nessuna fiducia in nessuna magistratura all’interno del sistema vigente e pur non avendo alcun feticcio per la Costituzione invitiamo a votare ‘No’ al referendum del 22 e 23 marzo.
Non come “scorciatoia” separata o contrapposta alla lotta della classe lavoratrice e degli oppressi, come vuole il centrosinistra, ma come momento della lotta politica complessiva contro le destre che governano per conto dei capitalisti, contro le politiche di riarmo e repressione.
Lottiamo per indebolire il governo Meloni e fermare i suoi attacchi reazionari!
Frazione Internazionalista Rivoluzionaria
La Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) è la sezione italiana della Corrente Rivoluzione Permanente - Quarta Internazionale (CRP-QI), organizzazione marxista rivoluzionaria.
La FIR anima il giornale militante La Voce delle Lotte, il quale è parte della rete internazionale di giornali militanti La Izquierda Diario.