A un mese dall’inizio del conflitto, gli osservatori mainstream non riescono a districarsi di fronte alle nebbie che sembrano avvolgere la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. Trump però non è pazzo, ma interpreta la contraddizione per cui oggi gli Stati Uniti possono tutelare i propri interessi solo aumentando il caos sistemico. Di fronte a ciò, non si tratta di invocare un ritorno a un fantomatico passato in cui dominava il diritto internazionale o sperare in un mondo multipolare, ma di trovare spazi per l’anti-imperialismo e la lotta di classe. Sviluppiamo il ragionamento leggendo l’aggressione imperialista all’Iran alla luce delle connessioni tra il relativo declino egemonico USA e i margini di manovra che si sono aperti nell’ultimo decennio in Medio Oriente per la Cina, tenendo però anche conto dei limiti della proiezione globale di quest’ultima.


Chiunque segua un minimo l’attualità del conflitto che oppone USA e Israele all’Iran non può che rimanere sconcertato dalla ‘nonchalance’ con cui Trump sta conducendo una guerra apparentemente senza obiettivi. Data la stabilità istituzionale che sta dimostrando la repubblica islamica in queste settimane, il regime change sembra infatti impossibile senza un’invasione di terra, opzione a sua volta estremamente rischiosa in un paese di 90 milioni di abitanti. Questo senza contare il fatto che evitare nuovi Iraq e Afghanistan, costati decine di migliaia di morti al popolo statunitense e centinaia di miliardi di dollari, è stata una delle principali promesse della campagna elettorale del Tycoon, centrata sull’America First. Le uniche cose che il presidente USA sembra sia riuscito ad ottenere dall’aggressione imperialista in corso sono state una destabilizzazione dei paesi del Golfo, storici alleati nella regione, nonché pericolose turbolenze borsistiche, spirali inflazionistiche legate all’impennata del prezzo degli idrocarbuti e rischi di recessione globale sulla scia della chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. D’altra parte, però, cessare gli attacchi contro il regime iraniano ancora intatto e ancora più motivato a dotarsi di un’atomica rischierebbe ulteriormente di lasciare Trump senza elementi per dichiarare almeno una vittoria di facciata, infilandolo in un evidente circolo vizioso da cui non sarà facile uscire.

La spiegazione più semplice per queste convulsioni, quella suggerita dai media e dagli osservatori della stampa mainstream, è che Trump sia banalmente pazzo… Pazzo e incompetente. A sinistra, invece, alcuni puntano il dito sullo strapotere della lobby ebraicapiù chiari sono, in effetti, gli obiettivi di Nethanyahu rispetto a una prosecuzione a oltranza della guerra contro l’Iran, visto l’ostacolo oggettivo che quest ultimo e le sue milizie satellite rappresentano per una facile liquidazione della questione palestinese. Altri invece mettono in rilievo il rapporto tra il cul de sac in cui sembra sia finito Trump e l’indebolimento terminale dell’egemonia statunitense, a fronte dell’inarrestabile ascesa della Cina e di un mondo multipolare.

Le spiegazioni psicologiste sono chiaramente insufficienti e politicamente dannose, incentivando l’idea per cui leader più competenti potrebbero ristabilire un equilibrio mondiale meno caotico. Anche le analisi che spiegano la ‘follia’ di Trump con quella del sionismo e di Netanyahu, o che sottolineano come si tratti di un ‘bufalo ferito’ che si dibatte inutilmente in una situazione in cui Pechino si appresta a dirigere un cambio di ordine globale sono tuttavia altrettanto astratte e depoliticizzanti. Non sono mancate in realtà analisi più sfumate, che hanno affrontato vari aspetti come il rapporto tra guerra in Iran, militarizzazione e finanziarizzazione, o hanno trattato in maniera più ragionata il rapporto tra il declino relativo degli USA come egemone capitalista e l’aggressione in corso (si veda ad esempio l’ottimo saggio di Infoaut). In questo articolo – dando ampio spazio al rapporto tra Stati Uniti, petromonarchie e Cina – seguiamo questo filone mettendo in evidenza come il problema non sia tanto l’irrazionalità, o la vacuità degli obiettivi di Trump, ma il fatto che in questa fase storica, gli Stati Uniti possono tutelare i propri interessi solo aumentando il caos sistemico. In questo consiste la loro crisi di egemonia, non nell’inevitabilità di un nuovo assetto geopolitico, magari a guida cinese e più armonioso come propugnano i fautori del multipolarismo.

 

Capire gli obiettivi della guerra: nesso dollaro-petrolio, declino egemonico e contenimento della Cina

Nonostante spesso si parli di un crescente disimpegno statunitense in Medio Oriente – su cui torneremo a breve – esso rimane un’area cruciale nella grande strategia USA per difendere la sua egemonia globale. Il predominio militare a stelle e strisce nella regione è infatti centrale per suggellare l’allineamento geopolitico delle monarchie del golfo, quindi per sancire che esse continuino a vendere il petrolio in dollari, in cambio di sostanziose garanzie di ‘sicurezza’. Questo meccanismo è importantissimo per sostenere il ruolo della divisa statunitense come valuta di riserva internazionale, grazie al quale Washington riesce a rifinanziare senza dover pagare tassi d’interesse esorbitanti il suo enorme debito estero e pubblico1. In tal senso, l’importanza dell’oro nero consiste nel fatto che esso è la merce più scambiata al mondo, mentre il declino produttivo relativo degli Stati Uniti avvenuto negli ultimi decenni a vantaggio della Cina ha eroso le basi materiali della loro egemonia monetaria. Il combinato disposto tra la perdita di posizioni economiche globali di Washington, gli effetti sul ‘fronte interno’ del pantano Iracheno post-invasione del 2003 e la crescente proiezione geopolitica di Pechino nel Pacifico ha però obbligato i vari presidenti succedutisi alla Casa Bianca nel periodo post-2008 a ridurre progressivamente l’impegno militare in Medio Oriente per concentrare le forze nel quadrante est-asiatico – il cosiddetto “pivot to Asia”.

In una prima fase, Obama ha provato a gestire la ritirata tramite una strategia detta “leading from behind”, volta a ottenere la stabilità regionale puntando sulla riabilitazione diplomatica di Teheran – questo il senso degli accordi sul nucleare del 2015; Teheran, con cui già da alcuni anni gli USA co-gestivano de facto l’Iraq. Le guerre civili in Siria e Yemen, seguite alle primavere arabe del 2011, hanno però reso estremamente precaria questa soluzione, nella misura in cui in cui forze sostenute dal regime degli Ayatollah mettevano in discussione i piani sub-imperialisti di Arabia Saudita ed Emirati in questi contesti2. In generale, una riammissione a pieno titolo della repubblica islamica rappresentava, e continua a rappresentare, un pericolo di fondo per le petromonarchie. Oltre a costituire un attore revisionista dell’ordine egemonico in Medio Oriente come riverbero della rivoluzione del 1979, se l’Iran fosse scaricato dalle sanzioni occidentali esso diventerebbe un concorrente potenzialmente pericoloso sul mercato mondiale degli idrocarburi, così come sul piano dell’attrazione degli investimenti esteri da cui i regni del golfo continuano a dipendere fortemente. I piani obamiani hanno quindi rischiato di compromettere i rapporti tra questi attori e gli Stati Uniti, buco a cui la prima amministrazione Trump ha cercato di mettere una pezza stralciando gli accordi sul nucleare firmati con Teheran. In questo solco la strategia complessiva è stata ricalibrata nel segno della costruzione di un fronte più coeso tra petromonarchie e Israele – altro pilastro storico della stabilità imperialista regionale e altro grande scontento dei precedenti tentativi di inclusione dell’Iran, ma che a causa della sensibilità politica della questione palestinese nei paesi arabi non ha mai potuto essere pienamente integrato in un’alleanza compiuta con i regimi nordafricani e mediorientali. Superare questa difficoltà era quindi il senso degli accordi di Abramo inaugurati dal riconoscimento dell’entità sionista da parte degli Emirati Arabi nel 2020.

Il cambio di rotta non è però stato sufficiente a garantire soluzioni ottimali per i regni del golfo nelle guerre civili in Siria e Yemen, dove Assad – almeno fino al dicembre 2024 – e i ribelli Houthi hanno mantenuto le proprie posizioni, con il sostegno dell’Iran. Il 7 Ottobre – avvenuto poco prima che anche l’Arabia Saudita facesse passi decisivi per normalizzare con Israele – ha ulteriormente messo in difficoltà la strategia USA. All’interno di queste contraddizioni la Cina ha trovato nell’ultimo decennio significativi margini di manovra in Medio Oriente – non solo come interlocutore di Teheran per la quale Pechino è uno dei pochi mercati esteri – ma anche e principalmente dei Sauditi. Essi, a fronte del relativo disimpegno statunitense dalla regione, hanno infatti avuto sempre meno remore ad approfittare delle crescenti opportunità rappresentate dalla ‘Via della Seta’. Aziende di stato cinesi sono infatti tra i principali investitori dietro i megaprogetti del piano Vision 2030 lanciato nel 2016 dal principe saudita Bin Salman per rafforzare il ruolo di Riyad come hub energetico, finanziario e infrastrutturale. Di fronte a questi sviluppi, negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha accettato una ricomposizione diplomatica con l’Iran, mediata però stavolta dalla Cina con un accordo del 2023 che ha ristabilito i rapporti diplomatici interrotti nel 2016. Si noti poi come Pechino importi oltre il 20% del suo petrolio dai Sauditi e il 40% dal golfo – Iraq, Oman ed Emirati sono gli altri grandi partner regionali del Dragone. Tale relazione non è direttamente un problema per gli USA nella misura in cui il significativo ammontare di questi scambi è centrale per sostenere l’egemonia del dollaro. Tuttavia nel 2024, Riyad è entrata nei BRICS e ha siglato alcuni accordi per la compravendita di petrolio direttamente in Renminbi3.

Principali contractors stranieri nei progetti infrastrutturali in Arabia Saudita. Valori in milioni di dollari. Il grosso sono cinesi; interessante, detto di passata, il primo posto di WeBuild del padrone ‘nostrano’ Caltagirone. Fonte: S&P Global.

 

Alla luce di questi aspetti, si potrebbe osservare come l’aggressione imperialista a Teheran sarebbe irrazionale proprio perché rischierebbe di avvicinare ulteriormente le petromonarchie alla Cina. I missili iraniani contro Arabia Saudita, Qatar ecc. avrebbero infatti mostrato che Washington non può garantirne la sicurezza. A ben vedere, però, la radicalizzazione dello scontro con l’Iran è una mossa nient’affatto peregrina proprio per spezzare il processo di avvicinamento tra Pechino e Riyad – logica che probabilmente sta dietro non solo alla guerra di queste settimane, ma alla più generale ‘mano libera’ per destabilizzare il Medio Oriente lasciata a Nethanyau, tanto da Biden quanto da Trump, dopo il 7 ottobre.

Approfondire la conflittualità regionale va infatti nella direzione di rafforzare la dipendenza militare delle petromonarchie da Washington, sfruttando il fatto che – con buona pace dei campisti – il gigante asiatico è ancora troppo debole per rappresentare un’alternativa, sia sul piano finanziario che su quello della difesa. Da un lato, l’aumento degli scambi di petrolio in Renminbi tra gigante asiatico e regni del golfo va potenzialmente nella direzione di erodere l’egemonia del dollaro, dall’altro, la scarsa internazionalizzazione attuale della divisa cinese pone forti limiti a un rapido e significativo disimpegno dalla valuta statunitense da parte delle petromonarchie. Attualmente solo il 4% degli scambi mondiali avviene in Renminbi, il quale rappresenta inoltre meno del 10% delle riserve delle banche centrali, una quota in effetti crescente, ma più a scapito dell’euro che del dollaro, il quale rimane tendenzialmente stabile al 60%4.

Sul piano militare la proiezione della Cina in Medio Oriente non è invece paragonabile agli avanzamenti nel Pacifico, con un peso letteralmente irrilevante di Pechino nelle forniture di armamenti ai paesi dell’area, dove invece dominano gli USA e i paesi europei. Non sorprende, quindi, che la reazione di Riyad alla guerra in corso sembra quella di voler fare di necessità virtù. Secondo uno scoop del New York Times, infatti, pubblicamente il principe saudita Bin Salman si dichiara per una de-escalation, ma nelle stanze dei bottoni starebbe invece spingendo per una prosecuzione a oltranza del conflitto, con l’obiettivo di schiacciare definitivamente il rivale regionale iraniano, dopo aver incassato un anno e mezzo fa la fine del regime di Assad in Siria – sebbene con una configurazione poco stabile, dietro all’ex jiahdista Al-Shaara.

 

Principali fornitori di armamenti ai paesi dell’area nordafricana e mediorientale. Fonte: Sipri.

 

Contraddizioni della strategia trumpiana e prospettive per la lotta di classe

Sgomberare il campo da visioni semplicistiche sulla ‘follia’ di Trump, non significa negare gli aspetti avventuristici e contraddittori dell’aggressione imperialista in corso. L’obiettivo degli Stati Uniti è in buona sostanza indebolire l’Iran e aumentare la conflittualità regionale per riallineare le petromonarchie e in particolare Riyad, non impelagarsi in una nuova guerra d’invasione difficilmente sostenibile sia sul piano economico che del consenso interno. Netanyahu ha invece maggiore interesse a continuare la guerra a oltranza per sbarazzarsi dell’unica potenza nell’area che può mettere i bastoni tra le ruote ai suoi piani genocidi. Le difficoltà egemoniche degli USA – molto più che la lobby ebraica – li costringono però a lasciare sempre più iniziativa a Tel Aviv, uno spazio di manovra che rischia di essere forzato fino al punto di approfondire le contraddizioni della strategia statunitense, i cui avanzamenti avvengono sempre più al costo di aggravare il caos sistemico.

Tale aspetto emerge ancora meglio spostando lo sguardo oltre lo scenario medioorientale. Il perseguimento degli obiettivi USA in questo contesto sta infatti favorendo un rafforzamento della Russia, grazie all’impennata del prezzo del petrolio e al potenziale blocco delle forniture di gas dal Qatar all’Europa, con la chiusura dello stretto di Hormuz. In parte Trump può essere contento di questo esito, nell’ottica di imporre la sua prospettiva di “stabilizzazione strategica” con Mosca – definita chiaramente dall’ultima dottrina statunitense – e spingere i paesi UE ad aumentare più velocemente le spese militari, massimizzando i benefici dell’attuale dipendenza di questi ultimi dai sistemi d’arma statunitensi. Tuttavia, se è vero che gli imperialisti europei sono subalterni nei confronti degli Stati Uniti, essi hanno anche un forte interesse a difendere la propria area di influenza regionale, oltre a possedere leve che non vanno sottovalutate per continuare a radicalizzare lo scontro con il Cremlino, come i 300 miliardi di riserve russe sequestrate nelle banche dell’euro-sistema. L’integrazione finanziaria e militare dei paesi NATO con gli USA rende inoltre difficile pensare che una conclusione del conflitto in Ucraina favorevole a Putin, e a scapito di un’ UE sempre più militarizzata, venga seguita da una configurazione geopolitica stabile di cui gli Stati Uniti possano tranquillamente disinteressarsi. La difficoltà più eclatante a cui si trova di fronte Trump nel contesto attuale è forse però il fatto che, a seguito della resilienza mostrata dal regime iraniano, gli Stati Uniti hanno dovuto spostare sistemi missilistici dalla Corea, quindi proprio dal teatro strategico cruciale nella partita con la Cina. Difficile pensare che Pechino approfitterà proprio in questo momento dell’occasione per forzare la mano con Taiwan; è chiaro, tuttavia, che la mossa in questione manifesta chiaramente i problemi USA a gestire impegni militari multipli.

I dilemmi a cui Washington si trova di fronte sono sempre più difficilmente risolvibili, fatto che spiega l’atteggiamento ondivago di Trump, molto più della ‘demenza’ sua e del suo cerchio magico di incompetenti reazionari – essi stessi prodotto dell’impasse in cui si avvita l’egemonia globale e il regime politico a stelle e strisce.

Il dato interessante per chi vuole cambiare il mondo è però come questa fase convulsa possa aprire spiragli per la lotta di classe: la prospettiva di una resistenza prolungata da parte dell’Iran e di una sconfitta dell’imperialismo-sionismo – che auspichiamo e per la quale dobbiamo lottare – è infatti cruciale per evitare una liquidazione della questione palestinese; questione riaperta dal 7 ottobre e che negli ultimi 3 anni ha dimostrato di essere un nodo cruciale per il conflitto sociale nel ventre europeo e nordamericano della bestia capitalista, oltre che potenziale baricentro per processi di radicalizzazione e mobilitazione nell’area araba e mediorientale. Diciamo questo, consci che sul piano di una reale liberazione palestinese – inseparabile da una sollevazione regionale contro i regimi-filo imperialisti – gli Ayatollah rappresentano un attore per molti versi contro-rivoluzionario, nella misura in cui hanno più volte represso mobilitazioni di massa, come in Libano e Iraq nel 2019. La natura repressiva della repubblica islamica nei confronti del suo stesso popolo è inoltre un fattore di indebolimento per la lotta anti-imperialista, ragion per cui posizioni che affidano prospettive di liberazione a regimi reazionari come quello iraniano, e non distinguono tra sostegno politico e militare a quest’ultimo, devono essere rigettate.

Tuttavia, illusioni pacifiste nella diplomazia, o posizioni troppo astratte come “né con Trump, né con gli Ayatollah” hanno implicazioni non meno depoliticizzanti di quelle campiste. Una debacle dell’imperialismo approfondirebbe infatti le crescenti fratture all’interno della base MAGA del presidente USA, in un contesto in cui egli è già sotto pressione da parte di importanti movimenti contro le sue politiche di criminalizzazione degli immigrati come quelle dello scorso gennaio a Minneapolis. Nel frattempo, le tensioni inflattive negli stessi USA e in Europa potrebbero spingere settori strategici della classe lavoratrice a scioperare per difendere il potere d’acquisto, come già avvenuto in Francia, Gran Bretagna e Germania dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, e in parte qui da noi, tra il 2024 e il 2025 nel contesto degli ultimi rinnovi contrattuali dei ferrovieri e dei metalmeccanici. Tutto ciò, stavolta, con la possibilità di una politicizzazione maggiore di questi processi, particolarmente in paesi come il nostro ove il governo Meloni ha fatto della compromissione con ‘il pazzo Trump’ una leva importante e in cui le basi per costruire un movimento massivo di opposizione alla guerra, all’imperialismo e al sionismo sono potenzialmente forti come ha dimostrato il blocchiamo tutto dello scorso autunno.

 


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Si tratta allora di ripartire da quell’esperienza per discutere un programma di lotta anti-imperialista che chieda lo stop all’utilizzo delle basi USA per le aggressioni imperialiste, l’uscita dell’Italia dalla NATO, l’opposizione al riarmo – senza illusioni nella difesa comune UE – e che rilanci la parola d’ordine dell’esproprio dei settori strategici e in crisi; contro la riconversione bellica, per un piano di riconversione ecologica sotto il controllo di lavoratori e territori. Un programma centrato sul coordinamento dal basso a partire dai settori strategici della classe lavoratrice e indipendente da opzioni di istituzionaliste di centro-sinistra.

 

 

Lorenzo Lodi

 

NOTE

1 per un’opera in italiano ulla storia del nesso petrodollari egemonia USA si veda: Basosi, Duccio. 2013. Finanza e petrolio. Gli Stati Uniti, l’oro nero e l’economia politica internazionale. Venezia: La Toletta Edizioni.

2 sulla crescente proiezione regionale dei capitali delle monarchie del golfo si veda l’importante libro di Hanieh, Adam. 2018. Money, Markets, and Monarchies: The Gulf Cooperation Council and the Political Economy of the Contemporary Middle East. Cambridge: Cambridge University Press.

3 per un rapporto esaustivo dei crescenti legami economici e geopolitici della Cina con l’Arabia Saudita si veda Chang, Charles, Vishrut Rana, Zahabia Gupta, e Valerijs Rezvijs. 2024. Saudi-China Ties and Renminbi-Based Oil Trade. S&P Global Ratings, August 20. https://www.spglobal.com/content/dam/spglobal/global-assets/en/special-reports/Corp_0821_Saudi-ChinaTiesandRenminbi-basedoiltrade.pdf

4 per un’analisi della persistente centralità del dollaro nel capitalismo globale si veda Lapavitsas, Costas. 2026. “A Topography of the New Dollar Imperialism.” New Left Review 157 (January–February), p. 72. https://newleftreview.org/issues/ii157/articles/costas-lapavitsas-a-topography-of-the-new-dollar-imperialism

 

Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.