Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 05/04/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.

La guerra in Iran rivela i limiti del potere militare statunitense e accelera una crisi più profonda: l’erosione della sua capacità di sostenere l’ordine globale.


La guerra contro l’Iran ha messo Donald Trump in una situazione inedita: per la prima volta non si trova di fronte a un’operazione rapida, limitata e facilmente vendibile come vittoria, ma a una campagna prolungata, incerta e senza una chiara via d’uscita strategica. Quella che doveva essere una dimostrazione di forza si è trasformata in una trappola in cui non è solo il destino dell’operazione militare a essere in gioco, ma qualcosa di più fondamentale: la credibilità stessa dell’egemonia statunitense.

La guerra che Trump non sa come finire

Il problema centrale non è tattico, ma politico. Né Trump né Pete Hegseth sono riusciti a spiegare come finirà questa guerra. Peggio ancora: hanno deliberatamente evitato di fissare obiettivi chiari, affidandosi a una logica pericolosa, quella di dichiarare vittoria quando risulta conveniente.

Questo approccio ha funzionato in operazioni puntuali. Ma di fronte a uno Stato che non crolla, si trasforma in un vicolo cieco. L’Iran non è caduto “in tre giorni” e, non essendo caduto, la guerra è diventata tutto ciò che Trump detesta: lunga e senza un modo chiaro per tradursi in vittoria.

L’escalation, come in un casinò, genera la propria logica interna. Più si investe, più è difficile ritirarsi senza perdite. Il risultato è una dinamica in cui la logica strategica resta subordinata alla necessità politica immediata di non apparire sconfitti.

La ripetizione degli errori che avevano promesso di evitare

Trump è arrivato al potere promettendo di non ripetere l’Iraq e l’Afghanistan. Niente nation building, niente guerre interminabili, niente obiettivi vaghi. L’esercito statunitense, liberato dalle “stupide regole di combattimento”, avrebbe impiegato una forza schiacciante, secondo la visione di Pete Hegseth, per ottenere risultati rapidi e decisivi.

Ma il vero nucleo di quell’approccio era la deliberata ambiguità degli obiettivi. Trump si riservava la capacità di ridefinirli al volo, in modo che la vittoria non dipendesse da una trasformazione concreta del terreno, ma da una decisione politica.

L’approccio di Trump ha funzionato nell’Operazione Midnight Hammer, la campagna dell’estate scorsa per colpire le installazioni nucleari iraniane. Ha prodotto risultati rapidi in quello che Trump ha descritto come l’incursione “perfettamente eseguita” per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro.

Tuttavia, la guerra in Iran ha messo a nudo il difetto strutturale di quello schema. Quando in gioco c’è la sopravvivenza di un regime, l’avversario non si arrende: resiste, si adatta e scala il conflitto. La logica della guerra cambia. Non si tratta più di infliggere danni, ma di spezzare volontà, ed è precisamente ciò che la superiorità militare da sola non può garantire.

Di fatto, più si spinge uno Stato verso un punto di rottura esistenziale, più si rafforza il suo incentivo a intensificare il conflitto. La conseguenza è nota: una deriva progressiva della missione, in cui ogni escalation genera nuove giustificazioni per continuare. Quella che doveva essere una guerra senza pantani comincia a somigliare, sempre più, agli stessi conflitti da cui gli Stati Uniti giuravano di aver imparato a uscire.

Il mito tecnologico si infrange contro la guerra asimmetrica

Uno dei pilastri della fiducia statunitense era la superiorità tecnologica: intelligenza artificiale, armi di precisione, capacità di “decapitazione” dei comandi nemici. Una schiacciante superiorità tecnico-militare concepita per produrre vittorie rapide.

Ma questa premessa si sta erodendo. Come spiega l’analista indipendente Hamidreza Azizi, dall’inizio della guerra l’Iran “non si limita più a tentare di assorbire la pressione e rispondere allo stesso modo. Sta piuttosto cercando di ridefinire i termini del conflitto ampliando il campo di battaglia, prendendo di mira l’infrastruttura che sostiene le operazioni statunitensi e israeliane… Il risultato è una strategia in evoluzione che cerca di convertire l’asimmetria militare in un vantaggio strategico”. Questo nuovo schema è accompagnato da “una ridefinizione di come [l’Iran] percepisce la vittoria strategica. In altre parole, il successo non si misura più unicamente dai risultati sul campo di battaglia, ma dalla capacità della guerra di produrre una nuova equazione strategica in cui la soglia dei costi per attaccare l’Iran sia stata innalzata”.

Questa strategia non è frutto di improvvisazione bellica, come avvenne in Ucraina nelle prime fasi dell’invasione russa. A differenza di quel caso, dopo la guerra con l’Iraq negli anni Ottanta, Teheran ha avviato un progetto a lungo termine di autonomia tecnologica. Prima di questa guerra, esportava già circa un miliardo di dollari l’anno in droni. L’enorme capacità di produzione industriale iraniana in droni e missili ha portato l’ex commissario europeo Thierry Breton ad affermare che “nella ‘guerra delle riserve’, l’Iran regge sul lungo periodo”. In questa “prima guerra mondiale asimmetrica”, come definisce l’attuale scontro: “il sistema occidentale sa colpire forte, ma non necessariamente a lungo, o almeno non al ritmo attuale,  mentre l’Iran, con vettori più economici e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenuta per diversi mesi”. In questo quadro, l’abbattimento di un F-15E, simbolo della supremazia aerea, non è solo un fatto militare. È il sintomo che la superiorità tecnica non garantisce più la vittoria.

Hormuz e il cuore dell’egemonia

Il punto più critico non è sul campo di battaglia, ma in mare. La chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz mette in discussione il nucleo del potere statunitense: il controllo dei flussi globali. L’egemonia di Washington non si basa solo sulla potenza militare, ma sulla capacità di controllare i mari attraverso istmi e stretti,  la trama stessa della globalizzazione. Ben più di ogni altra cosa, la messa in discussione del controllo su Hormuz mina l’egemonia statunitense.

Come ha segnalato Stephen Wertheim, ricercatore senior del Carnegie Endowment for International Peace: “Qual è il senso dell’intera presenza militare statunitense in Medio Oriente? Se ha un senso, dovrebbe essere quello di impedire qualcosa come la chiusura dello Stretto di Hormuz. Eppure l’azione militare statunitense ha provocato esattamente il problema che avrebbe dovuto prevenire”.

Lo Stretto di Hormuz diventa il centro di gravità della guerra. La nuova dottrina bellica iraniana trasforma questo passaggio da minaccia latente a strumento attivo. La guerra non si limita più al campo di battaglia: filtra nei mercati energetici, nelle rotte commerciali e nella stabilità degli alleati regionali. In questo contesto, la logica della coercizione rapida comincia a invertirsi.

Gli Stati Uniti come potenza dirompente e il logoramento imperiale avanzato

Ma il conflitto attuale non mostra solo una crisi militare, bensì una trasformazione del ruolo globale degli Stati Uniti. Ed è qui che emerge la svolta più profonda. Washington cessa di essere il perno dell’ordine che essa stessa ha fondato e diventa,  come riconoscono ormai persino i suoi alleati, un fattore di destabilizzazione globale. Come afferma Vivian Balakrishnan, ministro degli Esteri di Singapore, in una recente intervista: “Il garante di questo ordine mondiale si è convertito ora in una potenza revisionista, e qualcuno direbbe persino in un elemento dirompente”. Una variabile incontrollata che rischia di distruggere se stessa e di precipitare nel caos il resto del pianeta. Gli Stati Uniti cessano di essere un garante affidabile, spingendo i propri alleati a ripensare la loro dipendenza tra due alternative: autonomia strategica o subordinazione a un’altra potenza.

È nel Golfo Persico che questo dilemma si pone con maggiore intensità. Forse è ancora troppo presto per valutare la portata del danno causato al potere statunitense. Ma possiamo essere certi che questa nuova Guerra del Golfo intensificherà la corsa globale agli armamenti, soprattutto tra gli alleati degli Stati Uniti, la cui fiducia inizia a erodersi in modo sostenuto.

Peggio ancora, la stessa capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà come egemone supremo è in discussione. Secondo Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente di Defense Priorities, un think tank di Washington, la convinzione errata di Trump che la campagna contro l’Iran potesse essere condotta in modo rapido e pulito “dimostra che gli Stati Uniti non hanno i vantaggi strategici e il potere che credevano di avere, e che forse in passato effettivamente possedevano”.

In questo quadro, gli Stati Uniti affrontano una dinamica di sovraestensione imperiale sempre più evidente: impegnati su molteplici fronti, consumano risorse a un ritmo difficile da sostenere, erodendo il capitale politico che per decenni ha sostenuto la loro leadership globale. Come ha avvertito il responsabile della sezione internazionale di Der Spiegel, la guerra in Iran non solo esaurisce capacità materiali, come un arsenale missilistico che richiederà anni per essere ricostituito, ma distoglie Washington dalle sue priorità strategiche impantanandola, ancora una volta, in Medio Oriente. Nelle sue parole: “Mentre gli Stati Uniti sono impegnati in Ucraina e in realtà volevano concentrarsi sul Pacifico, stanno logorando le proprie forze armate proprio in Medio Oriente, la stessa regione in cui Trump aveva affermato che non avrebbe mai più inviato truppe. La guerra con l’Iran è una catastrofe strategica per gli Stati Uniti”.

Un egemone senza via d’uscita?

L’immagine finale è inquietante. Trump appare come un leader intrappolato nella propria strategia: incapace di scalare senza rischi, ma anche di ritirarsi senza costi. Un giocatore che non controlla più la partita. Sebbene la guerra non sia ancora finita, si intravede una prospettiva allarmante per l’unica (super)potenza esistente. Perché se gli Stati Uniti non riescono più a garantire la sicurezza dei mari, né a imporre risultati, né a offrire stabilità, allora la loro egemonia — più che sfidata — comincia a svuotarsi dall’interno, come è accaduto ad altri imperi prima di cadere.

 

Juan Chingo

Membro della redazione di Révolution Permanente, giornale militante francese della Rete Internazionale La Izquierda Diario. Autore di numerosi articoli e saggi sui problemi dell'economia internazionale, della geopolitica e delle lotte sociali dal punto di vista della teoria marxista. È coautore con Emmanuel Barot del saggio "La classe ouvrière en France: Mythes & réalités. Pour une cartographie objective et subjective des forces prolétariennes contemporaines" (2014). Ha pubblicato inoltre il saggio sui Gilet Gialli "Gilets jaunes. Le soulèvement" (2019) e "La victoire était possible: Réflexions stratégiques sur la bataille des retraites de 2023" (2023).