Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 07/04/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
I due paesi hanno concordato un cessate il fuoco negoziato dal Pakistan e negozieranno un accordo di pace definitivo basato sui 10 punti proposti dall’Iran.
L’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, raggiunto all’ultimo minuto dopo settimane di escalation militare, non segna la fine del conflitto, ma una tregua carica di tensioni. A prima vista si tratta di un’importante battuta d’arresto dell’imperialismo statunitense, che ha scatenato la guerra con l’obiettivo di distruggere il programma nucleare e missilistico iraniano e ora fa marcia indietro senza aver raggiunto nessuno di questi obiettivi, lasciando l’Iran libero di negoziare sullo Stretto di Hormuz, sul quale mantiene ancora il controllo
La decisione del presidente Donald Trump di sospendere un attacco imminente, che avrebbe potuto tradursi in un’escalation incontrollata, di accettare una mediazione internazionale guidata dal Pakistan e di avviare negoziati sulla base di un piano iraniano in dieci punti costituisce una svolta significativa nella dinamica del conflitto.
Presentato da Washington come una «vittoria reciproca», l’accordo è interpretato da numerosi analisti come un segnale di debolezza strategica statunitense. L’Iran, nonostante abbia subito danni militari considerevoli, riesce a far sedere il suo principale avversario al tavolo delle trattative alle proprie condizioni, mantenendo oltre tutto la sua capacità di deterrenza regionale.
Questa apparente contraddizione — un cessate il fuoco che favorisce l’attore più colpito — può essere compresa solo analizzando nel loro insieme i negoziati, il ruolo del Pakistan, l’evoluzione militare del conflitto e la situazione interna di entrambi i paesi.
Il cessate il fuoco non è scaturito da un processo diplomatico lineare, ma da una crisi che era sull’orlo di una guerra aperta su larga scala. Per settimane, gli Stati Uniti avevano intensificato la pressione militare sull’Iran, a cui il paese persiano è riuscito a resistere, dimostrando inoltre la propria capacità di colpire gli alleati regionali degli USA ed estendendo gli effetti a livello internazionale con l’aumento del prezzo del petrolio causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Forse l’elemento più significativo dell’accordo non è il cessate il fuoco in sé, ma la base su cui si negozia. L’Iran non ha semplicemente accettato una tregua, ma ha in qualche modo imposto il proprio quadro politico, presentando un piano in dieci punti che include:
- Revoca delle sanzioni economiche
- Riconoscimento del proprio programma nucleare
- Risarcimenti per i danni di guerra
- Risoluzione dei conflitti regionali
- Garanzie sulla sua sicurezza strategica
- Controllo sullo Stretto di Hormuz e riscossione di un “pedaggio”
Gli Stati Uniti hanno accettato di utilizzare questo piano come base di negoziazione e sarà molto difficile per loro imporre alcune delle richieste con cui sono entrati in guerra, che includevano lo smantellamento del programma nucleare iraniano, restrizioni sui missili balistici e la fine del sostegno ad alleati regionali come Hezbollah. Resta comunque da vedere come si svilupperanno i negoziati.
L’altro punto degno di nota dell’accordo è il successo del Pakistan nell’affermarsi come paese con capacità di negoziazione a livello regionale e garante delle condizioni stesse dell’accordo. Un’ulteriore dimostrazione della riorganizzazione in atto in Medio Oriente e dell’emergere di paesi con un proprio ruolo come conseguenza del declino dell’egemonia statunitense.
Sebbene non si tratti di una sconfitta su tutta la linea ed è ancora troppo presto per un’analisi approfondita, gli Stati Uniti hanno dovuto fare marcia indietro, il che può essere considerato una sconfitta. Come afferma Juan Chingo, analista internazionale di Revolución Permanente:
per Donald Trump, la tregua funge allo stesso tempo da segnale di debolezza e da salvagente politico. L’escalation rischiava di alimentare un’ondata di opposizione mondiale di grande portata, mentre le sue intimidazioni nei confronti dell’Iran suscitavano già inquietudine anche all’interno della sua stessa base. In questo contesto, la tregua non esprime una posizione di forza, ma i limiti di una strategia che iniziava a rivelarsi controproducente.
Anche Israele può essere considerato uno dei perdenti, anche se per ragioni diverse. Ha iniziato la guerra come alleato degli Stati Uniti, ma i suoi obiettivi non erano gli stessi. La guerra con l’Iran è sempre stata una questione esistenziale per il sionismo, che mirava alla distruzione del Paese persiano in quanto avversario di peso nella regione. L’attuale tregua, che l’Iran cercherà di trasformare in una garanzia di non essere attaccato nuovamente, rappresenta un duro colpo agli obiettivi militaristi di Netanyahu, che ha inoltre recentemente avviato un’invasione terrestre del Libano.
L’Iran esce rafforzato da queste cinque settimane di guerra. Solo il tempo dirà se si è trattato davvero di una vittoria, ma aver resistito all’attacco di due delle più importanti potenze militari del mondo, all’assassinio di numerosi leader politici e militari e aver dimostrato capacità di risposta non è cosa che molti paesi possano fare.
Non solo è sopravvissuto, ma è anche riuscito, per ora, a dettare le condizioni della trattativa, mantenendo il controllo dello Stretto di Hormuz che, fino a prima della guerra, godeva di libera circolazione.
I negoziati finali inizieranno venerdì 11 aprile a Islamabad. È impossibile sapere se si giungerà a un accordo formale e se tutti i punti chiave saranno accettati, ma ciò che è certo è che l’Iran ha dimostrato l’impossibilità di un’escalation sia dal punto di vista politico che militare.
Nicolás Daneri
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