Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 27/03/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
Fra il grido libertario del Maggio francese e il paradosso di una cultura iper-erotizzata che assiste tuttavia a un silenzioso crollo dell’intimità; filosofi, sociologi e psicologi parlano di “recessione sessuale”. È il sintomo di un desiderio divorato dal mercato? “Incel” e “celvol” sono le nuove etichette di un “mercato sessuale” fallito?
Più di mezzo secolo fa, le barricate del Maggio francese sfidavano il capitalismo e l’autoritarismo statale. Non si trattava solo di rivendicazioni politiche, quanto piuttosto dell’aspirazione a vivere in modo diverso. Lo slogan «vietato vietare» era un appello contro la repressione poliziesca e una dichiarazione di guerra alla morale borghese che limitava il desiderio. I giovani sognavano corpi liberi, piacere condiviso e un erotismo liberato dal giogo della religione e della famiglia. In questo spirito, i suoi protagonisti cercarono di incarnare, nel proprio modo di organizzarsi e lottare, i valori di una società diversa, basata sull’autonomia, la solidarietà e il rifiuto delle repressioni quotidiane.
Oggi, quell’orizzonte sembra dissolversi in un paradosso: viviamo nell’era della massima espressione sessuale, ma anche del minimo contatto con gli altri. Diversi sondaggi globali indicano che le relazioni sessuali e affettive sono diminuite, soprattutto tra i giovani. Nel 2024, solo il 37% degli adulti faceva sesso una volta alla settimana (rispetto al 55% del 1990), mentre un giovane su quattro tra i 18 e i 29 anni non ha avuto rapporti sessuali nell’ultimo anno. Questa tendenza viene definita “recessione sessuale”.
Come è possibile che in un’epoca satura di immagini, app, discorsi e promesse incentrate sul piacere, si faccia sempre meno sesso? Cosa è successo tra quella rivoluzione e oggi?
Quando il desiderio è stato mercificato
La risposta va cercata nella controrivoluzione neoliberista. Il capitalismo ha lanciato un’offensiva totale alla vita. Ciò che la gioventù del ’68 voleva liberare, il neoliberismo lo ha mercificato. La promessa di indipendenza è stata divorata da un sistema che ha trasformato ogni aspetto dell’esistenza – compreso il desiderio – in un bene, in un prodotto, in uno strumento di rendimento.
Non solo ha riconfigurato le economie; il neoliberismo ha promosso un regime di valori basato sull’individualismo estremo che ha plasmato una soggettività narcisistica. Non ha proibito il desiderio: lo ha trasformato in merce, incorporando l’ipersessualizzazione quale ulteriore ingranaggio del consumo.
Il paradosso del mercato: ipersessualizzazione e recessione
Perché, in una società che si presenta come sessualmente liberata, si fa sempre meno sesso? Perché oggi non si vendono solo corpi: si vendono fantasie standardizzate, si vendono tecniche di miglioramento, si vende la promessa di una performance “rigogliosa”.
Così, la sessualità smette di essere uno spazio di esplorazione e di incontro; smette di essere un territorio in cui giocare, diventando invece un obiettivo, un ulteriore imperativo autoimposto. Emergono allora la paura del fallimento, l’ansia da prestazione, il confronto costante con standard irraggiungibili. Il desiderio, invece di sgorgare, si paralizza sotto il peso della valutazione; lungi dall’espandersi, si estingue. La sfera sessuale diventa un’ulteriore fonte di stress, in un contesto generale di precarietà lavorativa, stanchezza cronica e competizione permanente. È per questo che la recessione sessuale non esprime mancanza di stimoli: esprime saturazione, esprime paure.
In questo processo, il neoliberismo ha alimentato la competizione individuale, provocando un esaurimento che ha finito per soffocarla. Ci vende l’illusione di aver raggiunto l’apice della liberazione sessuale, ma lungi dal concretizzare l’utopia di corpi liberi e legami svincolati dalla morale repressiva, ha finito per mercificarla, svuotandola della sua potenza affettiva e relazionale.
In questo contesto, l’altro smette di essere un simile. Diventa rivale. Diventa oggetto. Diventa risorsa. I legami di cura e cooperazione si indeboliscono, mentre la permanente esigenza di autonomia e produttività erode la capacità di intimità. Come avverte lo psicanalista Luigi Zoja:
Oggi si incontrano infinite “prefigurazioni” del desiderio sessuale. Non provengono piú dall’interno della personalità, come ciò che chiamiamo eros, ma ci giungono già confezionate dal mercato, o dalla pressione di certi gruppi.
Nel caso delle donne, il modello sono le influencer che promuovono un ideale di bellezza irraggiungibile; in quello degli uomini, la pornografia di massa, che diffonde l’immagine di un “superuomo sessuale” che nessun adolescente né adulto è in grado di emulare. A questi si aggiunge il mito dei gymbros, secondo cui il successo con le donne si ottiene attraverso un corpo perfetto.
Come analizza la sociologa Eva Illouz in La fine dell’amore, si tratta di una trasformazione strutturale della vita emotiva nell’era del neoliberismo. Anziché essere un rifugio privato dal mercato, l’intimità è stata colonizzata dalla logica capitalista. La libertà sessuale conquistata dalle lotte femministe e giovanili del XX secolo è stata riconfigurata dal mercato come libertà di scelta permanente. Il risultato non è stata l’emancipazione del desiderio, ma la sua subordinazione a una logica di consumo.
Incel, Celvol: le etichette del malessere nell’era del “mercato sessuale”
In questo contesto proliferano identità come “incel” (celibi involontari) o “celvol” (celibi volontari). Non si tratta di semplici scelte personali: sono sintomi politici. Sono l’espressione di un malessere sociale generalizzato. Esprimono la rabbia, esprimono la frustrazione, esprimono la profonda alienazione di una generazione a cui è stato offerto accesso illimitato al piacere, fra cui le app che riducono le persone a oggetti in un catalogo, ma sono state negate le risorse materiali e affettive per un contatto autentico.
Il termine “incel”, coniato a metà degli anni ’90, si riferisce ai “celibi involontari”: persone che, nonostante lo desiderino, si sentono incapaci di trovare un partner o di avere rapporti sessuali. Su forum come Reddit o 4chan, i loro manifesti esprimono una retorica cruda che incolpa apertamente le donne per il loro “fallimento sessuale”. La premessa è sempre la stessa: le donne cercano solo soldi o bell’aspetto. Le definiscono promiscue e manipolatrici, facendole diventare la causa di tutte le loro frustrazioni.
Dietro questo discorso, i membri di questa comunità condividono tratti comuni: bassa autostima, isolamento sociale e un consumo frequente di pornografia violenta. C’è anche una paradossale dipendenza emotiva dalle donne che, non vedendosi soddisfatta, sfocia in una ricerca di conferma attraverso la forza. È la frustrazione trasformata in odio; la violenza simbolica che, in casi estremi, degenera in violenza fisica.
Per comprendere questo passaggio dalla frustrazione all’odio, è interessante lo sguardo della sociologa Eva Illouz e dello psicologo Edgar Cabanas. Nel loro libro Happycracy, ci invitano a riflettere su come l’industria della felicità ci prometta, in cambio dell’auto-sfruttamento della nostra energia, un godimento illimitato.
Hanno abbracciato il discorso del merito individuale, ma il risultato è stato la solitudine. È stato il rifiuto. Tuttavia, invece di mettere in discussione il sistema che li ha portati a misurare la loro autostima in termini di produttività sessuale, riversano la loro frustrazione contro le donne.
Illouz aveva già anticipato questo meccanismo. Nell’era del “capitalismo scopico”1, avvertiva, le relazioni amorose sono diventate “relazioni negative”: segnate dall’incertezza, svuotate di rituali. Questo mercato sessuale e affettivo produce fenomeni di delusione e isolamento. Perché quando tutto diventa merce, quando l’altro diventa oggetto di valutazione costante, quando la responsabilità ricade esclusivamente sulle spalle di ciascuno,la vulnerabilità viene nascosta sotto l’armatura emotiva. E ciò che di solito emerge è l’aggressività.
Così, la «perdita del desiderio» non è uno squilibrio pulsionale: è la paura della vulnerabilità. È la paura in un mondo che premia le armature emotive. E in quel mondo, gli incel non sono un’eccezione mostruosa, ma il sintomo più estremo di una logica che educa a considerarsi rivali anziché simili.
Quando il sesso diventa un obbligo
La recessione sessuale è anche vittima di un altro imperativo: bisogna scopare. E non solo: bisogna farlo regolarmente, con entusiasmo evidente e, preferibilmente, secondo gli schemi che il mercato – riviste, social network, pornografia mainstream – ci vende come norma. Chi si allontana da questo imperativo viene rapidamente etichettato come anormale. La prima risposta della società è la patologizzazione. Non si tratta di un fenomeno di repressione classica, ma del suo perverso contrario: l’obbligo di provare piacere.
La filosofa femminista spagnola Ana de Miguel approfondisce questo stesso argomento con la sua critica al “neoliberismo sessuale”. Sottolinea che questo modello non deve essere confuso con un’effettiva estensione della libertà, ma che costituisce un precetto. Un imperativo di godere. De Miguel avverte, inoltre, che il neoliberismo sposta il dibattito dalle condizioni sociali che strutturano il desiderio verso una responsabilità puramente individuale. Così, ogni esperienza sessuale appare come il risultato di decisioni personali, rendendo invisibili i ruoli di genere, la pressione estetica e la precarietà della vita che permeano tali scelte.
Il mercato tecnologico del desiderio
Applicazioni come Tinder non sono strumenti neutri. Negli ultimi anni sono diventate il palcoscenico su cui si mette in atto, in modo rapido e massiccio, la razionalità neoliberista: profili che vengono consumati rapidamente, concorrenza costante e un’offerta apparentemente infinita.
L’altro risulta ridotto a un’immagine. Più opzioni ci sono, maggiore è la difficoltà a impegnarsi. La promessa che possa sempre apparire qualcuno “migliore” instilla una sensazione permanente di provvisorietà. Il risultato non è una maggiore libertà, ma incertezza emotiva, ansia e una crescente difficoltà a mantenere relazioni.
La digitalizzazione ridefinisce la sessualità: il sesso diventa immediato, svincolato dai tempi del legame. Contemporaneamente, si trasforma in una fonte di autovalutazione in cui ogni match, ogni rifiuto, funge da indicatore del proprio valore.
Così, il desiderio smette di orientarsi verso l’altro e si ripiega sull’io, alimentando l’insicurezza e un narcisismo difensivo. Ma l’erotismo è un’altra cosa; è l’esperienza del desiderio come apertura verso il diverso, come tensione verso ciò che non si può possedere né controllare. Implica distanza, rischio e negatività.
Il neoliberismo instaura invece il contrario: un mondo in cui tutto deve essere disponibile, visibile e perfezionato. Questa sovraesposizione del sesso non rafforza il desiderio erotico: lo esaurisce, lo reprime.
La scomparsa del rituale e la base materiale del desiderio depresso
Dal punto di vista psicoanalitico, Luigi Zoja interpreta la crisi del sesso alla luce della scomparsa dei rituali e dei legami simbolici che davano senso all’incontro erotico. In una società che privilegia l’immediatezza, l’erotico – che implica sempre attesa, elaborazione, tensione – viene spazzato via. Zoja parla dell’«infantilizzazione affettiva» promossa dal consumo: un soggetto che cerca gratificazione istantanea, ma che non tollera la complessità emotiva che il sesso richiede.
La psicologa e sessuologa Belén Rojas sostiene che la recessione sessuale sia dovuta a molteplici fattori: «Oggi stare a casa, ordinarsi un gelato, sembra più sicuro che vestirsi e confrontarsi con la possibile frustrazione». Aggiunge che anche il denaro è un fattore determinante quando si decide di uscire con qualcuno, e che tutto questo genera ansia. “Quindi la ricompensa è restarsene in un’area sicura, a casa propria, ordinando a domicilio. Consegna a domicilio, porno: nessun rischio, nessuna frustrazione. Perché esporsi?”. Fa parte della cultura della gratificazione immediata.
La via d’uscita è collettiva
La storia della sessualità è quella della sua repressione, ma anche quella della lotta persistente contro chi ha cercato di addomesticarla. Le classi dominanti hanno imposto limiti, sensi di colpa e divieti sul corpo, riservandosi il privilegio del godimento. Oggi, sotto il neoliberismo, quella logica non è scomparsa: si è trasformata. Il desiderio non viene più represso apertamente: viene organizzato, disciplinato, sottoposto agli imperativi del rendimento, della concorrenza e della produttività.
La cosiddetta “recessione sessuale” non è un problema individuale, né generazionale. È il sintomo di uno stile di vita attraversato dalla precarietà, dall’esaurimento e dall’isolamento. Un sistema che ci vuole iperconnessi ma soli, disponibili ma esausti, liberi in apparenza ma sempre più condizionati in ciò che sentiamo, desideriamo e facciamo con i nostri corpi.
Per questo, non ci sarà vera libertà sessuale senza mettere in discussione le condizioni materiali che la rendono impossibile. Finché il desiderio continuerà a essere subordinato al mercato, la promessa di liberazione sarà un’illusione.
Di fronte alla mercificazione della vita, diviene urgente lottare per il tempo, per la stabilità, per spazi di incontro non regolati dalla logica del consumo. Ma anche per una cultura che recuperi la solidarietà, la cura e la possibilità di riconoscerci negli altri. Perché in un mondo che produce isolamento, costruire legami – amichevoli, amorosi, erotici – è già una forma di resistenza.
Le classi dominanti puntano sull’isolamento e sulla frammentazione che il neoliberismo ha approfondito per decenni. A questo dobbiamo opporre il contrario: forgiare un senso di appartenenza a partire dalla solidarietà, creare strumenti di organizzazione nella lotta quotidiana e recuperare la potenza collettiva per contendere l’egemonia culturale. Si tratta di costruire una vita che non sia al servizio del mercato, ma dell’incontro, della cura e del piacere condiviso. Da questa sfida dipendono le nostre libertà.
Di fronte al “si salvi chi può”, la forza del collettivo. Di fronte al senso di colpa individuale, l’organizzazione. Perché se la storia ci insegna qualcosa, è che ogni conquista delle nostre libertà è stata il risultato di lotte collettive.
La prossima rivoluzione sessuale non riguarderà semplicemente il fare più sesso. Riguarderà la creazione di un mondo in cui il desiderio possa liberarsi dalle esigenze di rendimento, competizione e sfruttamento. Un mondo in cui la vita quotidiana non sia organizzata in funzione del mercato, ma dell’incontro, del piacere condiviso e della comunità. Perché non ci sarà libertà sessuale se lasciamo intatte le strutture di dominio capitalista. E la via d’uscita, l’unica via d’uscita, è collettiva.
Rosa D’Alesio
Note
1. Il “capitalismo scopico”, concetto sviluppato dalla sociologa Eva Illouz, descrive una forma di capitalismo di consumo in cui il valore delle persone e delle merci è determinato principalmente attraverso lo sguardo e l’immagine visiva. Intensificato dai social network e dalle app di incontri, questo regime trasforma la sessualità e le relazioni in un mercato performativo, mercificando i corpi e alimentando la disuguaglianza sessuale, spesso rinforzando il patriarcato.
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