Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 15/02/2026 nella rivista Armes de la Critique, curata da Révolution Permanente, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
Alla svolta degli anni 2020, l’ecologia si ritrova al centro delle tensioni internazionali. Mentre la Cina si dice impegnata sulla via della civiltà ecologica, Trump e Putin sembrano incarnare la resistenza di una coalizione fossile determinata a non cedere nulla. In questo contesto è emersa l’ecologia di guerra, teorizzata dal filosofo Pierre Charbonnier e sostenuta da attori diversi, da Raphaël Glucksmann ai Verdi di Marine Tondelier, passando per la Commissione europea.
Paul Guillibert fa una critica marxista di questo nuovo paradigma, in occasione dell’uscita in libreria del primo libro di Vincent Rissier. Nella sua prefazione, il filosofo chiarisce le questioni filosofiche, politiche e strategiche sollevate nell’ecologia politica dal ritorno delle guerre e delle riflessioni sull’imperialismo.
Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno attaccato il Venezuela e rapito il suo capo di Stato, Nicolás Maduro. In nome di una presunta lotta contro il narcotraffico, l’impero americano ha preso il controllo delle più grandi risorse petrolifere conosciute al mondo, assicurandosi così la propria indipendenza fossile per i decenni a venire [1]. Il mondo sarà sommerso ben prima che l’impero abbia finito di consumare le risorse fossili di cui dispone. Pochi giorni dopo, il governo americano ha annunciato il proprio ritiro da oltre sessanta trattati internazionali, tra cui la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC). Diversi editorialisti presentano questi eventi come una rottura storica nelle relazioni internazionali [2].
Ma si tratta davvero di un nuovo ordine mondiale in rottura con il diritto internazionale ereditato dalla Seconda guerra mondiale, oppure piuttosto della radicalizzazione delle politiche imperialiste plurisecolari degli Stati capitalisti? La crisi ecologica e gli imperativi della transizione energetica cambiano fondamentalmente gli equilibri delle relazioni internazionali, o conducono soltanto all’accentuazione di tendenze di lungo periodo nel contesto meno stabile dell’Antropocene? Da qualche anno assistiamo finalmente all’emergere di una letteratura sui legami tra ecologia e geopolitica, strappando questo dibattito agli uffici strategici degli eserciti e ai gabinetti di consulenza nell’analisi dei rischi finanziari [3]. Il concetto di “ecologia di guerra” è senza dubbio una delle formulazioni più incisive per pensare le relazioni internazionali nell’Antropocene.
L’ecologia di guerra designa la possibilità che gli imperativi di sicurezza degli Stati contemporanei li conducano a orientarsi verso una transizione energetica alla quale nessun argomento proveniente dai pensieri ecologisti pacifisti tradizionali avrebbe potuto condurli. Al fine di assicurare la propria indipendenza energetica, gli Stati privi di risorse fossili proprie avrebbero interesse a garantire una transizione rapida verso energie rinnovabili a basse emissioni di gas serra. La ragion di Stato, fondata sulla preservazione dell’integrità del territorio e sull’accesso a risorse abbondanti, coinciderebbe finalmente con l’imperativo climatico della transizione energetica. In sostanza, là dove la pace formulata nel dopoguerra sarebbe stata resa possibile da un consumo illimitato di energie fossili (“la pace carbonica”), la volontà di assicurarsi un vantaggio nelle guerre del XXI secolo potrebbe condurre verso un’uscita dall’economia fossile.
Il concetto di ecologia di guerra è stato sviluppato dal filosofo e storico delle idee politiche Pierre Charbonnier nell’opera Vers l’écologie de guerre. Une histoire environnementale de la paix [4]. In Contre l’écologie de guerre, Vincent Rissier critica questo concetto con una serie di argomenti stimolanti e convincenti. Egli contesta innanzitutto la diagnosi storica che vedrebbe nel sistema-mondo capitalista dopo il 1945 un ordine fondato sulla “pace carbonica”. Contestando le premesse, rifiuta poi la prognosi che scorgerebbe nell’imminenza delle nuove guerre del XXI secolo un’occasione per la transizione energetica.
[…]
In Contro l’ecologia di guerra, Rissier dimostra che la pace carbonica è un mito e l’ecologia di guerra un’illusione. Assistiamo al contrario, nel contesto della crisi ecologica, al rafforzamento delle rivalità inter-imperialiste degli Stati capitalisti, che non sono mai cessate nel corso del XX secolo ma che si riconfigurano nell’Antropocene attorno all’accesso a determinate risorse chiave: sempre le risorse fossili, ma ormai anche i materiali necessari alla transizione, come il litio ad esempio. In sostanza, l’opera di Rissier è una perfetta illustrazione del concetto di “imperialismo ecologico” o di “imperialismo verde [5]”.
Sviluppato inizialmente dallo storico dell’ambiente William Crosby [6], il concetto di imperialismo ecologico è stato poi ripreso dagli ecomarxisti John B. Foster e Brett Clarke per designare le logiche imperialiste legate all’appropriazione delle risorse necessarie all’accumulazione capitalista, a partire dalla conquista coloniale dell’Irlanda e dalla sua messa sotto tutela da parte dell’Inghilterra all’inizio del XVI secolo [7]. L’imperialismo ecologico rimanda alle dinamiche di appropriazione coloniale di terre e risorse tra i centri capitalisti e le periferie dominate, la cui finalità è superare i limiti ecologici incontrati da economie a crescita illimitata. Contro l’ecologia di guerra è dunque un saggio sull’imperialismo ecologico che prende sul serio le lotte di classe su scala mondiale e le rivalità interstatali contemporanee [8]. In sostanza, sfugge alla vulgata ecomarxista che ripete le diagnosi marxiane per proporre un’attualizzazione geopolitica dell’imperialismo ecologico, interpretazione concorrente dell’ecologia di guerra.
Potenza geopolitica e transizione energetica
[…]
Il concetto di ecologia di guerra è nato subito dopo l’aggressione imperialista della Russia in Ucraina, scatenata dall’invasione del 24 febbraio 2022. A seguito di questo attacco, preoccupati per una perdita di accesso alle risorse fossili fornite dalla Russia, i dirigenti europei hanno moltiplicato, in un periodo piuttosto breve, annunci relativi alla transizione e alla sobrietà energetica. Nelle parole di Charbonnier, “l’ecologia di guerra nascente in Europa permette di prendere due piccioni con una fava, allineando l’imperativo di coercizione nei confronti del regime russo e l’imperativo di riduzione dei gas a effetto serra [9]”.
Rissier mostra bene come questo imperativo di riduzione delle emissioni sia stato non solo di breve durata, ma soprattutto uno sforzo imposto principalmente ai popoli europei contro il loro interesse, e non un’occasione per trasformare il modo di produzione in sé. In sostanza, l’argomento è duplice: da un lato, l’ecologia di guerra non esiste realmente; dall’altro, anche se esistesse, non permetterebbe di trasformare il modo di produzione responsabile della crisi ecologica. Nella misura in cui non difende una riappropriazione ecologista e sociale dell’apparato produttivo nel suo insieme, l’unica in grado di trasformare l’apparato produttivo, l’ecologia di guerra propugna in realtà una “nuova era del capitalismo [10]”.
[…]
Ordine mondiale e dinamiche imperiali
C’è tuttavia un elemento centrale dell’opera di Charbonnier che Contro l’ecologia di guerra non affronta (e a dire il vero non è il suo oggetto). Verso un’ecologia di guerra è un libro di storia delle idee politiche ma anche di filosofia, le cui due principali fonti sono la cosmopolitica di Kant [11] e la teoria del diritto internazionale di Carl Schmitt [12]. È noto che il pensatore della rivoluzione conservatrice difende l’idea che l’ordine politico mondiale sia fondato sulla “presa di terra”. In altri termini, è l’atto di conquista, in quanto organizza un certo assetto spaziale delle potenze politiche, a determinare l’ordine giuridico internazionale ma anche il funzionamento generale dell’ordine politico interno. La presa di terra precede la distribuzione delle ricchezze e i modi di produzione [13].
In sostanza, la conquista coloniale determinerebbe la natura dell’intero ordine giuridico internazionale; l’assetto spaziale delle potenze comanderebbe la ripartizione dei poteri politici. Ora, questa teoria del diritto internazionale subisce una trasformazione importante in Verso l’ecologia di guerra di Charbonnier: non è più la presa di terra a essere determinante per l’ordine giuridico e politico, bensì la presa di risorse. Il fatto che il limite ecologico principale delle società umane non sia più legato alla superficie di terre necessarie alla loro riproduzione, ma alla quantità di risorse fossili sepolte nei sottosuoli, condurrebbe a trasformare la natura dell’assetto spaziale delle potenze politiche. La geopolitica non designa più una geografia politica fondata sull’appropriazione delle terre, ma una geologia politica fondata sull’appropriazione delle risorse energetiche dei sottosuoli. Questa geologia politica dell’Antropocene permetterebbe di spiegare al contempo l’invasione della Russia in Ucraina e quella degli Stati Uniti in Venezuela [14]. Assisteremmo dunque alla nascita di un nuovo ordine mondiale fondato sulla potenza degli imperi fossili e sulla loro capacità di soddisfare i propri bisogni in risorse.
Come Kant e Schmitt prima di lui, Charbonnier è un pensatore dell’ordine mondiale, della stabilità delle relazioni internazionali, della permanenza dei rapporti tra territorio e potere. Ciò non impedisce evidentemente di pensare i cambiamenti, ma essi si comprendono il più delle volte come crisi tra due ordini caratterizzati da una relativa stabilità. Le teorie marxiste dell’imperialismo a cui si richiama Rissier, che si tratti di quella di Lenin o di Luxemburg, partono piuttosto dall’instabilità fondamentale dei rapporti di forza tra potenze capitaliste. Le rivalità inter-imperialiste minacciano permanentemente l’ordine precario delle relazioni tra Stati. È precisamente questa precarietà ontologica dei rapporti internazionali, questa contingenza fondamentale del modo di essere delle potenze statali, di cui i popoli devono impadronirsi per sperare di rovesciare le gerarchie. Il disfattismo rivoluzionario o la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile insurrezionale sono i temi leninisti legati alla contingenza della storia del capitalismo, e che danno un orientamento strategico all’azione in un mondo fondamentalmente instabile.
Ecco dunque la questione filosofica principale dell’opposizione tra ecologia di guerra e imperialismo verde: è quella del rapporto tra l’ordine del mondo e il flusso delle relazioni, tra la stabilità del diritto e la dinamica dei rapporti di forza, tra l’essere del sistema interstatale e il divenire delle potenze imperialiste. Bisogna pensare le relazioni tra Stati a partire dai concetti di stabilità e ordine propri della geopolitica, oppure a partire dalla dinamica sempre mutevole dei rapporti di forza delle teorie dell’imperialismo?
Nel primo caso, si rischia di non cogliere il fatto che l’ordine è senza dubbio fantasmato, che ci sono sempre eventi che sfuggono alla sua logica, eventi che sarebbe troppo facile ridurre a epifenomeni storici come se non avessero da soli alcuna possibilità di scuotere l’ordine generale. A questo punto, le guerre coloniali e imperialiste del XX secolo (dalla guerra d’Algeria alla guerra del Vietnam, passando per le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq) non sarebbero che fatti singolari privi di significato globale in una storia universale della pace [15]. Nel secondo caso, si rischia di non cogliere il fatto che l’imperialismo si manifesta oggi in un sistema interstatale costituito in parte dal diritto. L’imperialismo capitalista ha senso solo perché gli preesiste ormai un sistema degli Stati fondato sul diritto internazionale.
Una delle dimensioni comuni alle opere di Charbonnier e di Rissier è l’attenzione che prestano alle dinamiche geopolitiche nel divenire dell’ecologia. Vorrei per concludere soffermarmi sul significato ecologico del trionfo delle ideologie di estrema destra su scala mondiale, in quanto esse annunciano forse l’avvento di un nuovo ordine mondiale.
Imperi fossili e apartheid ambientale
Un po’ ovunque sul pianeta, estremi destre negazioniste del clima sono al potere o vi accedono. Questi governi difendono ciò che il collettivo Zetkin e Andreas Malm avevano chiamato un “fascismo fossile”, vale a dire un’ideologia che rafforza la superiorità razziale di un gruppo, la sua legittimità a dominare gli altri, fondando la propria potenza politica, economica e militare sull’uso delle energie fossili [16]. Se per il momento queste estreme destre occidentali non sono ancora fasciste, nel senso che non assicurano il proprio dominio attraverso lo sterminio degli oppositori politici o dei gruppi minorizzati (a parte ovviamente lo Stato israeliano, che può pretendere al titolo di Stato coloniale fascista), esse conducono comunque una politica globale, coerente, che mira a ricostituire zone di influenza attorno a centri imperiali. Ciò a cui assistiamo è senza dubbio la costituzione di imperi fossili fondati su un’ideologia della dominazione razziale. I carbo-nazionalisti cercano di formare un blocco egemonico transclassista fondato su un patto social-razziale la cui potenza materiale e simbolica è assicurata dall’accesso a risorse illimitate, in particolare fossili, acquisite attraverso politiche di predazione imperialista nella propria zona d’influenza. Non è dunque assurdo immaginare la possibilità di un nuovo ordine giuridico internazionale in seno al quale l’imperialismo ecologico sarebbe il rapporto principale tra le potenze imperialiste e tra i centri e le periferie. È invece certamente falso pensare, alla maniera di un Carl Schmitt, che un ordine giuridico internazionale stabile determini la natura dell’insieme delle relazioni politiche ed economiche. Alcune forme di stabilità giuridica o di regolarità nelle relazioni internazionali, sempre parziali e provvisorie, emergono da un certo stato dei rapporti di forza tra potenze imperialiste.
A questo proposito, è molto probabile che il nuovo ordine mondiale dell’Antropocene sarà fondato su un “apartheid climatico [17]” o su un “apartheid ambientale [18]”. L’apartheid ambientale designa una separazione politica, sociale e spaziale tra i principali responsabili della crisi ecologica e le prime vittime dell’Antropocene; più in generale, si tratta di una separazione socio-spaziale organizzata da politiche securitarie e militari che distinguono le popolazioni che hanno i mezzi per adattarsi al cambiamento climatico da quelle che lo subiranno in pieno. L’apartheid ambientale accompagna un militarismo ambientale, cioè lo sviluppo di politiche militariste che si presentano come risposte alle crisi ecologiche contemporanee. La costruzione di muri di frontiera negli Stati Uniti, in Europa, in Palestina fornisce prove di questo apartheid ambientale.
Come ha mostrato Andreas Malm, la guerra genocidaria a Gaza non è certamente l’ultima guerra coloniale del mondo moderno, ma piuttosto uno dei primi genocidi climatici dell’Antropocene [19]. Le pratiche di pulizia etnica [20] che caratterizzano la formazione dello Stato israeliano fin dalle sue origini sono ormai rafforzate dallo sviluppo di un’economia fossile nazionale. Come nota anche Alexis Cukier, “nel contesto delle carenze idriche provocate e attese nella regione a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico, il controllo coloniale dell’accesso all’acqua e poi la distruzione delle infrastrutture idriche costituiscono un laboratorio dell’apartheid ambientale che permette di assicurare l’adattamento climatico degli uni a scapito della vita degli altri [21]”. Il regime genocidario ha utilizzato la distruzione della Terra come mezzo di dominazione coloniale e per accaparrarsi risorse e territori necessari all’adattamento al cambiamento climatico. Tutto avviene come se l’apartheid ambientale fosse un mezzo dell’oppressione coloniale e di un adattamento razziale al cambiamento climatico.
La moltiplicazione dei muri e delle frontiere politiche offre un’immagine molto significativa della costituzione di questo nuovo ordine fossile, fondato su blocchi imperiali che si dedicheranno a un imperialismo ecologico in un mondo dove i rapporti tra centro e periferia sono strutturati da un apartheid ambientale. Al di là dei muri, risorse a disposizione per i centri imperiali e devastazione per gli e le abitanti della Terra. Al di qua dei muri, centri nei quali la pace sociale ed ecologica è fondata su un compromesso di classe razziale e sulla garanzia che la libera disposizione delle risorse coloniali fornisce le condizioni di un adattamento possibile al cambiamento climatico.
Le estreme destre mondiali vanno di pari passo con il capitalismo fossile. Le distruzioni generate dal secondo giustificano la militarizzazione dell’accesso alle risorse, rafforzano l’idea che bisogna proteggere i privilegi di una comunità razzialmente omogenea per scongiurare il collasso ecologico. È la ragione per cui, come hanno ben compreso i Soulèvements de la terre, un fronte climatico antifascista non può che essere anticapitalista.
Conclusione
L’importanza dell’opera di Vincent Rissier risiede nella sua dimostrazione: l’ecologia di guerra non è né realistica né auspicabile. Non è realistica perché nessuno Stato del centro capitalista si impegnerà in una transizione energetica finché disporrà di eserciti capaci di mettere in sicurezza le proprie risorse in imperi ricostituiti.
Riprendendo dagli storici dell’ambiente e delle tecniche Christophe Bonneuil e Jean-Baptiste Fressoz l’idea di un'”esuberanza energetica dell’istituzione militare [22]”, Rissier mostra che l’imperativo di sicurezza militare non è mai compatibile con le esigenze della transizione ecologica. Al contrario, gli eserciti servono il più delle volte a garantire gli interessi delle imprese multinazionali, offrendo loro accesso a territori sui quali si possono trovare risorse, in particolare fossili. La difesa degli interessi di TotalÉnergies in Uganda e Tanzania è a questo proposito esemplare.
L’ecologia di guerra non è nemmeno auspicabile, perché fornisce ai dirigenti del mondo ricco argomenti per mantenere un capitalismo verde che conduce necessariamente alla guerra e all’oppressione. Vincent Rissier ha perfettamente ragione nel difendere, contro l’ecologia di guerra degli Stati sovrani, un’ecologia dei popoli, un’ecologia della classe operaia. Solo essa potrà garantire l’emancipazione dell’umanità e l’abitabilità della Terra.
Paul Guillibert
Traduzione da Armes de la Critique
Note
[1] Si stima che le riserve petrolifere del Venezuela contengano almeno 235 miliardi di barili sfruttabili. Il consumo di petrolio negli Stati Uniti è di circa 20 milioni di barili al giorno.
[2] Si veda ad esempio Philippe Ricard, «L’intervention militaire des États-Unis au Venezuela, nouvelle négation d’un ordre international moribond», Le Monde, 3 gennaio 2026.
[3] Razmig Keucheyan, La nature est un champ de bataille. Essai d’écologie politique, Parigi, La Découverte, 2014.
[4] Continent e Green; per l’opera si veda Pierre Charbonnier, Vers l’écologie de guerre. Une histoire environnementale de la paix, Parigi, La Découverte, 2024.
[5] Vincent Rissier, Contre l’écologie de guerre, Parigi, La Dispute, 2026, p. 43.
[6] Vincent Rissier, Contre l’écologie de guerre, Parigi, La Dispute, 2026, p. 43.
[7] Brett Clark e John B. Foster, «Ecological Imperialism and the Global Metabolic Rift. Unequal Exchange and the Guano/Nitrates Trade», International Journal of Comparative Sociology, vol. 50, n° 3-4, p. 311-334.
[8] Per un approccio sintetico alle diverse correnti dell’imperialismo ecologico e alle teorie dello scambio ecologico ineguale, si veda Paul Guillibert e Stéphane Haber, «Marxisme, études environnementales, approches globales : de nouveaux horizons théoriques», Actuel Marx, 2017/1, n° 61, p. 12-23.
[9] Pierre Charbonnier, «La naissance de l’écologie de guerre», Le Grand Continent, 18 marzo 2022.
[10] Pierre Charbonnier, Vers l’écologie de guerre, op. cit., p. 314.
[11] Principalmente Immanuel Kant, Verso la pace perpetua, Parigi, Flammarion, 1991.
[12] Carl Schmitt, Il nomos della Terra. Nel diritto internazionale dello Jus Publicum Europaeum, Parigi, Puf, 1988.
[13] Si veda in particolare Carl Schmitt, «Prendere, dividere, pascolare. La questione dell’ordine economico e sociale a partire dal Nomos», La guerra civile mondiale, Parigi, Ere, 2007, p. 51-64.
[14] Quando si osserva l’importanza geopolitica della presa di terra del Donbass nei negoziati tra Russia e Ucraina dal 2022, rapportata alla relativamente scarsa importanza economica di questo territorio, si possono formulare due ipotesi che mettono in discussione questa idea di Charbonnier: in primo luogo, non è affatto evidente che la questione delle risorse del sottosuolo abbia sostituito la questione della superficie delle terre nelle rivalità inter-imperialiste; in secondo luogo, le questioni culturali e politiche possono avere un’importanza altrettanto decisiva dei motivi strettamente economici nell’esito di una guerra. Il conflitto sull’appartenenza nazionale del Donbass coinvolge la questione politica e simbolica di chi abbia vinto la guerra, nonché un conflitto linguistico attorno all’egemonia culturale. Su questo punto, si veda in particolare Daria Saburova, Travailleuses de la résistance. Les classes laborieuses ukrainiennes face à la guerre, Vulaines-sur-Seine, Éditions du Croquant, 2024.
[15] Theodor W. Adorno, Leçons sur l’histoire et sur la liberté 1964-1965, Parigi, Klincksieck, 2024.
[16] Andreas Malm e Zetkin Collective, Fascismo fossile. L’estrema destra, l’energia, il clima, Parigi, La Fabrique, 2020.
[17] Philipp Alston, Climate Change and Poverty – Report of the Special Rapporteur on Extreme Poverty and Human Rights, New York, Human Rights Council – Organizzazione delle Nazioni Unite, 41ª sessione, 24 giugno – 12 luglio 2009, rapporto n° A/HRC/41/39, p. 14: l’apartheid climatico designa uno scenario in cui “i ricchi pagano per sfuggire alle temperature estreme, alla fame e ai conflitti mentre il resto del mondo è abbandonato alla propria sofferenza”.
[18] Ian Angus, Face à l’Anthropocène. Le capitalisme fossile et la crise du système terrestre, Montréal, Écosociété, 2018, p. 216-220.
[19] Andreas Malm, Pour la Palestine comme pour la Terre. Les ravages de l’impérialisme fossile, Parigi, La Fabrique, 2025.
[20] Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Parigi, La Fabrique, 2024.
[21] Alexis Cukier, «Guerre impérialiste, militarisme environnemental et stratégie écosocialiste à l’heure du capitalisme des catastrophes», Contretemps [Online], 11 settembre 2025.
[22] Christophe Bonneuil e Jean-Baptiste Fressoz, L’Événement Anthropocène. La Terre, l’histoire et nous, Parigi, La Découverte, «Anthropocène», 2013.