La recente sconfitta di Trump e Netanyahu nella guerra contro l’Iran segna una svolta nella politica internazionale, con profonde implicazioni, non solo per la regione mediorientale, ma anche per l’ordine mondiale. Gli Stati Uniti hanno imposto il blocco navale dello Stretto di Hormuz nel tentativo di rafforzare la propria posizione al tavolo dei negoziati e ottenere ciò che non sono riusciti a ottenere con i bombardamenti. Quali sono le prospettive per la situazione globale?


La “Weaponization” dello Stretto di Hormuz e l’ombra di una guerra di logoramento

Nel suo recente libro Chokepoints: How the Global Economy Became a Weapon of War, l’analista internazionale ed ex funzionario dell’amministrazione Obama, Edward Fishman, analizzacome le interdipendenze create dall’integrazione economica globale possano essere utilizzate come armi. I “chokepoints” (colli di bottiglia) – luoghi, infrastrutture o nodi strategici all’interno delle reti economiche globali il cui controllo permette di limitare o interrompere il flusso di beni, capitali, tecnologia o energia – fungono da strumento per le nuove forme di guerra economica. Secondo l’autore, quelli ancora controllati principalmente dagli Stati Uniti sono la finanza e la tecnologia, ma di altri esempi ce ne sono in abbondanza: dalla lavorazione delle terre rare da parte della Cina, passando per l’utilizzo del gas russo contro l’Europa, fino al tentativo di indebolimento del dollaro da parte delle potenze concorrenti degli Stati Uniti. Questa “weaponization” (trasformazione in armi) dei “chokepoints”, con la guerra in Iran si è manifestata – o ripresentata, a seconda dei punti di vista – in tutta la sua portata fino alla zona dello Stretto di Hormuz.

Dopo quasi 40 giorni di guerra, durante i quali gli Stati Uniti non sono riusciti a liberare lo stretto, e in seguito al fallimento dei primi negoziati a Islamabad, Trump ha deciso di imporre un blocco navale contro le navi che fanno scalo nei porti iraniani. Si tratta di un nuovo tentativo di piegare l’Iran per cercare di strappargli delle concessioni. L’obiettivo ora è quello di strangolare l’economia iraniana, già provata da anni di sanzioni e da sei settimane di guerra, per ottenere con questa operazione di guerra navale ed economica quello che l’imperialismo americano non ha ottenuto con i bombardamenti. Tuttavia, la scommessa è molto rischiosa, poiché fa scattare l’allarme rosso per l’economia mondiale. Questa strategia può trasformarsi in un boomerang, che andrebbe a colpire ancora più duramente non solo i concorrenti e gli alleati degli Stati Uniti, ma la stessa economia statunitense.

È in corso una nuova guerra di logoramento intorno a Hormuz? Il blocco navale è per sua natura una strategia di logoramento graduale, non di risultato immediato. La sua logica consiste nel privare l’avversario delle risorse fino a quando la sua capacità di resistenza non crolla. In altre parole, richiede tempo, variabile a seconda delle riserve preesistenti, della capacità di autosufficienza, degli alleati in grado di sfondare l’accerchiamento, ecc. di chi è sottoposto al blocco. Chi resisterà di più agli impatti negativi del blocco, l’Iran o Trump? Le contraddizioni per i mercati energetici – e non solo – sono enormi, come dimostra il fatto che Trump ha revocato le sanzioni sul petrolio iraniano alcune settimane fa per evitare che l’aumento dei prezzi andasse fuori controllo. Ora, adotta la misura opposta, aumentando l’incertezza nei mercati globali.

Il tempo sembrerebbe giocare a favore dell’Iran. Il settimanale The Economist descrive il paese così: «Se si tiene conto del rischio di attacchi iraniani contro impianti, oleodotti e porti di produzione sauditi, degli Emirati Arabi Uniti e di altri paesi del Golfo – l’Iran ha già minacciato di contrattaccare se il blocco entrasse in vigore – così come la possibilità di attacchi alle navi circolanti nel Mar Rosso da parte degli alleati Houthi dell’Iran nello Yemen, sembra improbabile che la misura possa sopravvivere per alcune settimane senza provocare un altro forte aumento dei prezzi». Il blocco dello stretto è stato contestato da Cina, Russia e quasi tutti i paesi europei, compreso il Regno Unito (storico alleato degli Stati Uniti nella regione). Si tratta di una misura che dimostra la debolezza strategica di Trump nell’uscire da questa guerra, piuttosto che la sua forza.

Trump sta portando gli Stati Uniti al loro “momento Suez”?

Martedì scorso, il 7 aprile, dopo una serie di minacce tra cui quella di distruggere un’intera civiltà, Trump alla fine ha accettato di negoziare, rifacendosi ai 10 punti presentati dall’Iran, che includevano, tra l’altro, la revoca delle sanzioni e la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. In seguito, si è smentito, ma la svolta di Trump è servita da messinscena e riconoscimento di una sconfitta strategica, che ha mostrato i limiti dei due pilastri su cui intende sostenere il dominio statunitense con la forza di fronte al declino della sua egemonia: il Pentagono e il dollaro; il suo potere militare e il suo potere economico. In ambito militare, non solo non è stato in grado di raggiungere i propri obiettivi nonostante tutto lo schieramento effettuato, ma ha consumato enormi quantità di munizioni di precisione avanzate (Patriot, THAAD, Tomahawk e JASSM-ER) che potrebbero richiedere anni per essere reintegrate; ciò ha messo in luce una debolezza nel contesto della competizione con la Cina. Sul piano economico, l’Iran, nonostante fosse completamente fuori dal sistema del dollaro a causa delle sanzioni statunitensi, ha continuato a vendere petrolio per tutta la durata della guerra arrivando persino a incassare i pagamenti in criptovalute.

In questo contesto sorge spontanea la domanda se gli Stati Uniti stiano entrando nel loro momento «Suez». La Guerra di Suez del 1956 (che prende il nome dall’omonimo canale), scoppiata dopo che il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva nazionalizzato il canale di Suez, espose, all’epoca, il declino di altre due grandi potenze: la Gran Bretagna e la Francia. La guerra in Iran oggi sta mettendo in luce il declino dello stesso imperialismo statunitense. Il giorno dopo l’inizio del blocco navale statunitense nello stretto di Hormuz, almeno tre navi legate a interessi cinesi e iraniani hanno attraversato il passaggio marittimo, dimostrando che è molto difficile per gli Stati Uniti garantire un blocco completo senza una maggiore escalation. Martedì Trump ha dichiarato che i negoziati potrebbero riprendere “nei prossimi giorni”.

Il politologo statunitense Robert Pape ha sottolineato che gli Stati Uniti erano rimasti invischiati in una “trappola dell’escalation”. Non solo non sono riusciti a imporre le proprie condizioni all’Iran, ma l’impiego più intensivo della forza militare ha provocato perturbazioni economiche globali, pressioni sui propri alleati e crisi interne agli Stati Uniti. Al contrario, l’Iran è uscito rafforzato dal conflitto, con un controllo effettivo sullo Stretto di Hormuz, un punto strategico di transito per il petrolio e le catene di approvvigionamento globali: un’ottima carta a suo favore per qualsiasi negoziazione. Dal canto suo, Trump si è spinto a fare minacce talmente esagerate da autoinfliggersi una sconfitta ancora più grande, non riuscendo ad attuarle.

Allo stesso modo, l’analista John Mearsheimer sottolinea che questo fallimento si aggiunge a una serie di precedenti che include Vietnam, Afghanistan e Iraq, dove l’intervento militare statunitense non è riuscito a tradursi in vittorie politiche. Queste sconfitte non sono passate senza lasciare traccia; parte dei loro effetti storici si accumulano. Il trauma del Vietnam ha costretto gli Stati Uniti ad abolire la coscrizione obbligatoria. I fallimenti in Afghanistan e in Iraq hanno portato a un crescente rifiuto da parte della popolazione di inviare soldati sul campo, compresi quelli professionisti. Ora la guerra con l’Iran mette in evidenza i limiti della tecnologia della potenza aerea convenzionale di fronte alle capacità diffuse dell’Iran, alla sua rete di alleati regionali, all’importanza della sua “posizione strategica” nello Stretto di Hormuz. Inoltre, la situazione degli Stati Uniti è peggiore rispetto a quella del Vietnam. All’epoca, poterono abbandonare il sistema aureo per finanziarsi, mentre ora hanno un debito astronomico di 35.000 miliardi di dollari. Per di più, il Vietnam non era centrale nell’economia mondiale, mentre l’Iran dell’inizio del XXI secolo, controllando lo Stretto di Hormuz, ha dimostrato di esserlo.

A differenza del viaggio di Nixon nel 1972, quello che (in linea di pricipio) Trump compirà questo maggio in Cina gli farà incontrare una potenza che non è più quella potenziale “foresta vergine” che era all’epoca, bensì il suo principale concorrente a livello globale. Nelle prime settimane di guerra, la Cina ha optato per un profilo basso, lasciando che gli Stati Uniti si logorassero in un conflitto che non potevano vincere. Tuttavia, il protrarsi della guerra mette a rischio l’economia mondiale, il che colpisce anche la Cina. Per questo ha esercitato pressioni, attraverso il Pakistan, per un cessate il fuoco. Mentre molti vedono la Cina come un’alternativa multilaterale benevola di fronte all’imperialismo statunitense, ciò che la spinge sono i suoi stessi interessi imperialisti.

Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz, il progetto del “Grande Israele” di Netanyahu rappresenta un altro dei punti caldi su cui Trump deve gestire la sua sconfitta. La guerra in Iran ha infatti inferto un duro colpo alle ambizioni colonialiste dello Stato di Israele. Netanyahu, non solo è uscito dalla guerra senza aver raggiunto i propri obiettivi, ma si trova ad affrontare una grave crisi interna in atto, conseguenza della sua stessa sconfitta. L’offensiva contro Hezbollah in Libano ha messo in luce le vulnerabilità del sistema di difesa israeliano. Nonostante tutta la distruzione e le stragi precedenti, Israele era riuscito a indebolire ben poco Hezbollah, che ha dimostrato una coordinazione tra attacchi con razzi e droni molto maggiore del previsto, rendendo complicata la situazione per le truppe israeliane. Nel frattempo, negli Stati Uniti, il rifiuto dell’alleanza con Israele è in crescita.

Riuscirà Trump a gestire la sconfitta dell’imperialismo statunitense o finirà per aggravarla? Resta ancora da vedere quali saranno tutte le conseguenze a medio termine di questa dimostrazione di debolezza dell’imperialismo per l’ordine internazionale.

 

Dalla strategia della deterrenza al “rischio Vietnam”

Nel suo libro Bombing to Win, Robert Pape sottolinea che i bombardamenti convenzionali (non nucleari) che non riescono a neutralizzare la capacità di combattimento dell’avversario, ma colpiscono la popolazione, le infrastrutture civili ecc., hanno storicamente dimostrato di non portare alla vittoria in guerra. Al contrario, questo tipo di azione – che Pape definisce “strategia della deterrenza” – in genere rafforza la volontà di resistenza. Secondo Pape, nella guerra del Vietnam, gli Stati Uniti hanno bombardato e distrutto circa l’80% della rete logistica dei vietnamiti. Tuttavia, quel restante 20% è stato sufficiente a sostenere la resistenza. Anche in Iran è cresciuta la volontà di resistenza, nonostante il regime degli Ayatollah avesse brutalmente represso le proteste all’inizio di quest’anno.

All’inizio della guerra, Trump ha affermato che per gli iraniani era giunta “l’ora della libertà”. Alcuni settori filoimperialisti dell’opposizione iraniana hanno accolto con favore l’operazione militare. Ma per sei settimane, le bombe degli Stati Uniti e di Israele hanno distrutto scuole, centri di ricerca, abitazioni, ponti, acciaierie e centrali elettriche, uccidendo migliaia di persone, tra cui centinaia di bambine in una scuola e siti culturali storici. Quando Trump ha minacciato di “distruggere un’intera civiltà”, si è rafforzato il sentimento di difesa nazionale contro la guerra imperialista, come si è visto nelle catene umane che hanno circondato le centrali elettriche e i ponti. Quella “strategia di deterrenza” messa in atto sia da Trump che da Netanyahu, che combina brutalità genocida con l’incapacità di imporre militarmente i propri obiettivi politici, ha conseguenze profonde.

Il direttore di The American Conservative, Scott McConnell, sostiene che una guerra contro l’Iran potrebbe finire per avere conseguenze politiche e culturali negli Stati Uniti più simili a quelle della guerra del Vietnam che a quelle della guerra in Iraq. McConnell sostiene che la crisi in Medio Oriente è legata in larga misura al monopolio nucleare di Israele, il cui mantenimento è stato uno degli obiettivi della politica statunitense. A sua volta, avverte che una futura nuova escalation bellica potrebbe generare negli Stati Uniti un processo simile a quello verificatosi durante la guerra del Vietnam: l’emergere di una crescente opposizione morale alla guerra, alimentata da testimonianze, di intellettuali e giornalisti che descrivono la vita della popolazione sotto i bombardamenti e mettono in discussione la superiorità tecnologica e la legittimità dell’intervento. La tesi è che il conflitto potrebbe provocare una crescente repulsione morale verso la politica estera statunitense e rafforzare il movimento antimilitarista interno.

In una prospettiva analoga, in una recente intervista su LID+, Emilio Albamonte riprendeva, rifacendosi a Carl Clausewitz, l’idea che la “forza morale” dei popoli che lottano per i propri interessi possa rivelarsi determinante tanto quanto i mezzi materiali sul campo di battaglia. Partendo da questo quadro, ha analizzato perché l’Iran è riuscito a resistere all’offensiva imperialista: non solo grazie allo sviluppo di specifiche capacità militari – missili, droni e tattiche di guerra asimmetrica – ma anche grazie al consolidamento di una morale di combattimento in parte alimentata dalla stessa brutalità dell’imperialismo. Cercando di dare un’interpretazione più ampia delle implicazioni strategiche della guerra in Iran per la situazione internazionale, l’autore sottolinea che la debolezza o l’eventuale sconfitta degli Stati Uniti in questo scenario è una buona notizia per chi lotta contro l’imperialismo, nella misura in cui può aprire nuove prospettive per lo sviluppo della lotta di classe e per i popoli che affrontano il suo dominio.

Queste ipotesi non nascono dal nulla. Si avrebbe un salto in avanti rispetto a tendenze che si stanno già delineando e che si sono manifestate, ad esempio, nel movimento di solidarietà internazionale con la Palestina o nei due scioperi generali in Italia alla fine dello scorso anno per Gaza. Anche le mobilitazioni “No Kingsdi milioni di persone negli Stati Uniti – sebbene non incentrate sull’anti-imperialismo – e le recenti mobilitazioni nel Regno Unito contro l’estrema destra, sono punti di appoggio fondamentali. Lo scenario globale che si sta configurando non è solo quello di uno scontro tra grandi potenze, ma anche tra le forze imperialiste che cercano di mantenere il loro dominio e la classe lavoratrice e i popoli oppressi del mondo che intendono affrontarle. È un momento chiave della storia e questo scontro sarà centrale per definire il corso dei prossimi anni. L’impegno per una prospettiva internazionalista, anticapitalista e socialista sarà indispensabile per portare avanti questa lotta in tutte le sue conseguenze.

 

Josefina L. Martínez

Matías Maiello

Traduzione da Ideas de Izquierda

 

Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.

Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).