Il testo di Lev Trotsky raccolto in questo volume, pubblicato postumo originariamente nel 1944 con il titolo “Fascismo: che cos’è e come combatterlo”, nasce negli anni dell’ascesa dei movimenti fascisti in Europa. In queste pagine il rivoluzionario russo definisce con precisione gli elementi che caratterizzano il fascismo storico, ne colloca l’emergere nella crisi del capitalismo e dell’ordine geopolitico dell’epoca, e discute criticamente le risposte dei partiti socialdemocratici e comunisti. Centrale, nella sua proposta, è la politica del “fronte unico”, intesa come unità d’azione tra organizzazioni operaie per contrastare il fascismo senza rinunciare all’indipendenza politica.
Sebbene il contesto attuale abbia molti elementi di differenziazione da quello, di oltre 80 anni fa, in cui scriveva Trotsky, questo pamphlet può stimolare non solo una riflessione su una caratterizzazione precisa del fascismo, ma anche su quale sia la genealogia delle tensioni tra orientamenti differenti nella lotta contro l’estrema destra contemporanea, quindi sulla necessità di discuterne per costruire una strategia all’altezza delle sfide attuali.
Per una contestualizzazione più estesa del testo, rimandiamo all’articolo introduttivo che abbiamo scritto per l’occasione.
Prima raccolta intitolata FASCISMO: Che cos’è e come combatterlo, pubblicata dalla Pioneer Publishers nell’agosto 1944 e ristampata nel 1964. Questa raccolta riveduta è stata pubblicata nell’aprile 1969. Trascritta per Internet da Zodiac, ex direttore del Marx-Engels Internet Archive, nell’agosto 1993.
Traduzione italiana a cura della FIR – Frazione Internazionalista Rivoluzionaria, aprile 2026
Originale in inglese da cui è stato tradotto il testo reperibile dal Marxist Internet Archive
Questo opuscolo non è protetto da copyright.
Contenuti
- Fascismo – Che cos’è?
- Come ha trionfato Mussolini
- La minaccia fascista incombe sulla Germania
- Una favola di Esopo
- La polizia e l’esercito tedeschi
- Borgesia, piccola borgesia e proletariato
- Il collasso della democrazia borghese
- La piccola borghesia teme la rivoluzione?
- La milizia dei lavoratori ed i suoi avversari
- La situazione negli Stati Uniti
- Costruiamo il Partito Rivoluzionario!
Fascismo – Che Cos’è?
Estratti da una lettera a un compagno inglese, 15 novembre 1931; pubblicati su The Militant, 16 gennaio 1932
Cosa è il fascismo? Questo termine ha origine in Italia. Ma tutte le forme di dittatura controrivoluzionaria erano fasciste oppure no? (cioè, prima dell’avvento del fascismo in Italia)
La dittatura precedente, di Primo de Rivera in Spagna dal 1923 al 1930, viene definita dal Comintern1 una dittatura fascista. Ma è corretto o no? Noi riteniamo che non lo sia.
Il movimento fascista in Italia era un movimento spontaneo di grandi masse, con nuovi leader provenienti dai ranghi della base. Si tratta di un movimento di origine popolare, diretto e finanziato dalle grandi potenze capitalistiche. Nasce dalla piccola borghesia, dal proletariato dei quartieri poveri e, in una certa misura, anche dalle masse proletarie; Mussolini, un ex socialista, è un uomo “fatto da sé” emerso da questo movimento.
Primo de Rivera era un aristocratico. Ricopriva un alto incarico militare e burocratico ed era governatore capo della Catalogna. Ha ottenuto il potere con l’aiuto delle forze statali e militari. Le dittature di Spagna e Italia sono due forme di dittatura completamente diverse. È necessario distinguerle. Mussolini ha avuto difficoltà a conciliare molte vecchie istituzioni militari con la milizia fascista. Questo problema, invece, non esisteva per Primo de Rivera.
Il movimento in Germania è per lo più analogo a quello italiano. È un movimento di massa, i cui leader ricorrono in larga misura alla retorica socialista. Si tratta di un elemento necessario per la creazione del movimento di massa.
La vera base (del fascismo) è la piccola borghesia. In Italia essa dispone di un’ampia base: la piccola borghesia delle città e dei centri urbani, nonché la popolazione contadina. Allo stesso modo, in Germania esiste un’ampia base per il fascismo…
Si potrebbe dire, con una certa dose di verità, che la nuova classe media, i funzionari statali, gli amministratori privati, ecc., possano costituire tale base. Tuttavia, questa è una novità che deve essere analizzata…
Per poter prevedere alcunché riguardo al fascismo, occorre definire tale concetto. Che cos’è il fascismo? Qual è il suo fondamento, la sua forma e le sue caratteristiche? Come avverrà il suo sviluppo? Occorre procedere in modo scientifico e marxista.
Come ha trionfato Mussolini
Da «Che fare? Una questione vitale per il proletariato tedesco», 1932
Nel momento in cui le «normali» strutture di polizia e militari della dittatura borghese, insieme alle loro coperture parlamentari, non bastano più a mantenere la società in uno stato di equilibrio, arriva il turno del regime fascista. Tramite il fascismo, il capitalismo mobilita le masse della piccola borghesia esasperata e gli strati più degradati e demoralizzati del sottoproletariato: tutti gli innumerevoli individui che il capitale finanziario stesso ha spinto alla disperazione e alla rabbia.
La borghesia richiede al fascismo un intervento radicale; dopo aver fatto ricorso ai metodi della guerra civile, pretende di avere la pace almeno per alcuni anni. E il fascismo, servendosi della piccola borghesia come ariete, travolgendo ogni ostacolo sul suo cammino, agisce in questo senso. Dopo la vittoria del fascismo, il capitale finanziario raccoglie direttamente e immediatamente nelle sue mani, come in una morsa d’acciaio, tutti gli organi e le istituzioni della sovranità, i poteri esecutivo, amministrativo ed educativo dello Stato: l’intero apparato statale insieme all’esercito, ai comuni, alle università, alle scuole, alla stampa, ai sindacati e alle cooperative. Quando uno Stato diventa fascista, ciò non significa solo che le forme e i metodi di governo vengono modificati secondo i modelli stabiliti da Mussolini – i cambiamenti in questo ambito, in definitiva, hanno un ruolo secondario – ma significa innanzitutto, e soprattutto, che le organizzazioni dei lavoratori vengono annientate; che il proletariato viene ridotto ad uno stato amorfo; e che viene creato un sistema amministrativo che penetra profondamente nelle masse, ostacolando la cristallizzazione autonoma del proletariato. Proprio in questo sta l’essenza del fascismo…
Il fascismo italiano fu la conseguenza immediata del tradimento, da parte dei riformisti, della rivolta del proletariato italiano. Dal momento in cui si concluse la [prima] guerra mondiale, il movimento rivoluzionario in Italia registrò una tendenza al rialzo, che nel settembre 1920 sfociò nell’occupazione di fabbriche e industrie da parte dei lavoratori. La dittatura del proletariato era un fatto concreto; mancava solo di organizzarla e trarne tutte le conclusioni necessarie. La socialdemocrazia si spaventò e indietreggiò. Dopo i suoi sforzi audaci ed eroici, il proletariato si ritrovò di fronte al vuoto. La rottura del movimento rivoluzionario divenne il fattore più importante nell’ascesa del fascismo. A settembre, l’avanzata rivoluzionaria si arrestò; e già a novembre si assistette alla prima grande mobilitazione dei fascisti (l’occupazione di Bologna)2.
È vero, il proletariato, anche dopo la catastrofe di settembre, sarebbe stato in grado di condurre battaglie difensive. Ma la socialdemocrazia aveva a cuore una sola cosa: ritirare i lavoratori dal conflitto a costo di una concessione dopo l’altra. La socialdemocrazia sperava che il comportamento docile dei lavoratori avrebbe riportato l’«opinione pubblica» della borghesia a sfavore dei fascisti. Inoltre, i riformisti contavano fortemente sull’aiuto del re Vittorio Emanuele. Fino all’ultimo momento, hanno trattenuto con tutte le loro forze i lavoratori dall’affrontare le bande di Mussolini. Non è servito a nulla. La corona, insieme alla classe dirigente della borghesia, si è schierata dalla parte del fascismo. Persuasi all’ultimo momento che il fascismo non poteva essere frenato con l’obbedienza, i socialdemocratici hanno lanciato un appello ai lavoratori per uno sciopero generale. Ma il loro appello è stato un fiasco. I riformisti avevano inumidito la polvere da sparo così a lungo, nel timore che potesse esplodere, che quando finalmente, con mano tremante, vi applicarono una miccia accesa, la polvere non prese fuoco.
Due anni dopo la sua nascita, il fascismo era al potere. Si radicò grazie al fatto che il primo periodo del suo dominio coincise con una congiuntura economica favorevole, che seguì la depressione del 1921–22. I fascisti schiacciarono il proletariato in ritirata con le forze inarrestabili della piccola borghesia. Ma ciò non fu realizzato con un colpo solo. Anche dopo aver assunto il potere, Mussolini proseguì il suo corso con la dovuta cautela: gli mancavano infatti modelli già pronti. Durante i primi due anni, non fu modificata nemmeno la costituzione. Il governo fascista assunse il carattere di una coalizione. Nel frattempo, le bande fasciste erano al lavoro con mazze, coltelli e pistole. Solo grazie a questo il governo fascista poté essere creato lentamente, il che significò il completo strangolamento di tutte le organizzazioni di massa indipendenti.
Mussolini ottenne questo risultato a costo di burocratizzare lo stesso partito fascista. Dopo aver sfruttato le forze in ascesa della piccola borghesia, il fascismo la stritolò nella morsa dello Stato borghese. Mussolini non avrebbe potuto fare altrimenti, poiché la disillusione delle masse che aveva unito stava degenerando nel pericolo più immediato che si profilava all’orizzonte. Il fascismo, ormai burocratizzato, si avvicina molto ad altre forme di dittatura militare e di polizia. Ha perso il suo precedente sostegno sociale. La principale base di appoggio del fascismo – la piccola borghesia – è stata compromessa. Solo l’inerzia storica permette al governo fascista di mantenere il proletariato in uno stato di frammentazione e impotenza…
Nella sua politica nei confronti di Hitler, la socialdemocrazia tedesca non è stata in grado di dire una sola parola in più: non fa altro che ripetere in modo più pomposo ciò che i riformisti italiani a loro tempo fecero con maggiore slancio. Questi ultimi spiegavano il fascismo come una psicosi postbellica; la socialdemocrazia tedesca vede in esso una psicosi “di Versailles”3 o da crisi. In entrambi i casi, i riformisti chiudono gli occhi sul carattere organico del fascismo come movimento di massa scaturito dalla crisi del capitalismo.
Temendo la mobilitazione rivoluzionaria dei lavoratori, i riformisti italiani riponevano tutte le loro speranze nello “Stato”. Il loro slogan era: “Aiuto! Vittorio Emanuele, fatti sentire!” La socialdemocrazia tedesca è priva di un baluardo democratico come un monarca fedele alla costituzione. Quindi deve accontentarsi di un presidente – «Aiuto! Hindenburg4, fatti sentire!»
Mentre combatteva contro Mussolini, cioè mentre si ritirava davanti a lui, Turati5 lanciò il suo motto folgorante: “Bisogna avere il coraggio di essere codardi”. I riformisti tedeschi sono meno vivaci con i loro slogan. Essi esigono il «coraggio nell’impopolarità» (Mut zur Unpopularitaet) – che equivale alla stessa cosa. Non bisogna temere l’impopolarità suscitata dal proprio codardo temporeggiare con il nemico.
Cause identiche producono effetti identici. Se il corso degli eventi dipendesse dalla leadership del partito socialdemocratico, la carriera di Hitler sarebbe assicurata.
Bisogna ammettere, tuttavia, che anche il Partito Comunista Tedesco ha imparato poco dall’esperienza italiana.
Il Partito Comunista Italiano nacque quasi contemporaneamente al fascismo. Ma le stesse condizioni di riflusso rivoluzionario che portarono i fascisti al potere, servirono a frenare lo sviluppo del Partito Comunista. Quest’ultimo sottovalutò la portata del pericolo fascista; si illuse con fantasie rivoluzionarie; era irriconciliabilmente ostile alla politica del fronte unico; in breve, era affetto da tutte le malattie infantili. Non c’è da stupirsi! Aveva solo due anni. Ai suoi occhi, il fascismo appariva solo come una “reazione capitalista”. Il Partito Comunista era incapace di discernere i tratti particolari del fascismo che scaturiscono dalla mobilitazione della piccola borghesia contro il proletariato. I compagni italiani mi informano che, con la sola eccezione di Gramsci6, il Partito Comunista non ammetteva nemmeno la possibilità che i fascisti prendessero il potere. Ora che la rivoluzione proletaria aveva subito una sconfitta, ora che il capitalismo aveva tenuto testa e la controrivoluzione aveva trionfato, come poteva esserci ulteriore sconvolgimento controrivoluzionario? Come poteva la borghesia sollevarsi contro se stessa! Questo era il succo dell’orientamento politico del Partito Comunista Italiano. Del resto, non bisogna perdere di vista il fatto che il fascismo italiano era allora un fenomeno nuovo, ancora in fase di gestazione; non sarebbe stato un compito facile nemmeno per un partito più esperto distinguerne i tratti specifici.
La dirigenza del Partito Comunista Tedesco riproduce oggi quasi letteralmente la posizione da cui i comunisti italiani presero le mosse; il fascismo non è altro che reazione capitalista; dal punto di vista del proletariato, la differenza tra i vari tipi di reazione capitalista è insignificante. Questo rozzo radicalismo è tanto più ingiustificabile, in quanto il partito tedesco è molto più vecchio di quanto fosse quello italiano in un periodo analogo; inoltre, il marxismo è oggi arricchito dalla tragica esperienza italiana. Insistere sul fatto che il fascismo sia già qui, o negare la possibilità stessa che esso salga al potere, equivale politicamente alla stessa cosa. Ignorando la natura specifica del fascismo, la volontà di combatterlo inevitabilmente si paralizza.
La colpa maggiore deve essere attribuita, ovviamente, alla dirigenza del Comintern. I comunisti italiani, più di ogni altro, avevano il dovere di alzare la voce per lanciare l’allarme. Ma Stalin, insieme a Manuilsky7, li costrinse a rinnegare le lezioni più importanti del loro stesso annientamento.
Abbiamo già osservato con quale diligente alacrità Ercoli8 passò alla posizione del socialfascismo – cioè alla posizione di attesa passiva della vittoria fascista in Germania.
La minaccia fascista incombe sulla Germania
Da «La svolta nell’Internazionale Comunista e la situazione tedesca», 1930
La stampa ufficiale del Comintern dipinge adesso i risultati delle elezioni tedesche9 come una prodigiosa vittoria del comunismo, la quale mette all’ordine del giorno l’obiettivo della Germania Sovietica. Gli ottimisti della burocrazia non vogliono riflettere sul significato del rapporto di forze che emerge dallo spoglio elettorale. Guardano solo all’aumento dei voti comunisti, senza considerare i compiti rivoluzionari che la situazione pone e gli ostacoli che essa crea. Il Partito Comunista ha ottenuto circa 4.600.000 voti contro i 3.300.000 del 1928. Dal punto di vista della “regolare” dinamica parlamentare, l’aumento di 1.300.000 voti è considerevole, anche tenendo conto dell’aumento del numero totale degli elettori. Ma tale aumento impallidisce completamente di fronte all’impennata del fascismo, passato da 800.000 a 6.400.000 voti. Altrettanto significativo ai fini della valutazione delle elezioni è il fatto che la socialdemocrazia, nonostante perdite sostanziali, abbia mantenuto i propri nuclei fondamentali e abbia comunque ricevuto un numero di voti operai10 notevolmente superiore a quello del Partito Comunista.
Eppure, se dovessimo chiederci: «Quale combinazione di circostanze internazionali e interne sarebbe in grado di orientare la classe operaia verso il comunismo ancora più rapidamente?», non potremmo trovare un esempio di circostanze più favorevoli a tale svolta che la situazione dell’attuale Germania: il cappio di Young11, la crisi economica, lo sgretolamento delle regole, la crisi del parlamentarismo, la terribile auto-smascheratura della socialdemocrazia al potere. Dal punto di vista di queste circostanze storiche concrete, il peso specifico del Partito Comunista Tedesco nel contesto sociale del Paese, nonostante l’incremento di 1.300.000 voti, rimane proporzionalmente modesto.
La debolezza della posizione del Comunismo, indissolubilmente connessa alla politica e all’organizzazione del Comintern, emerge più chiaramente se si confronta l’attuale peso sociale del Partito Comunista con quei compiti concreti e improrogabili che le circostanze storiche attuali pongono davanti ad esso.
È vero che lo stesso Partito Comunista non si aspettava un tale successo. Ma ciò dimostra che, colpita dai propri errori e dalle sconfitte, la leadership dei partiti comunisti non è più abituata ad avere grandi obiettivi e prospettive. Se ieri sottovalutava le proprie possibilità, oggi sottovaluta una volta di più le difficoltà. Così, i pericoli si moltiplicano l’uno con l’altro.
Eppure, la qualità fondamentale di un partito veramente rivoluzionario è proprio quella di saper guardare la realtà in faccia.
Affinché la crisi sociale possa portare alla rivoluzione proletaria, accanto ad altre circostanze, è necessario un decisivo avvicinamento delle classi piccolo-borghesi al proletariato. In questo modo il proletariato avrebbe la possibilità di porsi alla testa della nazione e guidarla.
Le ultime elezioni hanno rivelato un avvicinamento nella direzione opposta, e qui sta la loro principale significatività sintomatica. Sotto il colpo della crisi, la piccola borghesia si è spostata, non verso la rivoluzione proletaria, ma verso la più estrema reazione imperialista, trascinando con sé ampi settori del proletariato.
L’enorme diffusione del nazionalsocialismo riflette due fattori: una profonda crisi sociale, che destabilizza le masse piccolo-borghesi, e la mancanza di un partito rivoluzionario che sia considerato dalle masse popolari come un riferimento rivoluzionario credibile. Se il Partito comunista è il partito della speranza rivoluzionaria, allora il fascismo, inteso come movimento di massa, è il partito della disperazione controrivoluzionaria. Quando la speranza rivoluzionaria abbraccia tutto il proletariato, trascina inevitabilmente con sé sulla via della rivoluzione una parte considerevole e sempre più ampia della piccola borghesia. Proprio in questo ambito le elezioni hanno rivelato lo scenario opposto: la disperazione controrivoluzionaria ha abbracciato la massa piccolo-borghese con tale forza da trascinare con sé molti settori del proletariato…
Il fascismo in Germania è diventato un pericolo reale, come chiara espressione della condizione di impotenza del regime borghese, del ruolo conservatore della socialdemocrazia nel suo seno, e della crescente incapacità del Partito Comunista di rovesciarlo. Chiunque lo neghi è cieco o un ciarlatano…
Il pericolo si fa particolarmente acuto se si considera la questione della velocità dello sviluppo, la quale non dipende solo da noi. Il carattere febbrile delle tendenze politiche rivelate dalle elezioni indica che il ritmo dello sviluppo della crisi nazionale potrebbe rivelarsi molto rapido. In altre parole, il corso degli eventi nel prossimo futuro potrebbe far risorgere in Germania, su un nuovo terreno storico, la vecchia tragica contraddizione tra la maturità di una situazione rivoluzionaria, da un lato, e la debolezza e l’impotenza strategica del partito rivoluzionario, dall’altro. Questo va detto chiaramente, apertamente e, soprattutto, tempestivamente.
Da Mosca è già partito il segnale per una politica di prestigio burocratico che copre gli errori di ieri e prepara quelli di domani con falsi gridi sul nuovo trionfo della linea. Esagerando mostruosamente la vittoria del partito, sottovalutando mostruosamente le difficoltà, interpretando persino il successo del fascismo come un fattore positivo per la rivoluzione proletaria, la Pravda spiega tuttavia brevemente: «I successi del partito non devono farci perdere la testa». La politica infida della leadership stalinista è fedele a se stessa anche qui. L’analisi della situazione è data nello spirito di un ultrasinistrismo acritico. In questo modo il partito viene consapevolmente spinto sulla strada dell’avventurismo. Allo stesso tempo, Stalin prepara in anticipo il suo alibi ricorrendo alla frase rituale sul «perdere la testa». È proprio questa politica, miope e spregiudicata, che potrebbe mandare in rovina la rivoluzione tedesca12.
È possibile calcolare in anticipo la forza della resistenza conservatrice dei lavoratori socialdemocratici? No. Alla luce degli eventi dell’anno passato, questa forza sembra essere smisurata. Tuttavia, la verità è che ciò che ha contribuito più di ogni altra cosa a consolidare la socialdemocrazia sono state le politiche errate del Partito Comunista, che hanno trovato la loro massima espressione nell’assurda teoria del socialfascismo. Per valutare l’effettiva resistenza delle file socialdemocratiche, occorre uno strumento di misurazione diverso, ovvero una corretta tattica comunista. A questa condizione – e non è un requisito da poco – il livello di coesione interna della socialdemocrazia potrà essere messo in luce in un lasso di tempo relativamente breve.
In forma diversa, quanto detto sopra vale anche per il fascismo: esso è sorto, al di là delle altre condizioni presenti, sulle scosse della strategia Zinoviev-Stalin13. Quali sono le sue capacità offensive? Qual è la sua stabilità? Ha raggiunto il suo apice, come ci assicurano d’ufficio gli ottimisti14, o è solo sul primo gradino della scala? Ciò non può essere previsto meccanicamente. Può essere determinato solo tramite l’azione. Precisamente per quanto riguarda il fascismo, che è un rasoio nelle mani del nemico di classe, la politica sbagliata del Comintern può produrre risultati fatali in breve tempo. D’altra parte, una politica corretta, anche se non in un periodo così breve, è vero, può compromettere le posizioni del fascismo…
Se il Partito Comunista, nonostante le circostanze eccezionalmente favorevoli, si è dimostrato incapace di intaccare seriamente la struttura della socialdemocrazia con il ricorso alla formula del “socialfascismo”, ora è il vero fascismo a minacciare questa struttura, non più con retoriche parole d’ordine del cosiddetto radicalismo, ma con le formule chimiche degli esplosivi. Per quanto sia vero che la socialdemocrazia, con tutte le sue politiche, ha preparato il terreno per il fiorire del fascismo, non è meno vero che il fascismo si presenta come una minaccia mortale innanzitutto per quella stessa socialdemocrazia, la cui intera magnificenza è indissolubilmente legata alle forme e ai metodi di governo parlamentari, democratici e pacifisti…
Da questa situazione deriva la politica di un fronte unico dei lavoratori contro il fascismo. Essa offre straordinarie possibilità al Partito Comunista. Un presupposto per il successo, tuttavia, è il rifiuto della teoria e della pratica del “socialfascismo”, le cui conseguenze negative assumono un valore positivo nelle circostanze attuali.
La crisi sociale produrrà inevitabilmente profonde spaccature all’interno della socialdemocrazia. La radicalizzazione delle masse condizionerà i socialdemocratici. Dovremo inevitabilmente stringere accordi con varie organizzazioni e fazioni socialdemocratiche contro il fascismo, ponendo condizioni precise al riguardo alle loro dirigenze, davanti agli occhi delle masse… Dobbiamo abbandonare la vuota retorica ufficiale sul fronte unico per tornare alla politica del fronte unico così come fu formulata da Lenin e sempre applicata dai bolscevichi nel 1917.
Una favola di Esopo
Da «Che fare? Una questione vitale per il proletariato tedesco», 1932
Un commerciante di bestiame stava conducendo alcuni tori al macello. Si avvicinò il macellaio con il suo coltello affilato.
«Serriamo i ranghi e infilziamo questo carnefice con le nostre corna», suggerì uno dei tori.
«Ma scusate, in che modo il macellaio è peggiore del commerciante che ci ha condotti qui con il suo bastone?», risposero i tori, che avevano ricevuto la loro educazione politica all’istituto di Manuilsky15.
«Ma possiamo occuparci anche del commerciante dopo!»
«Non se ne parla», risposero i tori, saldi nei loro principi, al consigliere. «Tu stai cercando, da sinistra, di proteggere i nostri nemici: sei tu stesso un macellaio sociale».
E si rifiutarono di serrare i ranghi.
La polizia e l’esercito tedeschi
Da «Che fare? Una questione vitale per il proletariato tedesco», 1932
In caso di pericolo reale, la socialdemocrazia non conta sul «Fronte di Ferro»16, ma sulla polizia prussiana. Fa i conti senza l’oste! Il fatto che la polizia sia stata originariamente reclutata in gran numero tra i lavoratori socialdemocratici non ha assolutamente alcun significato. Anche in questo caso la coscienza è determinata dall’ambiente. L’operaio che diventa poliziotto al servizio dello Stato capitalista è un poliziotto borghese, non un operaio. Negli ultimi anni questi poliziotti hanno dovuto combattere molto di più contro gli operai rivoluzionari che contro gli studenti nazisti. Un simile addestramento ha inevitabilmente lasciato il segno. Ma soprattutto: ogni poliziotto sa che, anche se i governi possono cambiare, la polizia rimane.
Nel suo numero di Capodanno, l’organo di stampa teorico della socialdemocrazia, Dar Freie Wort (che giornale miserabile!), pubblica un articolo in cui viene esposta la politica della “tolleranza” al suo massimo livello. Hitler, a quanto pare, non potrà mai arrivare al potere contrapponendosi alla polizia e alla Reichswehr17. Ora, secondo la costituzione, la Reichswehr è sotto il comando del presidente della Repubblica. Pertanto, ne consegue che il fascismo non è pericoloso fintanto che un presidente fedele alla costituzione rimane a capo del governo. Il regime di Brüning18 deve essere sostenuto fino alle elezioni presidenziali, in modo che possa poi essere eletto un presidente costituzionalista, attraverso un’alleanza con la borghesia parlamentare; e così la strada di Hitler verso il potere sarà bloccata per altri sette anni …
I politici del riformismo, questi abili burattinai, astuti intrallazzatori e carrieristi, esperti macchinatori parlamentari e ministeriali, non appena vengono espulsi dalla loro orbita abituale dal corso degli eventi, non appena si trovano faccia a faccia con contingenze epocali, si rivelano – non c’è espressione più blanda per dirlo – degli incapaci.
Affidarsi a un presidente significa solo affidarsi al «governo»! Di fronte allo scontro imminente tra il proletariato e la piccola borghesia fascista – due campi che insieme costituiscono la schiacciante maggioranza della nazione tedesca – questi marxisti del Vorwaerts19 gridano al guardiano notturno di venire in loro aiuto: «Aiuto! Governo, fatti sentire!» (Staat, greif zu!)
Borgesia, piccola borgesia e proletariato
Da «La sola via per la Germania», scritto nel settembre 1932, pubblicato negli Stati Uniti nell’aprile 1933
Qualsiasi analisi seria della situazione politica deve prendere come punto di partenza i rapporti reciproci tra le tre classi: la borghesia, la piccola borghesia (inclusi i contadini) e il proletariato.
La grande borghesia, forte dal punto di vista economico, rappresenta di per sé una minoranza infinitesimale della nazione. Per affermare il proprio dominio, deve assicurarsi un solido rapporto reciproco con la piccola borghesia e, attraverso la sua mediazione, con il proletariato.
Per comprendere la dialettica del rapporto tra le tre classi, dobbiamo distinguere tre fasi storiche: agli albori dello sviluppo capitalistico, quando la borghesia necessitava di metodi rivoluzionari per realizzare il proprio programma; nel periodo di fioritura e maturità del regime capitalistico, quando la borghesia ha dotato il suo dominio di forme ordinate, pacifiche, conservatrici e democratiche; infine, durante il declino del capitalismo, quando la borghesia è costretta a ricorrere a metodi di guerra civile contro il proletariato per difendere il suo diritto di sfruttamento.
I programmi politici caratteristici di queste tre fasi – GIACOBINISMO20, DEMOCRAZIA riformista (socialdemocrazia inclusa) e FASCISMO – sono fondamentalmente programmi di correnti piccolo-borghesi. Questo fatto da solo, più di ogni altra cosa, dimostra la straordinaria – anzi, decisiva – importanza che l’autodeterminazione delle masse piccolo-borghesi della popolazione riveste per l’intero destino della società borghese.
Tuttavia, il rapporto tra la borghesia e il suo principale sostegno sociale, la piccola borghesia, non si basa affatto sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione pacifica. Nell’insieme, la piccola borghesia è una classe sfruttata e privata dei diritti. Guarda alla borghesia con invidia e spesso con odio. La borghesia, d’altra parte, pur avvalendosi del sostegno della piccola borghesia, diffida di quest’ultima, poiché teme, a ragione, la sua tendenza ad abbattere le barriere erette contro di essa dall’alto.
Mentre tracciavano e spianavano la strada allo sviluppo borghese, i giacobini si impegnarono, passo dopo passo, in aspri scontri con la borghesia. Ne furono al servizio in una lotta intransigente contro di essa. Dopo aver portato a compimento il loro limitato ruolo storico, i giacobini caddero, giacché il dominio del capitale era predeterminato.
Durante tutta una successione di stadi, la borghesia consolidò il proprio potere nella forma della democrazia parlamentare. Nemmeno allora, però, in modo pacifico e volontario. La borghesia nutriva una paura viscerale del suffragio universale. Ma in ultima istanza, riuscì, con l’aiuto di una combinazione di provvedimenti violenti e concessioni, di restrizioni e riforme, a subordinare nel quadro della democrazia formale non solo la piccola borghesia ma in misura considerevole anche il proletariato, per mezzo della nuova piccola borghesia – l’aristocrazia operaia. Nell’agosto 191421, la borghesia imperialista fu in grado, con i mezzi della democrazia parlamentare, di condurre milioni di operai e contadini in guerra.
Ma proprio con la guerra ebbe inizio l’evidente declino del capitalismo e, soprattutto, della sua forma democratica di dominio. Ormai non si trattava più di nuove riforme e elemosine, ma di ridimensionare e abolire quelle vecchie. Così la borghesia entrò in conflitto non solo con le istituzioni della democrazia proletaria (sindacati e partiti politici), ma anche con la democrazia parlamentare, nella cui cornice erano sorte le organizzazioni operaie. Ecco quindi la campagna contro il “marxismo” da un lato e contro il parlamentarismo democratico dall’altro.
Ma proprio come le élite della borghesia liberale del tempo non furono in grado, con le sole proprie forze, di sbarazzarsi del feudalesimo, della monarchia e della Chiesa, così i magnati del capitale finanziario non sono in grado, con le loro sole forze, di far fronte al proletariato. Hanno bisogno del sostegno della piccola borghesia. A tal fine, essa deve essere aizzata, rimessa in piedi, mobilitata, armata. Ma questo metodo presenta dei pericoli. Pur avvalendosi del fascismo, la borghesia ne ha comunque paura. Pilsudski22 fu costretto, nel maggio 1926, a salvare la società borghese con un colpo di Stato diretto contro i partiti tradizionali della borghesia polacca. Si arrivò al punto che il leader ufficiale del Partito Comunista Polacco, Warski, che da Rosa Luxemburg era passato non a Lenin ma a Stalin, considerò il colpo di Stato di Pilsudski come la via della “dittatura democratica rivoluzionaria” e invitò i lavoratori a sostenere Pilsudski.
Durante la sessione della Commissione polacca del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista del 2 luglio 1926, l’autore di queste righe disse a proposito degli eventi in Polonia:
«Nel complesso, il rovesciamento da parte di Pilsudski rappresenta il modo piccolo-borghese, “plebeo”, di risolvere le questioni scottanti della società borghese nel suo stato di decomposizione e declino. Già qui abbiamo una somiglianza diretta con il fascismo italiano.
«Queste due correnti possiedono indubbiamente caratteristiche comuni: reclutano le loro truppe d’assalto innanzitutto dalla piccola borghesia; sia Pilsudski che Mussolini hanno agito con mezzi extraparlamentari, ricorrendo apertamente alla violenza e ai metodi della guerra civile; nessuno dei due era interessato alla distruzione, quanto piuttosto alla conservazione della società borghese. Pur avendo mobilitato la piccola borghesia, dopo la presa del potere si sono apertamente schierati con la grande borghesia. Senza volerlo, qui emerge una generalizzazione storica, che richiama la valutazione data da Marx del giacobinismo come metodo plebeo per regolare i conti con i nemici feudali della borghesia… Quello era il periodo dell’ascesa della borghesia. Ora dobbiamo constatare che, nel periodo del declino della società borghese, la borghesia ha nuovamente bisogno del metodo «plebeo» per risolvere i suoi compiti non più progressisti ma puramente reazionari. In questo senso, il fascismo è una caricatura del giacobinismo.
«La borghesia è incapace di mantenersi al potere con i mezzi e i metodi dello Stato parlamentare da essa stessa creato; ha bisogno del fascismo come arma di autodifesa, almeno nelle situazioni critiche. Tuttavia, alla borghesia non piace il metodo “plebeo” per portare a termine i propri scopi. È sempre stata ostile al giacobinismo, che con il proprio sangue ha spianato la strada allo sviluppo della società borghese. I fascisti sono incomparabilmente più affini alla borghesia decadente di quanto lo fossero i giacobini alla borghesia in ascesa. Tuttavia, la borghesia moderata non vede di buon occhio nemmeno i metodi fascisti per raggiungere i propri obiettivi, poiché gli sconvolgimenti, sebbene generati nell’interesse della società borghese, portano con sé dei pericoli per essa. Da qui l’opposizione tra il fascismo e i partiti borghesi.
«La grande borghesia ama il fascismo tanto quanto un uomo con i molari doloranti ama farsi estrarre i denti. Le cerchie più sobrie della società borghese hanno seguito con apprensione l’opera del dentista Pilsudski, ma alla fine si sono rassegnate all’inevitabile, seppur con minacce, mercanteggiamenti e ogni sorta di contrattazione. E così quello che ieri era l’idolo della piccola borghesia si trasforma nel gendarme del capitale».
A questo tentativo di definire storicamente il fascismo come il lenitivo politico della socialdemocrazia, è stata contrapposta la teoria del fascismo sociale. All’inizio poteva sembrare una sciocchezza pretenziosa, chiassosa, ma innocua. Gli eventi successivi hanno dimostrato quale influenza nefasta la teoria stalinista abbia effettivamente esercitato sull’intero sviluppo dell’Internazionale Comunista.
Dal ruolo storico del giacobinismo, della democrazia e del fascismo ne consegue che la piccola borghesia è condannata a rimanere uno strumento nelle mani del capitale fino alla fine dei suoi giorni? Se così fosse, allora la dittatura del proletariato sarebbe impossibile in una serie di paesi in cui la piccola borghesia costituisce la maggioranza della nazione e, più ancora, sarebbe resa estremamente difficile in altri paesi in cui la piccola borghesia rappresenta un’importante minoranza. Fortunatamente, le cose non stanno così. L’esperienza della Comune di Parigi23 ha dimostrato per la prima volta, almeno entro le mura di una città, proprio come l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre24 ha dimostrato in seguito su scala molto più ampia e per un periodo incomparabilmente più lungo, che l’alleanza tra la piccola borghesia e la grande borghesia non è indissolubile. Poiché la piccola borghesia è incapace di una politica indipendente (ed è anche per questo che la “dittatura democratica” piccolo-borghese è irrealizzabile), non le resta altra scelta che quella tra la borghesia e il proletariato.
Nell’epoca dell’ascesa, della crescita e del fiorire del capitalismo, la piccola borghesia, nonostante violenti scoppi di malcontento, ha generalmente marciato obbediente sotto il giogo capitalista. Né avrebbe potuto fare altrimenti. Ma nella situazione di crisi del capitalismo e di stallo economico, la piccola borghesia si sforza, cerca, tenta di liberarsi dalle catene dei vecchi padroni e governanti della società. È perfettamente in grado di legare il proprio destino a quello del proletariato. Affinché ciò avvenga, è necessaria una sola cosa: la piccola borghesia deve acquisire fiducia nella capacità del proletariato di condurre la società su una nuova strada. Il proletariato può ispirare questa fiducia solo con la sua forza, con la fermezza delle sue azioni, con un’abile offensiva contro il nemico, con il successo della sua politica rivoluzionaria.
Ma guai se il partito rivoluzionario non è all’altezza della situazione! La lotta quotidiana del proletariato aggrava l’instabilità della società borghese. Gli scioperi e i disordini politici hanno aggravato la situazione economica del paese. La piccola borghesia potrebbe rassegnarsi temporaneamente alle crescenti ristrettezze, se giungesse mediante l’esperienza alla convinzione che il proletariato è in grado di condurla su una nuova strada. Ma se il partito rivoluzionario, nonostante una lotta di classe sempre più incalzante, si dimostra più volte incapace di unire attorno a sé la classe operaia, se vacilla, si confonde, si contraddice, allora la piccola borghesia perde la pazienza e comincia a considerare gli operai rivoluzionari come i responsabili della propria miseria. Tutti i partiti borghesi, compresa la socialdemocrazia, inducono la piccola borghesia a pensarla in questo modo. Quando la crisi sociale diventa intollerabile, un partito in particolare entra in scena con l’obiettivo diretto di aizzare la piccola borghesia fino a portarla al culmine della rabbia e di indirizzare il suo odio e la sua disperazione contro il proletariato. In Germania, questa funzione storica è svolta dal nazionalsocialismo (nazismo), un ampio movimento la cui ideologia è costituita da tutti i miasmi putridi della società borghese in decomposizione.
Il collasso della democrazia borghese
Da «Dove va la Francia?», 1934
Dopo la guerra, si verificarono una serie di rivoluzioni coronate da brillanti vittorie in Russia, Germania, Austria-Ungheria e, più tardi, in Spagna. Ma fu solo in Russia che il proletariato prese pienamente il potere nelle proprie mani, espropriò i propri sfruttatori e seppe creare e mantenere uno Stato operaio. Nel resto del mondo il proletariato, nonostante la vittoria, si fermò a metà strada a causa degli errori della sua dirigenza. Di conseguenza, il potere gli sfuggì dalle mani, passò dalla sinistra alla destra e cadde preda del fascismo. In una serie di altri paesi, il potere passò nelle mani di una dittatura militare. In nessun luogo i parlamenti furono in grado di riconciliare le contraddizioni di classe e garantire lo sviluppo pacifico degli eventi. I conflitti furono risolti con le armi in pugno.
I francesi hanno creduto a lungo che il fascismo non avesse nulla a che fare con loro. Avevano una repubblica in cui tutte le questioni venivano risolte dal popolo sovrano attraverso l’esercizio del suffragio universale. Ma il 6 febbraio 1934, diverse migliaia di fascisti e monarchici, armati di revolver, mazze e rasoi, imposero al Paese il governo reazionario di Doumergue25, sotto la cui protezione le bande fasciste continuano a crescere e ad armarsi. Cosa ci riserva il domani?
Naturalmente, in Francia, come in alcuni altri paesi europei (Inghilterra, Belgio, Olanda, Svizzera, paesi scandinavi), esistono ancora parlamenti, elezioni, libertà democratiche, o ciò che ne resta. Ma in tutti questi paesi operano le stesse leggi storiche, le leggi del declino capitalista. Se i mezzi di produzione rimangono nelle mani di un piccolo numero di capitalisti, non c’è via d’uscita per la società. Essa è condannata a passare di crisi in crisi, dall’ indigenza alla miseria, di male in peggio. Nei vari paesi, la decadenza e la degenerazione del capitalismo si esprimono in forme diverse e a ritmi diseguali. Ma le caratteristiche fondamentali del processo sono le stesse ovunque. La borghesia sta conducendo la sua società alla completa bancarotta. Non è in grado di garantire al popolo né il pane né la pace. È proprio per questo che non può più tollerare l’ordine democratico. È costretta a schiacciare gli operai e i contadini ricorrendo alla violenza fisica. Il malcontento degli operai e dei contadini, tuttavia, non può essere sedato dalla sola polizia. Inoltre, è spesso impossibile far marciare l’esercito contro il popolo. Esso inizia a sfaldarsi e finisce con il passaggio di una vasta parte dei soldati dalla parte del popolo. Ecco perché il capitale finanziario è costretto a creare bande armate apposite, addestrate a combattere i lavoratori proprio come certe razze di cani sono addestrate a cacciare la selvaggina. La funzione storica del fascismo è quella di schiacciare la classe operaia, distruggere le sue organizzazioni e soffocare le libertà politiche.
La piccola borghesia teme la Rivoluzione?
Da «Dove va la Francia?», 1934
Gli idioti parlamentari, che si considerano intenditori del popolo, amano ripetere:
“Non bisogna spaventare la classe media con la rivoluzione. A loro non piacciono gli estremi.”
In questa formulazione generica, tale affermazione è assolutamente falsa. Naturalmente, il piccolo imprenditore preferisce l’ordine fintanto che gli affari vanno bene e fintanto che spera che domani vadano ancora meglio.
Ma quando questa speranza viene meno, si infuria facilmente ed è pronto a ricorrere alle misure più estreme. Altrimenti, come avrebbe potuto rovesciare lo Stato democratico e portare il fascismo al potere in Italia e in Germania? Il piccolo borghese disperato vede nel fascismo, prima di tutto, una forza combattiva contro il grande capitale, e crede che, a differenza dei partiti della classe operaia che si limitano alle parole, il fascismo userà la forza per instaurare maggior “giustizia”. Il contadino e l’artigiano sono, a modo loro, realisti. Capiscono che non si può rinunciare all’uso della forza.
È falso, tre volte falso, affermare che l’attuale piccola borghesia non si rivolga ai partiti operai perché teme “misure estreme”. Al contrario. La grande massa della bassa piccola borghesia vede nei partiti operai solo degli apparati parlamentari. Non credono nella loro forza, né nella loro capacità di lottare, né nella loro disponibilità attuale a portare la lotta fino in fondo.
E se è così, vale la pena sostituire i rappresentanti capitalisti democratici con i loro colleghi parlamentari di sinistra? È così che ragiona o si sente il piccolo proprietario semi-sfruttato, rovinato e scontento. Senza una comprensione di questa psicologia dei contadini, degli artigiani, degli impiegati, dei piccoli funzionari, ecc. – una psicologia che scaturisce dalla crisi sociale – è impossibile elaborare una politica corretta. La piccola borghesia è economicamente dipendente e politicamente atomizzata. Ecco perché non può condurre una politica indipendente. Ha bisogno di un “leader” che le infonda fiducia. Questa guida individuale o collettiva, vale a dire una personalità o un partito, può esserle fornita dall’una o dall’altra delle classi fondamentali: la grande borghesia o il proletariato. Il fascismo unisce e arma le masse disperse. Dalla polvere umana, organizza reparti da combattimento. Dà così alla piccola borghesia l’illusione di essere una forza indipendente. Essa comincia a immaginare che comanderà davvero lo Stato. Non c’è da stupirsi che queste illusioni e speranze facciano montare la testa alla piccola borghesia!
Ma la piccola borghesia può trovare un leader anche nel proletariato. Ciò è stato dimostrato in Russia e, in parte, in Spagna. In Italia, in Germania e in Austria, la piccola borghesia si è orientata in questa direzione. Ma i partiti del proletariato non sono stati all’altezza del loro compito storico.
Per portare la piccola borghesia dalla sua parte, il proletariato deve conquistare la sua fiducia. E per questo deve avere fiducia nella propria forza.
Deve avere un chiaro programma d’azione ed essere pronto a lottare per il potere con ogni mezzo possibile. Temprato dal suo partito rivoluzionario per una lotta decisiva e spietata, il proletariato dice ai contadini e alla piccola borghesia delle città:
“Stiamo lottando per il potere. Ecco il nostro programma. Siamo pronti a discutere con voi eventuali modifiche a questo programma. Useremo la violenza solo contro il grande capitale e i suoi tirapiedi, ma con voi che lavorate duramente desideriamo stringere un’alleanza sulla base di un determinato programma.”
I contadini capiranno questo linguaggio. Devono solo avere fiducia nella capacità del proletariato di prendere il potere.
Ma per questo è necessario epurare il fronte unico da ogni ambiguità, da ogni indecisione, da ogni frase vuota. È necessario comprendere la situazione e mettersi seriamente sulla via rivoluzionaria.
La milizia dei lavoratori ed i suoi avversari
Da «Dove va la Francia?», 1934
Per lottare, è necessario salvaguardare e rafforzare gli strumenti e i mezzi di lotta: le organizzazioni, la stampa, le riunioni, ecc. Il fascismo (in Francia) minaccia tutto ciò in modo diretto e immediato. È ancora troppo debole per la lotta diretta per il potere, ma è abbastanza forte da tentare di abbattere a poco a poco le organizzazioni della classe operaia, di temprare le sue file negli attacchi e di diffondere tra le file dei lavoratori sconforto e mancanza di fiducia nelle proprie forze.
Il fascismo trova complici inconsapevoli in tutti coloro che sostengono che la “lotta armata” sia inammissibile o vana, e che esigono da Doumergue di disarmare la sua guardia fascista. Nulla è così pericoloso per il proletariato, specialmente nella situazione attuale, come il veleno addolcito dalle false speranze. Nulla accresce l’insolenza dei fascisti quanto il “pacifismo molle” da parte delle organizzazioni operaie. Niente distrugge così tanto la fiducia delle classi medie nella classe operaia quanto il temporeggiare, la passività e il venir meno della volontà di lottare.
“Le Populaire” (il giornale del Partito Socialista), e soprattutto “l’Humanité” (il giornale del Partito Comunista), scrivono ogni giorno:
“Il fronte unito è una barriera contro il fascismo”;
“il fronte unico non permetterà …”;
“i fascisti non oseranno”, etc.
Queste sono solo parole. È necessario dire chiaramente ai lavoratori, ai socialisti e ai comunisti: non lasciatevi illudere dalle parole di giornalisti e oratori superficiali e irresponsabili. È in gioco il nostro destino e il futuro del socialismo. Con questo non intendiamo negare l’importanza del fronte unico. Lo abbiamo rivendicato quando i capi di entrambi i partiti vi si opponevano. Il fronte unico apre numerose possibilità, ma nulla di più. Di per sé, il fronte unico non decide nulla. Solo la lotta delle masse decide. Il fronte unico rivelerà il suo valore quando i reparti comunisti accorreranno in aiuto dei reparti socialisti e viceversa in caso di attacco delle bande fasciste contro “Le Populaire” o “l’Humanité”. Ma per questo devono esistere reparti di combattimento proletari, che devono essere istruiti, addestrati e armati. E se non c’è un’organizzazione di difesa, cioè una milizia operaia, “Le Populaire” o “l’Humanité” potranno scrivere tutti gli articoli che vogliono sull’onnipotenza del fronte unico, ma i due giornali si troveranno indifesi di fronte al primo attacco ben preparato dei fascisti.
Ci proponiamo di condurre uno studio critico delle “argomentazioni” e delle “teorie” degli oppositori della milizia operaia, che sono molto numerosi e influenti nei due partiti della classe operaia.
“Abbiamo bisogno dell’autodifesa di massa e non della milizia”, ci viene spesso detto.
Ma cos’è questa “autodifesa di massa” senza organizzazioni di combattimento, senza quadri specializzati, senza armi? Affidare la difesa contro il fascismo a masse disorganizzate e impreparate, lasciate a sé stesse, significherebbe giocare un ruolo di gran lunga inferiore a quello di Ponzio Pilato. Negare l’importanza della milizia significa negare quella dell’avanguardia. Allora a che serve un partito? Senza il sostegno delle masse, la milizia non vale niente. Ma senza reparti di combattimento organizzati, anche le masse più eroiche saranno schiacciate a poco a poco dalle bande fasciste. È un’assurdità contrapporre la milizia all’autodifesa. La milizia è un organo di autodifesa.
“Rivendicare l’organizzazione di una milizia”, dicono alcuni oppositori che, a dir poco, sono i meno seri e onesti, “significa provocare”.
Questa non è un’argomentazione, ma un insulto. Se la necessità di difendere le organizzazioni operaie deriva dalla situazione complessiva, come si può allora non invocare la costituzione della milizia? Forse intendono dire che la formazione di una milizia “provoca” gli attacchi fascisti e la repressione governativa. In tal caso, si tratta di un’argomentazione assolutamente reazionaria. Il liberalismo ha sempre detto ai lavoratori che con la loro lotta di classe “provocano” la reazione.
I riformisti ripetevano questa accusa contro i marxisti, i menscevichi contro i bolscevichi. Queste accuse si riducevano, in ultima analisi, alla profonda convinzione che se gli oppressi non oppongono resistenza, gli oppressori non saranno costretti a picchiarli. Questa è la filosofia di Tolstoj e Gandhi, ma mai quella di Marx e Lenin. Se “l’Humanité” vuole d’ora in poi sviluppare la dottrina della “resistenza al male senza violenza”, dovrebbe prendere come simbolo non la falce e il martello, emblema della Rivoluzione d’Ottobre, ma la capra devota, che fornisce a Gandhi il suo latte.
“Ma l’armamento delle masse operaie è opportuno solo in una situazione rivoluzionaria, che ancora non sussiste”.
Questo profondo ragionamento significa che gli operai devono lasciarsi massacrare finché la situazione non diventerà rivoluzionaria. Coloro che ieri predicavano il “terzo periodo”26 non vogliono vedere ciò che sta accadendo sotto i loro occhi. La questione delle armi in sé è venuta alla ribalta solo perché la situazione “pacifica”, “normale”, “democratica” ha lasciato il posto a una situazione tempestosa, critica e instabile che può trasformarsi in una situazione rivoluzionaria, così come in una controrivoluzionaria.
Questa alternativa dipende soprattutto dal modo in cui i lavoratori più avanzati reagiranno: se si lasceranno attaccare impunemente e sconfiggere poco a poco, oppure se risponderanno a ogni colpo con due dei propri, infondendo coraggio agli oppressi ed unendoli sotto la loro bandiera. Una situazione rivoluzionaria non cade dal cielo. Prende forma grazie alla partecipazione attiva della classe rivoluzionaria e del suo partito.
Gli stalinisti francesi sostengono ora che la milizia non abbia protetto il proletariato tedesco dalla sconfitta, mentre ieri negavano categoricamente qualsiasi sconfitta in Germania e affermavano che la politica degli stalinisti tedeschi era stata corretta dall’inizio alla fine. Oggi vedono nella milizia operaia tedesca (Rote Front27) tutto il male. Così, da un errore cadono in un altro diametralmente opposto, ma non meno mostruoso. La milizia, di per sé, non risolve la questione. Ciò che serve è una politica corretta. Nel frattempo, la politica dello stalinismo in Germania (“il socialfascismo è il nemico principale”), la scissione nei sindacati, il flirt con il nazionalismo e il golpismo hanno portato fatalmente all’isolamento dell’avanguardia proletaria e al suo naufragio. Con una strategia del tutto inutile, nessuna milizia sarebbe stata in grado di salvare la situazione.
È assurdo affermare che, di per sé, l’organizzazione della milizia porti all’avventurismo, provochi il nemico, sostituisca la lotta politica con la lotta fisica, ecc. In tutte queste affermazioni non c’è altro che codardia politica.
La milizia, in quanto solida organizzazione dell’avanguardia, è in realtà la difesa più sicura contro le avventure, contro il terrorismo individuale, contro le sanguinose esplosioni spontanee.
La milizia è allo stesso tempo l’unico modo serio per ridurre al minimo la guerra civile che il fascismo impone al proletariato. Lasciamo che i lavoratori, nonostante l’assenza di una “situazione rivoluzionaria”, correggano occasionalmente a modo loro i patrioti “figli di papà”, e il reclutamento di nuove bande fasciste diventerà incomparabilmente più difficile.
Ma qui gli strateghi, impantanati nei propri ragionamenti, avanzano contro di noi argomenti ancora più sconcertanti. Citiamo testualmente:
“Se rispondiamo ai colpi di pistola dei fascisti con altri colpi di pistola”, scrive l’Humanité del 23 ottobre [1934], “perdiamo di vista il fatto che il fascismo è il prodotto del regime capitalista e che, combattendo contro il fascismo, è l’intero sistema che stiamo affrontando.”
È difficile concentrare in poche righe una maggiore confusione o un maggior numero di errori. È impossibile difendersi dai fascisti perché essi sono – “un prodotto del regime capitalista”. Ciò significa che dobbiamo rinunciare all’intera lotta, poiché tutti i mali sociali contemporanei sono “prodotti del sistema capitalista”.
Quando i fascisti uccidono un rivoluzionario o incendiano la sede di un giornale proletario, gli operai devono sospirare con filosofia: “Ahimè! Gli omicidi e gli incendi dolosi sono il prodotto del sistema capitalista”, e tornare a casa con la coscienza tranquilla. La prostrazione fatalista sostituisce la teoria militante di Marx, a esclusivo vantaggio del nemico di classe. La rovina della piccola borghesia è, ovviamente, il prodotto del capitalismo. La crescita delle bande fasciste è, a sua volta, un prodotto della rovina della piccola borghesia. Ma d’altra parte, anche l’aumento della miseria e la rivolta del proletariato sono prodotti del capitalismo, e la milizia, a sua volta, è il prodotto dell’inasprirsi della lotta di classe. Perché, allora, per i “marxisti” de l’Humanité, le bande fasciste sono il prodotto legittimo del capitalismo e la milizia operaia il prodotto illegittimo dei – trotskisti? È impossibile capirci qualcosa.
“Dobbiamo affrontare l’intero sistema”, ci viene detto.
Come? Sorvolando le persone? I fascisti nei vari paesi hanno iniziato con le loro pistole e hanno finito per distruggere l’intero “sistema” delle organizzazioni operaie. In quale altro modo frenare l’offensiva armata del nemico se non con una difesa armata, per poter poi passare a nostra volta all’offensiva?
Il giornale “l’Humanité” ammette ora la difesa a parole, ma solo sotto forma di “autodifesa di massa”. La milizia è dannosa perché, vedete, separa i reparti da combattimento dalle masse. Ma allora perché tra i fascisti esistono reparti armati indipendenti che non sono isolati dalle masse reazionarie, ma che, al contrario, suscitano il coraggio e infondono audacia a quelle masse con i loro attacchi ben organizzati? O forse la massa proletaria è inferiore in termini di qualità combattiva alla piccola borghesia decaduta?
In preda a una confusione totale, “l’Humanité” comincia finalmente a esitare: sembra che l’autodifesa di massa richieda la creazione di speciali “gruppi di autodifesa”. Al posto della milizia, che è stata scartata, vengono proposti gruppi o distaccamenti speciali. A prima vista sembrerebbe che la differenza sia solo nel nome. Certamente, il nome proposto da “l’Humanité” non significa nulla. Si può parlare di “autodifesa di massa”, ma è impossibile parlare di “gruppi di autodifesa”, poiché lo scopo dei gruppi non è difendersi, ma difendere le organizzazioni operaie. Tuttavia, non è, ovviamente, una questione di nome. I “gruppi di autodifesa”, secondo “l’Humanité”, devono rinunciare all’uso delle armi per non cadere nel “golpismo”. Questi saggi trattano la classe operaia come un bambino a cui non si deve permettere di tenere un rasoio tra le mani. I rasoi, del resto, sono monopolio, come sappiamo, dei Camelots du Roi28, che sono un legittimo “prodotto del capitalismo” e che, con l’aiuto dei rasoi, hanno rovesciato il “sistema” della democrazia. In ogni caso, come faranno i “gruppi di autodifesa” a difendersi contro le pistole dei fascisti? “Ideologicamente”, ovvio. In altre parole: potranno nascondersi. Non avendo nelle mani ciò di cui hanno bisogno, dovranno cercare “l’autodifesa” nei propri piedi. E i fascisti, nel frattempo, saccheggeranno impunemente le organizzazioni operaie. Ma se il proletariato subirà una terribile sconfitta, almeno non sarà stato colpevole di “golpismo”. Questo chiacchiericcio fraudolento, che sbandiera la bandiera del “bolscevismo”, suscita solo disgusto e repulsione.
Durante il “terzo periodo” di felice ricordo – quando gli strateghi de l’Humanité erano affetti dal delirio delle barricate, “conquistavano” le strade ogni giorno e bollavano come “socialfascisti” tutti coloro che non condividevano le loro stravaganze – avevamo previsto: “Nel momento in cui questi signori si bruceranno la punta delle dita, diventeranno i peggiori opportunisti”. Quella previsione è stata ora pienamente confermata. In un momento in cui all’interno del Partito Socialista il movimento a favore della milizia cresce e si rafforza, i capi del cosiddetto Partito Comunista corrono a cercare un modo per raffreddare il desiderio degli operai più avanzati di organizzarsi in colonne da combattimento. Si potrebbe immaginare un’opera più demoralizzante o più dannosa di questa?
Tra le file del Partito Socialista a volte si sente questa obiezione: “Una milizia deve essere formata, ma non c’è bisogno di gridarlo ai quattro venti.”
Non si può che congratularsi con i compagni che desiderano proteggere gli aspetti pratici dell’attività da occhi e orecchie indiscreti. Ma sarebbe fin troppo ingenuo pensare che una milizia possa essere creata nell’ombra e in segreto tra quattro mura. Abbiamo bisogno di decine, e in seguito centinaia, di migliaia di combattenti. Essi arriveranno solo se milioni di lavoratori e lavoratrici, e dietro di loro i contadini, comprenderanno la necessità della milizia e creeranno attorno ai volontari un’atmosfera di ardente simpatia e di sostegno attivo. La cautela cospirativa può e deve avvolgere solo l’aspetto tecnico della questione. La campagna politica deve essere sviluppata apertamente, nelle riunioni, nelle fabbriche, nelle strade e nelle piazze pubbliche.
I quadri fondamentali della milizia devono essere gli operai di fabbrica, raggruppati in base al loro luogo di lavoro, che si conoscono tra loro e sono in grado di proteggere i propri reparti da combattimento dalle provocazioni degli agenti nemici con molta più facilità e sicurezza rispetto agli alti burocrati. Uno stato maggiore clandestino, senza una mobilitazione aperta delle masse rimarrà, nel momento del pericolo, impotente e sospeso nel vuoto. Ogni organizzazione della classe operaia deve buttarsi a capofitto nel lavoro. Su questa questione non può esserci alcuna linea di demarcazione tra i partiti della classe operaia e i sindacati. Mano nella mano, devono mobilitare le masse. Il successo della milizia popolare sarà allora pienamente assicurato.
“Ma dove troveranno le armi gli operai?”, obiettano i “realisti” più lucidi – vale a dire, i filistei spaventati – “il nemico ha fucili, cannoni, carri armati, gas e aerei. Gli operai hanno poche centinaia di revolver e coltellini da tasca”
Questa obiezione è tutta un cumulo di argomentazioni volte a spaventare gli operai. Da un lato, i nostri saggi identificano le armi dei fascisti con l’armamento dello Stato. Dall’altro, si rivolgono allo Stato e gli chiedono di disarmare i fascisti. Logica straordinaria! In realtà, la loro posizione è falsa in entrambi i casi. In Francia, i fascisti sono ancora ben lontani dal controllare lo Stato. Il 6 febbraio sono entrati in conflitto armato con la polizia di Stato. Ecco perché è falso parlare di cannoni e carri armati quando si tratta della lotta armata immediata contro i fascisti. I fascisti, ovviamente, sono più ricchi di noi. Per loro è più facile comprare armi. Ma i lavoratori sono più numerosi, più determinati, più devoti, quando si rendono conto di avere una solida guida rivoluzionaria.
Oltre che da altre fonti, i lavoratori possono rifornirsi di armi a spese dei fascisti, disarmandoli sistematicamente.
Questa è oggi una delle forme più serie della lotta contro il fascismo. Quando gli arsenali dei lavoratori cominceranno a rifornirsi a spese dei depositi d’armi fascisti, le banche e i trust saranno più cauti nel finanziare l’armamento delle loro guardie assassine. In questo caso – ma solo in questo caso – sarebbe persino possibile che le autorità preoccupate iniziassero davvero a impedire l’armamento dei fascisti per non fornire ulteriori fonti di armi ai lavoratori. Sappiamo da tempo che solo una tattica rivoluzionaria genera, come effetto collaterale, “riforme” o concessioni da parte del governo.
Ma come neutralizzare i fascisti? Naturalmente, è impossibile farlo solo con gli articoli di giornale. Bisogna costituire squadre di combattimento. Bisogna istituire un servizio di intelligence. Migliaia di informatori e collaboratori si offriranno volontari da ogni parte quando si renderanno conto che abbiamo intrapreso seriamente questa impresa. Ciò richiede una volontà di azione proletaria.
Ma le file dei fascisti non sono, ovviamente, l’unica fonte. In Francia ci sono più di un milione di lavoratori organizzati. In generale, questo numero è esiguo. Ma è del tutto sufficiente per dare inizio all’organizzazione di una milizia operaia. Se i partiti e i sindacati armassero solo un decimo dei loro membri, si avrebbe già una forza di 100.000 uomini. Non c’è alcun dubbio che il numero di volontari che si farebbero avanti all’indomani di un appello del “fronte unito” per una milizia operaia supererebbe di gran lunga tale cifra. I contributi dei partiti e dei sindacati, le raccolte e le sottoscrizioni volontarie, consentirebbero entro un mese o due di garantire l’armamento di 100.000-200.000 combattenti della classe operaia. La marmaglia fascista si ritirerebbe immediatamente con la coda tra le gambe. L’intera prospettiva di sviluppo diventerebbe incomparabilmente più favorevole.
Invocare la mancanza di armi o altre ragioni oggettive per spiegare perché finora non sia stato fatto alcun tentativo di creare una milizia significa ingannare sé stessi e gli altri. L’ostacolo principale – si potrebbe dire l’unico ostacolo – affonda le sue radici nel carattere conservatore e passivo dei dirigenti delle organizzazioni operaie. Gli scettici, come i dirigenti, non credono nella forza del proletariato. Ripongono la loro speranza in ogni sorta di miracoli dall’alto invece di dare uno sfogo rivoluzionario alle energie che pulsano dal basso. I lavoratori socialisti devono costringere i loro dirigenti a passare immediatamente alla creazione della milizia operaia o altrimenti a cedere il posto a forze più giovani e fresche.
Uno sciopero è inconcepibile senza propaganda e senza agitazione. È inconcepibile anche senza picchetti che, quando possono, ricorrono alla persuasione, ma quando sono costretti, ricorrono alla forza. Lo sciopero è la forma più elementare della lotta di classe che combina sempre, in proporzioni variabili, metodi “ideologici” con metodi fisici. La lotta contro il fascismo è fondamentalmente una lotta politica che ha bisogno di una milizia proprio come lo sciopero ha bisogno dei picchetti. Fondamentalmente, il picchetto è l’embrione della milizia operaia. Chi pensa di rinunciare alla lotta “fisica” deve rinunciare a ogni lotta, poiché lo spirito non vive senza la carne.
Come recita la splendida frase del grande teorico militare Clausewitz, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Questa definizione vale pienamente anche per la guerra civile. È inammissibile contrapporre l’una all’altra, poiché è impossibile frenare a piacimento la lotta politica quando essa si trasforma, per forza di necessità interna, in guerra.
Il compito di un partito rivoluzionario è quello di prevedere per tempo l’inevitabilità della trasformazione della politica in un conflitto armato aperto e di prepararsi a quel momento con tutte le sue forze, proprio come stanno facendo le classi dominanti.
I reparti di milizia per la difesa contro il fascismo sono il primo passo sulla via dell’armamento del proletariato, non l’ultimo. Il nostro slogan è:
“Armate il proletariato e i contadini rivoluzionari!”
La milizia operaia deve, in definitiva, comprendere tutti i lavoratori. Realizzare pienamente questo programma sarebbe possibile solo in uno Stato operaio nelle cui mani passerebbero tutti i mezzi di produzione e, di conseguenza, anche tutti i mezzi di distruzione – vale a dire tutte le armi e le fabbriche che le producono.
Tuttavia, è impossibile arrivare a uno Stato operaio a mani vuote. Solo degli invalidi politici come Renaudel29 possono parlare di una via pacifica e costituzionale verso il socialismo. La via costituzionale è solcata da trincee difese dalle bande fasciste. Le trincee che ci attendono non sono poche. La borghesia non esiterà a ricorrere a una dozzina di colpi di Stato, con l’aiuto della polizia e dell’esercito, per impedire al proletariato di arrivare al potere.
Lo Stato socialista dei lavoratori può essere creato solo attraverso una rivoluzione vittoriosa.
Ogni rivoluzione è preparata dal progredire dello sviluppo economico e politico, ma è sempre decisa da aperti conflitti armati tra classi ostili. Una vittoria rivoluzionaria può diventare possibile solo come risultato di una lunga agitazione politica, di un lungo periodo di educazione e organizzazione delle masse.
Ma anche il conflitto armato stesso deve essere preparato con largo anticipo.
I lavoratori avanzati devono sapere che dovranno combattere e vincere una lotta all’ultimo sangue. Devono procurarsi le armi, come garanzia della loro emancipazione.
La situazione negli Stati Uniti
Da «Alcune riflessioni sui problemi americani», Quarta Internazionale, ottobre 1940
L’arretratezza della classe operaia statunitense è solo un concetto relativo.
Sotto molti aspetti importanti, è la classe operaia più avanzata del mondo, sia dal punto di vista tecnico che per tenore di vita…
I lavoratori americani sono molto combattivi – come abbiamo visto durante gli scioperi. Hanno condotto gli scioperi più ribelli del mondo. Ciò che manca al lavoratore americano è uno spirito di generalizzazione, o di analisi, della sua posizione di classe nella società nel suo complesso. Questa mancanza di pensiero sociale ha la sua origine nell’intera storia del paese…
A proposito del fascismo.
In tutti i paesi in cui il fascismo ha trionfato, prima della sua ascesa e della sua vittoria, si è verificata un’ondata di radicalismo delle masse: degli operai, dei contadini e degli agricoltori più poveri, nonché della piccola borghesia. In Italia, dopo la guerra e prima del 1922, abbiamo avuto un’ondata rivoluzionaria di proporzioni enormi; lo Stato era paralizzato, la polizia non esisteva, i sindacati potevano fare tutto ciò che volevano – ma non c’era un partito in grado di prendere il potere. Come reazione è arrivato il fascismo.
In Germania, stesso scenario. Nel 1918 avevamo una situazione rivoluzionaria; la classe borghese non chiese nemmeno di partecipare al potere. I socialdemocratici paralizzarono la rivoluzione. Poi i lavoratori ci riprovarono nel 1922–23–24. Questo fu il periodo del fallimento del Partito Comunista – di cui abbiamo già parlato in precedenza. Poi, nel 1929–30–31, i lavoratori tedeschi diedero inizio a una nuova ondata rivoluzionaria. I comunisti e i sindacati disponevano di un potere enorme, ma poi arrivò la famosa politica (da parte del movimento stalinista) del socialfascismo, una politica inventata per paralizzare la classe operaia. È solo dopo queste tre enormi ondate che il fascismo ha assunto le dimensioni di un grande movimento. Non ci sono eccezioni a questa regola: il fascismo arriva solo quando la classe operaia mostra una totale incapacità di prendere nelle proprie mani il destino della società.
Negli Stati Uniti accadrà la stessa cosa. Già ora esistono elementi di stampo fascista, e gli esempi dell’Italia e della Germania sono ovviamente a loro disposizione. Agiranno quindi con maggiore rapidità. Ma ci sono anche gli esempi di altri paesi. La prossima ondata storica negli Stati Uniti sarà l’ondata di radicalizzazione delle masse, non il fascismo. Naturalmente, la guerra può ostacolare la radicalizzazione per un certo periodo, ma poi le darà un ritmo e uno slancio più formidabile.
Non dobbiamo identificare la dittatura di guerra – la dittatura della macchina militare, dello stato maggiore, del capitale finanziario – con una dittatura fascista. Per quest’ultima, è necessario innanzitutto un sentimento di disperazione di grandi masse popolari. Quando i partiti rivoluzionari li tradiscono, quando l’avanguardia operaia mostra la sua incapacità di condurre il popolo alla vittoria – allora i contadini, i piccoli imprenditori, i disoccupati, i soldati, ecc., possono sostenere un movimento fascista, ma solo allora.
Una dittatura militare è puramente un’istituzione burocratica, rafforzata dalla macchina militare e basata sul disorientamento del popolo e sulla sua sottomissione ad essa. Dopo un certo tempo gli umori possono cambiare e il popolo può ribellarsi contro la dittatura.
Costruiamo il Partito Rivoluzionario
Nel corso di ogni discussione su temi politici sorge la domanda:
Riusciremo a creare un partito forte per quando arriverà la crisi? Il fascismo non potrebbe anticiparci? Una fase di sviluppo fascista non è forse inevitabile?
I successi del fascismo inducono facilmente le persone a perdere ogni prospettiva, portandole a dimenticare le condizioni concrete che hanno reso possibile il rafforzamento e la vittoria del fascismo. Eppure una chiara comprensione di queste condizioni è di particolare importanza per i lavoratori degli Stati Uniti. Possiamo affermarlo come una legge storica: il fascismo è riuscito a conquistare il potere solo in quei paesi in cui i partiti laburisti conservatori hanno impedito al proletariato di sfruttare la situazione rivoluzionaria e di prendere il potere. In Germania si sono verificate due situazioni rivoluzionarie: quella del 1918–1919 e quella del 1923–1924. Anche nel 1929 era ancora possibile una lotta diretta per il potere da parte del proletariato. In tutti e tre questi casi, la socialdemocrazia e il Comintern30 hanno criminalmente e spietatamente ostacolato la conquista del potere, portando così la società in un vicolo cieco. Solo in queste condizioni e in questa situazione si sono rivelati possibili l’ascesa tumultuosa del fascismo e la sua presa del potere.
Nella misura in cui il proletariato si dimostra incapace, in una data fase, di conquistare il potere, l’imperialismo inizia a regolare la vita economica con i propri metodi; il partito fascista che diventa potere statale ne costituisce il meccanismo politico. Le forze produttive sono in contraddizione inconciliabile non solo con la proprietà privata, ma anche con i confini degli Stati nazionali. L’imperialismo è l’espressione stessa di questa contraddizione. Il capitalismo imperialista cerca di risolvere questa contraddizione attraverso l’estensione dei confini, la conquista di nuovi territori e così via. Lo Stato totalitario, che assoggetta tutti gli aspetti della vita economica, politica e culturale al capitale finanziario, è lo strumento per creare uno Stato supernazionalista, un impero imperialista, il dominio sui continenti, il dominio sul mondo intero.
Abbiamo analizzato ciascuno di questi gradi di libertà, sia singolarmente che nel loro insieme, nella misura in cui si sono manifestati o sono venuti alla ribalta.
Sia l’analisi teorica che la ricca esperienza storica dell’ultimo quarto di secolo hanno dimostrato, allo stesso modo, che il fascismo è ogni volta l’anello finale di un ciclo politico specifico composto dai seguenti elementi: crisi gravissima della società capitalista; la crescente radicalizzazione della classe operaia; l’aumento della simpatia verso la classe operaia e il desiderio di cambiamento da parte della piccola borghesia rurale e urbana; l’estrema confusione della grande borghesia; le sue manovre codarde e traditrici volte a evitare il culmine rivoluzionario; l’esaurimento del proletariato; la crescente confusione e indifferenza; l’aggravarsi della crisi sociale; la disperazione della piccola borghesia, il suo desiderio di cambiamento; la nevrosi collettiva della piccola borghesia, la sua disponibilità a credere nei miracoli, la sua disponibilità a misure violente; la crescita dell’ostilità verso il proletariato che ha deluso le sue aspettative. Queste sono le premesse per una rapida formazione di un partito fascista e per la sua vittoria.
È del tutto evidente che la radicalizzazione della classe operaia negli Stati Uniti abbia attraversato solo le sue fasi iniziali, quasi esclusivamente nell’ambito del movimento sindacale (il CIO31). Il periodo prebellico, e poi la guerra stessa, potrebbero interrompere temporaneamente questo processo di radicalizzazione, specialmente se un numero considerevole di lavoratori venisse assorbito dall’industria bellica. Ma questa interruzione del processo di radicalizzazione non potrà durare a lungo. La seconda fase della radicalizzazione assumerà un carattere decisamente più espressivo. Il problema della formazione di un partito operaio indipendente sarà all’ordine del giorno. Le nostre rivendicazioni transitorie acquisiranno grande popolarità. D’altra parte, le tendenze fasciste e reazionarie si ritireranno sullo sfondo, assumendo una posizione difensiva, in attesa di un momento più favorevole. Questa è la prospettiva più vicina. Nessuna occupazione è più indegna di quella di speculare se riusciremo o meno a creare un potente partito rivoluzionario guida. Davanti a noi si apre una prospettiva favorevole, che fornisce ogni giustificazione all’attivismo rivoluzionario. È necessario sfruttare le opportunità che si stanno aprendo e costruire il partito rivoluzionario.
NOTE
1. l’Internazionale Comunista, ndt
2. La campagna di violenza fascista iniziò a Bologna il 21 novembre 1920. Quando i consiglieri socialdemocratici, vittoriosi nelle elezioni comunali, uscirono dal municipio per presentare il nuovo sindaco, furono accolti da una raffica di colpi di arma da fuoco in cui 10 persone furono uccise e 100 ferite. I fascisti proseguirono con “spedizioni punitive” nelle campagne circostanti, roccaforte delle “Leghe Rosse”. Le “squadre d’azione” delle camicie nere, su veicoli forniti dai grandi proprietari terrieri, presero il controllo dei villaggi con incursioni fulminee, pestando e uccidendo contadini di sinistra e leader sindacali, distruggendo le sedi dei radicali e terrorizzando la popolazione. Incoraggiati dai loro facili successi, i fascisti lanciarono poi attacchi su larga scala nelle grandi città.
3. Il Trattato di Versailles, imposto alla Germania dopo la Prima guerra mondiale; la sua caratteristica più odiata era il risarcimento a tempo indeterminato a favore degli alleati vittoriosi sotto forma di “riparazioni” per i danni e le perdite di guerra. La “crisi” a cui si fa riferimento nel paragrafo precedente era la depressione economica che travolse i paesi capitalisti dopo il crollo di Wall Street del 1929.
4. Il feldmaresciallo Paul von Hindenburg (1847–1934), generale dell’aristocrazia terriera prussiana che si guadagnò la fama nella Prima guerra mondiale, e in seguito divenne presidente della Repubblica di Weimar. Nel 1932 i socialdemocratici lo sostennero per la rielezione come “male minore” rispetto ai nazisti. Questi nominò Hitler cancelliere nel gennaio 1933.
5. Filippo Turati (1857–1937), principale teorico riformista del Partito Socialista Italiano.
6. Antonio Gramsci (1891–1937): uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, imprigionato da Mussolini nel 1926, morì in carcere 11 anni dopo. Da lì inviò una lettera, a nome del comitato politico italiano del partito, contestando la campagna di Stalin contro l’Opposizione di Sinistra. Togliatti, allora a Mosca come rappresentante italiano dell’Internazionale Comunista, censurò la lettera. Durante tutta l’era dello stalinismo, la memoria di Gramsci fu deliberatamente oscurata. Nel periodo della destalinizzazione, tuttavia, venne “riscoperto” dal Partito Comunista Italiano e ufficialmente consacrato come eroe e martire. Da allora, i suoi scritti teorici, in particolare i suoi quaderni di prigionia, hanno riscosso un notevole successo internazionale.
7. Dmitri Manuilsky (1883–1952): guidò il Comintern dal 1929 al 1934; la sua rimozione segnò il passaggio dall’ultra-sinistra all’opportunismo del periodo del Fronte Popolare. In seguito apparve sulla scena diplomatica, come delegato alle Nazioni Unite.
8. Ercoli. Pseudonimo utilizzato da Palmiro Togliatti (1893–1964) nel Comintern. Diresse il Partito Comunista Italiano dopo l’incarcerazione di Gramsci. Sopravvisse a tutti gli zigzag della linea del Comintern, ma dopo la morte di Stalin criticò il regime stalinista e alcune delle sue caratteristiche persistenti nell’URSS e nel movimento comunista internazionale.
9. del settembre 1930
10. 8.600.000
11. «Il cappio di Young»: un riferimento al Piano Young. Da Owen D. Young, magnate americano, che fu agente generale per le riparazioni tedesche negli anni Venti. Nell’estate del 1929, fu presidente della conferenza che adottò il suo piano, che sostituì il fallito Piano Dawes, per «facilitare» il pagamento delle riparazioni da parte della Germania secondo il Trattato di Versailles.
12. Questo paragrafo non figurava nell’edizione dell’opuscolo utilizzata per digitalizzare questo testo. Tuttavia, era presente in altre edizioni, ndr
13. «Strategia Zinoviev-Stalin»: Gregory Y. Zinoviev (1883–1936), presidente del Comintern dalla sua fondazione nel 1919 fino alla sua destituzione da parte di Stalin nel 1926. Dopo la morte di Lenin, Zinoviev e Kamenev formarono un blocco con Stalin (la Troika) contro Trotsky e dominarono il partito sovietico. Nel periodo del dominio di Zinoviev-Stalin sul Comintern, una linea opportunista portò a una serie di sconfitte e di occasioni mancate, in particolare il fallimento della rivoluzione tedesca del 1923. Dopo la rottura con Stalin, Zinoviev riunì i suoi sostenitori con l’Opposizione di Sinistra Trotskista. Ma nel 1928, dopo l’espulsione dal partito dell’Opposizione Unita, Zinoviev si arrese a Stalin. Riammesso nel partito, fu nuovamente espulso nel 1932. Dopo aver rinnegato tutte le opinioni critiche, fu nuovamente riammesso, ma nel 1934 fu espulso e imprigionato. «Confessò» al primo dei grandi processi di Mosca nel 1936 e fu giustiziato.
14. funzionari del Comintern e del Partito Comunista, ndr
15. Il Comintern, ndr
16. “Il Fronte di Ferro”: un blocco tra diversi grandi sindacati e gruppi “repubblicani” borghesi con scarso o nessun seguito o prestigio tra le masse. Era stato creato dai socialdemocratici verso la fine del 1931. All’interno dei sindacati furono costituiti gruppi di combattimento chiamati Pugno di Ferro, e le organizzazioni sportive dei lavoratori furono integrate nel Fronte di Ferro. Nelle sue prime parate e manifestazioni, tuttavia, migliaia di lavoratori alzarono i pugni, gridarono “Libertà” e giurarono di difendere la democrazia. Le masse del Partito Socialdemocratico e dei sindacati credevano davvero che questa organizzazione sarebbe stata utilizzata per fermare Hitler. Non fu così.
17. l’esercito tedesco, ndr
18. Heinrich Brüning fu cancelliere dal 1930 al 1932. Il governo parlamentare regolare in Germania terminò nel marzo 1930. Seguì una serie di regimi bonapartisti – Brüning, von Papen, von Schleicher, cioè cancellieri che governavano non secondo le normali procedure parlamentari, ma con decreti “di emergenza”. Queste figure bonapartiste si presentavano come salvatori politici necessari per far superare al paese la crisi, e quindi al di sopra delle classi e dei partiti. Non dipendevano dal vecchio sistema dei partiti democratici borghesi, ma dal loro controllo sulla polizia, sull’esercito e sulla burocrazia governativa. Fingendo di salvare la nazione dai pericoli sia della sinistra (socialisti e comunisti) che della destra (fascisti), sferrarono i colpi più duri contro la sinistra, poiché il loro interesse primario era salvare il capitalismo.
19. principale giornale socialdemocratico, ndr
20. ala sinistra delle forze piccolo-borghesi nella Grande Rivoluzione Francese; guidata da Robespierre nella fase più rivoluzionaria, ndr
21. 4 agosto 1914: crollo della Seconda Internazionale. I rappresentanti del Partito Socialdemocratico Tedesco al Reichstag votarono a favore del bilancio di guerra dei governi imperialisti; lo stesso giorno, i rappresentanti del Partito Socialista Francese fecero altrettanto alla Camera dei Deputati.
22. Joseph Pilsudski (1876–1935): originariamente socialista di orientamento nazionalista, nel 1920 guidò le forze antisovietiche in Polonia; nel 1926 guidò un colpo di Stato e instaurò una dittatura fascista. Warski: amico di Rosa Luxemburg, appoggiò le sue divergenze con i bolscevichi. Quando il Comintern virò a sinistra nella fase del suo “Terzo Periodo”, Warski fu destituito dalla leadership del Partito Comunista Polacco, ma non espulso. Scomparve in URSS durante la grande purga del 1936–38. Rosa Luxemburg (1870–1919): Grande teorica e leader rivoluzionaria. Inizialmente attiva nel movimento socialista della sua nativa Polonia, divenne in seguito leader dell’ala sinistra del Partito Socialdemocratico Tedesco. Lei e Karl Liebknecht furono incarcerati per essersi opposti alla Prima Guerra Mondiale. Dopo il loro rilascio, guidarono lo Spartakusbund. Entrambi furono arrestati e assassinati durante la fallita rivoluzione del 1919.
23. prima “dittatura del proletariato”, 18 marzo 1871, ndr
24. Rivoluzione russa del 1917, ndr
25. Gaston Doumergue: primo ministro bonapartista della Francia. Succedette a Édouard Daladier. Il governo Daladier cadde il giorno dopo i disordini fascisti del 6 febbraio 1934, ndr
26. «Il Terzo Periodo»: secondo lo schema stalinista, questo era il «periodo finale del capitalismo», il periodo della sua fine imminente e della sua sostituzione con i soviet. Il periodo è caratterizzato dalle tattiche di ultrasinistra e avventuristiche dei comunisti, in particolare dal concetto di socialfascismo.
27. Combattenti del Fronte Rosso: milizia a predominanza comunista messa al bando dal governo socialdemocratico dopo le rivolte del Primo Maggio a Berlino del 1929, ndr
28. monarchici francesi raggruppati attorno al giornale di Charles Maurras, “Action Française”, che era violentemente antidemocratico, ndr
29. Pierre Renaudel (1871–1935): Prima della prima guerra mondiale, braccio destro del leader socialista Jean Jaurès e direttore de l’Humanité. Durante la guerra, socialpatriota di destra. Negli anni ’30, insieme a Marcel Deat guidò la tendenza revisionista “neosocialista”. Respinta al congresso del luglio 1933, questa tendenza si separò dal Partito Socialista. Dopo le rivolte fasciste del 6 febbraio 1934, la maggior parte dei “neo” si unì al Partito Radicale, il principale partito del capitalismo francese.
30. gli stalinisti, ndr
31. Il Congress of Industrial Organizations o CIO, promosso da John L. Lewis nel 1932, fu una confederazione sindacale che riuniva i lavoratori dei sindacati di categoria degli Stati Uniti d’America e del Canada dal 1935 al 1955, ndt
Giornale militante online fondato nell'aprile 2017.
Sito informativo della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).