Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 21/04/2026 nella rivista Contapunto, curata da La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
Vari governi di estrema destra stanno attraversando importanti difficoltà. Donald Trump sembra essere sempre più isolato e alcuni dei suoi alleati internazionali hanno ricevuto delle forti batoste politiche. Nel frattempo Palantir Technologies, l’impresa di Peter Thiel, lancia il suo “manifesto” per un tecno-autoritarismo che riaffermi la “superiorità” dell’Occidente. In questo scenario, il “vertice progressista” di Sánchez, Lula, Sheinbaum y Petro cerca di affermarsi come alternativa al trumpismo, provando a reiterare la narrazione fallimentare del “male minore”. Quali alternative abbiamo di fronte alla destra?
Trump: un asset tossico?
Lo scorso 12 aprile Viktor Orban ha subito una sconfitta elettorale storica in Ungheria, che si è riverberata anche sull’“internazionale reazionaria”, quella rete di forze di estrema destra che, fino a poco fa, molti pensavano inarrestabile. L’intervento in appoggio ad Orban del vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, oltre a non aver prodotto risultati positivi per il candidato presidente, sembra persino aver giocato a suo sfavore. In Ungheria il vincitore è stato Peter Magyar, un politico conservatore che due anni fa ruppe con il partito di Orban avanzando una posizione più europeista. I fallimenti dell’estrema destra internazionale hanno colpito anche Giorgia Meloni che, aspirando ad essere il ponte tra Trump e l’Unione Europea, ha finito per essere intrappolata in un fuoco incrociato. La grande opposizione di popolo, in italia, al genocidio in Palestina e alla guerra in Iran, insieme ai disagi derivanti dalla stagnazione economica, hanno generato un malcontento popolare che si è espresso nella sconfitta di Meloni nel recente referendum sulla riforma giudiziaria. Inoltre, secondo vari sondaggi di Le Grand Continent, la popolarità di Trump in Italia è in forte calo, passando dal 35% nel marzo del 2025 al 19% nel marzo del 2026; una prova che Trump si è trasformato in una zavorra per i suoi alleati a destra. Infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata lo scontro con il Vaticano, che ha messo Meloni alle corde, con la premier che ha dovuto difendere il papa rompendo la sua relazione privilegiata con la Casa Bianca e prendendo le distanze da Israele nel giro di una settimana. Ciò naturalmente non implica che nel futuro Meloni non possa tentare di ricomporre questi legami, anche se ormai i rapporti si sono incrinati.
Sul fronte interno USA la crisi di Trump si aggrava, con forti divisioni proprio all’interno del movimento MAGA. Il suo appeal, che in passato ha unificato l’estrema destra, si riduce ogni giorno di più. Oltre allo scarso apprezzamento in patria (solo del 35%), ed intrappolato nella gestione dei fallimenti della guerra in Iran, Trump si confronta anche con diverse fratture tra i suoi sostenitori. La più recente, motivata dallo scontro con Papa Leone XIV, che aveva messo in discussione il suo intervento in Iran, colpisce il cuore della sua base politica. Trump è salito al potere con un forte appoggio dell’elettorato cattolico, in particolare di etnia ispanica, in un paese come gli Stati Uniti in cui vivono 53 milioni di cattolici, che rappresentano almeno il 20% della popolazione adulta. All’interno del movimento MAGA questo scontro ha generato tensioni proprio nell’ala cattolica dell’“America First”, sempre più contraria alle “guerre eterne”, e nelle cui file le parole del papa hanno un peso importante. Il Vaticano cerca di riaffermare il ruolo della chiesa come istituzione di mediazione e conciliazione sul piano geopolitico e sociale. Si tratta solo di un progetto alternativo di come dovrebbe articolarsi il dominio capitalista, un progetto sempre più complicato in un mondo sempre più convulso.
L’estrema destra, come sottolineava qualche giorno fa Pablo Stefanoni, non è una onda inarrestabile, e come abbiamo visto con Orban in Ungheria, le battaglie culturali non garantiscono una “egemonia infinita”, in particolare quando il governo è corrotto e non riesce a far crescere l’economia. Effettivamente, l’idea di un’avanzata inarrestabile dell’estrema destra, a cui molti hanno creduto, è l’espressione di una certa superficialità catastrofista. Ad ogni modo, la conclusione che Stefanoni trae dalla sua analisi è più discutibile, veicolando l’idea che l’estrema destra possa essere scalzata dal potere attraverso la via elettorale “se esiste un compromesso per trovare modi di sconfiggerla”. Un altro modo per dire che è necessario creare ampi fronti “anti-destra” con diverse forze politiche più o meno moderate. Adesso, concentriamoci su quello che è successo in Ungheria: lì il Parlamento è rimasto totalmente dominato dalla destra e dall’estrema destra, perché i partiti di centro (liberali, socialisti e verdi) non si sono nemmeno presentati, per favorire Magyar come il “male minore” contro Orban. La prima cosa che ha fatto Magyar dopo essere stato eletto è stato riaffermare le politiche anti-immigrazione di Orban.
Il neoliberismo autoritario ed il sogno di Palantir
Anche se gli scenari post-elettorali fossero migliori di quello che offre l’Ungheria di Magyar, le sconfitte elettorali non implicano un arresto automatico delle tendenze che favoriscono la destra e che emergono come prodotto di una crisi di fondo. Quest’ultime sono espressione di un neoliberismo ancor più autoritario, che emerge dalla sua stessa crisi, e da una classe capitalista sempre più oligarchica. Secondo un report pubblicato a gennaio ‘26 da OXFAM, nel corso del 2025 i miliardari nel mondo hanno triplicato il tasso di crescita annuale dei loro patrimoni rispetto agli anni precedenti. Inoltre, il loro legame con il potere politico è sempre più evidente. Come si legge sul giornale El País: “Nelle elezioni statunitensi del 2024, appena 100 famiglie hanno contribuito con un dollaro su ogni sei spesi da candidati, partiti o comitati. Quell’anno hanno investito 2.600 milioni di dollari, più del doppio dei 1.000 milioni investiti durante le elezioni del 2020 e 160 volte quello che investivano prima che, nel 2010, la Corte Suprema degli Stati Uniti rimuovesse i limiti al finanziamento delle campagne elettorali”.
La questione di fondo è che dobbiamo pensare a come affrontare questa situazione quando parliamo dell’estrema destra. Tra le oligarchie dei multimilionari, per esempio, troviamo Peter Thiel che, insieme ad Alex Karp, ha lanciato questa settimana dall’account X di Palantir Technologies un manifesto autoritario tecno-capitalista. Thiel e Karp affermano che, per superare la decadenza dell’occidente, la Silicon Valley deve rivedere le sue priorità e dedicarsi allo sviluppo di armamenti basati sull’Intelligenza Artificiale (IA). Affermano che non è più il momento di domandarsi se sia necessario fabbricare armi con l’IA, ma chi deve farlo per primo. Si tratta di un accelerazionismo tecnologico asservito alla guerra e ai più ricchi. Palantir offre servizi IA ad agenzie come l’ICE (contro i migranti) e all’esercito israeliano per il genocidio a Gaza. Peter Thiel ha finanziato le candidature di Trump e Vance e si sta imbarcando in una campagna di “teologia politica”, con seminari che preparano all’arrivo dell’Anticristo, identificato nella regolamentazione statale della tecnologia, nei movimenti ecologisti o nelle i istituzioni come l’ONU. Molti di questi tecno-oligarchi come Thiel o Elon Musk si considerano salvatori dell’umanità e vogliono fondere le élite tecnologiche con il potere dello Stato statunitense.
Il governo di Trump rappresenta un tentativo bonapartista che si sposa molto bene con l’ideale oligarchico di questa élite capitalista, al netto di qualche diverbio con alcuni suoi membri. Il problema di questo governo è che non riesce ad affermarsi in quanto tale, dato che è attraversato da varie contraddizioni: dai problemi con gli apparati statali (intelligence, forze armate, Corte Suprema, ecc.), al malcontento popolare espresso nelle grandi mobilitazioni No Kings, o nel movimento più radicale di Minneapolis, che ha inferto un duro colpo all’ICE. A questo panorama si aggiunge la sconfitta nella guerra in Iran, che non sembra avere via d’uscita.
Rompere il circolo eterno della delusione progressista
Nel frattempo, c’è chi si prepara a sfruttare la crescente impopolarità di Trump e le sconfitte dei suoi amici in chiave di fronte “anti-destra”, ovvero i partecipanti al “vertice progressista” che si è svolto a Barcellona tra il 17 ed il 19 aprile scorsi. Indetto dal presidente spagnolo Pedro Sánchez, durante l’incontro hanno abbondato i discorsi contro l’estrema destra, le idee del multilateralismo, la “lotta contro la disuguaglianza”, il “rispetto del diritto internazionale” e simili. Il vertice ha visto la partecipazione delle compagini progressiste europee e statunitensi e, come invitati speciali, vari presidenti di paesi latinoamericani come Claudia Sheinbaum, Lula e Gustavo Petro. Non c’è da stupirsi, visto che l’America Latina è uno dei laboratori globali più prolifici in tema di fronti anti-destra e “mali minori”.
Uno dei discorsi più schietti del “vertice progressista” lo ha fatto proprio Lula, attualmente in campagna elettorale, che ha accennato una sorta di confessione autocritica: “Siamo stati i gestori dei mali del neoliberalismo”, “siamo diventati il sistema”, “non possiamo essere eletti con un programma per attuarne un altro”. Il punto sono le conseguenze di tutto ciò. Al momento in Brasile, il figlio di Bolsonaro, Flavio, risulta praticamente alla pari con Lula nei sondaggi sulle elezioni presidenziali di ottobre. Con Bolsonaro padre in carcere, in teoria il bolsonarismo doveva essere al collasso, ma da queste parole emerge come, ancora una volta, stiamo discutendo di come il bolsonarismo possa vincere di nuovo. Come ha analizzato Danilo Paris, il governo di Lula non ha solo mantenuto i pilastri che sostenevano il bolsonarismo, li ha addirittura rafforzati: ha consolidato il potere della borghesia agroindustriale; partiti come Republicanos, MDB, PP, União Brasil e PSD (che hanno una forte presenza bolsonarista) controllano diversi ministeri e risorse dentro il governo; le riforme approvate nei governi Temer e Bolsonaro sono state mantenute, mentre la politica economica, di matrice neoliberista, ha continuato ad essere guidata dalla ricerca di un “equilibrio fiscale”, per soddisfare il mercato finanziario a discapito della situazione socio-economica della maggior parte dei brasiliani. Di conseguenza, ampi settori della popolazione non hanno percepito alcuna variazione nelle loro condizioni di vita, connotate dalla precarietà lavorativa e dall’indebitamento; fenomeno che aumenta il malcontento e permette al bolsonarismo di recuperare la sua base sociale.
Questi “fronti ampi anti-destra” finiscono solo per dare nuova vita all’estrema destra. Rappresentano il circolo infinito del “male minore”. Da oltre un decennio, ciò che prevale nella regione, più che una svolta a destra o a sinistra, è la sconfitta dei partiti al potere. Dal 2015 al 2025, su 44 elezioni 30 si sono risolte con la sconfitta del partito al potere, quasi il 70%. Si è creato una specie di ecosistema politico dove si alternano governi più di destra o più “progressisti”, che alla fine servono solo a sostenere regimi borghesi in crisi, mentre continuano a peggiorare le condizioni di vita della maggioranza della popolazione. La questione, quindi, resta quella di capire come rompere questo ecosistema dove la destra perde e viene sostituita da un “male minore” che, ogni volta peggiore del precedente, le fa recuperare terreno.
Al vertice progressista si è recato anche il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, che vuole replicare in Argentina il modello del “fronte ampio” contro Milei, un altro degli amici di Trump che si trova in una situazione sempre più complicata. Un fronte anti-Milei che include esponenti di ogni tipo e colore, all’interno e all’esterno del peronismo, anche di destra, molti dei quali sono stati e/o sono tuttora sostegni fondamentali per il governo di Milei. In contrapposizione a questo progetto, in Argentina si sta dando un importante fenomeno politico, di riconoscimento di un settore della sinistra che si pone in prima linea nella lotta contro Milei. Una testimonianza di questo rifiuto di scegliere il male minore è che Myriam Bregman è oggi una delle leader politiche con il più alto indice di gradimento del Paese, con sondaggi che le attribuiscono circa il 10% a livello nazionale (13,8% secondo Hugo Haime, 11,4% secondo Tendencias, 9% secondo Opina Argentina). La sfida è trasformare questo consenso in militanza, in una grande forza politica che superi il peronismo e sviluppi un contro-potere dal basso in grado di sconfiggere effettivamente la destra e i poteri materiali che la sostengono, promuovere l’unità nella lotta e combattere per un programma che si opponga radicalmente agli interessi dei capitalisti e dell’imperialismo. Questo è ciò che occorre per tenere testa a personaggi come Peter Thiel, Trump o ai loro burattini come Milei.
Josefina L. Martínez
Matías Maiello
Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.
Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).