A poco più di sei mesi dall’inizio del suo mandato, il presidente della Bolivia Rodrigo Paz deve affrontare una crescente ribellione popolare che si estende per le strade e le autostrade del Paese.
Lavoratori, contadini, comunità indigene, studenti e settori popolari sono protagonisti di mobilitazioni sempre più massicce, mentre i blocchi stradali continuano e si moltiplicano e cresce la richiesta delle sue dimissioni.
Questo lunedì un’enorme marcia è scesa da El Alto fino al centro di La Paz con uno slogan che si diffonde dal basso al grido unificato di «Fuori Paz!» e «Dimettiti o ti cacceremo», sfidando nuovamente un forte dispiegamento di forze di polizia che è riuscito solo ad accrescere la rabbia e il malcontento sociale. Tuttavia, dopo la brutale repressione in un’operazione di polizia e militare dello scorso 16 maggio, che ha causato quattro morti, il governo non riesce a smobilitare le proteste. Al contrario, questo 19 maggio la Bolivia si è svegliata con più punti di blocco e nuove misure di lotta.
Il piano di austerità di Paz e l’esaurirsi delle promesse
Il malcontento che oggi esplode nelle strade non è nato dall’oggi al domani. «Quando è salito il prezzo del pane la gente ha resistito, ha aspettato. Ma ora è davvero troppo», raccontava una vicina mobilitata durante i blocchi.
Molti settori popolari inizialmente hanno creduto alle promesse elettorali di Rodrigo Paz ed Edman Lara, i quali assicuravano che avrebbero eliminato le code per il carburante e migliorato la situazione economica promettendo “capitalismo per tutti”. Ma la realtà, a pochi mesi dall’inizio del governo, è completamente diversa. Lungi dal trasformare la popolazione in “capitalisti prosperi”, ciò che Paz sta facendo apertamente è governare per i ricchi mentre scarica il costo della crisi sulle spalle delle famiglie lavoratrici. Capitalismo puro e duro.
Il governo ha iniziato eliminando l’imposta sulle grandi fortune, ha proseguito con un aumento del prezzo della benzina, l’attacco all’istruzione e alla sanità pubblica, il tentativo di facilitare il saccheggio “fast-track” [per permettere privatizzazioni e appalti in 30 giorni, ndt] e ha promosso la Legge 1720 per favorire la concentrazione della terra al servizio dell’agroindustria e dei latifondi. E così, “decreto dopo decreto”, che fanno parte di un intero pacchetto di misure di austerità.
L’aumento del prezzo della benzina che è riuscito a imporre tramite il decreto 5516 negoziato con la dirigenza della COB [lo storico sindacato forte tra i minatori, ndt] oggi guidata da Mario Argollo, per contenere le mobilitazioni di gennaio, non solo ha reso il carburante ancora più costoso, ma, inoltre, crescono le denunce per la scarsa qualità della benzina che circola nel Paese. «È benzina scadente», denunciano i trasportatori e i lavoratori che vedono come l’aumento dei prezzi si combini con carburanti che danneggiano i loro veicoli, mentre continuano le code e la carenza di rifornimenti.
La rabbia sociale cresce perché si vede che mentre il governo scarica il peso della crisi sul popolo lavoratore, avvantaggia i grandi imprenditori, gli agroindustriali e i proprietari terrieri con esenzioni fiscali e nuove misure favorevoli al grande capitale.
«Ci chiamano indigeni perché scendiamo in piazza a lottare, ma non stiamo lottando solo per noi stessi. Stiamo lottando per le nostre famiglie, per i nostri figli, per tutto il popolo», ha sintetizzato un’altra vicina mobilitata dalle strade bloccate.
Razzismo, criminalizzazione e repressione
Mentre cresce la mobilitazione popolare, si intensifica anche la campagna di criminalizzazione promossa dal governo e dai grandi media.
La Bolivia è diventata notizia internazionale e gran parte della stampa dominante ha riprodotto un discorso carico di razzismo per attaccare coloro che si oppongono all’austerità anti-lavoratori e anti-popolare di Rodrigo Paz. Sui social media hanno cominciato a circolare video e messaggi in cui settori reazionari definiscono “vandali”, “violenti”, “terroristi”, “narcos”, “evisti” [cioè seguaci dell’ex-presidente Evo Morales, ndt] e “indios selvaggi” i contadini, i residenti e le comunità mobilitate.
Il governo cerca di giustificare la militarizzazione e la repressione con l’argomento di difendere la “democrazia” e garantire la “circolazione”, mentre accusa le mobilitazioni di “sedizione”, “terrorismo” e “destabilizzazione”. Come parte di questo piano repressivo, vengono emessi mandati di arresto contro leader sindacali, tra cui Argollo della COB, e centinaia di persone arrestate durante le proteste vengono sottoposte a procedimento penale.
In questo contesto, Evo Morales è diventato un bersaglio privilegiato degli attacchi del governo. Paz ha bisogno di un capro espiatorio a cui attribuire la responsabilità delle proteste e che elimini definitivamente dalla scena politica un pericoloso concorrente. Con questo obiettivo sono stati riattivati i procedimenti penali contro di lui e si cerca di attribuirgli la rappresentanza e la responsabilità delle mobilitazioni. Tuttavia, lo stesso Evo si è incaricato di smontare questi discorsi, dichiarando che non chiede le dimissioni di Paz, ma semplicemente che soddisfi le richieste. Ma ciò che è più importante è che tutto il malcontento e la rabbia sociale di fronte alla grave crisi economica e politica che il Paese sta attraversando va ben oltre Evo. Questi discorsi non solo mettono in luce il razzismo profondo che si acuisce in contesti di polarizzazione, ma riproducono anche gli sguardi delle élite che trattano i mobilitati come bestiame.
Tuttavia, lungi dall’indebolirsi, il movimento continua a crescere. In tutta El Alto, Senkata, Ventilla, Puente Vela, Puente Bolivia e in diversi punti di blocco si svolgono assemblee, riunioni e spazi di deliberazione promossi dalle basi di quartiere, sindacali e contadine. La gente vuole lottare, l’animo è quello di sostenere e approfondire la lotta fino a sconfiggere il piano di austerità del governo e mandare via Paz. In un rapporto che abbiamo ricevuto per Izquierda Diario da Cochabamba si informa che «i blocchi a est si mantengono in vari punti da Huayllani, San Isidro, Aguirre, Colomi, e già nel tropico al posto di blocco. D’altra parte, oggi le OTB (Organizzazioni Territoriali di Base) di Quillacollo hanno deciso di andare a bloccare per impedire che il comune di Cercado continui a trasportare rifiuti solidi; ci sono diversi punti di blocco in quel comune. È anche importante sottolineare che la vecchia strada per Santa Cruz è bloccata in diversi tratti, il più grande a Tiraque, compresi tratti interprovinciali come a Vacas».
Milei, Trump e il sostegno imperialista al governo di Paz
Paz, non appena è entrato in carica, si è messo al servizio di coloro che promuovono il genocidio in Palestina e considerano la nostra regione come il loro cortile di casa. Ha ristabilito le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista di Israele e si è inginocchiato davanti allo “Scudo d’America”. Per questo, tutta la destra marciume che lo ha etichettato come “masista” durante la campagna elettorale, ora lo accoglie ai propri eventi e lo difende con la sua stampa filo-aziendale. Per questo le camere di commercio, l’agroindustria e la vecchia destra neoliberista hanno serrato i ranghi dietro Rodrigo Paz, come dimostra il comunicato del Comitato Pro Santa Cruz che incita alla dichiarazione dello stato d’assedio. In pochi mesi, il suo governo è riuscito a portare avanti misure che per anni quei settori avevano reclamato senza successo, come l’eliminazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie e la liberalizzazione delle esportazioni di prodotti agroindustriali e zootecnici a scapito del consumo nazionale.
Donald Trump, Javier Milei e diversi governi di destra della regione si sono affrettati a sostenere il governo boliviano. Da Washington si è parlato di un presunto “piano di destabilizzazione” e si è lanciata una campagna in difesa della “democrazia”, mentre dall’Argentina il governo di Milei inviava aerei Hercules per “sostenere” il governo di Paz.
Ma questo sostegno internazionale – da parte degli Stati Uniti, del governo genocida di Netanyahu e del blocco di governi di destra e conservatori del continente – al debole governo di Paz non risponde ad alcuna preoccupazione democratica. Trump cerca di preparare un terreno favorevole al saccheggio e al furto ai danni dei nostri popoli, come stanno facendo in Venezuela, che sta diventando un protettorato dell’imperialismo yankee. Lo stesso intendono fare a Cuba con un blocco criminale che sta spingendo il popolo cubano sull’orlo di una crisi umanitaria. Ma lo vediamo anche in Argentina, dove il burattino Milei sta procedendo a consegnare il paese su un piatto d’argento alla voracità dei capitali transnazionali e lasciando milioni di persone senza lavoro né assistenza sanitaria.
Tuttavia, questo selvaggio piano di austerità continentale e filo-imperialista in Bolivia sta venendo messo alla gogna.
La lotta intrapresa dai lavoratori, dai contadini, dagli indigeni, dalle comunità e dai settori popolari, che esigono le dimissioni di Paz e respingono l’intero piano di austerità, è un grande esempio per i milioni di lavoratori e lavoratrici delle campagne e delle città di tutta la regione, che oggi subiscono gli stessi attacchi che in Bolivia potrebbero fallire.
Decine di punti di blocco, mobilitazioni sempre più coraggiose e radicalizzate, cercano, in misura crescente, di unificare e coordinare le loro azioni di lotta. Centinaia di persone che si sono auto-organizzate, o convocate da alcune nuove direzioni sindacali o di quartiere, alimentano i punti di blocco, discutono su come difendersi, si preoccupano di quale via d’uscita politica ci sarà dopo la possibile caduta di Paz, disconoscono le loro direzioni tiepide e costruiscono nuovi strumenti di lotta come i comitati di blocco, organizzati con una direzione, che cercano di coordinarsi con altri comitati di mobilitazione che stanno nascendo. Nella città di El Alto questo tipo di organismi comincia a emergere in forma embrionale e noi della LOR-CI [Lega Operaia Rivoluzionaria – Quarta Internazionale, ndt], parte della Corrente Rivoluzione Permanente, chiamiamo a sostenerli con tutte le nostre forze.
Juana Runa
Traduzione da La Izquierda Diario
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