Dal 14 al 16 maggio 2026 si è svolto a Ramallah l’ottavo Comitato Centrale di Fatah, la fazione che governa quel che ne è rimasto dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un Comitato Centrale che, al di là della sua poca importanza in sé, ci dice molto sulla trasformazione di un movimento politico protagonista della stagione della resistenza palestinese e del suo ormai sdoganato rapporto di cooperazione con l’occupazione sionista. Votato per acclamazione il Presidente dell’ANP, Mahmud Abbas, Abu Mazen, un esito scontato dato dalle fratture interne e un autoritarismo montante anche all’interno del movimento stesso.
Decidere da dietro le quinte chi ha il diritto di sedere al tavolo
Alla vigilia del Comitato Centrale di Fatah, le critiche interne ed esterne al movimento palestinese si sono moltiplicate. Il congresso, celebrato in una fase politica eccezionale, ha attirato un’attenzione insolita rispetto agli ultimi anni, diventando il simbolo delle profonde tensioni che attraversano il partito guidato da Mahmud Abbas.
A contestare apertamente la leadership sono stati soprattutto gli storici dirigenti legati all’ala combattente degli anni Settanta, molti dei quali sono rimasti esclusi dal Comitato Centrale. Le accuse principali riguardano l’assenza di un vero confronto politico sulla linea del movimento e la selezione dei candidati, considerata pilotata dalla cerchia vicina al presidente palestinese.
Secondo i critici, la dirigenza non ha mai avviato una riflessione seria né sulla guerra in corso né sul fallimento del processo di Oslo e sulla progressiva trasformazione dell’Autorità nazionale palestinese in un sistema di potere clientelare. Un dibattito interno avrebbe inevitabilmente messo in discussione l’attuale gruppo dirigente e il ruolo che Abbas punta a mantenere in una fase in cui Hamas appare indebolita sul piano politico e militare.
Le ultime elezioni municipali in Cisgiordania e Gaza (con tanto di complimenti dall’Unione Europea per la svolta democratica!!!) hanno rafforzato questa lettura: l’assenza del movimento islamista non ha impedito ai tradizionali centri di potere vicini all’ANP di conservare una certa influenza sul territorio.
Il secondo grande motivo di scontro riguarda invece la composizione del Comitato Centrale. Diversi esponenti del movimento denunciano violazioni dello statuto interno e pressioni esercitate sui candidati sgraditi alla leadership. Secondo le regole di Fatah, le candidature dovrebbero essere vagliate da un comitato preparatorio attraverso un processo di selezione interno. In molti casi, però, le candidature sarebbero state respinte senza spiegazioni oppure ritirate sotto pressione.
A suscitare le polemiche maggiori è stata soprattutto la candidatura di Yasser Abbas, figlio del presidente palestinese. Imprenditore attivo nei settori delle telecomunicazioni, del tabacco e dell’energia nei Territori occupati, Yasser Abbas viene accusato da numerosi militanti di non avere mai preso parte alla storia politica del movimento. Per i contestatori, la sua ascesa rappresenta l’emblema di una gestione sempre più dinastica e personalistica del potere.
Alle tensioni politiche si aggiunge infine il nodo della rappresentanza. Sebbene il nuovo Comitato Centrale abbia coinvolto circa 2.500 militanti, più dei 1.500 presenti nel congresso del 2016, molte componenti regionali sono rimaste escluse. Presenti delegati di Cisgiordania, Libano ed Egitto, mentre sono mancati rappresentanti di Giordania, Siria e Paesi del Golfo, storicamente centrali nella diaspora palestinese.
Il candidato più votato al congresso di Fatah è stato Marwan Barghouti, storico dirigente palestinese incarcerato da Israele dai tempi della Seconda Intifada. Una figura che continua a godere di un forte consenso popolare e che la stessa dirigenza di Fatah utilizza oggi come simbolo di legittimazione politica in una fase di profonda crisi del movimento e dell’Autorità nazionale palestinese.
Barghouti rappresenta agli occhi di molti palestinesi l’immagine della resistenza e del sacrificio militante. Tuttavia, la sua figura viene spesso idealizzata oltre le sue reali posizioni politiche. Lo storico dirigente non ha mai rinnegato infatti la prospettiva del compromesso con Israele né la linea della soluzione dei due Stati, rimanendo dentro l’orizzonte politico emerso dagli Accordi di Oslo, seppure in una versione più conflittuale rispetto a quella incarnata dalla leadership di Abu Mazen.
In ampi settori popolari palestinesi e internazionali, soprattutto tra chi vede nell’attuale gruppo dirigente di Fatah un apparato corrotto e screditato, Barghouti viene presentato come l’unica possibile alternativa capace di rilanciare la causa palestinese. Una lettura che rischia però di trasformare una figura reale, con limiti e contraddizioni politiche precise, in un simbolo astratto sul quale proiettare aspettative che vanno oltre il suo stesso programma politico.
Ciò non toglie che la sua detenzione, così come quella delle decine di migliaia di prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, rappresenti uno degli aspetti più brutali dell’oppressione coloniale sionista. La liberazione dei prigionieri politici palestinesi deve continuare a essere una rivendicazione centrale del movimento internazionale di solidarietà con la Palestina e delle lotte antimperialiste in tutta la regione.
Abbas e gli oppositori
Una delle espressioni più ricorrenti tra gli oppositori durante i lavori del Comitato Centrale è stata tasḥīj, termine arabo che indica autoelogio e compiacimento politico. Un’accusa rivolta soprattutto al discorso inaugurale di Mahmud Abbas, caratterizzato da toni sprezzanti nei confronti tanto della leadership islamista — in particolare di Hamas a Gaza — quanto dei suoi critici interni al movimento.
Nel suo intervento, Abbas ha utilizzato un linguaggio sarcastico nel riferirsi al 7 ottobre e parole spesso vicine all’insulto politico verso gli avversari, sia dentro sia fuori Fatah. Un atteggiamento che, agli occhi di molti dirigenti e militanti, ha restituito l’immagine di una leadership completamente scollegata dalla profondità della crisi palestinese.
Ascoltando il presidente palestinese, sembrava quasi che negli ultimi trent’anni nulla fosse realmente cambiato: né il fallimento del processo di Oslo, né l’indebolimento di Fatah, né la perdita di consenso popolare dell’Autorità palestinese. Ancora una volta, la leadership di Fatah non si è accorta di aver ridotto la lotta di liberazione nazionale a una gestione diplomatica sempre più subordinata agli equilibri regionali e agli interessi delle potenze occidentali, in un continuo gioco al ribasso che ha progressivamente svuotato il progetto nazionale palestinese.
A sorprendere osservatori e dirigenti di Fatah è stata soprattutto la rielezione per acclamazione di Mahmud Abbas alla guida del movimento già all’apertura dei lavori del Comitato Centrale. Un passaggio che, di fatto, ha anticipato il tono di un dibattito politico apparso fin da subito limitato e privo di reale confronto interno.
Nel discorso inaugurale Abbas ha rivolto parole dure ai propri avversari, sia interni sia esterni al movimento. I toni utilizzati, spesso sarcastici, hanno suscitato forti polemiche. Nel mirino del presidente palestinese è finita innanzitutto Hamas, indicata come responsabile della tragedia di Gaza. Citando il proverbio secondo cui “il valore delle cose si misura dal loro esito finale”, Abbas ha lasciato intendere che all’azione del movimento islamista sia seguita inevitabilmente la reazione israeliana culminata nel genocidio nella Striscia.
Se l’attacco a Hamas ha attirato l’attenzione mediatica, meno evidente ma altrettanto significativa è stata la critica rivolta a quanti, negli ultimi trent’anni, si sono opposti alla linea politica fondata sugli Accordi di Oslo e sul negoziato con Israele.
Prima del 7 ottobre, chiedendo a molti palestinesi in Cisgiordania, a Gaza, nei Territori del ’48 o nella diaspora un giudizio sugli Accordi di Oslo, le risposte più frequenti erano “fallimento”, “illusione” e soprattutto “tradimento”. Una percezione diffusa che però non sembra condivisa dalla leadership dell’Autorità nazionale palestinese.
Da un lato cresce infatti l’opposizione popolare contro l’ANP e il gruppo dirigente vicino ad Abu Mazen; dall’altro, il sostegno politico e diplomatico garantito dalle potenze occidentali, in particolare europee, continua a rafforzare il ruolo del presidente palestinese. Proprio durante il Comitato Centrale, Abbas ha ribadito il proprio attaccamento all’accordo del 1993, respingendo con sarcasmo le accuse di chi considera Oslo un tradimento della causa palestinese.
Le sue parole sono apparse come un messaggio diretto non solo agli avversari esterni, ma anche alle correnti interne di Fatah e all’ampia galassia dei movimenti popolari palestinesi che, da anni, contestano la linea dell’ANP e la sua fedeltà agli accordi con Israele.
Un partito, dunque, profondamente frammentato al proprio interno e ormai incapace di rappresentare la maggioranza del popolo palestinese. Eppure Fatah continua a godere del sostegno internazionale di settori della sinistra riformista europea, da Rifondazione Comunista a Alleanza Verdi e Sinistra, fino a una parte del Partito Democratico, che continuano a considerare il movimento come un interlocutore politico privilegiato.
Nel corso degli anni, Fatah si è trasformata in un apparato sempre più burocratico, autoritario e ostile a ogni forma di dissenso interno. Allo stesso tempo, però, il movimento è finito prigioniero dello stesso sistema di potere che ha contribuito a costruire dopo Oslo. Un processo che ricorda quanto accaduto all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, progressivamente svuotata del proprio ruolo politico e ridotta a semplice struttura di legittimazione formale.
A sintetizzare questa crisi è stato l’analista politico Oraib al-Rantawi, che a conclusione del Comitato Centrale ha scritto sui social: “l’ANP ha letteralmente fagocitato Fatah che l’aveva resa forza dirigente della politica palestinese, così come in passato ha svuotato di significato l’OLP, ridotta a un timbro di legittimità formale”.
L’opportunismo di Abbas nel genocidio
La rielezione di Mahmud Abbas alla guida di Fatah non ha sorpreso nessuno, ma ha riportato al centro il tema della natura del suo potere: un’autorità priva di reale sovranità statale, ma comunque capace di produrre e consolidare rapporti di dominio sociale e politico.
Nel contesto palestinese, segnato da colonialismo, occupazione e dipendenza dall’imperialismo occidentale, la definizione delle leadership locali appare spesso complessa. L’assenza di uno Stato pienamente sovrano tende infatti a nascondere le dinamiche di classe interne alla società palestinese.
Eppure, lo sviluppo della borghesia palestinese e della classe dirigente legata all’Autorità nazionale palestinese rappresenta oggi uno degli elementi centrali del sistema di potere nei Territori occupati. Raccontare le dinamiche dell’ottavo Comitato Centrale di Fatah significa quindi analizzare anche il ruolo economico e politico delle élite palestinesi e i loro rapporti consolidati con l’occupazione israeliana e con l’Occidente.
La borghesia palestinese, già presente in epoca ottomana, ha trovato negli Accordi di Oslo il punto di saldatura tra interessi economici privati e gestione amministrativa dei Territori occupati. Fatah è diventata il principale strumento politico di questo equilibrio, sostenuto da imprenditori, grandi proprietari e settori della diaspora favorevoli alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Si tratta, tuttavia, di una borghesia essenzialmente compradora, sviluppatasi storicamente all’interno delle economie dipendenti del mondo arabo e subordinata agli interessi regionali e internazionali. Una parte consistente di questa classe dirigente si è consolidata nelle monarchie del Golfo attraverso il sistema dei subappalti legati all’industria petrolifera, mentre altri settori hanno accumulato ricchezza nel comparto finanziario libanese o direttamente nei Territori occupati grazie alla collaborazione economica con l’occupazione israeliana.
Nei Territori palestinesi, questo blocco sociale ha costruito la propria posizione all’interno di settori produttivi a basso valore aggiunto, strettamente integrati nell’economia israeliana e dipendenti dai meccanismi imposti dall’occupazione. Un modello che, ieri come oggi, si regge sul super sfruttamento della forza lavoro palestinese: salari bassi, precarietà diffusa, assenza di tutele sindacali e totale subordinazione alle necessità del capitale locale e israeliano.
Ti potrebbe interessare: Dalla bancarotta di Oslo alla soluzione Sudafricana? Per una liberazione rivoluzionaria della Palestina e del Medio Oriente.
Oggi questo blocco di potere tenta di sfruttare l’indebolimento di Hamas per presentarsi come unico interlocutore credibile agli occhi delle potenze occidentali. Lo dimostra anche la composizione del Comitato per l’amministrazione di Gaza, formato in larga parte da figure vicine all’ANP e già presenti nei vertici amministrativi palestinesi.
Un altro elemento emerso con forza durante il Comitato Centrale è la crescente centralità dell’apparato securitario. Molti dei nuovi membri del Comitato provengono infatti dai ranghi delle forze di sicurezza e dell’intelligence palestinese, confermando una progressiva militarizzazione della politica interna, simile — pur con differenze sostanziali — a quella osservata in altri regimi arabi dopo il 2011.
Negli ultimi anni l’ANP ha intensificato la repressione del dissenso attraverso arresti arbitrari, limitazioni politiche e operazioni di sicurezza in città come Nablus e Jenin. Emblematico l’arresto del sindacalista Omar Assaf, vicino al Fronte Democratico.
Parallelamente, sotto pressione statunitense, europea e israeliana, l’Autorità palestinese ha sostenuto campagne di disarmo nei campi profughi palestinesi in Libano e Siria. Una scelta rivendicata da Abbas durante il suo intervento, ma fortemente contestata da chi ritiene che lasci indifesi milioni di rifugiati palestinesi. I campi profughi restano infatti uno degli ultimi spazi politici legati alle rivendicazioni storiche del diritto al ritorno.
La lotta di classe contro i regimi sionista e dell’ANP
In quadro di grande tensione e violenza, come quello a cui stiamo assistendo da tre anni a questa parte, le classi sfruttate della società palestinese sono vittime di una doppia oppressione. Da un lato quella coloniale e genocida israeliana e dall’altra quella della leadership palestinese. Nelle pagine di questo giornale e in quelle della nostra rivista abbiamo più volte sottolineato che la lotta di liberazione palestinese può avere successo solo attraverso una rottura netta con la sua leadership corrotta dell’ANP.
Scardinare i rapporti di potere che si sono instaurati, sebbene senza una reale sovranità autoctona, deve porre al centro il ruolo della classe lavoratrice palestinese e araba. È impensabile, infatti, considerando i rapporti di forza sul campo, immaginare una lotta portata avanti dai soli palestinesi. Se negli anni ’60 e ’70 del ‘900 questo poteva trovare il suo senso all’interno di un contesto segnato da guerre di liberazione e un mondo diviso ancora in due blocchi, sebbene entrambi i blocchi appoggiarono le politiche israeliane, oggi questo è impensabile. A livello regionale arabo, come dimostra l’adesione dei principali paesi arabi al Piano di Trump, non si hanno più posizioni minimamente critiche nei confronti di Israele e questo dovrebbe far emergere ancor con più forza la necessità di una rivolta radicale a livello regionale. A maggior ragione che oggi le masse arabe, sebbene strette nella morsa della repressione, hanno dimostrato più e più volte di trovarsi in posizioni completamente opposte a quelle dei loro governi.
Per questo oggi, come ieri, non è possibile immaginare una reale liberazione palestinese senza l’azione rivoluzionaria della classe lavoratrice araba in grado di ribaltare i rapporti di forza in campo e, forse, convincere, a unirsi alla lotta anche una parte di quella israeliana, a patto che rompa con il sionismo.
Mat Faruq
La Voce delle Lotte ospita i contributi politici, le cronache, le corrispondenze di centinaia compagni e compagne dall'Italia e dall'estero, così come una selezione di materiali della Rete Internazionale di giornali online La Izquierda Diario, di cui facciamo parte.