Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 17/05/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.

Emilio Albamonte è dirigente e fondatore della Frazione Trotskista–Quarta Internazionale, oggi Corrente Rivoluzione Permanente–Quarta Internazionale, e del Partito dei Lavoratori Socialisti (PTS) d’Argentina. È coautore dei libri “Strategia socialista e arte militare” e “Dibattiti e fondamenti sulla lotta per il socialismo oggi”.


MM: Come caratterizzi il fenomeno politico che si sta sviluppando attorno a Myriam Bregman e alla sinistra? Perché si dà, quali fondamenti ha nella realtà politica nazionale?

EA: La prima cosa che bisogna dire è che il fenomeno non è essenzialmente elettorale – benché vi siano vari sondaggi che attribuiscono a Myriam, come candidata presidenziale, tra il 9 e il 14% delle intenzioni di voto –, ma è soprattutto un fenomeno di simpatia politica, o ciò che i sondaggisti chiamano “immagine”. Questo fenomeno non si può comprendere senza partire dalla lotta di classe sotto il governo Milei, che ha incluso recentemente la battaglia contro la riforma del lavoro, nel quadro della quale abbiamo fatto un’enorme campagna di agitazione, la più grande che io ricordi sia mai stata fatta qui da un’organizzazione di sinistra al di fuori delle elezioni. La lotta contro la riforma è stata un’esperienza importante. Potremmo dire che il fenomeno politico che si sta sviluppando è un’espressione politica delle conclusioni che settori ampi della classe lavoratrice, della gioventù, del movimento femminista, così come settori della cultura e intellettuali, stanno traendo da questi due anni di lotta contro questo governo, nei quali si sono visti Myriam e il PTS in prima fila, mentre buona parte del peronismo e della burocrazia sindacale sostenevano l’equilibrio che ha permesso a Milei di avanzare.

MM: Uno dei dati più commentati è stato quello del sondaggio della società brasiliana Atlas Intel – la stessa che, a suo tempo, anticipò l’ascesa di Milei –, nel quale Myriam appare con il 47% di immagine positiva e il 46% di negativa: è l’unica dell’arco politico argentino con un saldo positivo d’immagine. Appare sopra Axel Kicillof, Cristina Kirchner, Patricia Bullrich e lo stesso Milei. Anche il sondaggio dell’Università di San Andrés mostra Myriam tra le quattro dirigenti con la migliore immagine positiva del paese. Ma non sono solo i sondaggi, no?

EA: No, ciò che si riflette nei sondaggi noi lo vedevamo già in strada, nella simpatia che da parecchio tempo suscitano Myriam e Nico guidando le liste del FITU. Va oltre la stessa Myriam come figura di riferimento. Lei è la principale emergenza di un fenomeno più ampio. Per esempio, nel sondaggio dell’Università di San Andrés che citavi, Nico appare quinto tra i riferimenti politici d’opposizione con maggiore immagine positiva.

La novità di tutto questo, benché si tratti di misurazioni di “immagine”, è che è un fenomeno nazionale. Noi avevamo già visto che a Jujuy Alejandro Vilca aveva ottenuto il 25% come deputato nazionale nel 2021 in quella provincia; poi, anche se non è stato rieletto, ha mantenuto un’alta votazione, attorno al 10%. Bisogna menzionare anche Christian Castillo, Luca Bonfante nella gioventù, e le nostre compagne e i nostri compagni che sono figure di riferimento nei loro luoghi di lavoro, nelle università, nelle lotte operaie: fanno parte della stessa trama.

Abbiamo diritto a pensare che questo fenomeno – che d’altra parte è in continuità con ciò che è accaduto nel 2025, quando la lista della provincia di Buenos Aires guidata da Nico ha ottenuto due deputati nazionali e Myriam ha raggiunto il 9% nella Città di Buenos Aires – sia qualcosa che si esprimerà anche nella lotta di classe.

MM: Come iscrivi questo fenomeno nel quadro internazionale e come definiresti la particolarità della sinistra in Argentina?

EA: Dalla crisi del 2008 vediamo fenomeni politici non solo verso destra, ma anche verso sinistra, benché nella loro immensa maggioranza, purtroppo, siano finiti canalizzati dal neoriformismo. C’è una costante che possiamo vedere nella storia del movimento operaio: molte volte, quando non trova una via d’uscita nell’azione diretta della lotta di classe, esso si esprime politicamente. Per esempio, alla fine del XIX secolo, dopo la sconfitta della Comune di Parigi, il movimento operaio europeo creò i grandi partiti operai e i sindacati socialdemocratici. Il caso paradigmatico fu la socialdemocrazia tedesca, che inizialmente si sviluppò come un’enorme organizzazione semiclandestina sotto le leggi “antisocialiste” di Bismarck. Dick Geary, in un interessante libro sui movimenti operai e socialisti in Europa prima del 1914, racconta molto bene come la lotta contro i padroni, luogo per luogo, fosse durissima: serrate, chiusure di fabbriche. In quel contesto, l’organizzazione politica era anche una risposta all’impossibilità di avanzare con la lotta azienda per azienda, alla necessità di combattere complessivamente. È ciò che Rosa Luxemburg riassunse dicendo che la lotta sindacale era una specie di lavoro di Sisifo.

La risposta del regime borghese a quel processo di organizzazione – che ebbe una diffusione internazionale – fu modificare la struttura politica del dominio statale. Abbiamo studiato Gramsci, tra le altre cose, perché fu colui che analizzò meglio questo processo. La borghesia creò uno “Stato ampliato” – ciò che Gramsci chiama Stato nel suo significato integrale, di dittatura ed egemonia – per andare oltre l’attesa passiva del consenso e sviluppò tutta una serie di meccanismi per organizzarlo, essendo la statizzazione delle organizzazioni di massa e l’espansione di burocrazie al loro interno uno degli elementi fondamentali, con la sua doppia funzione di “integrazione” nello Stato e di frammentazione della classe lavoratrice. Questo processo in Argentina ebbe luogo sotto il primo peronismo.

Questo non è solo storico. Nell’ultimo decennio e mezzo abbiamo visto decine di processi generalizzati di lotta di classe in diversi paesi del mondo, che nella loro maggioranza hanno assunto la forma di rivolte, così come processi di mobilitazione politica, soprattutto tra i giovani: Occupy Wall Street, gli Indignados nello Stato spagnolo, il movimento di piazza Tahrir in Egitto, ecc. C’è una relazione tra questi movimenti e lo sviluppo dei fenomeni politici neoriformisti perché, come dicevo prima, quando il movimento operaio e popolare non trova una via d’uscita nell’azione diretta della lotta di classe, ciò si esprime come azione politica. I neoriformismi cercano appunto di separare la politica dalla lotta di classe. Ci sono gli esempi di Podemos nello Stato spagnolo, di Jean-Luc Mélenchon in Francia, di Syriza in Grecia. Qualcosa in questo senso è accaduto qui dopo le giornate del dicembre 2001, dove si è prodotto una deviazione che partì dalla mega-svalutazione di Duhalde e finì capitalizzata dal kirchnerismo, che statizzò buona parte dei movimenti sociali e dei diritti umani; fu parte di un ciclo post-neoliberale che si sviluppò nella regione dal Venezuela all’Argentina.

Se prendiamo il periodo che va dal 2008 a oggi, vediamo, alimentati dai processi di mobilitazione e delle rivolte, l’emergere di questi neoriformismi o “populismi di sinistra”, che finiscono per tradire le aspettative del movimento di massa. Si configurano processi ciclici di mobilitazione e istituzionalizzazione, nei quali l’energia dispiegata dalle rivolte viene dissipata o assimilata dai poteri istituiti senza dar luogo a nuove rivoluzioni.

La particolarità del fenomeno che si sta dando in Argentina è che ha come riferimento la sinistra trotskista. E questo non nasce dal nulla. Da 15 anni i partiti della sinistra rivoluzionaria hanno creato il Frente de Izquierda in Argentina per superare una fase gruppuscolare che si era data dopo la caduta del Muro di Berlino. Il FIT è una conquista in quanto ha messo in piedi un polo di indipendenza di classe nella situazione nazionale dopo anni segnati dall’esplosione del MAS negli anni Novanta.

Ciò che accade oggi è, in un certo senso, il culmine di un lungo processo. Nel 2011 il PTS, il PO e IS abbiamo formato il Frente de Izquierda con un programma che culmina nella lotta per un governo della classe lavoratrice; prima che il PO accettasse, avevamo fatto un fronte con IS e il Nuevo MAS. Mai prima d’ora la sinistra trotskista aveva avuto in Argentina una presenza così continuativa sulla scena nazionale. Ma questo esempio del Frente de Izquierda non si può comprendere senza il correlato che ha con la lotta di classe: per esempio, i grandi scontri che ci furono sulla Panamericana, con lotte come Kraft nel 2009, Donnelley e Lear nel 2014, sotto i governi kirchneristi.

MM: Come si è costruita la presenza politica che oggi hanno il PTS e i suoi riferimenti? Quali elementi metteresti in evidenza?

EA: Ci sono tre terreni che per noi sono articolati: quello della lotta economica, quello della lotta politica e quello della lotta teorica; i tre livelli che poneva Engels. Per cominciare da qualche parte, prendiamo il momento in cui il PTS passa a guidare il FITU. Nel 2015, dopo che il PO si rifiutò di accettare che Nicolás del Caño fosse candidato vicepresidente di Altamira, andammo alle primarie e del Caño si impose nelle PASO. Questo fatto non si può comprendere senza partire dall’enorme partecipazione che il PTS ebbe nelle durissime lotte che si davano allora e attorno alle quali del Caño emerse come riferimento della sinistra. Né si può comprendere senza il lancio e lo sviluppo de La Izquierda Diario come primo giornale digitale della sinistra, utilizzando tutte le risorse che in quel momento ci davano le nuove tecnologie.

In concreto, nel 2014 si diede londata di conflitti che menzionavo prima, il cui emblema fu la lotta della Lear [azienda produttrice di tecnologia per interni automobilistici, come sedili e cablaggi, n.d.t.], che colpiva al cuore l’alleanza della burocrazia con il governo. Il conflitto incluse 21 blocchi stradali della Panamericana, 16 giornate nazionali di lotta con picchetti in tutto il paese, 5 interventi repressivi, due settimane di serrata padronale e il governo che organizzava l’importazione di cavi per spezzare lo sciopero. Sempre nel 2014 ebbe luogo anche l’occupazione e la rimessa in produzione da parte dei lavoratori della tipografia Donnelley, l’attuale Madygraf, seguendo l’esempio di Zanon. Per questo ci fanno ridere certi sinistrorsi da strapazzo che dicono che siamo elettoralisti.

Allo stesso tempo, nel 2014 abbiamo lanciato La Izquierda Diario, abbiamo messo in piedi il primo giornale digitale della sinistra per avere una voce propria sulla scena nazionale, sfidando i media della borghesia. Ma non fu solo un’iniziativa nazionale: l’abbiamo promossa insieme alla nostra corrente internazionale, l’attuale Corrente Rivoluzione Permanente – Quarta Internazionale. Abbiamo messo in piedi una rete di 14 giornali in 7 lingue. Un’iniziativa che, purtroppo, ancora oggi continua a essere unica nella sinistra rivoluzionaria a livello internazionale. Porto alcuni dati che mi hanno passato i compagni de La Izquierda Diario: oggi LID, solo in Argentina, sta avendo circa 1 milione di pagine viste e più di 500 mila utenti unici al mese. Su Instagram LID, a febbraio per esempio, ha raggiunto più di 3 milioni di account e 27 milioni di visualizzazioni; su TikTok ha quasi 200 mila follower e più di 5 milioni di like; su X quasi 100 mila follower. Inoltre abbiamo un programma radiofonico, El Círculo Rojo, condotto da Fernando Rosso su una radio commerciale, Radio con Vos, che ascoltano migliaia di persone ogni settimana; e da due anni abbiamo creato LID+, con diversi programmi settimanali di politica e cultura, nazionali e internazionali. Il canale YouTube LID+, solo nel mese di febbraio di quest’anno, ha avuto 327 mila visualizzazioni.

Ma non è solo questo. Ci sono anche le riviste teoriche come Ideas de Izquierda, dove si affrontano e discutono questioni teoriche di ogni tipo e dove scrivono molti intellettuali anche oltre il PTS; oppure la rivista mensile ideologica della gioventù, Armas de la Crítica. C’è il CEIP León Trotsky, che è un riferimento sull’opera di Trotsky in tutta l’America Latina. Abbiamo messo in piedi Ediciones IPS, una casa editrice che conta più di 100 titoli, dove pubblichiamo non solo i classici del marxismo, ma anche testi sui dibattiti attuali nei temi più diversi: storia del movimento operaio, teoria politica, ecologia, femminismo, economia, filosofia. Una delle ultime opere pubblicate è il libro di Paula Bach, nel quale si affrontano tutti i principali dibattiti attuali sulle nuove tecnologie.

Non voglio continuare per non dilungarmi troppo, ma il concetto che voglio mettere in evidenza è che per noi non si tratta solo di figure politiche, né solo di lotta, né solo di agitazione politica, né solo di lotta ideologica, ma di tutto quanto insieme. Rifuggiamo dall’elettoralismo, dal sindacalismo o dallo studentismo rozzo: l’obiettivo di tutto questo è molto più ambizioso, è educare l’avanguardia operaia e giovanile, è modellare l’avanguardia a partire dal marxismo rivoluzionario. Questo è il grande compito che abbiamo, con tutte le difficoltà che implica il periodo dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. Per noi è proprio questo che comincia ora ad avere un certo successo e a mostrare i suoi frutti. È strano che alcuni compagni intellettuali o giornalisti, colpiti dal fenomeno Myriam, presentino come una novità il fatto che in Argentina la sinistra sia trotskista. Questo non è caduto dal cielo, ma dimostra l’enorme volontà rivoluzionaria dei trotskisti di non cedere davanti a tutti coloro che hanno denigrato e denigrano la tradizione leninista della costruzione del partito. La frase che viene solitamente attribuita al grande marxista statunitense Fredric Jameson, secondo cui è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo, è penetrata così tanto nei cervelli e negli atteggiamenti della sinistra da aver liquidato la volontà di rivoluzionare la società e persino di costruire un partito rivoluzionario.

MM: Alla discussione su come approfittare della nuova situazione della sinistra stanno partecipando vari intellettuali e abbiamo ricevuto la lettera dei compagni in cui si propongono “comitati di lotta per un governo dei lavoratori: Myriam Bregman presidente”. Nel suo discorso del 1º maggio a Ferro, Myriam ha proposto di mettere in piedi comitati in tutto il paese per organizzare il sostegno che stiamo ricevendo. Partendo dalla proposta di Myriam, come immagini concretamente questi comitati? Che tipo di attività ti sembra dovrebbero sviluppare?

EA: Ti dico come me lo immagino io, ma come saranno effettivamente questi comitati dipenderà dai compagni che verranno, dalle proposte che porteranno, dal fatto che si riesca o meno a far avvicinare molta gente, dalle idee che daranno e dalla sintesi che raggiungeremo. Quella che ti darò è, ovviamente, una versione parziale, la mia e quella che abbiamo dal PTS. È una prima risposta, ma poi bisognerà vedere le discussioni che emergeranno. La sintesi di ciò che finiremo per fare nascerà da questo scambio con chi si unirà ai comitati..

Mi sembra molto importante che vari intellettuali di sinistra si siano proposti, davanti a questa nuova collocazione, di collaborare attivamente alla costruzione perché la sinistra possa avanzare. Con molti di loro stiamo discutendo di promuovere insieme i comitati. È un processo che sta appena cominciando, sono i primi passi. Si apre un periodo di discussione appassionante per vedere quale sintesi riusciremo a raggiungere.

Tornando alla domanda. La situazione di passività alimentata dal peronismo, dalla burocrazia sindacale, da quella studentesca dei Centri [sindacati studenteschi, n.d.t.], ecc. è molto grave. Milei si decompone ma va all’offensiva ogni giorno. C’è il caso dell’università, dove il governo non solo si concede il lusso di non rispettare la legge, ma, quel che è peggio, annuncia nuovi tagli. Di fronte a questo, le diverse burocrazie non fanno assemblee, non promuovono l’organizzazione, ma fanno sfilate pacifiche e ordinate ogni tanto, mentre i docenti stanno perdendo quasi il 40% del salario. Questa è l’eredità della passività che ha rafforzato il kirchnerismo e, soprattutto, l’esperienza del governo di Alberto Fernández.

Per questo, la nostra discussione con ogni compagno o compagna che venga a un comitato deve partire da lì: spiegare il ruolo dei partiti e delle organizzazioni che stanno tradendo, e proporre la costruzione di organizzazioni capaci di trasformare lo scetticismo e la demoralizzazione che creano le burocrazie in istituzioni indipendenti, che incoraggino l’azione diretta per fermare la mano di Milei. I comitati che proponiamo non hanno nulla a che vedere con riunioni per aspettare le elezioni del 2027. Se la gente si fida di Myriam Bregman, di Nicolás del Caño, della sinistra e si avvicina ai comitati, il nostro compito è convincerla a creare organizzazioni di lotta che facciano impazzire il governo e che impediscano alle burocrazie operaie o studentesche di tradire come stanno facendo, che rendano la vita impossibile ai traditori che sostengono i piani d’attacco della destra. O siamo un fermento per creare fiducia e sviluppare la mobilitazione di fronte agli attacchi permanenti del governo, o non saremo nemmeno all’altezza dell’attuale posizionamento della sinistra. Se si impone il pacifismo senza azioni, o con azioni che non cambiano la situazione di nessuno, è possibile che persino a livello elettorale finisca per avanzare il ‘male minore’ di chiunque prometta di cacciare Milei..

Questo non vuol dire cadere nel settarismo, tutt’altro. Bisogna approfittare della nuova collocazione, integrare moltissimi compagni e compagne che sono entusiasti della nuova posizione della sinistra, anche se in principio pensano questo sostegno solo in forma elettorale. Dobbiamo essere pazienti con loro, ma senza cedere sulla nostra linea. I comitati devono essere tutto fuorché riunioni di mera propaganda: devono prendere risoluzioni concrete d’azione. E dove non ci sono lotte aperte, bisogna rompersi la testa in ogni luogo per pensare quale attività riesca a entusiasmare più compagni e compagne; pensare quale attività sia capace di politicizzare, di avanzare nell’organizzazione e di mobilitare. Non necessariamente devono essere attività di lotta in senso stretto: possono essere attività di discussione ideologica, possono essere attività sociali.

MM: Come si articola la prospettiva dei comitati con la proposta di un partito della nuova classe lavoratrice?

EA: Una parte importante dell’attività dei comitati crediamo dovrebbe essere la discussione di programma e strategia. Pubblicheremo un manifesto nel quale sviluppiamo alcuni assi che consideriamo fondamentali per la discussione di un programma e di una strategia per far avanzare la causa della classe lavoratrice. I comitati, oltre all’azione, devono dedicare tempo a dibattere un programma che dia risposta alle necessità della classe lavoratrice, contro la dittatura dei grandi padroni e della destra.

Oltre ai comitati, nel PTS abbiamo iniziato a discutere proposte concrete di istanze di elaborazione programmatica e strategica a cui vogliamo invitare i compagni e le compagne che intendono collaborare a questo progetto, a partire dagli intellettuali che fanno già parte della discussione su come valorizzare il posizionamento della sinistra nella situazione nazionale.

Attraverso tutta questa discussione programmatica e strategica e l’esperienza comune che faremo nei comitati, vedremo in che misura confluiremo in un partito comune. Questo, per noi, sarebbe il rapporto tra la proposta dei comitati e quella di un partito della nuova classe lavoratrice. Lo sviluppo dei comitati, la loro estensione e la pratica condivisa nella lotta di classe, oltre all’elaborazione programmatica, delineeranno i passi successivi.

MM: Nel discorso di Myriam è stato sollevato anche un altro livello su come valorizzare il fenomeno, legato alla promozione di diversi livelli di fronte unico. Puoi commentare un po’ questo aspetto e come si articola a sua volta con la proposta dei comitati?

EA: Certo, la chiave, se facciamo tutto quello che dicevo prima con i comitati, è indirizzarlo verso fronti unici che rompano la passività delle organizzazioni burocratiche. Questa è la prova del fuoco di un comitato: se serve a promuovere una lotta concreta e a promuovere il fronte unico. In questo, effettivamente, ci sono diversi livelli. Un punto di partenza riguarda il fatto che l’avanguardia della classe lavoratrice ha bisogno di avere i propri centri di gravità, i propri bastioni. Vale a dire, luoghi con accumulazione militante e organizzazione dell’avanguardia che permettano di incidere realmente nei rapporti di forza all’interno dei processi politici e di lotta. L’esempio storico classico è l’officina Putilov nella rivoluzione russa, la più grande concentrazione di metalmeccanici a Pietrogrado, che si trasformò in una fortezza del partito bolscevico e fu decisiva per il trionfo della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Fatte le debite proporzioni, senza questo tipo di centri di gravità — tra i docenti, nella sanità, nei settori industriali, nell’università — non c’è modo di incidere sulla lotta di classe al di là della propaganda. Per questo noi diamo così tanta importanza alla costruzione di bastioni, e per questo diciamo che i comitati dovrebbero prestare particolare attenzione a rafforzare questi luoghi.

Un secondo livello sono le istituzioni di fronte unico: comitati di lotta, coordinamenti di zona, assemblee di autoconvocati, tavoli di coordinamento con raggruppamenti sindacali, studenteschi, femministi, ambientali, in difesa della disabilità, di quartiere, ecc. Cioè, organismi che articolino permanentemente i settori in lotta e le organizzazioni politiche della classe lavoratrice. Qui ci ispiriamo alla proposta di Trotsky sui ‘comitati d’azione’: istituzioni di unificazione e coordinamento che evitino che l’energia dispiegata dal movimento si diluisca in scontri isolati e senza continuità, e che servano da leva per far saltare in aria la struttura burocratica che schiaccia la testa al movimento operaio e di massa. Vale a dire, non si tratta solo di ‘lottare insieme’, ma di mettere in piedi organismi permanenti che scavalchino la burocrazia.

A questo livello ci sono anche i fronti antiburocratici come la ‘Multicolor’, che ha permesso di vincere il SUTEBA [Sindacato Unificato dei Lavoratori dell’Istruzione di Buenos Aires, n.d.t.] a Matanza e mantenere Tigre e Bahía; anche se questo include accordi con correnti più conciliatrici come la ‘Azul y Blanca’ a Matanza. C’è una grande battaglia in campo per recuperare i sindacati, sia dall’interno come stiamo facendo con i docenti, sia colpendoli dall’esterno dove ciò non sia possibile. Dobbiamo rivoluzionare i sindacati affinché smettano di essere scatole vuote per la gestione delle mutue assistenziali; bisogna anche recuperare i collettivi studenteschi affinché smettano di essere strutture di servizi di supporto ai presidi.

Un terzo livello consiste nell’utilizzare tutto questo per lottare efficacemente per imporre il fronte unico operaio ai grandi sindacati, o per far pagare loro tutto il costo politico della complicità con il governo. È propriamente la tattica che la Terza Internazionale sintetizzava nella formula ‘marciare divisi, colpire uniti’. Ma per imporre il fronte unico servono forze. Per questo i tre livelli che menzionavo prima sono totalmente articolati. I bastioni sono il punto di partenza per la concentrazione delle forze, i coordinamenti e i comitati d’azione servono ad articolare la forza dell’avanguardia e dei settori di massa più attivi, e questa forza è la leva per lottare e imporre il fronte unico in ogni grande scontro, com’è stata, per esempio, la lotta contro la riforma del lavoro, dove nonostante tutto ciò che abbiamo fatto sono mancate le forze per imporre un fronte unico capace di sconfiggerla. Senza questa articolazione, l’attuale fenomeno di simpatia che ci circonda rimane confinato nell’elettoralismo, ma con questa articolazione possiamo trasformarlo in una leva affinché la sinistra passi a giocare un altro ruolo nella lotta di classe.

MM: In un’intervista che hai fatto qualche mese fa con Fernando Rosso sollevavi il problema di ‘creare comunità’, che cosa implica e perché ritieni che sia una questione importante oggi?

EA: All’epoca di Trotsky, i rivoluzionari dovevano contendersi gli spazi di socializzazione della classe stessa — sindacali, culturali, ecc. — che, nella maggior parte dei casi, erano occupati dalla burocrazia sindacale e dagli apparati socialdemocratici e stalinisti, i quali sono espressione dell’ideologia borghese tra le fila del proletariato. Oggi potremmo dire che siamo un passo più indietro: le organizzazioni operaie e studentesche sono svuotate come istituzioni di socializzazione, e questi spazi sono stati sostituiti dai social network, dalle piattaforme di streaming, ecc., di fronte ai quali la classe lavoratrice è atomizzata e posta, come insieme di individui isolati, sotto la costante influenza dell’ideologia delle classi dominanti. Allo stesso tempo, il capitalismo ha radicato l’idea della realizzazione individuale attraverso il consumo. Eppure oggi l’ideale consumistico — a differenza di quanto poteva accadere nell’era del fordismo — è diventato praticamente irraggiungibile per le maggioranze.

Di fronte a questo panorama, proponiamo la necessità di ‘creare comunità’ sulla base dell’enorme potenza della cooperazione, come forza distintiva della classe lavoratrice che fa muovere il mondo ma che si trova espropriata dal capitale. ‘Creare comunità’ va dallo sviluppo degli spazi di socialità alla solidarietà di ogni tipo contro l’atomizzazione del proletariato promossa da tutta l’ideologia borghese e dalla stessa burocrazia sindacale. Quando dico ‘comunità’ mi riferisco anche a forgiare centri di gravità per la lotta di classe, unendo bastioni che aggreghino docenti, operai industriali, studenti, ecc. Se non portiamo avanti questa battaglia dai luoghi di base, la sinistra avrà scarso radicamento. Fa parte dello sviluppo di una cultura critica dell’ordine borghese. Quando solleviamo la necessità di promuovere coordinamenti, assemblee di base, istituzioni di auto-organizzazione, stiamo pensando anche a questo: luoghi in cui diversi settori della classe lavoratrice, della gioventù, del movimento studentesco, del movimento femminista, intellettuali, ecc., si articolino dal basso.

Il peronismo non ti dirà mai che bisogna auto-organizzarsi e che questa auto-organizzazione deriva dalla cooperazione che già esiste nei posti di lavoro ma che è espropriata dal capitale, e che deve trasformarsi in cooperazione consapevole affinché la classe lavoratrice prenda nelle proprie mani i grandi problemi del paese. Questo è il contenuto di ciò che diceva Marx, ovvero che l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi. Se non facciamo così, la sinistra sarà un fenomeno non organico, bensì puramente congiunturale.

MM: Che posto occupa il FITU in tutto questo impianto?

EA: In primo luogo, noi siamo sempre stati promotori del FIT-U e lo consideriamo, come dicevo più sopra, una conquista politica decisiva nella misura in cui ha permesso di superare la fase gruppuscolare in cui era rimasta bloccata la sinistra a causa di una serie di sconfitte accumulate, e ha finito per costituire uno spazio della sinistra classista in Argentina. Oggi il quadro politico è formato dalla destra – con l’estrema destra di Milei e il macrismo –, dal peronismo — un centro-sinistra tipo Frepaso non esiste più — e, contro ogni previsione, è emerso ciò che nessuno si aspettava: un chiaro settore di sinistra classista. In questo senso, valutiamo come molto positivo lo sviluppo del FIT-U.

Dal punto di vista elettorale, dobbiamo pensare a come integrare i compagni e le compagne che concordano con il programma, affinché non sia una riserva chiusa dei quattro partiti che oggi lo compongono, purché ci siano accordi programmatici. Tuttavia, la nostra posizione è che il FIT-U, come coalizione di organizzazioni che fa agitazione e propaganda di un programma classista e socialista, è stato e continua a essere molto positivo, ma non basta. Non possiamo accontentarci di una coalizione di quattro gruppi, relativamente piccoli, in cui spesso non abbiamo un accordo nella lotta di classe e che una volta ogni due anni fanno agitazione politica elettorale. Tutta la nostra discussione verte sul fatto che il nuovo posizionamento della sinistra impone la necessità sia di avanzare verso un partito rivoluzionario d’avanguardia, facendo salti qualitativi in questo campo, sia di dare impulso alla lotta di classe. E questa è anche la nostra proposta nei confronti del FIT-U.

Ci sono compagni del FIT-U che ci propongono di fare un congresso del fronte come orizzonte. Per noi, questo significherebbe segnare il passo. O trasformiamo la simpatia per i nostri esponenti in organizzazione — come abbiamo sostenuto nel corso di questa intervista —, o non saremo all’altezza di permettere alla sinistra classista di influenzare in modo decisivo la realtà.

D’altra parte, a noi non verrebbe mai in mente di pensare alla costruzione di un partito rivoluzionario in Argentina separata dalla costruzione di un partito internazionale. Questo è un dibattito molto importante che abbiamo all’interno del FIT-U, che include inoltre differenze significative, come per esempio riguardo alla guerra in Ucraina, su cui abbiamo polemizzato pubblicamente in ripetute occasioni.

MM: Nelle discussioni su come approfittare dell’attuale collocazione della sinistra, si è posto il dibattito sull’ipotesi che la rivoluzione venga diretta simultaneamente da vari partiti rivoluzionari. Che cosa diresti su questa impostazione?

EA: Salvador Dalí diceva di essere monarchico perché la monarchia era l’unico regime che risolveva il problema della successione. Bene, parafrasando un po’ per scherzo ciò che diceva Dalí, possiamo dire che nemmeno è esistita fino a oggi alcuna organizzazione che possa svolgere il ruolo di un partito d’avanguardia per dirigere processi rivoluzionari; un partito che organizzi i settori più perspicaci e intelligenti della classe lavoratrice e che si proponga di dirigere milioni di persone. Come segnalava Nahuel Moreno, nel XX secolo, oltre all’esperienza russa di un partito leninista retto dal centralismo democratico, abbiamo visto altre organizzazioni del tipo “partito-esercito”, burocratiche, che hanno diretto processi rivoluzionari, come in Cina o in Vietnam. Ma ciò che non si è visto da nessuna parte è che si possano risolvere, senza qualche tipo di centralizzazione – burocratica o democratica –, gli infiniti compiti che implicano prendere il potere e organizzare un potere rivoluzionario. Noi, ovviamente, difendiamo la centralizzazione democratica. Non ci sono rivoluzioni vittoriose che abbiano espropriato la borghesia senza partito, semplicemente perché quel problema non si risolve in altro modo. L’apparato borghese è un apparato centralizzato e, se non hai davanti un’organizzazione centralizzata, ti fa saltare in aria. Questa è la questione materiale in gioco.

La Rivoluzione russa fu diretta dal partito bolscevico, che fu appunto quello che riuscì ad attrarre organizzazioni come l’Organizzazione Interdistrettuale di Trotsky e altre frazioni rivoluzionarie. E qui bisogna distinguere due piani per evitare confusioni. Difendiamo il pluripartitismo dentro gli organismi di democrazia operaia come i soviet o i consigli nel quadro di una transizione rivoluzionaria. Siamo per il pluripartitismo perché riconosciamo che vi sono frazioni di classe che il partito dell’avanguardia operaia non riflette – pensiamo, per esempio, ai socialrivoluzionari di sinistra, con i quali i bolscevichi fecero un’alleanza che poi si ruppe quando questi assassinarono l’ambasciatore tedesco. Ora, ciò che non crediamo è che vi sia qualcosa che giustifichi che l’avanguardia operaia si divida e non forgi un grande partito. Qui mi rimetto alla conclusione che traeva Trotsky nella teoria della rivoluzione permanente, secondo la quale la realizzazione dell’alleanza rivoluzionaria è concepibile solo sotto la direzione politica dell’avanguardia proletaria organizzata in partito rivoluzionario.

Noi stiamo proponendo un movimento per un partito della nuova classe lavoratrice. Quando parliamo di partito della classe lavoratrice ci riferiamo a un partito che ne rifletta gli interessi storici, non che pretenda di rappresentare sociologicamente la classe intera: sarebbe una finzione assoluta. È così perché, come diceva Trotsky, le classi sono eterogenee, sono formate da diversi strati: alcuni guardano avanti e altri indietro. Per questo per noi è centrale la discussione sul programma che avrà questo partito. Stiamo proponendo di prendere come punto di partenza per il dibattito il programma del FIT-U, che è un programma di indipendenza di classe che pone la lotta per un governo operaio. Dunque, dentro quel movimento per un partito della nuova classe lavoratrice, noi lottiamo perché il partito che emerga sia effettivamente il partito dell’avanguardia della classe lavoratrice, in dialogo, cercando di influire, con l’insieme della classe così com’è oggi; in dialogo con i diversi settori attraverso organismi di auto-organizzazione, nella disputa per recuperare i sindacati, rafforzando il fronte unico, lottando nella prospettiva di istituzioni di democrazia operaia tipo soviet o consigli; un partito che dialoghi, organizzi, influenzi e cerchi di dirigere l’insieme.

MM: Volevi aggiungere qualcos’altro?

EA: Vedremo se nelle prossime settimane e nei prossimi mesi riusciremo a far sì che molti simpatizzanti di Myriam vengano ai comitati che, come dicevo, stiamo discutendo di promuovere insieme, già fin dall’inizio, con diversi compagni e compagne, intellettuali, esponenti della cultura, ecc. Il punto è se possiamo aprire una situazione nuova per la sinistra, non solo in vista del terreno elettorale ma affinché la sinistra sia decisiva nella lotta di classe. Come dicevo prima, queste sono alcune mie opinioni e il prodotto di un primo scambio che abbiamo fatto nel PTS; la forma finale che assumerà tutto questo dipenderà molto dai dibattiti che avremo, dalle idee che porteranno i compagni e le compagne che verranno ai comitati e dalle sintesi a cui potremo arrivare. Noi puntiamo a dare a questi comitati, al di là dell’aspetto elettorale — che ovviamente sarà un grande compito —, un contenuto rivoluzionario integrale. Credo che si apra una discussione appassionante su come valorizzare il posizionamento attuale per conquistare un peso decisivo, superare il peronismo e la sua politica di conciliazione di classe e aprire una prospettiva rivoluzionaria.

 


Matías Maiello

Emilio Albamonte

 

Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).

Dirigente del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) argentino, co-autore con Matias Maiello di "Estrategia Socialista y Arte Militar" (Ediciones IPS, 2017).