Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 05/05/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
In diversi paesi stanno emergendo fenomeni politici da sinistra come risposta alla crisi capitalista, alla guerra, gli aggiustamenti strutturali e l’avanzata della destra radicale. Da New York alla Germania, dal Regno Unito alla Francia o all’Argentina, si esprimono cambi soggettivi nei settori giovanili, dei lavoratori e dei movimenti sociali. Questi processi sollevano una questione decisiva: è possibile amministrare “da sinistra” il capitalismo o è necessario costruire una forza capace di combatterlo?
Negli ultimi anni è diventato quasi un luogo comune parlare dell’avanzata dell’estrema destra. Trump negli Stati Uniti, Milei in Argentina, Reform UK nel Regno Unito, Alternative für Deutschland, i governi e le forze reazionarie in Europa e in America Latina. La diagnosi ha basi reali: la crisi del capitalismo, il militarismo, le guerre, l’irrigidimento degli Stati e l’offensiva contro le condizioni di vita delle maggioranze hanno alimentato fenomeni politici reazionari in gran parte del mondo.
Ma non è tutto qui. Parallelamente, si stanno sviluppando anche fenomeni politici di sinistra che esprimono importanti cambiamenti soggettivi, soprattutto tra i giovani, i settori dei lavoratori, i movimenti femministi, antirazzisti, studenteschi e del movimento internazionale per la Palestina. Si tratta di processi eterogenei, contraddittori, sui quali agiscono organizzazioni politiche molto diverse tra loro, ma che dimostrano che lo scenario internazionale è ben lontano dall’essere dominato solo dalla destra.
Il trionfo di Zohran Mamdani a New York, l’emergere di Your Party nel Regno Unito, la crescita di Die Linke tra i giovani in Germania, tra gli altri. Così l’enorme simpatia che suscitano in Argentina figure di riferimento del PTS, come Myriam Bregman e Nicolás del Caño, fa parte di un panorama politico internazionale più ampio. La domanda è: quale strategia può essere all’altezza di questo nuovo momento?
Mamdani a New York: le contraddizioni dell’amministrazione dello Stato capitalista
Sono da poco trascorsi 100 giorni da quando Zohran Mamdani, giovane musulmano di 34 anni proveniente dai Socialisti Democratici d’America (DSA), ha assunto la carica di sindaco di New York. La sua vittoria è stata interpretata, a ragione, come espressione di una svolta a sinistra in settori importanti della gioventù e come una frattura di parte della base democratica con l’establishment del partito. La sua campagna aveva suscitato aspettative con misure come il trasporto gratuito, le tasse sui ricchi e lo scioglimento dei reparti di polizia più violenti, ecc. Tuttavia, nei suoi primi mesi di governo, la moderazione sembra essere stata la parola d’ordine.
In un recente articolo della rivista Jacobin (“Zohran Mamdani and the Contradiction of Democratic Socialism”) Peter Frase affronta alcune di quelle che definisce “le contraddizioni del socialismo democratico”, tra cui il sostegno di Mamdani alla rielezione di Kathy Hochul, governatrice dello Stato di New York e figura dell’establishment democratico, che si era opposta a punti centrali del suo stesso programma. Inoltre, ha mantenuto alla guida della polizia newyorkese Jessica Tisch, membro di una famiglia multimiliardaria, inviando un chiaro segnale ai 33.000 poliziotti della città e, soprattutto, garantendo la continuità di un bilancio della polizia di 6,4 miliardi di dollari. La logica è nota: fare concessioni ai poteri reali nella speranza di ottenere poi il loro sostegno per alcune delle riforme proposte. Ma i risultati finora ottenuti mostrano i limiti di tale orientamento. Anche se Frase non la pone in questi termini, la realtà è che il progetto di una “socialdemocrazia nel XXI secolo”, come lo chiama l’autore, non ha molto da offrire. Il problema non è che Mamdani non sia rivoluzionario; questo è evidente. Il problema è che, anche come riformista, sta cedendo senza ottenere riforme significative che migliorino la vita della classe lavoratrice.
L’esperienza ripropone un dibattito strategico. Senza una forza sociale organizzata in grado di affrontare il Partito Democratico, la polizia, i grandi capitalisti e l’apparato istituzionale, la gestione “di sinistra” tende a trasformarsi in amministrazione dell’ordine esistente. È la strada già percorsa da altre esperienze: Syriza in Grecia, che ha finito per applicare misure di austerità, o Podemos in Spagna, che è finito ad essere subordinato al Partito Socialista (PSOE). Bhaskar Sunkara, direttore di Jacobin e figura di riferimento dei Socialisti Democratici d’America, insieme a Gabriel Hetland, aveva sollevato dopo la vittoria di Mamdani la necessità di organizzare assemblee popolari che mobilitassero la propria base sociale come contrappeso alla pressione dell’establishment (“Zohran Needs to Create Popular Assemblies”). Ma questa politica non ha avuto successo; c’è una contraddizione tra l’aver invitato per anni a sostenere candidati all’interno del Partito Democratico e poi sperare di costruire, da un giorno all’altro, organismi di base in grado di affrontare l’establishment di quello stesso partito.
Tuttavia, rimane aperta un’altra questione di fondo,che non riguarda semplicemente il fatto di “fare assemblee”, ma la strategia dietro di esse. Queste assemblee servono per fare pressione sull’establishment o devono essere istituzioni di auto-organizzazione in grado di sviluppare un vero contro-potere? Per rispondere a questa domanda, senza dubbio, vale la pena guardare Minneapolis. La ribellione di Minneapolis ha messo in luce vari elementi avanzati: gruppi di sorveglianza contro gli attacchi dell’ICE, organizzazione del rifornimento e dei trasporti, intervento di settori sindacali come quello degli insegnanti ed infine la proposta di uno sciopero generale nello Stato. Ha anche mostrato un problema decisivo: il ruolo conservatore delle burocrazie sindacali e la necessità di recuperare le organizzazioni di massa.
Le aspettative su Your Party e la sua decostruzione come apparato elettorale
Anche nel Regno Unito si manifesta una profonda polarizzazione politica. I partiti tradizionali attraversano una crisi che rasenta la decomposizione, mentre Reform UK di Nigel Farage appare come una delle forze più dinamiche della destra. Il Laburismo di Keir Starmer si trova ad affrontare un forte malcontento sociale, con un governo sempre più logoro, segnato da crisi interne e messo in discussione per la sua complicità con il sionismo e la repressione delle mobilitazioni per la Palestina.
A sinistra, l’emergere di Your Party, guidato da Jeremy Corbyn e Zarah Sultana, sembrava inizialmente condensare un’enorme aspettativa. Quando il progetto è stato lanciato, 800.000 persone hanno manifestato interesse a parteciparvi. Non è stato un caso: ci sono stati anni di mobilitazione per la Palestina, di rifiuto della svolta a destra del laburismo e di ricerca di un’alternativa politica. Ma l’aspettativa si è rapidamente sgonfiata. Invece di puntare sullo sviluppo della lotta di classe, sul coordinamento democratico dei movimenti, dei settori sindacali e giovanili, il gruppo di Corbyn ha riprodotto metodi burocratici simili a quelli che lo stesso laburismo aveva usato contro il corbynismo. L’obiettivo centrale è diventato quello di garantire il controllo del sistema, anche attraverso l’espulsione dei settori critici di sinistra.
Attualmente, al loro posto, stanno crescendo i Verdi e il loro principale esponente Zack Polanski, che cerca di emulare il fenomeno Mamdani con una proposta di gestione più umana del capitalismo. Ma nel Regno Unito, dall’altra parte c’è la City di Londra, uno dei centri del capitale finanziario internazionale, e una borghesia imperialista con una lunga storia di saccheggi che non può essere affrontata seriamente armati solo di buone intenzioni o campagne gentili di rinnovamento progressista.
Die Linke, i giovani e la prova del militarismo tedesco
In ogni paese, il rapporto tra i fenomeni politici di sinistra a livello di settori di massa e le organizzazioni politiche attraverso le quali finiscono per esprimersi è diverso. Sebbene non sia un rapporto arbitrario, non è nemmeno un rapporto di identità, e in generale è segnato da molteplici contraddizioni.
In Germania, la crescita di Die Linke tra i settori giovanili avviene in parallelo all’ascesa dell’estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD). Nelle elezioni del febbraio 2025, Die Linke ha ottenuto circa il 25% dei voti tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Questo dato ha espresso un fenomeno importante: una parte significativa della gioventù cerca un’alternativa al militarismo, al razzismo, all’austerità e alla destra radicale. È proprio quella stessa gioventù a guidare le mobilitazioni contro l’introduzione del servizio militare obbligatorio. Tuttavia, all’interno di Die Linke convivono settori che rifiutano frontalmente il militarismo tedesco ed altri che sono disposti ad adattarsi ad esso.
Questa contraddizione è emersa chiaramente di fronte al piano di riarmo del cancelliere Merz, che ha posto l’obiettivo di costruire «il più grande esercito convenzionale d’Europa». La base giuridica di tale riarmo è stata una riforma costituzionale che ha praticamente eliminato i limiti alla spesa militare. Al Bundestag, i deputati di Die Linke hanno votato contro. Ma al Bundesrat – la camera alta –, dove Die Linke aveva una certa forza per tentare di bloccare la riforma, l’hanno lasciata passare. È il tipo di prova decisiva in cui si rivela a cosa serve – o non serve – un partito.
Questo è un esempio che mostra un problema strategico fondamentale: in un partito in cui convivono ali belliciste e antimilitariste, sionisti e difensori della Palestina, settori riformisti moderati e correnti di sinistra, sono le ali più adattate al regime che, nei fatti, tendono ad imporsi nei momenti decisivi. Il dibattito in Germania non è secondario, poiché si tratta di una forza [Die Linke, n.d.t.] che sta attirando i giovani e crescendo elettoralmente. C’è una lotta in corso per intervenire su questo fenomeno e convincere i settori più avanzati tra i giovani della necessità di una strategia anticapitalista, anti-imperialista e rivoluzionaria (“Lettera aperta ai membri di Die Linke: Per l’espulsione immediata dei guerrafondai!”).
La Francia e il bilancio dei partiti di massa
Il caso del NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) in Francia offre un altro esempio. È nato come uno dei partiti più a sinistra, sul modello dei cosiddetti “partiti anticapitalisti di ampio respiro”. Al suo interno coesistevano strategie molto diverse: settori che spingevano verso la moderazione e l’adattamento al Fronte Popolare di Mélenchon, e settori rivoluzionari che difendevano l’indipendenza di classe. A differenza di quanto suggeriscono i termini stessi, l’idea di un partito con “libertà di tendenze” permanenti non contribuisce a sviluppare un dibattito ampio e democratico all’interno delle organizzazioni, ma lo impedisce. Infatti, nel concreto ogni tendenza cristallizzata può sostenere ciò che ritiene opportuno, senza che ciò abbia alcuna implicazione per il resto delle tendenze. In questo modo l’attività comune dell’organizzazione si riduce al minimo, in generale solo alle campagne elettorali e ai congressi dove si raccolgono consensi per ciascuna piattaforma, mentre l’attività dei referenti pubblici, parlamentari, sindacali, dei movimenti, ecc., definisce la politica dell’intera organizzazione senza che questa possa essere discussa democraticamente. Il punto principale è però che, di fronte ai momenti decisivi, l’organizzazione nel suo insieme è incapace di decidere. Questo ovviamente non è in contraddizione con il parlamentarismo o il sindacalismo all’interno del regime, ma lo è rispetto alla lotta di classe; e quanto più acuta è questa contraddizione, tanto più lo è anche per la lotta di classe.
Queste contraddizioni hanno finito per far esplodere il NPA di fronte all’emergere del Nuovo Fronte Popolare guidato da J. L. Mélenchon, dove un intero settore maggioritario del partito ha abbandonato persino il progetto di costruire un’alternativa anticapitalista indipendente per seguire Mélenchon in un fronte con il Partito Socialista e il PCF, con l’illusione di farlo diventare Primo Ministro, e amministrare lo Stato imperialista francese “a sinistra”. Infine, dopo che milioni di persone hanno votato per il NFP, Macron ha posto il veto a questa possibilità con i meccanismi bonapartisti della V Repubblica e il Nuovo Fronte Popolare è sprofondato nell’impotenza, mentre, grazie ai seggi ottenuti grazie a questa alleanza, il Partito Socialista si è trasformato in un pilastro per la governabilità di Macron.
Dallo scontro con queste politiche è nata Révolution Permanente, un’organizzazione giovane e dinamica con un ruolo di primo piano nella lotta di classe, come nel processo del 2023 contro la riforma pensionistica di Macron con lo sviluppo della Rete per lo Sciopero Generale, che è riuscita a coordinare settori significativi dell’avanguardia di diversi rami del movimento operaio dei trasporti, dell’industria, dell’istruzione e di altri settori, insieme alla gioventù combattiva e agli intellettuali, ecc. Il dinamismo di Révolution Permanente ha trovato recentemente espressione anche nelle elezioni comunali, dove ha ottenuto circa il 7% in diverse località e ha conquistato due consiglieri a Saint-Denis, polmone operaio della periferia di Parigi, alla sua prima partecipazione alle elezioni. Ha inoltre ottenuto un ottimo risultato nelle elezioni dei rappresentanti studenteschi nelle principali università francesi. È un’esperienza che mostra un altro rapporto possibile tra elezioni, organizzazione militante e lotta di classe; ed è un dibattito che si rinnova con il rilancio, da parte di Mélenchon, della politica del Fronte Popolare.
Podemos: da “l’assalto al cielo” alla ricomposizione del PSOE
L’esperienza di Podemos in Spagna rimane un riferimento imprescindibile per qualsiasi bilancio serio sul neoriformismo del XXI secolo. È nato sulla scia del 15M, come partito-movimento, con un programma riformista e una retorica di contestazione del regime. Nel suo momento di massimo splendore ha raggiunto i 71 deputati. Pablo Iglesias è stato vicepresidente del governo e Unidas Podemos (coalizione formata da Podemos e Izquierda Unida del PCE) ha avuto cinque ministeri. Il risultato? Nessuna trasformazione sostanziale nella vita della classe lavoratrice. Ha invece contribuito a ricomporre il PSOE, uno dei pilastri centrali del regime politico spagnolo, che era stato profondamente messo in discussione dopo la crisi aperta dal 15M.
Quando ha lasciato la vicepresidenza, Iglesias ha riconosciuto che essere al governo non era la stessa cosa che avere il potere. La frase era vera. Ma la questione decisiva è quale strategia si deduca da quella conclusione. Nel caso di Podemos, la risposta non è stata una rottura con l’orientamento precedente, ma la ricerca di nuovi fronti ampi per tornare a far parte di una coalizione progressista che includesse il PSOE. La domanda sorge spontanea: perché fare la stessa cosa porterebbe questa volta a risultati diversi?
Ora, il ciclo di Podemos non sarebbe stato possibile nella forma in cui si è verificato senza il ruolo di un settore della sinistra anticapitalista, l’organizzazione Anticapitalistas, che ha messo a disposizione le proprie risorse e la propria militanza affinché emergesse il partito guidato da Pablo Iglesias. Anticapitalistas ha fatto parte di Podemos per 6 anni: mentre quel partito formava governi in città importanti come Madrid e Barcellona, Anticapitalistas ha governato il municipio della città di Cadice. Quando è arrivato il momento di uscire da Podemos, si è constatato che la loro ipotesi di essere l’ala sinistra dei riformisti non solo ha rafforzato questi ultimi nel raggiungere la loro alleanza con il PSOE, ma ha lasciato Anticapitalistas più indebolita di prima.
Il fenomeno politico intorno a Myriam Bregman e al PTS: una sinistra di indipendenza di classe
L’Argentina è vista dalla destra mondiale come un laboratorio. Trump, Netanyahu e altri esponenti reazionari puntano molto su Milei. Dall’altra parte della barricata, in questo panorama internazionale di fenomeni politici, una grande novità è il fenomeno che si sta dando in Argentina attorno alle figure di riferimento del PTS. In primo luogo, Myriam Bregman, per la quale diversi sondaggi rilevano un’intenzione di voto tra il 9 e il 14%, come candidata alla presidenza, e le indagini di opinione la collocano tra i leader con la migliore immagine positiva del Paese. Ma anche Nicolás del Caño, altro esponente che figura tra i leader politici con la migliore immagine positiva e notorietà a livello nazionale; o Alejandro Vilca, che nelle precedenti elezioni di medio termine aveva ottenuto il 25% dei voti nella provincia di Jujuy. In uno dei sondaggi più recenti, quello della brasiliana Atlas Intel, che all’epoca aveva anticipato l’ascesa di Milei, Bregman appare al primo posto per immagine positiva ed è l’unica con un differenziale positivo di immagine tra tutti i leader politici argentini, inclusi Cristina Kirchner, Axel Kicillof e con ampio vantaggio sullo stesso Milei.
A differenza di tutti i riferimenti che emergono dai fenomeni politici di sinistra che si verificano in risposta allo sviluppo dell’estrema destra in diversi paesi, in questo caso non si tratta di un riferimento social-riformista che fa parte di un partito capitalista come Mamdani, né di una sinistra riformista come Die Linke, ma di una sinistra trotskista emergente. Il PTS fa parte di una coalizione, il Frente de Izquierda, che propone un programma di indipendenza di classe e propone la lotta per un governo dei lavoratori. Nato nel 2011, quando il resto della sinistra in senso lato si piegava al kirchnerismo, si è costituito come polo di indipendenza di classe. Durante tutta una prima fase, la sua esistenza ha coinciso con lo sviluppo di fenomeni come il sindacalismo di base, generando una sinergia tra il sindacato e la politica. L’emergere di Nicolás del Caño come principale punto di riferimento del Frente de Izquierda nel 2015 è stato direttamente associato all’intervento nei principali conflitti del periodo, e attualmente lo stesso vale per Myriam Bregman, come punto di riferimento della lotta del movimento delle donne, delle lotte dei lavoratori, ecc. e del contrasto a Milei durante i suoi due anni di governo.
L’attuale fenomeno politico non è un fulmine a ciel sereno, è un processo che dura da diversi anni ed è stato il prodotto di intense lotte politiche all’interno della sinistra argentina fino all’adozione di questo orientamento1. Allo stesso tempo, il fenomeno non può essere compreso al di fuori del ruolo che la sinistra, e in particolare il PTS, ha svolto e sta svolgendo in questi due anni di governo di Milei. Mentre la dirigenza peronista si divide tra chi ha fatto un’opposizione simbolica e chi ha sostenuto direttamente le leggi di Milei, la sinistra si trova in prima linea in tutte le lotte contro l’austerità, la repressione, la motosega e la resa. Un punto di svolta è stata la lotta contro la riforma del lavoro schiavista, dove tutti gli attori hanno mostrato le loro carte. Il governo ha chiarito che punta in alto: non solo vuole schiavizzare la classe lavoratrice, ma non applicherà nemmeno leggi molto care alla popolazione, già votate dal parlamento, come quella sulla disabilità o sul finanziamento universitario, ecc. La burocrazia della CGT ha dimostrato di non voler organizzare alcuna lotta seria. E una parte del peronismo è stata fondamentale affinché la riforma del lavoro avanzasse in Parlamento.
Di fronte a ciò, il PTS ha promosso una campagna nazionale contro la riforma, anche in piena estate e nei luoghi di vacanza, con iniziative di mobilitazione di grande impatto. Ha anche promosso momenti di coordinamento nella Grande Buenos Aires e in altre parti del paese per preparare la lotta. L’11 febbraio, nonostante la CGT si fosse rifiutata di indire uno sciopero generale, migliaia di persone hanno affrontato la repressione poliziesca in Plaza Congreso. La rabbia andava ben oltre coloro che sono riusciti a manifestare. La CGT ha dovuto indire uno sciopero la settimana successiva, ma avendo cura che fosse senza mobilitazione. Milei è riuscito a far approvare la riforma del lavoro, ma ha pagato un alto costo politico. Lo hanno pagato anche coloro che ne sono stati complici, compresa la burocrazia sindacale. L’attuale fenomeno legato a Myriam Bregman può essere letto come un’espressione politica delle conclusioni che ampi settori stanno traendo da quell’esperienza e dai due anni di lotta contro il governo liberale.
Dalla simpatia alla militanza, dalla rabbia all’organizzazione
Ripercorrendo questi processi, risulta chiaro che a livello internazionale esistano strategie molto diverse all’interno della sinistra. Negli Stati Uniti, il dibattito intorno a Mamdani mostra la dicotomia tra amministrare la macchina dello Stato o perseguire una strategia di rottura. Appoggiarsi a esperienze avanzate della lotta di classe, o portare i movimenti a morire ai piedi dei democratici. Nel caso della Germania e di Die Linke, si vede che un partito in cui convivono sionisti e filopalestinesi, bellicisti e antimilitaristi, finisce per svolgere un ruolo conservatore nei momenti chiave. E l’esempio di Podemos mostra il fallimento di progetti che nascono con obiettivi puramente elettorali e che si integrano nella gestione dello Stato capitalista. Le forze di sinistra anticapitaliste che si sono piegate e hanno promosso questo tipo di progetti riformisti, abbandonando la lotta per un programma anticapitalista e di indipendenza di classe, hanno rinunciato alla possibilità di trasformarsi in un’alternativa politica.
Il problema di fondo è che non esiste una prospettiva realistica per contrastare il potere dei capitalisti e del loro Stato, organizzato proprio per garantire che nessuno esca dai ranghi, senza organizzare la forza materiale della classe operaia, dei giovani, del movimento delle donne, dei movimenti antirazzisti e dei settori popolari. Anche le grandi rivolte degli ultimi anni ci hanno lasciato questa lezione. Il Cile nel 2019 è stato teatro di un’enorme mobilitazione, con mesi di lotta, ma la combinazione di repressione e deviazione istituzionale ha impedito che venisse data risposta ad alcuna delle rivendicazioni che il movimento aveva avanzato. Poi è arrivato il governo di Boric, che ha voltato le spalle alle rivendicazioni della ribellione del 2019, contribuendo alla demoralizzazione e preparando il terreno per l’ascesa della presidenza dell’estrema destra di Kast.
In Argentina, la crescente simpatia verso Myriam Bregman, Nicolás del Caño e il PTS apre un’importante opportunità politica. La questione decisiva è se questa simpatia – che si esprime, ad esempio, nei sondaggi che danno a Bregman fino al 14% di intenzioni di voto per le presidenziali – possa trasformarsi in militanza, in organizzazione, in nuovi compagni e compagne disposti a costruire una forza materiale capace di sconfiggere Milei e proporre una via d’uscita. Questa lotta comune ha almeno due livelli.
Da un lato, la lotta per sviluppare ovunque istituzioni come coordinamenti o assemblee, ovvero dei luoghi in cui si organizzano coloro che vogliono affrontare e sconfiggere realmente Milei, e in cui si discutono i programmi e le azioni necessarie per farlo, che cercano di sostenere ogni lotta con la solidarietà, inclusa la lotta per recuperare le organizzazioni di massa esistenti come i sindacati, le organizzazioni studentesche, ecc. Una forza organizzata di questo tipo potrebbe essere fondamentale per imporre il fronte unico ai grandi sindacati e rendere molto più concreta la lotta per lo sciopero generale per sconfiggere Milei.
Dall’altro, c’è la lotta per mettere in piedi un movimento per un grande partito della nuova classe lavoratrice: più femminilizzata, attraversata dalla precarietà, composta da settori formali e informali, occupati e disoccupati, lavoratori di nuovi settori strategici, insieme a studenti, intellettuali, ecc. Un partito con un programma di indipendenza di classe, come quello proposto, ad esempio, dal Frente de Izquierda, che sia uno strumento politico in grado di superare il peronismo. Perché la domanda non è solo come sconfiggere Milei. È anche: dopo Milei, cosa succederà? Questi sono stati alcuni dei temi affrontati lo scorso 1° maggio durante la manifestazione del PTS a Ferro, con uno stadio stracolmo, migliaia di persone che seguivano dall’esterno e decine di migliaia in diretta streaming.
È un dato di fatto che le guerre, l’offensiva dell’imperialismo, i progetti autoritari della destra radicale, stiano generando anche processi politici a sinistra. E questo apre possibilità affinché una corrente socialista e rivoluzionaria possa avanzare. Una lotta che non è solo nazionale ma internazionale. Per questo, come parte di questa lotta, dalla Corrente Rivoluzione Permanente (Quarta Internazionale), che riunisce organizzazioni di 14 paesi, stiamo promuovendo, insieme a organizzazioni della Corea del Sud, della Spagna, del Belgio e del Canada, l’appello ad altre organizzazioni e settori dell’avanguardia operaia e giovanile in tutto il mondo a costruire un movimento per un’internazionale della rivoluzione socialista.
Di fronte alle estreme destre che si coordinano a livello globale, di fronte agli Stati imperialisti che si riarmano e ai capitalisti che scaricano la crisi sulle maggioranze, la risposta non può essere quella di ripetere la vecchia favola di una gestione benevola del capitalismo. È necessaria una strategia di indipendenza di classe, una forza organizzata dal basso e una prospettiva rivoluzionaria e internazionalista con l’obiettivo di affrontare e sconfiggere i capitalisti e i loro governi. La sfida è organizzarla.
Josefina L. Martínez
Matías Maiello
NOTE
1. Il Frente de Izquierda, dal 2011, non è rimasto immutato e ha subito importanti cambiamenti al suo interno. Nelle primarie presidenziali del 2015 si è manifestata una disputa tra le diverse strategie all’interno del FIT che si è conclusa, a seguito del rifiuto del PO di integrare la formula presidenziale, con la vittoria della lista del PTS guidata da Nicolás del Caño su quella del PO guidata da Jorge Altamira, che era stato a capo delle liste del FIT dal 2011. Nel 2019, il MST si sarebbe unito dopo aver accettato il programma che il FIT portava avanti da 8 anni, da allora sotto la denominazione di Frente de Izquierda-Unidad. Il PO, da parte sua, si sarebbe frammentato in due organizzazioni e il settore di Altamira – l’attuale Política Obrera – avrebbe abbandonato il FIT-U. Per le presidenziali del 2023, il PO guidato da Gabriel Solano e l’MST si sarebbero uniti alle PASO con una campagna incentrata sugli attacchi contro la coppia Myriam Bregman e del Caño – candidata dal PTS e dall’IS. Quest’ultima finirebbe per imporsi con oltre il 70% dei voti e, nel complesso, le sue liste finirebbero per guidare le principali candidature in quasi tutto il paese. Questa configurazione si è consolidata negli anni successivi, con Nicolás del Caño in testa alle liste della Provincia di Buenos Aires nel 2025, dove il FITU ha ottenuto 2 deputati nazionali e Myriam Bregman ha ottenuto il 9% dei voti a Buenos Aires.
Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.
Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).