Electrolux annuncia 1700 licenziamenti e le istituzioni sono pronte a sborsare sussidi per evitare la delocalizzazione. Comprendere le dinamiche del capitalismo contemporaneo e i limiti delle politiche borghesi può aiutare a organizzare una mobilitazione operaia per salvaguardare i posti di lavoro, nazionalizzare l’azienda e contribuire alla transizione ecologica. 


L’apertura della crisi industriale

Lunedì 11 maggio fonti sindacali hanno riferito che la multinazionale svedese Electrolux ha annunciato unilateralmente un piano per ridurre la propria presenza in Italia, dimezzando la produzione di elettrodomestici, licenziando 1700 dipendenti su 4500 e lasciando scadere 300 contratti a termine, nessuno dei suoi cinque stabilimenti escluso. Sembra inoltre che a Cerreto d’Esi (Marche) l’impianto da 170 lavoratrici e lavoratori verrà chiuso per trasferire la linea di cappe d’aspirazione in Polonia. 

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e deputato, ha annunciato un’interrogazione parlamentare, ed istituzioni e parti sociali hanno respinto le misure dell’azienda in più occasioni, citando anche l’impatto sui 12000 posti di lavoro dell’indotto: c’è stato un vertice il 18 tra regioni, Confindustria e sindacati veneti e friulani; uno il 20 tra il ministro delle imprese Urso e i rappresentanti delle regioni interessate; un altro il 22 tra i sindacati e la Regione Marche. Infine, all’incontro del 25 tra il ministro, Electrolux e i sindacati, all’azienda è stato richiesto di presentare un nuovo piano alla metà di giugno.

Il caso Electrolux come esempio della ristrutturazione neoliberale dell’industria italiana

L’inizio della vertenza ha avuto una certa risonanza mediatica, come dimostra il servizio sullo stabilimento di Forlì (Emilia-Romagna) realizzato da Giovanna Botteri per il programma di prima serata de La7 In altre parole, condotto da Massimo Gramellini. Proprio tale servizio è però emblematico dell’approccio pietistico e depoliticizzante con cui vengono coperti casi come questo: nel riportare il giusto sgomento di chi lavora, il ragionamento dell’azienda vengono fatte apparire come imperscrutabile e irrazionale, quasi che si trattasse di un disastro naturale.  Al di là delle prestazioni dei singoli stabilimenti, i tagli previsti sono invece da leggere nel quadro dei conflitti competitivi che interessano le regioni manifatturiere dell’Europa, dell’Asia Orientale e dell’America Settentrionale, nel caso particolare i settori degli elettrodomestici e dell’elettronica di consumo. Lo chiarisce in parte un utile articolo pubblicato su Altreconomia da Alessandro Volpi, professore di storia all’Università di Pisa: dopo l’ingresso in Italia nel 1984 mediante l’acquisto della Zanussi di Pordenone, storica produttrice di elettrodomestici in crisi finanziaria, dal 2010 circa la multinazionale ha subito la concorrenza dei marchi sudcoreani e cinesi, nonché l’attrazione dei paesi dell’Europa dell’Est appena entrati nell’Ue, con costi del lavoro più bassi. 

La risposta è stata duplice: da un lato, comprimere il costo della manodopera italiana aumentando i ritmi e l’intensità del lavoro ˗ secondo il segretario Fiom del Veneto, Antonio Silvestri, negli ultimi 5 anni gli utili sarebbero stati investiti in sistemi che velocizzassero la produzione ˗;  dall’altra, ricercare forme di sostegno pubblico. Nella fattispecie, secondo i dati del Registro nazionale degli aiuti di Stato riportati da Volpi, si tratterebbe di 13 milioni di euro dal 2016 al 2026; dieci volte tanto secondo Massimo Bitonci, leghista ex-sottosegretario del Ministero delle imprese e ora assessore della Regione Veneto, il quale parla (senza però specificare il periodo) di 131 milioni di contributi pubblici su 400 di investimento, senza contare Industria 4.0, Transizione 5.0 e altri incentivi fiscali. L’assistenza governativa ha sicuramente sortito l’effetto di tamponare nel medio periodo le ricadute occupazionali della concorrenza internazionale, come nel caso dell’impianto di Susegana (Veneto), dove nel 2014 i contributi statali aiutarono a evitare una forte riduzione dell’organico. 

Ciononostante, è ragionevole ipotizzare che la pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina abbiano decisamente aggravato la situazione, giacché a fine 2023 Electrolux ha annunciato un riassetto globale, legato a un calo del 12% del mercato europeo rispetto al periodo pre-pandemico, e nel 2026 un aumento di capitale da circa 830€ miliardi per rafforzare il bilancio. La strategia appare dunque ora combinare le alleanze industriali alla razionalizzazione produttiva. Electrolux ha avviato delle joint venture per espandersi nel mercato nordamericano insieme alla società cinese Midea Group, la quale si vocifera potrebbe a sua volta essere tra i potenziali acquirenti (insieme a LG ed Haier) dell’azienda stessa, dal momento che il fondo d’investimento BlackRock ha una forte presenza in entrambe. Allo stesso tempo, si tratterebbe di indirizzare i ridimensionati siti italiani alla specializzazione in prodotti di alta e altissima gamma (contrariamente, ad esempio, all’accordo per produrre beni di fascia media raggiunto tre anni fa con gli operai di Susegana), trasferendo il resto delle linee in Polonia. Il paese è divenuto il primo produttore europeo di elettrodomestici grazie ai bassi costi del lavoro e ai generosi incentivi statali, finanziati anche grazie a un uso dei fondi di coesione Ue che permette di aggirare le norme comunitarie contro gli aiuti di stato e le delocalizzazioni. In questo senso, si delinea una strategia che ha dei paralleli istruttivi con quella di Stellantis a partire dal periodo Marchionne: acquisire il Gruppo Chrysler, fallito e poi risanato dal governo USA, e fondersi con il Gruppo PSA, che conta lo stato francese tra i maggiori azionisti, mentre si delocalizza la produzione dall’Italia all’Europa dell’Est e al Maghreb.

Di quale finanziarizzazione si sta parlando?

Se si considera questo panorama più ampio delle ristrutturazioni industriali intraprese dalle multinazionali dopo il 2008, l’interpretazione generale che dà Volpi del capitalismo nella sua fase neoliberale è fuorviante. Nel caso di Electrolux lo storico lamenta le «logiche distorte del capitalismo finanziario» e «fondato sul risparmio», e (in un altro articolo) il «capitalismo avido modello Stellantis». L’idea di fondo, diffusa nel centrosinistra e anche in parti della sinistra, è quella di una contrapposizione tra un buon vecchio capitalismo produttivo e sociale, poiché industriale e artigiano, e uno nuovo, rapace e senza scrupoli poiché “finanziario”. Lo conferma un’osservazione di passaggio, che la proprietà di Electrolux sarebbe particolarmente finanziarizzata perché una famiglia svedese, i Wallenberg, controlla solo il 20% dei diritti di voto, mentre il resto è in mano a fondi d’investimento americani e fondi pensione svedesi. I Wallenberg non sono degli industriali-fondatori, cari all’immaginario italiano della piccola-media impresa, bensì una dinastia di capitalisti nazionali la cui holding, Investor AB, appare il corrispettivo svedese di “azionisti universali” (universal owners) globali come BlackRock, dal momento che, come riporta lo stesso Volpi, essa ha una presenza decisiva anche in aziende quali Ericsson, ABB e AstraZeneca. 

Questa confusione richiede un chiarimento storico e metodologico, perché la diagnosi di molti critici della “finanziarizzazione” comunemente intesa spesso implica una terapia riformista, basata sulla regolamentazione anti-monopoli e delle istituzioni finanziarie nella speranza di un ritorno a un capitalismo “sano” (di solito quello del boom economico). Quanto segue spera di spiegare brevemente l’insufficienza di proposte di questo genere. Innanzitutto la dimensione finanziaria è parte integrante del capitalismo, se con essa si intende una branca con una specializzazione funzionale nella gestione del denaro e i cui profitti derivano dal fare credito: essa mette a disposizione dei capitalisti di altri rami (tipicamente manifattura e commercio) somme di denaro (per investimenti o assicurazioni, ad esempio) che essi non riescono ad accumulare autonomamente. Teorici del sistema mondo quali Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi mostrano che il capitale bancario è una delle forme storiche di capitale che appare per prima, avendo un ruolo cruciale per la nascita e l’affermazione del capitalismo come nuovo modo di produzione. Come illustrano gli scritti di Rudolf Hilferding, Nikolai Bukharin e Vladimir Lenin, il capitalismo è poi divenuto compiutamente finanziario già alla fine dell’Ottocento, se questo aggettivo identifica l’ingresso nelle proprietà industriali di attori finanziari “puri” (banche e fondi), oppure, a partire dal secondo dopoguerra, al contrario, l’espansione di imprese manifatturiere nel campo dei servizi finanziari. 

Al giorno d’oggi il segno distintivo del capitalismo “finanziarizzato” non è quindi tanto la fusione tra industria e finanza di per sé, bensì la forma istituzionale che questa assume: il capitalismo neoliberale non è più dominato dalle banche, ma da società di investimento multinazionali, gli azionisti universali statunitensi BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street. Come spiega l’economista Costas Lapavitsas in un articolo su New Left Review, nel primo trentennio del neoliberismo, dagli anni ‘80 alla crisi finanziaria del 2007-2009, al centro del sistema finanziario globale sedevano grandi banche d’investimento americane come JPMorgan Chase, Goldman Sachs e Morgan Stanley. Dal momento che i loro profitti dipendono dagli interessi sui prestiti e dalle commissioni di gestione dei depositi, le banche avevano enormemente espanso le proprie operazioni nel campo del credito al consumo, in particolare con mutui immobiliari rischiosi, la cui insolvenza fu la miccia che fece scoppiare la crisi. La Federal Reserve e l’amministrazione Obama, seguite poi dal resto del mondo, risposero con una politica monetaria non convenzionale che abbassò considerevolmente i tassi d’interesse (in alcuni casi fino quasi allo 0%) e una regolamentazione bancaria più severa. Queste misure restrinsero notevolmente la libertà d’azione delle banche d’investimento (che da allora fanno lobbying per essere di nuovo deregolamentate), imponendo una ristrutturazione della finanza internazionale senza però, evidentemente, risolvere in modo duraturo nessuno dei problemi segnalati dai critici della “finanziarizzazione”. Il restringimento relativo del campo d’azione delle banche ha creato un vuoto che è stato riempito da società di investimento sottoposte a una regolamentazione minima. Le società di gestione dei fondi hanno un modello d’impresa diverso dalle banche, poiché, per via dei bassi tassi d’interesse, la principale fonte di profitto non sono i prestiti, bensì gli utili di capitale, cioè il rendimento e il valore in borsa delle azioni aziendali. Perciò la partecipazione delle società nella proprietà delle aziende non si limita a un azionariato passivo, ma spesso e volentieri interviene nella gestione delle operazioni per garantire e aumentare, attraverso la credibilità e la profittabilità dell’azienda, il valore delle azioni. Questa logica di trasmissione degli imperativi della competizione sul mercato ha una forma istituzionale specifica, ma una sostanza non troppo dissimile da quella delle grandi banche tedesche della Germania guglielmina, interessate al successo delle industrie cui avevano concesso prestiti, descritta nel 1910 da Hilferding ne Il capitale finanziario.      

Parlare, come fa Volpi, di un «capitalismo avido» e «fondato sul risparmio» figlio della “finanziarizzazione” è quindi invertire causa ed effetto: la compenetrazione di industria e finanza è uno sviluppo necessario alla sopravvivenza di entrambe, la cui configurazione istituzionale evolve nel tempo come risposta adattativa a mutate circostanze storiche ma il cui scopo ultimo, massimizzare i profitti, rimarrà invariato finché esisterà il capitalismo. Ciò che impone sia l’innovazione tecnologica sia il risparmio sulla manodopera è la competizione di mercato tra capitali, tant’è che Electrolux  ha annunciato licenziamenti tanto in Italia quanto in Ungheria (600 persone quest’anno, in aggiunta ad altre 600 due anni fa), Cile (400) e Stati Uniti (1200).

Di quale strategia d’attacco dispongono le lavoratrici e i lavoratori?

Il tallone d’Achille della ricostruzione di Volpi, pur storicamente precisa, è il silenzio su un attore politico cruciale. Chi aveva fatto la differenza, in una fase precedente del capitalismo, era stato il movimento della classe lavoratrice organizzata, che ha subito ripetute e storiche sconfitte durante l’era neoliberale. Le lavoratrici e i lavoratori Electrolux sono però assai combattive, e proprio per questo non possono fare affidamento su Confindustria, sulle Regioni o sul governo. Questi enti si sono affrettati a riproporre una ricetta ˗ fuoriuscite concordate, aiuti statali, intensificazione dei ritmi, specializzazione nell’alta gamma (a questo giro anche protezionismo contro le merci cinesi) ˗  già adottata nel 2014 per Electrolux e che è ormai la norma quando si tratta di crisi industriali. Tuttavia nel 2024, quando l’assessore Bitonci era sottosegretario al Ministero delle imprese, 373 licenziamenti annunciati erano stati gestiti mediante uscite volontarie incentivate e contratti di solidarietà. 2014, 2024 e 2026 non fanno altro che ribadire una tendenza occupazionale quarantennale, concorrenza asiatica o meno, come sottolinea il ricercatore indipendente Graziano Merotto in un contributo per Jacobin Italia: nonostante ulteriori acquisizioni in Italia, il numero di impiegati tra il 1984 e il 2000 crolla da 30000 a 10000, per ridursi ulteriormente a 6500 nel 2014, fino ad arrivare ai 4500 di inizio 2026. 

Se la vicenda storica di Electrolux viene interpretata nel quadro dell’evoluzione strutturale del mercato del lavoro italiano, dove la diffusione della precarietà e le riduzioni salariali non hanno garantito alcun rilancio economico, viene naturale concludere che le politiche dello stato borghese per venire incontro ai desiderata dei capitalisti, cioè sacrificare le condizioni di vita della classe lavoratrice, nel lungo periodo non possono realizzare nemmeno il proprio obiettivo dichiarato di salvaguardare l’occupazione e il tessuto produttivo italiano. L’articolo di Jacobin chiude con alcune proposte dei sindacati, come il vincolo di nuovi aiuti statali a garanzie occupazionali, oppure l’ingresso dello stato nella proprietà con un fondo pubblico. Fausto Bertinotti, ex-segretario di Rifondazione Comunista, forse sentendosi libero di dare voce a idee più radicali grazie alla propria irrilevanza politica, ha suggerito la nazionalizzazione a In altre parole

In questo momento storico è necessario andare ben oltre, seguendo la strada aperta dalla vertenza della Gkn di Campi Bisenzio. Nazionalizzare sì tutti gli stabilimenti, ma mettendo dei consigli operai alla guida delle loro attività. Questa direzione dal basso permetterebbe di raggiungere due obiettivi: salvaguardare l’occupazione dentro gli stabilimenti e nell’indotto, e poi destinare la produzione a scopi di utilità sociale. Proprio quando la progressiva ristrutturazione industriale indirizza la manifattura italiana verso l’esportazione di beni di alta gamma e di lusso (particolarmente energivori), e la securitizzazione della politica interna e internazionale vuole imporre il riarmo, una nazionalizzazione a guida operaia consentirebbe di fare la scelta politica di una riconversione produttiva orientata alla transizione ecologica, selezionando modelli di elettrodomestici più ecosostenibili e convenienti, e/o optando per prodotti diversi. I lavoratori e le lavoratrici Electrolux possono contare su una tradizione di lotta, perché la crisi industriale del 2014 ha visto, soprattutto a Susegana e Forlì, otto mesi di assemblee, scioperi, blocchi e cortei sostenuti dalle comunità locali. E anche di fronte al nuovo annuncio dell’azienda si vede una certa combattività, come ha mostrato lo sciopero del 25 maggio, accompagnato da una manifestazione davanti al ministero delle imprese. Tuttavia la mobilitazione non si è ancora consolidata, considerato che negli stabilimenti la produzione prosegue. Anche così, la risposta di Electrolux non si è fatta attendere: dopo aver negato il ponte del 1º giugno, ha avviato un reclutamento per incrementare la quota di dipendenti a tempo determinato a Forlì. Quest’ultimo costituisce un segnale contraddittorio, perché da un lato mostra che i licenziamenti non sono inevitabili, ma dall’altro è un tentativo di precarizzare ulteriormente la forza lavoro dell’azienda. 

In questa situazione di incertezza la Gkn può essere ancora presa a modello, con la sua esperienza di sciopero a oltranza e occupazione degli impianti, e rivendicare la nazionalizzazione e il controllo operaio può unire le lavoratrici e i lavoratori dei diversi stabilimenti. La lotta in Electrolux è appena iniziata, ma, se condotta con forza e decisione, può portare a una grande vittoria.

Giorgio Boccola

Fonti consultate:

https://www.today.it/economia/electrolux-chiude-licenziamenti.html 

https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2026/05/susegana-crisi-electrolux-rabbia-lavoratori-siamo-disposti-ad-ogni-azione-2bb4d1c7-763e-4704-99e1-d3f44f2b4387.html 

https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2026/05/electrolux-esuberi-susegana-piano-industriale-57b5d41b-c925-41c5-9cd5-94adcd474269.html 

https://www.anconatoday.it/attualita/vertenza-electrolux-tavolo-regionale-francesco-acquaroli-sindacati.html 

https://www.anconatoday.it/attualita/crisi-electrolux-tavolo-mimit-acquaroli-piano-irricevibile-regione-marche.html 

https://www.la7.it/embedded/la7?w=640&h=360&tid=player&content=646329 

https://altreconomia.it/gli-esuberi-annunciati-da-electrolux-in-italia-e-le-logiche-distorte-del-capitalismo-finanziario/ 

https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/treviso/economia/26_maggio_19/electrolux-l-affondo-dell-assessore-bitonci-hanno-ricevuto-aiuti-per-131-milioni-inaccettabili-1-700-licenziamenti-b9ab9f82-cacc-4cb1-9aee-db1107ecbxlk_amp.shtml 

https://altreconomia.it/produzione-distrutta-e-dividendi-garantiti-il-capitalismo-avido-modello-stellantis/ 

https://newleftreview.org/issues/ii157/articles/costas-lapavitsas-a-topography-of-the-new-dollar-imperialism.pdf 

https://jacobinitalia.it/electrolux-la-memoria-e-il-presente-della-lotta/?sfnsn=scwspmo 

https://trust.ansa.it/4bdf59a17814242eb72b5dc2c7b5abefe34772430c136c0ed6137685ce47f8f9?fbclid=IwY2xjawSOj-xleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFyWndxYktVaWliN3QxMDBtc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHphvb3CwOQjIPI2-Q0i5usMwLVyAJ30FINnYrMXP6O_sOON1W7oMcRNTrXl4_aem_szstuy3Nhp9rj4EmruKUdw 

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Nato a Bologna nel 1998, dopo lettere antiche studia lingua giapponese a Ca' Foscari. Si interessa di critica dell'economia politica.