In Argentina la trotskista Myriam Bregman è tra le figure politiche più popolari del paese, e il suo partito, il PTS, sta provando a trasformare quel consenso in organizzazione attraverso la costruzione di comitati. È un fenomeno raro su scala internazionale, dove lo spazio della sinistra anticapitalista è quasi ovunque occupato da progetti neoriformisti come La France Insoumise o Podemos, gli stessi modelli a cui guarda anche parte della sinistra italiana. Cosa può insegnarci questa esperienza?


Negli ultimi mesi in Argentina è emerso un nuovo fenomeno politico a sinistra, e ha un nome: Myriam Bregman. Secondo varie società di sondaggi, Myriam Bregman è la politica argentina con il maggior sostegno, intorno al 47%, al di sopra di Cristina Kirchner e, con notevole distacco, di Javier Milei.

In altri sondaggi, quelli sull’intenzione di voto, la deputata nazionale ottiene attualmente tra il 12% e il 14%, ossia circa 4 milioni di preferenze. Si tratta di una dimensione inedita per una dirigente della sinistra rivoluzionaria nel paese. La crescente valutazione positiva di Bregman, insieme a quella di altri dirigenti del PTS nel Fronte di Sinistra, come Nicolás del Caño e Alejandro Vilca, avviene nel mezzo di un crescente malcontento per le condizioni sociali ed economiche che subiscono la maggior parte delle famiglie lavoratrici del paese, di un calo di legittimità del governo nazionale e di un peronismo in crisi.

Il quotidiano spagnolo El País ha pubblicato pochi giorni fa un’intervista a Myriam Bregman, con il titolo: «Myriam Bregman, la trotskista che chiama Milei “gattino coccolone” ed è la politica con la migliore immagine». Chi è Myriam Bregman e perché cresce l’influenza della sinistra rivoluzionaria in Argentina?

Myriam Bregman è dirigente del Partito dei Lavoratori Socialisti (PTS) e la principale referente nazionale del FITU (Frente de Izquierda y de Trabajadores – Unidad, Fronte di Sinistra e dei Lavoratori – Unità), una coalizione della sinistra argentina che riunisce il PTS – organizzazione sorella della FIR italiana – insieme al Partito Operaio (Partido Obrero), a Izquierda Socialista e al MST. Il FITU conta cinque deputati nazionali e decine di legislatori provinciali, e il PTS organizza una forza militante di migliaia di lavoratori, donne e giovani in tutto il paese.

Bregman è oggi punto di riferimento di chi affronta Milei nei luoghi di studio, di lavoro e nelle strade. Ha trasformato il Parlamento in una tribuna da cui denuncia i potenti, ma insieme al suo partito, il PTS, ha posto la mobilitazione e l’organizzazione della classe lavoratrice, delle donne e della gioventù al centro di gravità dell’azione politica. Durante i primi due anni del governo Milei, ogni mercoledì ha accompagnato i pensionati che si mobilitano e affrontano la repressione poliziesca.

La sua presenza turba profondamente la destra e l’estrema destra, che la minacciano pubblicamente e sui social. Un deputato del blocco presidenziale è arrivato a chiedere «carcere o pallottola» per i deputati del FITU e per Bregman, a causa della loro opposizione alle misure del governo Milei.

Lo scorso 3 giugno, in Argentina, c’è stata una mobilitazione oceanica del movimento delle donne «Ni una menos». In quel paese si commette un femminicidio ogni 30 ore, mentre il governo Milei, che fa della misoginia una politica di Stato, nega la figura stessa del femminicidio. Durante la mobilitazione, Myriam Bregman è stata accolta da un’ovazione di migliaia di persone, che la considerano una referente del movimento delle donne.

Nel 2023 Bregman è stata candidata alla presidenza dell’Argentina per il FITU. Durante il dibattito televisivo è stata l’unica a denunciare il genocidio a Gaza e a riaffermare il legittimo diritto alla resistenza palestinese. A Milei ha detto che era «un gattino coccolone del potere economico», frase diventata uno slogan di chi lo combatte. I suoi interventi hanno avuto grande impatto per la fermezza con cui ha affrontato i grandi imprenditori e le politiche di austerità. Conosciuta anche come «La Rusa» o «La Troska», lo rivendica apertamente: dice di essere orgogliosa che la chiamino trotskista, comunista o «rossa». È anticapitalista e socialista, ed è stata in prima linea nell’affrontare i piani dell’imperialismo per Cuba e i piani di aggiustamento dell’FMI per l’America Latina, l’Asia e l’Africa.

Negli anni ’90, quelli del neoliberismo trionfante in Argentina, Bregman ha partecipato insieme al PTS alla creazione del Centro di Professionisti per i Diritti Umani, per difendere come avvocata militanti e manifestanti arrestati e perseguitati. Con la crisi del 2001 ha iniziato a difendere la causa degli operai in lotta contro la chiusura delle fabbriche e per il recupero dei loro posti di lavoro: ancora oggi è avvocata di fabbriche occupate dai loro lavoratori.

Insieme ad altri avvocati e militanti ha portato avanti numerosi processi per ottenere la condanna per genocidio di militari e torturatori della dittatura. Nel 2006 ha partecipato come avvocata al processo contro Miguel Etchecolatz, ex capo della polizia di Buenos Aires, durante il quale uno dei testimoni chiave, Julio López – sopravvissuto al sequestro subìto durante la dittatura del 1976 -, fu nuovamente fatto sparire. Da quel processo Bregman è uscita rilanciando la sua lotta contro l’impunità.

Un’altra delle sue battaglie ha come simbolo il fazzoletto verde del movimento per il diritto all’aborto legale, vietato in Argentina fino a dicembre 2020 e conquistato dopo enormi mobilitazioni. Membro fondatrice dell’organizzazione Pan y Rosas (Pane e Rose), dal 2003 Bregman è stata presente in tutte le mobilitazioni e in tutti i dibattiti, sia nella Legislatura di Buenos Aires sia nel Congresso Nazionale.

Trasformare la simpatia in militanza: i comitati

La novità più recente è il tentativo, da parte del PTS, di trasformare quella simpatia in organizzazione. Il 1° maggio, in uno stadio gremito nella città di Buenos Aires, davanti a migliaia di persone, Bregman ha lanciato l’appello a formare comitati. L’idea è convertire il riconoscimento che si misura nei sondaggi e nelle strade in una forza di militanti per sostenere le lotte e per dare impulso alla costruzione di un movimento per un partito della nuova classe lavoratrice. A quell’appello sono seguiti imponenti atti pubblici di massa – a Jujuy e poi a Neuquén, dove in ciascuno si sono riunite più di 1.500 persone tra lavoratrici, lavoratori, studenti e comunità indigene – e, soprattutto, il lancio dei primi comitati. Sabato 6 giugno, in diverse città, centinaia di lavoratori, lavoratrici e studenti si sono riuniti in varie località per dare vita ai «Comitati insieme a Myriam Bregman».

Come segnala in un’intervista Emilio Albamonte, dirigente e fondatore del PTS, alle prime riunioni dei comitati stanno partecipando due o tre volte più compagni di quanti generalmente assistono alle riunioni più ampie che organizzava il PTS. L’obiettivo non è solo elettorale: i comitati si propongono di votare azioni concrete fin dal primo giorno, impegnando chi ne fa parte a partecipare alle mobilitazioni contro Milei e a promuovere coordinamenti tra i settori in lotta.

Il processo è proseguito sabato 13 giugno con nuove convocazioni in tutto il paese. Tra le battaglie poste al centro dei comitati ci sono una campagna di solidarietà con la ribellione del popolo boliviano contro il governo di destra di Rodrigo Paz e la creazione di istituzioni democratiche permanenti delle donne per affrontare la violenza maschilista: temi che convergono in uno stesso orizzonte strategico, la costruzione di un partito della nuova classe lavoratrice. Come ha sintetizzato la stessa Bregman a Neuquén, l’invito è a creare i propri «strumenti politici» e coordinamenti permanenti.

Quale insegnamento per la sinistra italiana?

Per rispondere a questa domanda è innanzitutto necessario analizzare le forze politiche che compongono la «sinistra» in Italia, che stanno già iniziando a tessere alleanze e a definire i propri programmi in vista delle elezioni legislative del 2027.

Il campo largo, composto principalmente da PD, Alleanza Verdi-Sinistra e Movimento 5 Stelle, nasce come tentativo di arginare la destra. Il grande limite di questo progetto è che non rappresenta una vera alternativa alle politiche liberiste, razziste e imperialiste della destra, essendo costituito da forze come il PD, responsabile del decreto Minniti-Orlando che ha criminalizzato i migranti e del Jobs Act che ha abolito l’articolo 18, e come il Movimento 5 Stelle che, con il decreto Salvini-Conte, ha dato il via a quel percorso di criminalizzazione degli immigrati e del dissenso politico che si sta intensificando con il governo Meloni.

Per questo la scelta di AVS di allearsi stabilmente con il PD e il M5S la condanna all’impossibilità di costituirsi come forza politica indipendente, capace di imporre un reale cambio di passo, e la relega al ruolo di forza minoritaria del campo largo: priva di un peso effettivo sulle decisioni dei partiti maggiori e, anzi, a essi subordinata. A ciò si aggiunge il fatto che AVS mantiene posizioni ambigue sulla politica internazionale, rivendicando una difesa comune europea.

È esemplificativo l’episodio degli ultimi giorni sulla patrimoniale, che dimostra come manchi la volontà politica perfino di adottare una misura che dovrebbe stare alla base di qualunque programma che si dica di sinistra. Abbiamo assistito infatti all’ennesimo voltafaccia di Elly Schlein: dopo aver affermato che la patrimoniale non dovrebbe essere «un tabù» e di essere «sempre stata favorevole» all’introduzione di una tassazione a livello europeo, ha subito fatto marcia indietro in seguito alle critiche della classe imprenditoriale, nel corso del dibattito con Parenzo al 55° convegno nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria (la sua stessa partecipazione a un simile evento segnala bene a quali settori si rivolga il PD). Ma è importante notare che anche alcuni esponenti del M5S hanno subito ribadito la loro contrarietà alla patrimoniale, tra cui la deputata Vittoria Baldino, che l’ha definita «fumo negli occhi», sottolineando come non si tratti di una misura inclusa nel programma in discussione. La patrimoniale è certamente una misura che, se attuata in modo isolato e senza un programma coerente di avanzamento della lotta di classe, resta insufficiente; rappresenta comunque uno dei punti che dovrebbero rientrare nel programma minimo di una forza di sinistra.

Fuori dal campo largo, che ingloberà con ogni probabilità anche le forze centriste e iper-liberiste di Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda, si colloca invece Potere al Popolo (PaP). Proprio in queste settimane, PaP ha lanciato un manifesto e un appello per la costruzione di un campo politico indipendente dal centro-sinistra. Come chiariamo in una risposta all’appello che sarà a breve pubblicata e alla quale rimandiamo per un’analisi dettagliata delle nostre posizioni, aderiamo convintamente alla richiesta di aprire un confronto, consci dell’assoluta necessità storica della creazione di un polo anticapitalista e antimperialista in Italia, che rivendichi apertamente il socialismo come fine ultimo della propria azione. Al riguardo, un nodo cruciale ci sembra debba essere un posizionamento chiaro verso partiti, che noi definiamo neoriformisti, come La France Insoumise di Mélenchon e Podemos. In Italia questi progetti politici sono stati spesso presi come punto di riferimento per la ricomposizione della sinistra, anche da Potere al Popolo, il cui progetto di Unione Popolare ne richiamava esplicitamente l’esperienza.

Che cos’è il neoriformismo

Come abbiamo specificato in numerosi articoli, il termine «neoriformismo» indica un distacco dal riformismo classico: queste forze non sono radicate nella classe lavoratrice, ma si rivolgono alle «classi popolari» e ai settori meno abbienti. In tal senso è esemplificativo il concetto di «rivoluzione cittadina» sviluppato da Mélenchon, che sostituisce la categoria di classe con la massa indistinta dei cittadini, dove lavoratori e borghesia coesistono, raggruppando così interessi di classe contrastanti. La «rivoluzione cittadina» discende da una delle tesi principali di Mélenchon: che la centralità dello scontro tra classe lavoratrice e borghesia sarebbe ormai venuta meno. È una tesi che ignora i forti e continui attacchi sferrati in questi anni dalla borghesia contro la classe lavoratrice.

«Alcuni miei compagni italiani, segnati da un marxismo un po’ rigido, continuano a parlare di classe operaia e di rapporti sociali di produzione… Io parlo del mio tempo. Prima l’opposizione era borghesi contro proletari. Oggi è l’oligarchia contro il popolo.»

Inoltre, per quanto a parole questi gruppi si richiamino al socialismo, nei fatti propongono un programma dirigista, incentrato su un maggiore intervento dello Stato nell’economia, su una maggiore tassazione e sulla redistribuzione della ricchezza. L’idea di fondo è gestire il capitalismo e riformarlo dall’interno per renderlo più «umano»: non, dunque, un sistema economico fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ovvero il socialismo.

Anche la posizione sull’imperialismo è criticabile: Mélenchon non indica l’imperialismo francese come nemico principale, ma vuole «ricondurlo alla ragione». Nei fatti questo significa rigettare l’internazionalismo e accettare lo sfruttamento dei paesi della periferia, per poi redistribuirne il profitto tra i lavoratori dei paesi del centro imperialista.

Riteniamo perciò che questi progetti politici presentino forti limiti: non hanno rilanciato la classe lavoratrice come soggetto politico organizzato, ma hanno piuttosto contribuito a ricomporre il centro-sinistra francese, come dimostra la nascita del Nouveau Front Populaire, la coalizione di sinistra costituita nel giugno 2024 in vista delle elezioni legislative anticipate, che includeva il Partito Socialista, e lo stesso Francois Hollande, membro di questo partito e autore del ‘Job Act’ francese (la Loi Tavail del 2016) quando era presidente. La stessa impostazione di LFI, riformare il capitalismo nel rispetto dello Stato e delle sue istituzioni, fa sì che un’eventuale vittoria elettorale di Mélenchon rischierebbe di favorire un assorbimento dei processi di lotta che hanno animato la Francia nell’ultimo decennio dentro il quadro istituzionale. È una concezione secondo cui la volontà popolare può esprimersi solo attraverso le elezioni: ogni speranza viene riposta nel voto, entro l’orizzonte «possibilista» della società capitalista, e si riduce così alla ricerca di soluzioni istituzionali.

La specificità e il pregio del processo che si è sviluppato in Argentina sta invece proprio nell’indipendenza del PTS e del Frente de Izquierda e nel carattere rivoluzionario del loro programma, con un forte radicamento nelle lotte della classe lavoratrice, viste strategicamente come il terreno su cui costruire l’organizzazione.

Riforma o rivoluzione?

Ha senso quindi rivendicare la necessità di un partito e di un processo rivoluzionario nel 2026 o si tratta di un’utopia, di un’illusione ormai anacronistica? Noi pensiamo che sia proprio l’idea di riformare il capitalismo a essere utopica e irrealizzabile.


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La storia mostra come le classi proprietarie non rinuncino mai pacificamente al proprio dominio, e per questo serve costruire un’organizzazione rivoluzionaria e indipendente della classe lavoratrice, capace di svilupparne appieno il potenziale trasformativo, in totale opposizione a ogni scorciatoia populista. La posta in gioco non è eleggere qualche deputato «di sinistra» in più, ma far acquisire ai lavoratori e alle lavoratrici la capacità materiale di abbattere il capitalismo.

Un’organizzazione di questo tipo si costruisce a partire dagli strati più oppressi e sfruttati, facendone emergere militanti e dirigenti, e non semplici «elettori»; valorizza l’iniziativa nei luoghi di lavoro per collegare e radicalizzare i cicli di lotta economico-sindacale, senza delegarne la direzione a sindacati che calano «la linea giusta» dall’alto. Si tratta, in altre parole, di formare un’avanguardia organizzata, riconoscibile e autorevole, e dei quadri rivoluzionari.

È esattamente ciò che il PTS sta tentando in Argentina con la costruzione dei comitati: trasformare il consenso misurato nei sondaggi e nelle strade in militanza organizzata e in coordinamenti permanenti, non solo per vincere le elezioni ma soprattutto per intervenire nelle lotte e costruire un movimento per un partito della nuova classe lavoratrice.

 

Josefina L. Martinez

Laura Colli

Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.

Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.