Contributo al dibattito aperto da Potere al Popolo

Per la prossima domenica 14 giugno, Potere al Popolo ha lanciato un appello, accompagnato da un manifesto, per la costruzione di un campo politico indipendente dal centro-sinistra. Aderiamo alla chiamata e proviamo a fornire un contributo al dibattito, sviluppando in particolare 4 punti: come delimitare questo campo in Italia e a livello internazionale? Quale prospettiva socialista (l’orizzonte indicato dall’appello)? Come pensare un’ipotesi di rottura rivoluzionaria del capitalismo oggi? Quali i rapporti tra una strategia che punti su questa ipotesi, l’egemonia, il terreno elettorale e il programma?


 

Dopo 4 anni segnati dalla stabilità governativa, viviamo una fase politica in cui le destre di Meloni & co. attraversano un momento di difficoltà. Difficoltà che da un lato riflettono una fase politico-economica internazionale sempre più convulsa, tra tendenze alla guerra e alla crisi economica, ma che dall’altro evidenziano alcune crepe nel guscio del consenso che sembrava proteggere l’esecutivo. L’ultimo grande colpo, per ora, è arrivato col NO alla riforma della giustizia dello scorso 23 marzo. Un NO spinto dai giovani e dagli strati popolari delle città medio-grandi, composizione sociale che a sua volta rimanda all’eco del Blocchiamo Tutto dello scorso autunno – la prima vera sfida di massa dal basso subìta dal governo Meloni e dalle sue politiche di militarizzazione, complicità con il genocidio sionista e attacchi ai settori popolari da essa portate avanti.

Lo spazio di dissenso politico aperto da queste contraddizioni rischia però di venire occupato dalle stesse forze di centro-sinistra, PD e 5Stelle in primis, che nella fase post-2008 e post-COVID hanno preparato il terreno all’ascesa nazionale di Fratelli d’Italia, che lo continuano a coltivare a livello di amministrazioni locali e regionali e che, in fondo, non si distinguono dall’attuale esecutivo rispetto alle questioni fondamentali del riarmo e del rispetto pedissequo delle compatibilità UE e capitalistiche.

Gli stessi partiti che hanno gridato al fascismo in caso di vittoria delle destre, hanno governato più volte in coalizione proprio con lo stesso centro-destra contro il quale chiamano tutti a unirsi a loro.

È urgente prendere iniziativa per evitare che ancora una volta sia stroncata la possibilità della costruzione di un’alternativa politica indipendente delle classi lavoratrici. Allora, diventa urgente una discussione strategica su come costruire un’alternativa del genere: con questo spirito, salutiamo in maniera molto favorevole il lancio da parte di Potere al Popolo (PaP) di un manifesto che chiama a un’assemblea di tutti movimenti, organizzazioni e collettivi che condividono questa preoccupazione il prossimo 14 giugno all’hotel The Hive di Roma.

Aggiungiamo che l’importanza di questa discussione non dipende tanto dall’effettiva capacità o meno del centro-sinistra di vincere le prossime elezioni politiche. Il risultato delle amministrative di questo maggio-giugno, in cui si votava soprattutto in piccoli comuni, non può essere esagerato, ma mostra una certa tenuta di Meloni & co; in particolare, con la vittoria del centro-destra a Venezia, l’unica città medio-grande coinvolta nella tornata.

Crediamo che questo dato non debba né demoralizzare, né portare acqua al mulino di chi invoca il campo largo. Almeno in parte e in forma distorta (unito all’astensione ancora alta), esso segnala infatti l’odio delle classi popolari nei confronti di chi è stato responsabile di molte delle peggiori contro-riforme (pensioni, buona scuola, Jobs Act ecc.) degli ultimi 20 anni, la cui capacità di crearsi nuove ampie basi di consenso rimane perciò limitata. A maggior ragione, è allora il caso di insistere sull’esigenza, e l’opportunità, di una ricomposizione a sinistra che vada al di là delle elezioni, o della mera esigenza di battere la destra, e punti in maniera decisiva sull’organizzazione conflittuale delle avanguardie della classe lavoratrice e dei giovani che abbiamo visto in azione durante il Blocchiamo Tutto. Devono essere loro il baricentro di una proposta di alternativa e lotta senza quartiere al governo, alle sue misure ultra-reazionarie, ma anche al più complessivo quadro di politiche di riarmo e attacco alle classi popolari entro cui esso opera.

Sebbene l’appello di PaP sia lanciato principalmente con la preoccupazione delle elezioni del 2027, vediamo quindi favorevolmente il fatto che esso incorpori riflessioni sulla necessità di un campo politico indipendente a più livelli.

Pensiamo il manifesto sia condivisibile rispetto a vari punti di analisi e prospettiva. Vi sono tuttavia degli aspetti che secondo noi meritano un approfondimento e anche una discussione critica. Con questo contributo dichiariamo perciò la nostra adesione alla chiamata e a partire dagli stimoli dell’appello, proviamo a sviluppare alcuni elementi di elaborazione e dibattito collegati, anche se non sempre in maniera diretta, agli obiettivi dell’assemblea.

 

Quali confini per un campo politico indipendente? Rompere definitivamente con il centro-sinistra e con il neo-riformismo

Contro ogni soluzione di comodo a ritirarsi nelle attività sociali, di movimento o sindacali, crediamo sia legittimo, come fa il manifesto, porre all’ordine del giorno la scadenza delle elezioni del 2027 per insistere sull’esigenza di un campo politico di classe più ad ampio raggio. La debolezza e la frammentazione delle sinistre radicali non giustificano il rimando a data indefinita dell’intervento politico in senso stretto, che ha il suo palcoscenico più generale, per quanto ostile, proprio nelle elezioni.

Dal nostro punto di vista, questo non può però conciliarsi con alleanze, anche a livello locale, con forze che non pongono una linea di demarcazione netta dal centro-sinistra.

I dirigenti di queste forze sono ceti burocratici, spesso estranei a qualsiasi riferimento politico alla classe lavoratrice, che contribuiscono attivamente a frenare lo sviluppo di una prospettiva anticapitalista e socialista nel nostro paese. Non si tratta di possibili alleati che commettono errori, ma avversari coscienti della possibilità di un cambiamento rivoluzionario della nostra società. Loro lo sanno perfettamente, ma dobbiamo far sì che tra gli attivisti, e tra milioni di sfruttati disillusi da una sinistra bancarottieri, il concetto sia chiaro, e che se ne traggano le dovute conseguenze nel proporre una strategia alternativa.

Se è vero che l’indipendenza politica va praticata a più livelli, è necessario demarcarsi nettamente non solo da Alleanza Verdi e Sinistra, ma porre la questione – assolutamente non nuova! – dell’ennesimo riallineamento del Partito della Rifondazione Comunista (PRC) al fronte del centro-sinistra. Non può essere nella maniera più assoluta un interlocutore, né a livello nazionale né a livello locale, un’organizzazione che, oltre ad aver dichiarato la sua volontà di partecipare al ‘prossimo’ campo largo, non ha mai smesso di praticare una politica di coalizione con il Partito Democratico in vari comuni e regioni importanti – perfino quando il PD è stato rappresentato da personaggi dell’estremo centro renziano come Matteo Ricci in occasione delle ultime regionali nelle Marche. In questo senso, il caso dell’elezione di un sindaco del PRC a Molfetta non mostra assolutamente una via originale al rilancio del comunismo in Italia, ma come queste forze possano ancora tornare utili per rimandare la formazione di un’opposizione sociale e politica che non scenda a compromessi con i partiti che si occupano di amministrare lo Stato per conto della classe dominante.

Se è vero che vi sono settori critici all’interno del PRC rispetto a questa impostazione, dovrebbero prendere atto che non c’è mai stata una rottura con PD e centro-sinistra da parte del partito, che è stato semplicemente messo alla porta dal PD stesso il più delle volte.

Bisogna sfidare apertamente e senza concessioni questi militanti a rompere con quel partito, invece di proporre percorsi comuni alle amministrative. Tali percorsi, peraltro, non hanno garantito un salto di qualità nel polarizzare consenso verso sinistra: in occasioni cruciali, non hanno nemmeno superato le soglie di sbarramento, come avvenuto nel caso di Toscana Rossa (in cui era presente anche Possibile, altra costola del campo largo) e Campania Popolare l’ultimo autunno. Più a fondo, il rischio di proseguire su questa strada è continuare a fornire ai dirigenti di Rifondazione coperture a sinistra per una politica subalterna. Quella in base alla quale sconfiggere la destra sarebbe un obiettivo a cui subordinare, appunto, la costruzione di un campo politico di classe e indipendente.

L’appello per l’assemblea del 14 giugno è significativo proprio perché non cade in questo tranello: sebbene ponga al centro l’esigenza di battere Meloni & co., essa non è presentata come un obiettivo in sé, ma come un passaggio per costruire un’alternativa politica più generale. Bene, quindi, che nel testo della chiamata le sfide a cui ci troviamo di fronte, comprese le torsioni autoritarie della democrazia liberale e l’ascesa di forze ultra-reazionarie, siano collegate a contraddizioni di sistema. In tal senso, salutiamo favorevolmente l’enfasi dell’appello sulla necessità di una “rottura rivoluzionaria”, agganciata al “socialismo” come prospettiva per affrontare la crisi multipla del capitalismo e delimitare un campo politico indipendente.

Si tratta, in questo caso, di un passo in avanti significativo non solo per contrastare le ipotesi di campo largo. Lo è anche rispetto al movimentismo imperante in ampie avanguardie politiche nel nostro paese, le quali da troppo tempo aggirano il problema di una definizione chiara del proprio orizzonte politico.

Problema pratico, e non astrattamente ideologico: ciò di cui hanno bisogno le lotte sociali che si scontrano in questa fase storica col capitalismo – in primis l’antimperialismo, la questione di genere e quella ecologista – è proprio una prospettiva coerente di trasformazione radicale della società centrata nella classe lavoratrice. La mancanza di questa prospettiva lascia infatti aperti enormi margini di recupero alla classe dominante e al suo “Stato integrale”.

A dire il vero, il riferimento del manifesto alla costruzione di un campo politico indipendente non solo per rompere con il centro-sinistra, ma anche per pensare un progetto socialista rivoluzionario ci sembra tanto interessante, quanto per certi versi ci sorprende.

Lo fa positivamente se vuole segnare un bilancio critico di quelle esperienze neo-riformiste (Syriza, Podemos e La France Insoumise) emerse in seguito alla crisi del 2008 in Europa e – soprattutto le ultime due – spesso presentate da PaP come modelli da imitare per costruire una sinistra ‘di successo’ in Italia, come avvenuto, in particolare, alle politiche del 2022 con Unione Popolare. L’appello per l’assemblea del 14 giugno tuttavia non fornisce un giudizio esplicito in tal senso, giudizio che crediamo sia invece necessario per definire in maniera chiara un’ipotesi politica coerentemente anti-sistema.

Il neo-riformismo, infatti, non ha mai rivendicato nemmeno idealmente un superamento in senso socialista del capitalismo; si è limitato, nei casi in cui non ha semplicemente glissato la questione, a intendere per socialismo un maggiore intervento dello Stato nell’economia e politiche redistributive, piuttosto che una società senza classi in cui sostituire alla produzione per il profitto una pianificazione diretta democraticamente sulla base dello sviluppo dei bisogni umani. Lo stesso Mélenchon, l’esponente della sinistra europea maggiormente sponsorizzato da PaP e che insiste su tematiche anti-capitaliste e stataliste molto più di quanto non facesse uno Tsipras (Syriza) o un Iglesias (Podemos), non ragiona in termini essenzialmente diversi. L’obiettivo di questi progetti politici non è, quindi, quello di puntare sulla mobilitazione delle classi lavoratrici per combattere il regime politico, verso una transizione al socialismo, ma la conquista di maggioranze parlamentari per portare avanti misure anti-neoliberali; riproponendo, insomma, una versione aggiornata della socialdemocrazia. Con quest’ultima, e in particolare con le sue versioni post seconda guerra mondiale, i neo-riformisti hanno in comune l’abbandono della rivendicazione chiara di una società alternativa, e l’idea che cambiamenti importanti non possano che passare da una conquista progressiva delle istituzioni liberal-democratiche.

Una prospettiva del genere ha condotto Syriza a incanalare sul mero piano elettorale una grande ondata di conflitto sociale (con oltre 11 scioperi generali in Grecia tra il 2011 e il 2013) prima di capitolare di fronte al capitale internazionale e alle istituzioni europee, una volta al governo. In base a una visione politica simile, Podemos ha invece accettato di partecipare a coalizioni di centro-sinistra, assecondando l’assorbimento del ciclo di mobilitazione post-2011 e, nei fatti, la repressione della sollevazione in Catalogna nel 2018. Questo, senza nemmeno ottenere in cambio riforme vere e proprie, ma solo piccoli aggiustamenti alle contro-riforme del decennio precedente. Lo stesso Mélenchon, pur non essendo ancora stato messo alla prova del governo, ha riabilitato il centro-sinistra con il cartello elettorale del Nouveau Front Populaire del 2024, candidando figure come l’ex presidente Hollande, autore del ‘Jobs Act francese’ del 2016, contro il quale è cominciata la fase di ascesa di lotta di classe in Francia culminata con gli scioperi contro la riforma delle pensioni nel 2023.

Inoltre, i limiti del neo-riformismo sono evidenti sulla questione del riarmo, a causa della sua incapacità di immaginare un’alternativa di sistema e alle istituzioni vigenti, nazionali ed europee, da cui deriva anche un’assenza di analisi del ruolo imperialista degli Stati europei nel capitalismo globale e nella partita geopolitica in atto. Il caso più eclatante è Mélenchon che critica i piani comunitari di centralizzazione della spesa militare, ma essenzialmente nella misura in cui vanno a minare la sovranità nazionale francese la quale, al contrario dell’europeismo subalterno ai diktat statunitensi, sarebbe in grado di garantire una politica di pace… Dimostrano il contrario le decine di colpi di Stato e interventi militari sostenuti, o direttamente promossi, dall’esercito francese nell’ultimo mezzo secolo in Africa. Sebbene Podemos sia immune al vergognoso sciovinismo del leader de La France Insoumise, come alternativa al piano Von der Leyen, questa formazione invoca un maggiore ruolo diplomatico dell’UE, oscurando il ruolo di Bruxelles come progetto imperialista.

Detto questo, ci sembra positivo come il manifesto di PaP indichi invece la necessità di un’opposizione netta tanto alla NATO quanto all’intera architettura “politica, finanziaria, giuridica, economica e militare” dell’UE”, sperando che questa presa di posizione rappresenti un passo in avanti per rivendicare l’esigenza di una delimitazione chiara dal neo-riformismo europeo. Per rafforzare questo messaggio, quindi per richiamare all’esigenza di un campo politico indipendente non solo sul terreno dello scontro di classe nazionale, ma anche internazionale, insistiamo allora sul fatto che l’opposizione alle dinamiche di militarizzazione non può appoggiarsi né sulle istituzioni nazionali o europee come pensano i neo-riformisti, ma nemmeno su un nuovo ruolo dell’ONU e l’avvento di un mondo multipolare, come sostengono i compagni della componente Rete dei Comunisti di PaP. Lo hanno evidenziato 2 guerre mondiali, e oggi il caos sistemico a fronte del tentativo USA di difendere la sua supremazia imperialista (mentre la stessa Cina mostra crescenti tratti imperialisti): una transizione pacifica da un’egemonia globale all’altra è impossibile fino a che domina la legge dello sviluppo ineguale capitalistico, per inquadrare il problema nei termini in cui lo fece Lenin oltre cento anni fa.

L’opposizione al riarmo e alla guerra, quindi, deve mettere al centro senza ambiguità la mobilitazione indipendente delle classi lavoratrici e dei popoli oppressi, contro l’imperialismo e la spirale di distruzione con cui le classi dominanti occidentali, ma non solo, cercano di risolvere nella maniera più criminale la crisi del proprio sistema. Il punto, secondo noi, non è allora tanto rompere con il “dogma atlantista”, per quanto liquidare la NATO e l’UE debba essere integrale a un’ipotesi di rottura rivoluzionaria, e per quanto vada rivendicata la sconfitta dell’imperialismo quando attacca stati della periferia capitalista. Il punto, invece, è la costruzione di un nuovo internazionalismo dal basso, centrato sulla forza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Contro la logica del meno peggio, per una strategia socialista e rivoluzionaria

Conosciamo bene l’obiezione alle critiche fin qui delineate al neo-riformismo. Oggi non vi sarebbero i rapporti di forza per andare oltre una prospettiva del genere: se è vero che la classe lavoratrice esiste ancora come gruppo sociale importante, essa sarebbe sempre più disgregata e indistinguibile da altri settori popolari, mentre le istituzioni liberal-democratiche e il capitalismo stesso si configurerebbero come troppo consolidati nel senso comune perché visioni e opzioni politiche radicali vengano prese seriamente. Il riferimento nel manifesto all’esigenza di una “rottura rivoluzionaria” contesta evidentemente questa logica. Tale esigenza è stata peraltro difesa in maniera coinvolgente e appassionata dal portavoce di PaP Giuliano Granato all’ultima assemblea nazionale dei Collettivi Autorganizzati Universitari lo scorso 30 maggio. In una situazione in cui anche personaggi ben lungi dall’essere rivoluzionari, come Mélenchon, hanno provato a riappropriarsi di una terminologia del genere, crediamo però si debba chiarire bene in quali termini e con quale strategia pensare a una rottura rivoluzionaria. Un utile punto di partenza in tal senso crediamo sia sviluppare a fondo una critica proprio ai presupposti che, come accennato prima, giustificano il neo-riformismo come unico orizzonte politico.

È innegabile, la classe lavoratrice ha subìto ristrutturazioni epocali negli ultimi 40 anni, con l’internazionalizzazione del capitale nelle catene globali del valore e il passaggio a modelli di produzione sempre più flessibili; con una tendenza al declino delle fasce operaie industriali tradizionali, almeno nel Nord Globale, e l’emergere di nuovi settori frammentati, precari e marginalizzati. Tutto questo, insieme al già menzionato impatto politico-ideologico della sconfitta delle esperienze socialiste novecentesche, rappresenta il brodo di coltura della crisi di soggettività a cui si trova di fronte il ‘proletariato’ oggi. Senza pretese di esaustività, si possono tuttavia mettere in evidenza anche importanti tendenze alla ricomposizione, sia sul piano ‘oggettivo’ che politico-soggettivo.

Negli ultimi decenni, infatti, non solo si è assistito a un’espansione numerica senza precedenti dei lavoratori salariati a livello mondiale, ma – in particolare in Cina e altri paesi asiatici – sono emersi nuovi settori di classe molto concentrati e strategicamente collocati nella produzione globale. Nello stesso occidente e in Italia, non sono scomparse – ma sono state piuttosto geograficamente riconfigurateimportanti concentrazioni industriali, mentre nei servizi si sono moltiplicati i salariati con condizioni di lavoro e di reddito operaie. Al contempo, con la frammentazione dei processi produttivi, è aumentata la rilevanza di settori di lavoratori con un forte potere di interruzione dell’accumulazione di capitale quali la logistica e i trasporti. Emergono tutta una serie di fasce proletarie, o in via di proletarizzazione che, sebbene non sempre siano agglomerate spazialmente, operano in contesti virtualmente interconnessi, oltre a occupare posizioni potenzialmente strategiche, come i lavoratori dell’economia digitale. I tagli allo stato sociale e la crescente gestione del settore pubblico in base alla logica del profitto tendono inoltre a far entrare sempre più a pieno titolo vasti settori di lavoratori dell’istruzione, della sanità e degli stessi livelli inferiori dell’amministrazione pubblica nei ranghi del ‘proletariato’.

La crescente femminilizzazione della classe lavoratrice e la crisi della riproduzione sociale generata dalle politiche neoliberali hanno inoltre aperto tanto spazi per la reazione di destra, quanto per una politicizzazione anti-capitalista di settori sempre più importanti di lavoratrici e lavoratori a partire dalle questioni di genere. Qualcosa di simile si potrebbe dire rispetto alla crescente rilevanza in Occidente della composizione operaia migrante e le potenzialità della sua attivazione conflittuale su tematiche anti-razziste e anti-imperialiste, come è avvenuto attorno alla questione palestinese. Analogamente, il rapporto tra crisi occupazionale e transizione ecologica ‘dall’alto’ apre una breccia tra settori importanti di lavoratori per discorsi che li mettano al centro nella rottura del circolo vizioso tra capitalismo e devastazione ambientale. Le tendenze al riarmo e alla guerra, accanto al nesso che è ogni giorno più evidente tra queste ultime e gli interessi di un potere economico sempre più centralizzato e tentato da soluzioni autoritarie, prefigurano inoltre possibilità di politicizzazione anti-sistema tra ampie fasce proletarie e giovanili. Anche il tornare in auge dell’idea di socialismo, sebbene in maniera polisemica, ambigua e spesso in collegamento con progetti neo-riformisti, va intesa come parte di un più generale processo di risoggettivazione delle classi lavoratrici.

È vero, insieme alla crisi complessiva di equilibri globali consolidati, dei partiti tradizionali e delle stesse istituzioni liberali non si vede ancora chiaramente quella della politica istituzionalizzata. Tuttavia, nel quadro delle tendenze alla crisi organica” che affliggono i regimi politici costretti ad affrontare le contraddizioni capitalistiche odierne, sempre più frequentemente i lavoratori e i settori popolari prendono l’iniziativa sul terreno della mobilitazione di massa. In queste congiunture è inoltre emerso più volte un ruolo d’avanguardia di gruppi, (auto)organizzati e strategicamente collocati della classe lavoratrice stessa, nel ricomporre sul terreno della lotta più ampie fasce subalterne e giovanili. Oltre che in episodi epocali nel sud globale – come le primavere arabe in Egitto e Tunisia – lo abbiamo visto con la battaglia contro la riforma delle pensioni in Francia nel 2023, e in misura minore in Italia, con il Blocchiamo Tutto dello scorso autunno.

A vari livelli, queste situazioni segnalano la persistente attualità di una strategia socialista e rivoluzionaria; una strategia che metta al centro di un progetto di trasformazione sociale i movimenti di massa, lo scontro con le istituzioni vigenti e in prospettiva la creazione di un nuovo regime sociale e politico a partire dallo sviluppo delle forme di auto-organizzazione e contro-potere operaio e popolare che tendono a emergere quando ampi settori sociali fanno irruzione sulla scena politica. Al contempo, un’opzione del genere pone il problema di costruire un’organizzazione in grado di concentrare e moltiplicare la forza delle avanguardie della classe lavoratrice per massimizzare il potenziale di accumulazione politica e rottura rivoluzionaria che può determinarsi nei grandi processi di mobilitazione che stanno attraversando il nostro tempo. Pur tenendo a mente le dovute proporzioni con altri esempi, il Blocchiamo Tutto, nuovamente, ci suggerisce la necessità di uno sforzo del genere: senza il ruolo chiave giocato da gruppi di lavoratori, in primis i portuali, collocati in settori strategici e che negli anni precedenti avevano avviato forme di organizzazione politica dal basso, il movimento non avrebbe avuto al centro la parola d’ordine dello sciopero e una portata radicale di massa.

Tuttavia, la mancanza di uno sforzo di lunga lena da parte delle organizzazioni di sinistra e di movimento per radicarsi nella classe lavoratrice e provare a generalizzare esperienze di avanguardia operaia come il Calp, o il collettivo GKN, ha fatto sì che esse rimanessero troppo circoscritte per riuscire a influenzare in maniera decisiva la direzione della mobilitazione, facilitandone il recupero da parte del centro-sinistra e delle burocrazie sindacali. L’assenza di questo sforzo ha certamente molto a che fare con la debolezza numerica e organizzativa del nostro campo, ma è dipeso anche da una scarsa chiarezza nella sinistra in Italia rispetto alla necessità di mantenere nei luoghi di lavoro il baricentro della costruzione di una forza politica socialista e rivoluzionaria. Crediamo quindi che la costituzione di un campo politico indipendente e socialista debba andare nella direzione di rafforzare questo tipo di progettualità e organizzazione, e quindi non limitarsi a sopperire all’ “assenza di rappresentanza” di generici “settori popolari e del ceto medio impoveriti”, come suggerisce a un certo punto il manifesto.

Sia chiaro, sottolineando le contro-tendenze in atto alla crisi di soggettività della classe lavoratrice contemporanea e gli scricchiolii dell’egemonia capitalista, non vogliamo affatto negare le difficoltà che incontra un progetto di ricomposizione del movimento operaio e di rilancio di un’opzione rivoluzionaria. Tuttavia, proprio poiché riconosciamo l’entità della sfida, pensiamo sia necessario delimitarsi da progetti neo-riformisti che contribuiscono a peggiorare la disgregazione e la subalternità della classe lavoratrice sul piano politico e che nei fatti hanno contribuito a riportare entro le compatibilità sistemiche importanti cicli di lotta. Questo, l’effetto di una visione che diluisce la classe lavoratrice in indistinti settori popolari e che quindi aggira il problema della sua organizzazione, cominciando dai settori strategici e di avanguardia, a vantaggio di un mero piano di canalizzazione elettorale delle istanze dal basso (ragion per cui distinguiamo i vari Tsipras, Iglesias e Mélenchon dal riformismo classico, il quale invece aveva forti basi operaie). Questo, l’effetto di concepire le mobilitazioni di massa non come momenti per costruire nuovi rapporti di forza in una prospettiva di rottura rivoluzionaria, ma come ausiliarie alla conquista di maggioranze parlamentari.

Per una “nuova egemonia” delle classi subalterne. Quale socialismo?

Un altro elemento interessante del manifesto è l’enfasi sull’assunzione di una prospettiva socialista non solo come orizzonte di risoluzione delle contraddizioni capitalistiche, ma anche per rilanciare una “nuova egemonia”. Questo, nella misura in cui parte della debolezza di un campo di classe indipendente è associata proprio all’assenza di una visione del mondo autonoma, di un immaginario proprio di trasformazione, delle classi subalterne. Siamo perfettamente d’accordo, e nuovamente ci chiediamo in che modo questo ragionamento combaci con la presentazione delle esperienze neo-riformiste come modelli di successo, o se esso non segnali da parte di PaP una riflessione critica in tal senso; riflessione che tuttavia non è espressa nell’appello. Più in generale, crediamo sia necessario interrogarsi se non vi siano delle ragioni interne alle esperienze socialiste novecentesche che abbiano contribuito all’erosione a un immaginario di alternativa ‘dal basso’.

Tale situazione origina infatti, almeno in parte, nello screditamento di un certo piano ideale, dopo la sconfitta storica del movimento operaio simboleggiata dal crollo del muro di Berlino ormai quasi 40 anni fa. Certo, la crisi del 2008 e il succedersi sempre più rapido e cumulativo di contraddizioni, dalla pandemia Covid 19 in poi, ma anche il diffondersi di ribellioni di massa nella periferia globale e in parte nello stesso centro capitalista, hanno eroso il trionfalismo della restaurazione borghese neoliberale post-1989. La mobilitazione ideologica dei fallimenti del cosiddetto ‘socialismo reale’ è però stata e rimane un’arma molto efficace per sostenere l’egemonia delle classi dominanti. È perciò necessario rivendicare che ciò che è fallito nel 900 non è il socialismo, bensì la social-democrazia e lo stalinismo: le ‘illusioni’ per cui, da un lato, il superamento del capitalismo potesse avvenire come processo lineare di riforma, o dall’altro sotto forma di statalismo autoritario in un paese solo, a cui suo malgrado cercavano di aggiungersi altri.

Alla luce di ciò, crediamo vada sviluppato un bilancio serio tanto del riformismo, quanto del cosiddetto “socialismo reale”, senza proporre acriticamente come modello le (poche) esperienze che, più o meno direttamente, ancora si ricollegano al suo lascito. Sia chiaro, la difesa della rivoluzione cubana del 1959 e delle sue conquiste rimane un aspetto chiave di una politica socialista. Tuttavia, come nell’URSS degli anni ‘80, parte della responsabilità per la debolezza attuale di questa esperienza sta proprio nel tentativo della casta burocratica al potere di restaurare il capitalismo in modo controllato, processo accelerato nell’ultimo decennio. Siamo di fronte a un dato che va sottolineato, insieme chiaramente al ruolo dell’embargo USA ai danni di Cuba, contro i tentativi di attribuire ai “fallimenti del socialismo” le difficoltà che vive oggi l’isola caraibica.

A dire il vero, il manifesto fornisce alcuni elementi utili per pensare il socialismo oggi; come viene segnalato, l’attuale sviluppo delle forze produttive è sempre più in contraddizione con i rapporti di produzione vigenti, e prefigura la possibilità di una pianificazione economica per i bisogni sociali e non più per il profitto privato. Aggiungiamo come le nuove tecnologie comunicative, digitali e l’intelligenza artificiale tolgano qualsiasi validità, anche ipotetica, a quelle posizioni per cui vi sarebbe una contraddizione tra la pianificazione centralizzata e il soddisfacimento delle ‘preferenze’ individuali.

Rimane però necessario pensare al socialismo non meramente in termini tecnici o di gestione statale dell’economia – che di per sé non possono garantire l’eliminazione della scissione, tipica delle società di classe, tra la forma dell’organizzazione socio-politica e lo sviluppo dei bisogni e della creatività umana. Invece, il socialismo va concepito all’interno di una pianificazione gestita democraticamente dalle classi lavoratrici e dalle comunità, un aspetto sul quale l’appello non insiste. Ha inoltre ragione PaP a sottolineare come il socialismo non potrà che essere raggiunto tramite “caratteristiche e percorsi diversificati” nelle varie parti del mondo. Se però è vero che il capitalismo sviluppa le forze produttive a livello mondiale, il problema del socialismo, quindi della rivoluzione, non può essere pensato isolatamente nei vari contesti nazionali. Così, è impensabile concepire, ovunque, l’esistenza di processi di transizione al socialismo al di fuori di alcuni obiettivi generali: da un lato, l’espropriazione della classe che detiene il monopolio sulla produzione della ricchezza sociale, a supporto dello sfruttamento e dell’accumulazione privata, e dall’altro, la rottura con le istituzioni statali capitaliste che sanzionano questo monopolio per sostituirle con forme di organizzazione politica superiori e più democratiche. Crediamo perciò sia necessario che una riflessione sull’esperienza storica del socialismo non si traduca nella ricerca di nuove vie ‘socialiste’ che non rompano con il capitalismo, con le sue classi dominanti e le sue istituzioni statali, o addirittura le rafforzino, come le esperienze progressiste sudamericane, in primis il Chavismo, o il “socialismo di mercato” cinese.

Ancora sull’esigenza di una “nuova egemonia”: senso comune, organizzazione dal basso e fronte unico

La discussione potrebbe ampliarsi molto rispetto a come costruire una “nuova egemonia” a un livello più politico-culturale, cosa che evidentemente non può ridursi all’affermazione meccanica della superiorità di un orizzonte socialista, ma necessita di sforzi per sviluppare un soggetto ‘proletario’ a partire dal senso comune. Da questo punto di vista, anche beneficiando di una rilettura di Gramsci, l’organizzazione internazionale di cui facciamo parte, la Corrente Rivoluzione Permanente, sta da tempo impostando riflessioni e pratiche rispetto a come realizzare apparati politico-mediatici all’altezza delle esigenze attuali della comunicazione di massa. Questo il ragionamento alla base della costruzione di una rete internazionale di giornali online, di cui come VDL facciamo parte e che ha come punte più avanzate La Izquierda Dario e Revolution Permanente. Un network con milioni di lettori mensili e messo al servizio del coordinamento e dell’estensione dei processi di lotta di classe, anche favorendo l’emersione di figure pubbliche operaie e socialiste. È il caso del leader dei ferrovieri nella battaglia contro la riforma delle pensioni francese del 2023 Anasse Kazib e la parlamentare marxista rivoluzionaria Myriam Bregman, secondo vari sondaggi oggi il politico più popolare nell’Argentina segnata dal governo dell’estrema destra di Milei. Chiaramente il dibattito su come creare un nuovo senso comune socialista, che passa anche per la capacità di costruire infrastrutture culturali a più ampio raggio, non può limitarsi a questi brevi accenni. Rafforzare e coordinare iniziative a partire da proposte e campagne comuni tra media di estrema sinistra potrebbe però essere un altro importante asse di discussione rispetto a come lavorare per la costruzione di un campo indipendente e socialista in Italia.

Vogliamo inoltre tornare a ragionare su un livello più strettamente politico del problema dell’egemonia, un problema che come non può essere affrontato appoggiando, magari criticamente, progetti neo-riformisti non può nemmeno esserlo constatando e propagandando sic et simpliciter la necessità di un partito rivoluzionario radicato nelle avanguardie della classe lavoratrice. Rimane infatti aperta la questione di come estendere il raggio d’azione e di influenza di queste avanguardie, a fronte della presa, ancora persistente tra larghe fasce di lavoratori, non solo di opzioni di centro-sinistra, ma anche delle grandi burocrazie sindacali.

In questo quadro, negli ultimi decenni i sindacati di base hanno svolto un ruolo molto importante per organizzare alcuni settori di classe in una prospettiva combattiva in Italia. Correttamente il manifesto rivendica questa esperienza e la necessità di impegnarsi per rafforzarla; lo fa però, secondo noi, aggirando il problema di come strappare l’egemonia alle burocrazie CGIL-CISL-UIL, liquidandole come strutture ormai completamente svuotate.

Crediamo sia sbagliato pensare che, di tradimento in tradimento dei confederali, il sindacalismo di base possa eroderne linearmente l’influenza. Così, riteniamo sia impossibile costruire un campo politico indipendente, e al limite un partito rivoluzionario, sulla base di una ‘sindacato bandiera’, come sembra proporre il manifesto, e in generale la prassi di PaP rispetto a USB. Al contrario, una progettualità del genere non può non porsi il problema di organizzare i lavoratori iscritti ai grandi sindacati e approfondire le contraddizioni tra la base e i vertici di queste strutture che, nonostante siano sempre più burocratizzate, rimangono organizzazioni di massa – forse le uniche ereditate dal 900 – della classe lavoratrice. La stessa PaP ha un certo numero di iscritti e simpatizzanti che fanno parte della CGIL, ma è evidente a tutti come non si sia data gli strumenti per valorizzare questo radicamento impostando attività di lotta operaia ‘esemplari’ collegate a una battaglia anti-burocratica strutturale all’interno del sindacato.

Il punto è che per quanto integrati allo Stato e subalterni alle compatibilità capitalistiche i grandi sindacati mantengono una certa funzione di tutela quotidiana (pratiche legali, CAF, negoziazione collettiva ecc.) per milioni di lavoratori; nei fatti un incentivo quasi strutturale al rimanere iscritti. Inoltre, le radici della CGIL nella storia del movimento operaio socialista e comunista – per quanto oggi difficilmente discernibili nella sua impostazione e nel discorso pubblico dei suoi dirigenti – fanno sì che essa sappia mostrare una certa flessibilità nel rispondere alle pressioni dal basso, come ha dimostrato lo sciopero generale del 3 ottobre 2025. In tal senso, non va inoltre sottovalutata l’entità della vertenza metalmeccanica diretta tra il 2024 e il 2025 dalla FIOM, che – al netto dei limiti di fondo della strategia di lotta – ha accumulato un numero di ore di sciopero record negli ultimi 20 anni, oltre a fare proposte avanzate come la riduzione dell’orario di lavoro.

Certo, ha ragione PaP a denunciare l’ “entrismo sterile” in queste strutture, se lo si intende come conquista di posizioni burocratiche, come fa Lotta Comunista, o di opposizione sostanzialmente verbale ai burocrati nelle assemblee – la pratica dell’ex-Sinistra Classe Rivoluzione (attuale Partito Comunista Rivoluzionario) e, in effetti, di buona parte delle sinistre del sindacato. Impostazione che ha mostrato tutti i suoi limiti con l’esplosione della vertenza GKN.

L’errore però è qui speculare a quello di chi pensa che l’organizzazione di nuove avanguardie di classe possa avvenire semplicemente denunciando la moderazione di Landini ecc. e mostrando maggiore radicalità rivendicativa a partire dai soli sindacati di base. Riteniamo sia invece necessario, come appoggio per un intervento politico nei sindacati (CGIL compresa), favorire forme di auto-organizzazione e coordinamento dal basso in grado di coinvolgere i lavoratori a prescindere dalle sigle sindacali, sul piano di piattaforme di lotta comuni.

Questo l’insegnamento dei collettivi portuali, del collettivo GKN, ma anche delle assemblee auto-organizzate dei ferrovieri che nell’ultima vertenza per il CCNL di settore sono riuscite a far scioperare non solo gli iscritti ai sindacati di base, a cui va stavolta il merito di averle promosse, bensì anche i lavoratori influenzati dai confederali, su una piattaforma di rifiuto della proposta di rinnovo contrattuale sostenuta dai burocrati di queste strutture.

Di ritorno, il sedimentarsi di queste esperienze ha avuto un certo ruolo nel favorire una mobilitazione di massa come il Blocchiamo Tutto e costringere la stessa CGIL a scendere in campo. Un’operazione, quest’ultima, nei fatti funzionale a riassorbire il movimento, ma inevitabilmente non chiara a quelle centinaia di migliaia di lavoratori influenzati dal sindacato confederale e che forse, in quel frangente, si sono mobilitati per la prima volta nella loro vita. Con questo non vogliamo negare il ruolo che ha avuto nella dinamica in questione la capacità accumulata negli anni dal sindacalismo di base di inserirsi in settori strategici, come i trasporti e la logistica, e – al netto delle divisioni – costituire un polo di aggregazione conflittuale un minimo visibile.

Crediamo però che, successivamente allo sciopero unitario del 3 ottobre, USB e la sua area politica abbiano perso l’occasione di sfruttare questa visibilità, moltiplicata dallo stesso Blocchiamo Tutto, per costruire forme di coordinamento dal basso comuni tra lavoratori di diverse sigle sindacali, insieme a sfidare apertamente Landini a rinnovare l’unità d’azione. Un approccio che non avrebbe affatto significato abbassare le rivendicazioni, ma mettere alla prova l’intenzione dei vertici CGIL di proseguire la mobilitazione, e al limite smascherare loro come l’attore realmente divisivo di fronte ad ampie fasce di classe, settori popolari e giovanili che avevano appena sperimentato l’efficacia di una lotta unitaria. In sunto, pensiamo quindi che un altro aspetto importante per la costruzione di un campo di classe indipendente e socialista sia approfondire la discussione rispetto a come organizzare su un piano socialista e rivoluzionario i lavoratori dei grandi sindacati, insieme a come rafforzare questa linea d’azione e gli stessi sindacati di base favorendo l’auto-organizzazione e proposte di fonte unico.

 

Come pensare le elezioni e il programma in una strategia rivoluzionaria?

Quale ultimo elemento di questo contributo, ci teniamo a sottolineare come l’enfasi che abbiamo posto su una strategia socialista e rivoluzionaria non voglia sminuire l’importanza del momento elettorale. Esso rimane inaggirabile per ampi settori di massa nella vita politica ‘normale’ delle società capitalistiche avanzate, nonostante il crescente scollamento tra istituzioni liberal-democratiche e fasce popolari segnato dagli enormi tassi di astensione (che tuttavia non significano politicizzazione anti-sistema). Dal nostro punto di vista, però, serve sviluppare in maniera chiara quale sia il rapporto tra la costruzione di un campo politico indipendente e socialista e il conseguimento di posizioni istituzionali. Abbiamo già battuto sul fatto che tale rapporto non vada inteso nel senso elettoralista e governista del neo-riformismo; così crediamo si debbano anche evitare confusioni rispetto alla possibilità che drappelli di parlamentari o consiglieri comunali possano rappresentare in quanto tali elementi di pressione efficace, o leve significative per alimentare forme di “controllo popolare” nei confronti delle istituzioni.

Si tratta di un punto di vista non esplicitato nel manifesto, ma che sappiamo fare parte delle elaborazioni di PaP, e che secondo noi sottovaluta come siano, in ultima analisi, situazioni di crisi politica acuta e mobilitazione di massa ad aprire spazi reali per l’affermazione di forme di contro-potere operaio e popolare. Riteniamo perciò che insistere sul nesso tra il voto e la possibilità di inserire elementi di controllo dal basso all’interno dello Stato capitalista crei ambiguità rispetto alla necessità della massima indipendenza delle forze di classe dalle istituzioni vigenti per pensare una strategia di rottura rivoluzionaria volta a sostituirle con forme superiori e più democratiche di organizzazione politica. Crediamo che il ruolo principale dei rappresentanti socialisti debba essere perciò quello di sfruttare la tribuna elettorale e gli spazi mediatici aperti dalle posizioni elettive per estendere e rafforzare i processi di lotta, così come per denunciare e mostrare l’incompatibilità tra il piano istituzionale ‘borghese’, il pieno raggiungimento degli obiettivi di queste lotte e la transizione al socialismo. Si tratta di un’impostazione che non necessariamente conduce a una presenza politica di mera testimonianza, ma può portare la sinistra rivoluzionaria a costituire uno spazio politico rilevante come suggerisce il caso del Frente de Izquierda-Unidad in Argentina, di cui è portavoce in parlamento la già citata Myriam Bregman.

Proporre un ‘parlamentarismo rivoluzionario’ non significa, è evidente, limitarsi a ricordare l’esigenza della rivoluzione dai banchi degli organi rappresentativi. In questa prospettiva è al contrario importante che il piano della politica istituzionale sia combinato al rilancio di proposte programmatiche che non si riducano al terreno elettorale, ma individuino una serie di istanze e rivendicazioni transitorie. Rivendicazioni in grado di mobilitare settori di massa, ma che al contempo mostrino l’incompatibilità tra la risoluzione effettiva di tutta una serie di problemi sociali e politici ‘elementari’ nella fase di crisi attuale e le soluzioni capitaliste, così da rafforzare l’organizzazione anti-capitalista della classe lavoratrice e l’egemonia di un discorso di rottura sistemica. A tal proposito, vediamo favorevolmente il fatto che i sette punti evidenziati da PaP nel manifesto non siano presentati come un mero programma elettorale, ma come “dei terreni di lotta”. Pensiamo inoltre che essi possano costituire interessanti basi di discussione per fare da asse a percorsi di auto-organizzazione e fronte unico centrati nella classe lavoratrice, della cui importanza abbiamo già parlato.

Senza l’ambizione di essere esaustivi, concludiamo questo contributo provando a sviluppare in maniera più netta, o con proposte di integrazione, alcuni punti programmatici identificati dall’appello:

_bisogna chiarire come l’opposizione a guerra e militarizzazione (correttamente identificati quale primo “terreno di lotta”) debbano avere come baricentro la lotta di classe, non il diritto internazionale o nuove configurazioni multipolari a guida ONU o cinese. La rottura con il riarmo deve essere una rottura tanto con la NATO, quanto con l’UE, segnala giustamente il manifesto. Tale rottura, nell’ottica della costruzione di un campo indipendente e socialista non può però avere come prospettiva un ritorno alla ‘sovranità’ capitalista nel quadro nazionale, ma rappresentare un elemento per una strategia rivoluzionaria che miri a una federazione socialista europea.

_L’esigenza di una nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia per una pianificazione ecologica e in base ai bisogni sociali è una rivendicazione importante. Crediamo debba essere tuttavia maggiormente collegata a sfide e conflitti reali, insistendo sulla necessità della nazionalizzazione dei settori che licenziano, delocalizzano e\o inquinano, contro l’illusione che la riconversione bellica possa essere una soluzione per salvaguardare l’occupazione. Al contempo, bisogna insistere sul fatto che questi settori vengano messi sotto il controllo dei lavoratori e delle comunità, in funzione di una pianificazione democratica che superi le inerzie e la subordinazione più o meno diretta alla logica del profitto delle aziende di stato, e faccia da ponte per una transizione al socialismo.

_Togliere fondi alla guerra per aumentare quelli in istruzione, sanità, trasporti pubblici e gratuiti, insieme a piani di edilizia popolare è un obiettivo chiave, che non può essere raggiunto senza la rottura con i vincoli di bilancio e l’intera architettura dell’UE. È inoltre importante insistere sul ruolo centrale di una lotta per l’istruzione e l’università pubblica contro la militarizzazione della società e le politiche di guerra, rivendicando la rescissione di tutte le partnership con le aziende belliche e israeliane, insieme alla fine del sotto-finanziamento della ricerca e della precarizzazione del personale amministrativo e docente che facilitano l’ingerenza dei privati e degli attori militari in questo contesto.

_A fronte della spirale inflattiva in atto e alla crisi di interi settori industriali, le battaglie per un salario minimo e per una scala mobile a difesa del potere d’acquisto, accanto a quella per la riduzione dell’orario di lavoro sono fronti vitali, come segnala PaP. Unire rivendicazioni del genere al contrasto a riarmo, militarizzazione e tendenze alla guerra è inoltre necessario per politicizzare la classe lavoratrice contro i piani bellicisti. Bisogna però agganciare campagne su punti a difesa dei salari e dell’occupazione a un intervento attivo per sostenere ed estendere esperienze di auto-organizzazione e fronte unico nelle vertenze contrattuali, a fronte della passività delle burocrazie sindacali; esperienze che abbiamo visto negli scorsi due anni e che potranno riemergere a breve, vista la nuova impennata dei prezzi e la scadenza di molti CCNL il prossimo anno.

_Concordiamo con l’inserimento nei punti programmatici di politiche transfemministe e contro la violenza di genere, centrate sul salario e sulla fine dei tagli al welfare, in particolare alla sanità pubblica, che mettono in discussione il diritto all’aborto. Aggiungiamo la necessità, contro tutte le tendenze di adattamento alle “politiche sociali” della Chiesa, di rivendicare la fine della sua ingerenza nell’istruzione, nella sanità, nelle politiche riproduttive. Ciò non si può ottenere solo con una lotta ideologica, ma espropriando i grandi patrimoni ecclesiastici nel nostro paese, a partire dal suo enorme patrimonio immobiliare.

Pensiamo inoltre che la costruzione di un campo politico indipendente e socialista debba impegnarsi nella costruzione di correnti anti-capitaliste nel più complessivo movimento transfemminista per garantirne l’indipendenza da posizioni liberali e forze di centro-sinistra, e farne invece un motore per rafforzare l’organizzazione delle donne e delle soggettività queer lavoratrici.

_Il manifesto pone giustamente al centro la lotta contro la criminalizzazione degli immigrati e la repressione del dissenso, chiedendo l’abolizione della Bossi-Fini e di tutti i decreti sicurezza-immigrazione degli ultimi decenni. Crediamo che una lotta alla repressione debba insistere anche su un’abolizione della legislazione anti-sciopero (legge 146/90) sostenendo con la costruzione di comitati di sostegno e casse di resistenza i lavoratori che ne sono colpiti. Si tratta di un asse centrale per favorire le lotte dei lavoratori nei settori strategici – le vittime principali di questa legislazione – e politicizzarle contro riarmo, militarizzazione e tendenze alla guerra.

_La rivendicazione di un sistema proporzionale puro, contro la marginalizzazione delle forze di opposizione più radicale è sacrosanta. Va inoltre rispedita al mittente qualsiasi ipotesi presidenzialista, opponendosi però al contempo al feticismo della Costituzione, che in ultima analisi rafforza opzioni di centro-sinistra. Bisogna quindi contestare gli aspetti essenzialmente autoritari dell’attuale regime politico; in particolare la figura bonapartista del presidente della Repubblica, va abolita. Napolitano e Mattarella, a partire dal potere presidenziale dello scioglimento delle Camere, sono infatti stati i veri artefici dei peggiori governi tecnici, quindi delle misure di attacco ai diritti dei lavoratori e alle classi popolari degli ultimi decenni.

 

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

Redazione La Voce delle Lotte

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