Con il Blocchiamo Tutto, ma ancora prima con l’esperienza del Collettivo GKN, abbiamo visto un ruolo importantissimo dei collettivi dei portuali nel trascinare settori più ampi di classe lavoratrice, giovani e movimenti nella lotta. Il Collettivo Operaio Mo Avast! di Bari, promosso da lavoratori di varie attività industriali del capoluogo pugliese, si inserisce in questo tipo di esperienze, che pensiamo sia necessario rafforzare ed estendere.

In questo contributo, Felisiano Bruni, operaio Bosch e membro di Mo Avast! riflette sul ruolo della forma ‘collettivo operaio’ per rompere con il corporativismo e la passività delle burocrazie sindacali, quindi per rispondere con un’alternativa dal basso anticapitalista, contro l’ecocidio e l’economia di guerra, ai continui tentativi del capitale di ristrutturare la produzione sulle spalle dei lavoratori.


C’è una solitudine sottile che stringe i cancelli delle aziende. È la solitudine di chi, timbrando il cartellino ogni mattina, sente che la propria vita sia diventata una variabile facilmente sacrificabile sull’altare della produttività, della redditività e del profitto. Per decenni l’idea che la base ha potuto recepire di sé stessa è che il lavoro avesse un destino da subire passivamente, che il proprio corpo ed il proprio sapere fossero una merce da vendere al miglior offerente in cambio di un salario che, sempre più spesso, non basta nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

Dentro quel silenzio polveroso scandito dalla cassa integrazione, dai contratti di solidarietà, dalla precarietà, dai turni e dal rumore dei macchinari, sembra cominciare a nascere qualcosa di diverso. Una rete invisibile ma tenace di lavoratrici e lavoratori, che ha voglia di guardare la società civile dei territori e che sta ricominciando a parlarsi, a guardarsi negli occhi e a rifiutare e squarciare la narrazione stantia del capitalismo industriale e dalle stampelle che ad esso offre il sindacalismo confederale.

Sembra cioè di assistere alla nascita di una nuova avanguardia operaia, sociale ed autonoma.

Il vicolo cieco del corporativismo e la metamorfosi delle RSU

La narrazione pubblica che circonda i nostri poli industriali soffre di una sfasatura insanabile. Da una parte ci sono i comunicati trionfali delle istituzioni e di certe burocrazie sindacali, pronti a celebrare una presunta “ripartenza” ogni volta che un’azienda ricorre a una fiammata di contratti interinali a brevissimo termine. Dall’altra parte, quella reale, c’è l’asfissia quotidiana dei lavoratori usa-e-getta, bloccati ai tornelli non appena raggiungono il tetto massimo di mesi consentito dalla legge, per essere prontamente sostituiti da altri precari in una drammatica giostra della disperazione.

In questo scenario, la firma sindacale ha smesso di essere uno scudo per trasformarsi, troppo spesso, nel facilitatore di una ritirata. Le Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU), nate per portare la voce e la democrazia radicale delle officine dentro i palazzi, si sono progressivamente irrigidite in un ingranaggio burocratico. Salvo rare e coraggiose eccezioni di delegati che consumano le scarpe sui pavimenti dei reparti, l’apparato si è integrato negli equilibri del capitale. Si è passati dalla contrattazione politica della fabbrica alla gestione individuale delle buste paga, dei permessi, dei servizi. Quando arriva una crisi, la burocrazia non organizza più il conflitto ma amministra il trauma fino poi ad assumere il ruolo infame di curatore fallimentare. Contratta i licenziamenti mascherandoli da “esodi incentivati e assistiti”, avalla contratti di solidarietà che svuotano le buste paga fino al 50% e permette alle imprese di utilizzare gli ammortizzatori sociali non come un ponte verso il futuro, ma come strumenti strutturali delle imprese per aumentare la produttività e come un anestetico per sfiancare la coscienza di classe e addomesticare la rabbia.

È quel fenomeno sociologico che gli esperti chiamano “silenzio organizzativo” ossia quel momento in cui le persone scelgono di non parlare più perché sentono che la loro voce non è più ascoltata e credono che non abbia più alcun valore. Anche le proposte politiche molto sbandierate, come certe proposte di leggi sul salario minimo sostenute dalla CGIL ma, sia chiaro, non a carico delle imprese ma della fiscalità generale, rivelano tutta la logica corporativa interna al sindacato. Lo Stato mette i soldi che le imprese non vogliono mettere, lasciando intatto il potere dei padroni. I lavoratori, in pratica, finiscono per sussidiare con le proprie tasse chi li sta impoverendo e precarizzando.

La distruzione silenziosa delle competenze

Nel suo saggio Autodistruzione, Francesco Zirpoli descrive questa parabola con parole che pesano come macigni.

“Il dramma non è solo che si producano meno auto, ma che si è smesso di saperle progettare. La distruzione delle competenze tecniche è un processo silenzioso e inarrestabile che precede di anni la chiusura delle fabbriche.”

È l’eutanasia industriale in corso. Arroccarsi sulla difesa di modelli produttivi obsoleti, rifiutando di governare il cambiamento, ha offerto alle multinazionali l’alibi perfetto per azzerare gli investimenti in ricerca e sviluppo, scaricando i costi sociali sulla collettività e trasformando interi distretti in filiere subalterne destinate all’obsolescenza.

L’esempio più lampante di questa sottomissione geografica e tecnologica si sta consumando proprio nel cuore industriale della Puglia, nello stabilimento Bosch Tecnologie Diesel di Modugno (Bari). Un tempo cattedrale della produzione diesel italiana, dove è nato il common rail e dove lavorano oltre 1.400 persone, il sito barese viene oggi convertito in un hub europeo per il remanufacturing (la rigenerazione) di componenti usati legati al motore termico, come le pompe ad alta pressione e gli iniettori diesel, ereditando queste linee dallo stabilimento ceco di Jihlava. La narrazione aziendale ed ecologistico-capitalista celebra l’operazione come un virtuoso esempio di “economia circolare” che salva i posti di lavoro, almeno fino al 2027, ma se si vuole essere un po’ più cinici si scopre che si prospetta una realtà ben più spietata. Rigenerare l’usato aftermarket di una tecnologia che è in declino strutturale significa, di fatto, condannare il territorio barese a un ruolo di retroguardia manutentiva, a un’archeologia industriale controllata.

Mentre a Modugno si smontano, puliscono e ricondizionano i vecchi iniettori a gasolio, il Gruppo Bosch sceglie di allocare altrove la testa tecnologica e il vero valore aggiunto della transizione. I dati della multinazionale tedesca infatti evidenziano una strategia chiarissima. Il colosso ha pianificato di produrre oltre 7 milioni di componenti per la guida elettrica a livello globale, grazie a massicci investimenti e maxi-commesse multimilionarie ottenute da marchi premium come BMW e Mercedes-Benz per cui Bosch fornirà i propulsori elettrici di prossima generazione fino al 2030. Questa produzione ad altissimo valore aggiunto, incentrata su motori elettrici avanzati con efficienza al 98%, elettronica di potenza e sistemi integrati e-axle, viene concentrata negli stabilimenti dell’Est Europa, dalla stessa Repubblica Ceca alla Germania orientale e all’Ungheria, aree ritenute strategicamente centrali e più competitive per la filiera continentale dell’auto elettrica rispetto al Sud Italia. (fonte Il Messaggero)

È la logica intrinseca del capitalismo transnazionale. Si lasciano le briciole della manutenzione dell’usato e dell’artigianato industriale nei territori da dismettere, mentre si centralizzano i brevetti, la ricerca e le tecnologie pulite nei distretti centrali dove l’estrazione di valore è massima.

I collettivi operai come avanguardia sociale e umana

Ma l’intelligenza operaia non ci sta a farsi rottamare. Ed è proprio qui, nel punto più basso del declino, che cominciano a nascere collettivi di lavoratori e lavoratrici al fine di ridefinire il concetto stesso di lotta, ponendosi come vera e propria avanguardia sociale. Il collettivo operaio diventa un catalizzatore capace di abbattere il muro tra fabbrica e territorio, unendo le tute blu ai movimenti per il clima, ai comitati per la pace, agli studenti e alle realtà di quartiere. Non si tratta più solo di difendere il recinto aziendale, ma di produrre una profonda soggettivazione politica che rimetta in discussione il “cosa, come e per chi si produce”.

Come scrive Dario Salvetti nel suo libro Questo lavoro non è vita, l’organizzazione del tempo e dello spazio industriale deve essere messa radicalmente in discussione se vogliamo ridisegnare i modelli di sviluppo. L’esperienza del Collettivo di Fabbrica Ex-GKN è, in questo senso, una lanterna nel deserto. Di fronte alla violenza di un licenziamento arrivato via mail, gli operai non sono rimasti a piangere davanti ai cancelli in attesa di un sussidio. Hanno inventato il modello della “fabbrica socialmente integrata”. Attraverso la nascita della SOMS (Società Operaia di Mutuo Soccorso), l’azionariato popolare e una cooperativa che produce cargo-bike elettriche, hanno dimostrato che il mutualismo non è un’ambulanza privata che assiste i feriti del mercato, ma una pratica conflittuale che costruisce una società alternativa dalle fondamenta.

Questa avanguardia poggia su linee guida radicali e necessarie. Lavorare meno per vivere tutti, e vivere meglio. Ridurre l’orario mantiene intatta la produttività e abbatte il burn-out e lo stress cronico che colpiscono la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani. Ma il vero salto di qualità sta nella riappropriazione sociale della formazione, che si traduce nella pratica dell’autoformazione. Esiste una necessità di rivedere completamente la logica dei corsi di formazione aziendali, sempre più spesso finanziati con fondi pubblici, perché laddove i rapporti di forza tra sindacato e imprese sono pressoché inesistenti, i corsi di formazione sono spesso ridotti a passivi adempimenti burocratici o a strumenti di indottrinamento alla produttività padronale. Autoformazione significa che sono i lavoratori stessi a riprendersi il controllo del sapere tecnico e politico. Studiano i bilanci delle multinazionali, analizzano i brevetti, condividono o progettano i piani di riconversione ecologica delle proprie fabbriche e si scambiano le competenze per sottrarsi al ricatto della parcellizzazione del lavoro. Il tempo liberato dalla catena di montaggio smette così di essere mero tempo di riposo per tornare al lavoro l’indomani e diventa il tempo dell’emancipazione intellettuale e culturale collettiva, l’unico scudo capace di spezzare la dipendenza dal sapere dei manager.

Nello schema del capitalismo estrattivo, l’algoritmo, la robotica avanzata e l’automazione sono armi usate per aumentare il controllo sui corpi, intensificare i ritmi e facilitare i licenziamenti. Bisogna rivendicare l’espropriazione sociale di queste tecnologie, soprattutto quelle sviluppate grazie ai fondi pubblici. I brevetti devono diventare un bene comune, messi al servizio della transizione ecologica e non del profitto privato.

Se il privato dimostra di voler solo monetizzare gli aiuti di Stato per poi scappare all’estero, la collettività ha il dovere di intervenire.

Perché il blocco dei licenziamenti, l’introduzione di una dura exit tax per chi delocalizza dopo aver utilizzato incentivi e fondi pubblici e, dove necessario, il controllo pubblico diretto degli impianti strategici devono essere considerati idee stravaganti e inattuabili?

Lo Stato deve tornare a fare il datore di lavoro di ultima istanza, orientando la produzione verso i bisogni reali della comunità invece di continuare a passare soldi della colletività direttamente nelle casse delle imprese sempre ormai con meno vincoli sociali.

Un solidarismo contro l’ecocidio e l’economia di guerra

Questo filo rosso che unisce il lavoro alla vita si allarga necessariamente oltre i confini aziendali, abbracciando una visione ecosocialista e profondamente solidaristica. Non è più possibile accettare il ricatto spietato tra salute e salario, quella “scelta” tragica che ha trasformato territori bellissimi in periferie sacrificabili. Come Taranto dove le polveri sottili avvelenano i quartieri popolari, i giochi dei bambini nei parchetti e le scuole del quartiere Tamburi.

Infatti, la cartina al tornasole di questa ritirata ideologica si manifesta con drammatica chiarezza in Puglia, storicamente la culla del conflitto industriale del Mezzogiorno. Proprio qui, nei nodi nevralgici del petrolchimico di Brindisi e, soprattutto, nella tragedia senza fine dell’ex-ILVA di Taranto, abbiamo assistito a un’autentica mutazione genetica. Alcune sigle sindacali confederali, arroccate nella difesa a oltranza della continuità produttiva a carbone, hanno letteralmente tenuto in ostaggio il dibattito pubblico su posizioni non condivisibili.

Facendo eco alla retorica padronale del “realismo industriale”, queste burocrazie hanno scientemente cancellato decenni di straordinaria tradizione di ambientalismo operaio. Hanno rimosso la memoria di quelle avanguardie storiche che già negli anni Settanta e Ottanta, dentro le fabbriche pugliesi, gridavano che il corpo dell’operaio non era una merce da barattare e che l’inquinamento interno alla fabbrica era lo stesso che sterminava i quartieri esterni. Questa capitolazione culturale dimostra che ampi settori di classe non sono semplicemente incapaci di gestire il cambiamento ma non sono più politicamente disponibili a mettere in discussione il modello e i dogmi del capitalismo. Preferiscono gestire l’amministrazione controllata di un disastro ecologico e sanitario piuttosto che ipotizzare l’espropriazione, la chiusura delle fonti inquinanti o una riconversione radicale sottratta alle leggi del mercato.

La vera transizione ecologica non può essere delegata alle multinazionali, o a tavoli di concertazione complici, che lasciano sul terreno solo contaminazione e cassa integrazione. Un sindacalismo rigenerativo esige la nazionalizzazione dei siti inquinanti e la riconversione immediata della forza lavoro in un piano pubblico di bonifica integrale a parità di salario.

Allo stesso tempo, bisogna rifiutare l’ipocrisia dell’economia di guerra. Accettare che il destino tecnologico e occupazionale dei lavoratori sia agganciato alla produzione di armamenti e alle commesse militari come nello stabilimento Leonardo di Grottaglie, celebrandole come “boccate d’ossigeno”, significa impoverire culturalmente ed eticamente la classe lavoratrice. I collettivi cominciano a rivendicare il disarmo industriale. L’altissimo sapere e l’ingegneria operaia devono essere applicati alla vita, ad esempio costruendo droni per il monitoraggio del dissesto idrogeologico o mezzi per la mobilità su ferro.

È un solidarismo che si scaglia contro ogni razzismo, che unisce le tute blu delle fabbriche ai braccianti sfruttati nelle campagne e alle famiglie popolari espulse dai centri storici a causa della speculazione immobiliare e del turismo di massa. Rompere il silenzio organizzativo, riprendersi l’assemblea come spazio politico e riscoprire la bellezza della lotta collettiva significa fare un passo immenso. Significa capire che la salvezza non arriverà da una riforma calata dall’alto dai vertici burocratici, ma da un moto di rigetto della base. Perché il sindacato non è una sede a cui rivolgersi per un servizio, ma l’unione stessa di chi decide che questo lavoro non può essere tutta la vita, e che il futuro va riconquistato adesso.

Quando la rabbia operaia canalizza le proprie energie per scontrarsi con la burocrazia sindacale, la lotta può ripartire dal basso e guardare in faccia una realtà cruda, fatta di salari così bassi che anche fare un giorno di sciopero è diventato un lusso che pochi possono permettersi. È in questo scenario di precarietà e “individualismo di sopravvivenza” che stanno nascendo questi nuovi spazi di discussione autonomi. Una risposta dal basso che rimette al centro il rapporto, spesso teso ma inevitabile, tra i lavoratori autonomi e i grandi sindacati confederali quindi, anche se la prima cosa che arriva da questo nuovo attivismo operaio è una critica radicale a quello che Stefano D’ Errico ha ribattezzato come “Sindacato Spa”, in questa lettura non c’è spazio per il settarismo. Il sindacato confederale non è il “nemico”. Il nemico vero resta il sistema economico, la controparte datoriale che sfrutta la frammentazione del mondo del lavoro. La critica alle grandi sigle serve a svelare le contraddizioni di chi si è rintanato nel consociativismo, rinunciando alla lotta.

Proprio per questo, la strategia non è quella di creare un sindacato dei puri, calato dall’alto o di chiedere ai lavoratori di strappare la propria tessera sindacale. Al contrario, l’obiettivo è costruire gruppi intersindacali e spazi autonomi direttamente dentro i posti di lavoro.

Il fine ultimo di queste pratiche dal basso non è l’isolamento ideologico, ma il condizionamento politico. Radicare la lotta serve a esercitare una pressione insostenibile sui vertici delle grandi organizzazioni. L’obiettivo è trascinare la base e, di riflesso, i gruppi dirigenti confederali fuori dagli uffici e dalle stanze felpate dei ministeri, costringendoli a discussioni democratiche reali e a tornare sul terreno dello scontro aperto. Un invito, insomma, a fare di nuovo il mestiere per cui il sindacato è nato che sarebbe quello difendere chi lavora, senza fare sconti a nessuno.

La scommessa che si gioca oggi nei reparti, tra i fumi dei distretti da dismettere e i tavoli dell’autoformazione, va ben oltre il perimetro di una vertenza aziendale. L’emergenza di una nuova intelligenza operaia ci dice che il tempo del “mo’ vediamo”, che in barese è l’elogio della procrastinazione e della delega incondizionata, è finito. Non ci si può più accomodare nella gestione notarile del declino né si può accettare che la transizione ecologica e tecnologica diventi l’ennesimo dispositivo di espulsione e di subalternità geografica.

 

Felisiano Bruni,

Collettivo Operaio Mo Avast! Bari