Traduciamo questo articolo del 27/07/2026 dalla sezione delle pubblicazioni internazionali dedicata all’Asia del sito CRPNews, che raccoglie analisi e reportage a cura di una redazione della Corriente Revolución Permanente in collaborazione con il gruppo coreano March To Socialism.
Centinaia di migliaia di giovani indiani hanno costretto alle dimissioni il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan, in mezzo a una crisi di disoccupazione e precarietà. Ma la rabbia va oltre Pradhan, e ha gettato i semi di una battaglia più grande contro la destra.
L’India è scossa da imponenti proteste giovanili, innescate da una dichiarazione incendiaria del presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant. In un’udienza di maggio Kant ha detto: “ci sono giovani come scarafaggi, che non trovano nessun impiego e non hanno alcun posto nella professione”.
La frase ha suscitato un’indignazione enorme tra i giovani, che si sono ripresi l’etichetta di “scarafaggi” e sono scesi in piazza in numeri senza precedenti, indicando la strada per combattere il governo di destra di Narendra Modi.
Precarietà giovanile e un sistema educativo antidemocratico
Poco prima delle dichiarazioni di Kant, il NEET — il durissimo esame di ammissione a medicina — era stato gestito in modo disastroso dal dipartimento dell’istruzione guidato da Dharmendra Pradhan. Ogni anno oltre due milioni di studenti e studentesse sostengono questa prova per circa 150.000 posti. Per molti rappresenta l’unica ancora di salvezza per un futuro migliore. L’annullamento dell’esame di quest’anno ha provocato stress e disperazione altissimi, e ha portato al suicidio almeno 20 studenti. Questo scandalo, sommato alle parole del presidente della Corte Suprema, ha aperto mesi di malcontento giovanile.
Abhijeet Dipke, appena laureato alla Boston University ed ex volontario dell’Aam Aadmi Party (AAP), ha fondato dopo le frasi di Kant il satirico “Cockroach Janta Party” (CJP), il “partito del popolo scarafaggio”, giocando sul nome del partito di governo, il Bharatiya Janata Party (BJP). Il CJP ha raccolto in poco tempo oltre 25 milioni di follower su Instagram e ha mobilitato centinaia di migliaia di manifestanti in tutto il paese, in un’esplosione di proteste di massa. Il 20 luglio il CJP ha organizzato una marcia sul parlamento a New Delhi, repressa brutalmente dalla polizia.
Gli studenti si sono radicalizzati ulteriormente dopo lo sciopero della fame di 26 giorni indetto in solidarietà dall’attivista Sonam Wangchuk, che nel frattempo è stato sequestrato e isolato in un ospedale, dove poteva comunicare solo con biglietti scritti a mano. Presidi di solidarietà sono nati rapidamente in città di tutto il mondo, dove studenti e studentesse internazionali come Dipke costituiscono una parte importante della diaspora indiana. Pradhan si è dimesso il 24 luglio, dopo un’altra giornata di grandi mobilitazioni.
![Graffiti art translating to "[We] don't have jobs. If you erase us, we will return tomorrow!"](https://www.leftvoice.org/wp-content/uploads/2026/07/image-1024x909.jpeg)
Graffito: “Non abbiamo lavoro. Se ci cancellate, domani torniamo!”
Oltre alla violenza brutale contro chi manifestava, che ha portato almeno una persona in terapia intensiva, ci sono state denunce di molestie sessuali da parte di agenti di polizia, censura sui social media e il blocco dei trasporti pubblici a New Delhi. Neha Bora, dottoranda alla Jawaharlal Nehru University e presidente della All India Students Association, ha dichiarato che la rabbia nata dalla violenza del 20 luglio ha superato di gran lunga ogni altra emozione provata dagli studenti. Bora ha fatto 23 giorni di sciopero della fame, ma ha detto che non è stato nulla in confronto a quante persone si sono presentate quel giorno.
Queste proteste avvengono mentre in tutto il mondo la gioventù cresce dentro un sistema devastato da sfruttamento, aumento del costo della vita, austerità, guerre e genocidio. La Gen Z è scesa in piazza in massa in Bangladesh, Perù, Madagascar, Kenya, Marocco, Italia e altrove. In India questa crisi della gioventù si aggrava sotto il governo di destra di Modi.
Molti studenti e attivisti vogliono abolire del tutto il NEET e la NTA, l’ente che amministra la prova. Questa opposizione mette in discussione un sistema educativo sottofinanziato, a corto di personale e antidemocratico, che costringe milioni di giovani a contendersi le briciole spacciando il processo per meritocratico. Alcuni chiedono anche l’abrogazione della National Education Policy del 2020: un pacchetto di misure approvato con pochissimo dibattito parlamentare, che ha ulteriormente precarizzato il paese introducendo liberalizzazioni volte ad aumentare il disinvestimento pubblico, la privatizzazione e la deregolamentazione.
Questo sistema educativo perpetua il sistema oppressivo delle caste e spinge fuori dal paese chi può permettersi di studiare altrove. L’esame NEET di quest’anno è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo decenni di attacchi della classe capitalista. Mentre i miliardari indiani hanno ricavato profitti enormi dalle privatizzazioni degli ultimi anni, la classe lavoratrice e la gioventù sono state sfruttate sempre di più.
Il BJP, partito nazionalista indù, ha conquistato il governo nazionale nel 2014. Da allora Modi non ha solo privatizzato e deregolamentato senza sosta l’economia: ha anche imposto un ordine sociale che aggrava l’oppressione brutale delle comunità marginalizzate. L’ultimo movimento giovanile in India risale al 2019, contro una legge islamofoba sulla cittadinanza. Insieme al movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti emergeva in India il movimento per i diritti dei dalit. Poco dopo è arrivato l’imponente movimento dei contadini contro tre leggi agricole che puntavano a privatizzare il settore. Il movimento di oggi è un segno dello spirito rivoluzionario che le masse portano con sé.
Le dimissioni di Pradhan sono solo l’inizio
Le dimissioni di Pradhan non sono la fine: il movimento è cresciuto oltre le rivendicazioni minime della sua direzione. Non solo la gioventù, ma anche le popolazioni indigene e i contadini di tutto il paese stanno combattendo le privatizzazioni e rivendicando il diritto alla terra, dopo anni di privatizzazioni che hanno corrotto settori decisivi. Le proteste contadine del 2020 e del 2021 ricordano con forza il legame tra queste lotte e la necessità di unificare tutti i movimenti: studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, contadini, comunità dalit e indigene.
La gioventù, però, porta una rabbia e un’energia così palpabili che la sua direzione fatica a contenerle dentro i confini della politica elettorale borghese.
Le rivendicazioni del CJP erano le dimissioni di Pradhan, un risarcimento per le famiglie dei ragazzi morti e la fine della violenza poliziesca contro chi manifesta. Il governo ha promesso di soddisfarle tutte e, a fronte di questo, il CJP ha revocato tutte le mobilitazioni. Ma l’entusiasmo della gioventù può ottenere molto di più: può far cadere l’intero regime di Modi. È tanto più importante continuare la battaglia ora che Pradhan è stato sostituito da Pralhad Joshi, un altro esponente di estrema destra del BJP e militante di lunga data del Rashtriya Swayamsevak Sangh, la milizia nazionalista indù famigerata per i linciaggi violenti contro le minoranze.
L’istruzione non ha bisogno di questi picchiatori di destra né di amministratori aziendali in nessuna forma: studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici possono dirigere da soli scuole e università. La gioventù indiana non è sola nella lotta contro gli attacchi della destra al sistema educativo, e le rivolgiamo tutta la nostra solidarietà.
Il CJP, che ha innescato questo movimento enorme, sta ora facendo marcia indietro su alcune rivendicazioni riguardo alla violenza poliziesca e collabora con politici nazionalisti indù come Uddhav Thackeray dello Shiv Sena, nel Maharashtra. Ci sono inoltre segnalazioni di dirigenti del CJP che vietano ai manifestanti di gridare slogan contro Modi e a favore del Kashmir. Il partito incoraggia apertamente il nazionalismo tra i giovani, invitandoli a portare in piazza la bandiera nazionale e la costituzione. E mentre politici borghesi e celebrità insistono che la polizia sta solo facendo il suo lavoro e che bisogna restare pacifici, la gioventù sta facendo un’esperienza formativa con la polizia, che sta producendo disillusione verso le forze dell’ordine e verso la prospettiva di una carriera nella polizia o nell’amministrazione.
Tutto questo mostra i limiti di una strategia fondata sull’elettoralismo e sulla collaborazione di classe. Un politico nazionalista indù come Thackeray non ci salverà da Modi. Un movimento organizzato da un pugno di attivisti nazionalisti non arriverà mai alla radice della crisi. Serve organizzazione democratica dal basso: assemblee democratiche in cui discutere e decidere le rivendicazioni, e l’unificazione del movimento studentesco con i lavoratori e le lavoratrici, i contadini e le popolazioni indigene.
Se le capitolazioni all’elettoralismo del passato ci hanno insegnato qualcosa — come quella dell’AAP a New Delhi nel 2012 — è che nessuno salverà la classe lavoratrice al posto nostro. Lavoratori e lavoratrici devono unirsi agli studenti per organizzare scioperi e assemblee e affrontare l’estrema destra. L’unità, non solo sul piano nazionale ma anche su quello internazionale, è la nostra arma migliore per conquistare dignità, pieni diritti e liberazione, al di là di ogni casta, etnia, identità di genere e orientamento sessuale. Il nostro sito e le nostre comunità sono aperti a chiunque, nell’Asia meridionale e nel mondo, stia riflettendo sulle rivolte giovanili. Come dice il nostro compagno Anasse Kazib, militante marxista in Francia: se oggi non siamo profondamente internazionalisti, domani saremo nazionalisti.
Aisha Jena
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