Il caso di Abderrahim Fakir non è solo un caso: questo è stato il leitmotiv delle piazze di queste ultime settimane a Bologna. Le manifestazioni e le assemblee lo hanno ribadito più volte: ciò che è successo al cittadino di origine marocchina rappresenta la punta dell’iceberg di un sistema caratterizzato da violenza e razzismo istituzionale. Considerarlo un incidente o una casualità non permette di comprendere le ragioni profonde di quanto accaduto. Ma analizziamo ciò che è successo e quale prospettiva potrà realmente far sì che l’omicidio di Fakir non rimanga un caso, bensì il punto di partenza per rilanciare un grande movimento dal basso, indipendente dal centro-sinistra, contro decreti sicurezza, criminalizzazione dell’immigrazione ed estrema destra al governo e non. Una discussione necessaria di fronte ai tentativi di reprimere le proteste, da un lato, e, dall’altro, di istituzionalizzarle e fare leva sulla divisione “manifestanti buoni vs. cattivi”.
La storia di Abderrahim è quella di una persona che ha vissuto praticamente tutta la propria vita in Italia. Si è trasferito a Bologna dal Marocco a soli sette anni e, nonostante questo, non è mai riuscito a ottenere la cittadinanza italiana. Questo è il risultato di leggi totalmente inadeguate, nelle quali la cittadinanza non rappresenta una conseguenza naturale del percorso di una persona che vive, studia e lavora in questo Paese, ma diventa un vero e proprio percorso a ostacoli. L’assenza di cittadinanza diventa così un elemento di precarietà continua. Per ottenerla, infatti, servono requisiti difficili da soddisfare: avere una casa e un lavoro non è sufficiente, ma occorre aver maturato dieci anni di residenza continua e avere un reddito adeguato, requisito che moltissimi lavoratori, pur lavorando, non riescono a raggiungere. Fakir, come tantissime altre persone, ha frequentato le scuole italiane e ha vissuto gran parte della propria vita in Italia, ma questo non è stato sufficiente per ottenere la cittadinanza italiana. Senza questo requisito noi persone immigrate siamo in balia dell’ottenimento e del rinnovo del permesso di soggiorno, senza il quale, come previsto dalla legge Bossi-Fini del 2000, si è criminalizzati e a rischio di espulsione. Si tratta di un rischio reso sempre più concreto nell’ultimo decennio dai vari decreti immigrazione approvati non solo dalla destra, ma anche dal centro-sinistra – in primis quello Minniti-Orlando del 2017. Ricordiamo, inoltre, che nel decreto sicurezza-immigrazione voluto da Salvini nel 2018 vi era anche la firma di Giuseppe Conte dei 5 Stelle, un partito che non solo oggi è un pilastro del Campo Largo con Alleanza Verdi e Sinistra e il PD, ma è anche osservatore della Sinistra Europea di cui fa parte Rifondazione Comunista, e a livello internazionale Podemos e la France Insoumise…
Tutto ciò mette noi migranti in una situazione di vulnerabilità e instabilità continua, nella quale spesso siamo costretti ad accettare condizioni di lavoro estremamente peggiorative pur di preservare il nostro permesso di soggiorno e, al limite, la nostra stessa permanenza in Italia. Come racconta Spinelli, l’avvocata che seguiva Fakir, questa condizione ha contribuito in maniera drammatica al peggioramento della sua salute mentale. Inoltre, nell’ultimo anno, il continuo parlare di “remigrazione” lo aveva portato a vivere una forte condizione di paura di essere deportato in Marocco. Questo è il clima di violenza e odio che legittima discorsi come quelli che sentiamo dai Vannacci di turno. Non è difficile comprenderlo: è una situazione nella quale noi persone migranti ci troviamo spesso. Questo elemento ci permette di comprendere la natura traumatica della condizione di una persona migrante, che non può costruirsi una vita realmente stabile perché è costantemente sotto il ricatto del rinnovo del permesso di soggiorno.
In un sistema nel quale la salute mentale viene spesso presentata come una questione naturale, genetica e individuale, ci rendiamo conto invece che essa è anche un prodotto sociale. Certamente può avere cause familiari o personali, ma queste si sviluppano all’interno di un sistema che produce precarietà, ghettizzazione e sfruttamento. Abderrahim, quel giorno, dopo altri episodi di disagio psichico, entra in escandescenza. La risposta, però, non è l’aiuto, non sono le ambulanze o gli operatori sanitari, ma la polizia.
Questo avviene inoltre in un quartiere operaio e popolare come il Pilastro, che da anni è interessato da una vera e propria militarizzazione: i controlli polizieschi ai danni delle persone migranti e dei giovani sono infatti sempre più frequenti, con la scusa di combattere il degrado. Dietro questa espressione si nasconde un processo di gentrificazione, volto ad allontanare lavoratori, studenti e famiglie per trasformare quel territorio in uno spazio di profitto. Un processo assecondato dalla stessa giunta di centro-sinistra.
In questo solco, non è un caso che le persone che più frequentemente subiscono violenze da parte delle forze dell’ordine siano anche le più vulnerabili: persone migranti, con minori tutele e garanzie, spesso considerate facili bersagli. Il corpo di polizia non esiste per proteggerci. Esso svolge una funzione ben precisa all’interno dell’organizzazione dello Stato: garantire il mantenimento dell’ordine sociale esistente. Per questo motivo la sua azione si concentra spesso non sui gruppi sociali più forti, ma su quelli più marginalizzati e ricattabili. In questo senso, episodi come quello di Abderrahim Fakir non possono essere letti soltanto come il risultato di responsabilità individuali, ma come l’espressione di un sistema nel quale repressione, controllo sociale e razzismo istituzionale si intrecciano con la gestione delle contraddizioni prodotte dalla società capitalistica.
Migrazione e razzismo di stato
La storia di Abderrahim ha riportato al centro la questione dell’immigrazione e del razzismo strutturale e istituzionale presente all’interno di questo sistema. La questione migratoria è da sempre al centro del dibattito pubblico e, negli ultimi anni, viene posta come la problematica da cui nascerebbero i principali problemi legati alla sicurezza. In realtà, emerge una contraddizione fondamentale: da una parte l’immigrazione viene sfruttata attraverso flussi che permettono al sistema economico di avere a disposizione forza lavoro a basso costo, regolamentandola in funzione delle esigenze del mercato del lavoro; dall’altra parte, la stessa immigrazione viene criminalizzata e trasformata in un problema di ordine pubblico. La presenza migrante viene quindi gestita in base alle necessità del sistema produttivo.
In questo contesto viene spesso utilizzata la parola “integrazione”, ma per integrazione si intende obbedienza: accettare salari bassi, condizioni precarie e sfruttamento nei magazzini, nelle fabbriche, nelle campagne e nei settori più marginalizzati della produzione. Il problema non è quindi l’esistenza dei lavoratori migranti, ma il modo in cui il capitalismo organizza la loro presenza all’interno della società: come forza lavoro necessaria quando serve produrre ricchezza, ma come problema sociale e politico quando rivendicano diritti.
Questo ci permette di comprendere come chi oggi parla di “remigrazione” o di rimpatri non abbia come reale obiettivo quello di rendere più sicure le città e le strade, ma quello di rafforzare un sistema di controllo che rende le leggi sull’immigrazione sempre più complesse e tortuose, aumentando la ricattabilità di tutti i lavoratori migranti. Non è un caso che gli omicidi sul lavoro, come abbiamo visto con il caso di Satnam Singh e con il caso Amendolara, abbiano spesso come vittime persone migranti che da anni accettavano condizioni di lavoro disumane nella speranza di ottenere o mantenere i documenti. Anche i dati INAIL sugli infortuni o omicidi sul lavoro mostrano una maggiore esposizione dei lavoratori migranti. Questi politici, però, non se la prendono con i padroni che fanno lavorare le persone in queste condizioni. Al contrario, spesso arrivano persino a sostenere che il problema siano gli stessi migranti che accettano questi lavori. Gli stessi lavoratori migranti che vengono descritti come passivi e incapaci di organizzarsi sono invece stati, negli ultimi quindici anni, protagonisti delle lotte più importanti in alcuni settori strategici, come quello della logistica e del tessile-abbigliamento. Le mobilitazioni dei lavoratori migranti hanno portato avanti alcune delle lotte più dure contro lo sfruttamento, migliorando non solo le proprie condizioni lavorative, ma quelle dell’intera classe operaia. Questo permette di demistificare l’idea secondo cui i lavoratori migranti sarebbero una componente arretrata della classe lavoratrice: spesso sono stati proprio i settori più sfruttati a trovarsi alla testa delle lotte più avanzate. Se da una parte i partiti di ogni colore costruiscono una distinzione tra migranti “buoni” e “cattivi”, tra regolari e clandestini, in realtà le norme che regolamentano l’immigrazione e quelle repressive rappresentano due facce della stessa medaglia. Si tratta di dispositivi di controllo e repressione che svolgono una funzione disciplinare non soltanto nei confronti dei migranti considerati irregolari, ma nei confronti di tutti i migranti. Diventano un monito: se non obbedisci, se non accetti le condizioni imposte e se non ti “integri”, la risposta sarà il rimpatrio. La possibilità di trattenimento viene inoltre esercitata attraverso strutture che negli anni sono state denunciate da numerose organizzazioni per le condizioni disumane al loro interno: nei centri di detenzione per migranti presenti in Libia sono state documentate per anni violenze, abusi, torture e condizioni degradanti. E anche chi riesce ad arrivare in Italia può essere rinchiuso nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, strutture nelle quali è possibile essere trattenuti senza aver commesso alcun reato penale. Il governo Meloni ha inoltre portato avanti il progetto di esternalizzazione della gestione migratoria attraverso gli accordi con l’Albania, mentre sul territorio nazionale punta ad aumentare il numero dei CPR. Queste strutture rappresentano un ulteriore strumento di controllo e disciplinamento della popolazione migrante.
Polizia, politiche securitarie e militarizzazione
Le politiche migratorie e securitarie vengono accompagnate dal continuo rafforzamento dell’apparato di polizia. Nella stessa Bologna, amministrata da una giunta di centrosinistra, di fronte ai problemi legati alla sicurezza e ai quartieri attraversati da un forte disagio sociale, la risposta proposta è spesso quella di aumentare il numero degli agenti e la presenza delle forze dell’ordine. Anche nelle assemblee e nel dibattito pubblico viene spesso avanzata la proposta di migliorare la formazione del corpo di polizia, introdurre le bodycam e rendere obbligatori i codici identificativi sugli agenti. Queste misure vengono presentate come strumenti per riformare la polizia, eliminare le “mele marce” e garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Questa narrazione si accompagna all’idea secondo cui i casi di Abderrahim Fakir, Riccardo Magherini, Stefano Cucchi ecc… sarebbero episodi individuali causati dal comportamento scorretto di alcuni agenti. Questa lettura, però, non permette di comprendere la funzione complessiva dell’apparato poliziesco all’interno della società. Il corpo di polizia non nasce semplicemente per proteggere la sicurezza delle persone, ma svolge una funzione precisa all’interno dello Stato: garantire il mantenimento dell’ordine sociale esistente, della proprietà privata e dei rapporti economici che lo Stato stesso tutela. Stefano Cucchi, Abderrahim Fakir, Carlo Giuliani non sono quindi il prodotto di una carenza di formazione delle forze dell’ordine, ma sono il risultato di un sistema nel quale la repressione rappresenta uno strumento necessario per gestire le contraddizioni sociali. La violenza esercitata dagli apparati dello Stato non è un elemento estraneo al sistema: è una delle modalità attraverso cui vengono mantenuti determinati rapporti di potere. Le forze dell’ordine, di fronte ai picchetti e agli scioperi che combattono contro condizioni di lavoro illegali perfino secondo la stessa legislazione borghese, spesso non intervengono per difendere i lavoratori, ma per garantire la continuità della produzione e gli interessi dei padroni. Proprio il settore della logistica ha visto in prima linea una grande componente di lavoratori migranti, protagonisti di mobilitazioni che hanno permesso importanti miglioramenti contrattuali e salariali. Queste lotte, però, sono state spesso accompagnate da repressione, denunce e interventi delle forze dell’ordine. Questo dimostra come la questione migratoria e quella lavorativa siano profondamente collegate: il lavoratore migrante non viene controllato solamente in quanto migrante, ma anche in quanto componente della classe lavoratrice che può organizzarsi e mettere in discussione le condizioni di sfruttamento. Le bodycam e i codici identificativi, inoltre, non possono essere considerati una soluzione strutturale. Le bodycam rimangono sotto il controllo delle stesse forze di polizia e possono essere attivate o disattivate dagli agenti. Per questo motivo non rappresentano, da sole, una garanzia sufficiente di trasparenza e responsabilità. Il problema non è solamente che alcuni agenti possano abusare del proprio potere, ma che esista un apparato costruito per esercitare controllo e repressione su determinati settori della società.
La questione della repressione interna non può essere separata dal contesto internazionale. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento delle tensioni tra potenze imperialiste, al rafforzamento degli apparati militari e all’aumento delle spese militari. Gli stessi Stati che investono sempre più risorse nel riarmo e nella competizione militare internazionale sono spesso gli stessi che applicano politiche di austerità nei confronti delle classi popolari. Mentre vengono tagliati servizi pubblici, sanità, istruzione e welfare, aumentano gli investimenti negli apparati militari e di sicurezza.
La militarizzazione delle frontiere, il rafforzamento dei CPR, l’aumento della sorveglianza interna e la repressione delle mobilitazioni sociali fanno parte dello stesso processo. In una fase nella quale il capitalismo attraversa crisi economiche sempre più profonde, aumento delle disuguaglianze e instabilità internazionale, lo Stato rafforza gli strumenti attraverso cui può controllare il conflitto sociale. La repressione non nasce quindi come risposta a un’emergenza occasionale, ma come elemento strutturale nella gestione di una società attraversata da contraddizioni sempre più profonde.
Buoni vs. cattivi? Politicizzare e organizzare dal basso la rabbia
Una reale giustizia per Abderrahim Fakir e per tutte le persone vittime della violenza istituzionale non significa semplicemente affidarsi alla magistratura o chiedere una riforma della polizia. In questa prospettiva, è molto importante che si sia attivata una mobilitazione popolare a seguito dell’omicidio di Stato di due settimane fa. Una mobilitazione che, accanto a un’importante partecipazione, ha visto anche una forte repressione. Mentre il sindaco del PD Lepore cercava di neutralizzare la protesta invitando ad avere fiducia nelle istituzioni e indicendo un semplice presidio in piazza Nettuno, lunedì 20 luglio, migliaia di persone hanno infatti provato a raggiungere la prefettura, identificando correttamente negli organi statali la causa del problema. A fronte di ciò si è attivata la reazione poliziesca, a suon di manganelli, idranti e lacrimogeni, alla quale centinaia di manifestanti hanno legittimamente risposto. I media hanno parlato di pochi facinorosi, i cui atteggiamenti violenti avrebbero causato la dispersione del corteo; a fare il verso, anche ‘da sinistra’, il distinguo “manifestanti buoni vs. manifestanti cattivi”.
La realtà è che, sebbene solo una minoranza abbia ingaggiato direttamente il conflitto con la polizia, il grosso del corteo ha tenuto la posizione, invece di dileguarsi spaventato da idranti e lacrimogeni o indignato dall’atteggiamento degli “antagonisti” (come hanno falsamente riportato molti organi di stampa). Si tratta di una dinamica che abbiamo già visto durante il Blocchiamo Tutto e che esprime intuitivamente la comprensione da parte di significativi strati popolari e giovanili che davanti a problemi di natura sistemica vi è l’esigenza di una lotta di massa e radicale; vi è la necessità di non delegare la risoluzione di questi problemi a quelle stesse istituzioni che più o meno direttamente sanzionano sfruttamento, violenza e razzismo.
Il punto è allora politicizzare e strutturare maggiormente una consapevolezza del genere, costruendo i prossimi passi della mobilitazione tramite assemblee dal basso, a partire dai quartieri popolari, ove discutere gli obiettivi e i metodi di lotta, incluse le necessarie forme di autodifesa militante dalle forze di polizia, le quali, per essere realmente efficaci, debbono essere il più possibile condivise e organizzate. Se è vero che in particolari momenti di piazza il livello dello scontro può essere supportato ‘spontaneamente’, senza rafforzare il convincimento e il coinvolgimento attivo rispetto a rivendicazioni e pratiche di settori sempre più larghi nella mobilitazione, non ci si deve sorprendere che la vergognosa retorica “manifestanti buoni vs. manifestanti cattivi” riesca a fare breccia.
Il ruolo centrale della classe lavoratrice nella lotta
Intensificare, organizzare e allargare lo scontro con le istituzioni è necessario per garantire continuità e indipendenza alla battaglia contro il razzismo e gli omicidi di Stato. La vera forza di un movimento del genere sono però i lavoratori migranti, che con lo sciopero possono dimostrare di non essere mere ‘vittime’, bensì un settore indispensabile per il funzionamento della società e quindi in grado di inceppare la stessa macchina statale. Di più: non potendo separare le proprie rivendicazioni da quelle più strettamente di classe, per il salario, i contratti ecc., la lotta dei migranti a partire dai luoghi di lavoro sgretola i tentativi delle destre di frammentare le classi lavoratrici e popolari e crea le basi per una reale unità. Questa unità non è però minata solo dall’azione dello Stato e delle forze reazionarie, ma anche quando le organizzazioni dei lavoratori subordinano il conflitto al mantenimento di posizioni istituzionali. Tale impostazione tende infatti a escludere quei settori di classe le cui condizioni di super-sfruttamento possono essere contrastate solo con un approccio sindacale combattivo, che è quindi l’unico attraverso il quale ampi settori di proletari immigrati possono essere realmente organizzati.
Si tratta dello stesso approccio che ha permesso al Sicobas di mettere all’ordine del giorno il protagonismo dei lavoratori nella lotta per ottenere giustizia per Fakir, paralizzando l’interporto di Bologna la sera del giorno successivo all’omicidio di Stato, mentre la CGIL si limitava a dichiarare solo due ore di sciopero. Certo, come ha detto il segretario della CGIL dell’Emilia-Romagna, quelle due ore volevano soddisfare l’obiettivo pratico di far partecipare i lavoratori alla manifestazione, con la quale però si intendeva esclusivamente il presidio istituzionale di Lepore e non il grande corteo che ha sfidato le restrizioni poliziesche e ha attraversato le vie centrali del capoluogo emiliano. Un numero non indifferente di immigrati lavora peraltro di notte e quindi quelle due ore di sciopero non gli hanno affatto permesso di essere protagonisti della lotta come lavoratori. Inoltre, incrociare le braccia per più tempo avrebbe permesso di fare assemblee ove lavoratori immigrati e italiani potessero discutere l’importanza di mobilitarsi uniti contro repressione, razzismo e per migliorare le proprie condizioni di lavoro, come invece ha permesso lo sciopero di un’intera giornata del Sicobas. Il blocco dell’interporto dalle 22 del 20 luglio per 24 ore ha poi nei fatti aumentato le gatte da pelare per la questura, obbligandola a dividersi tra la piazza e i luoghi di lavoro, cosa che ha quindi reso oggettivamente più difficile reprimere il corteo del centro storico bolognese.
Questa sinergia tra sciopero e lotta di piazza – replicata in piccolo a Bologna, ma che abbiamo visto in scala maggiore negli USA con lo sciopero contro l’ICE di Minneapolis (e con lo stesso Blocchiamo Tutto dello scorso ottobre) – ci porta a riflettere sulla necessità di strutturare il movimento a partire da un rafforzamento del coordinamento tra assemblee nei quartieri e nei luoghi di lavoro (ma anche di studio con la riapertura di scuole e università, vista la forte partecipazione giovanile alle ultime proteste). A tal proposito è stata significativa l’assemblea al Pilastro dello scorso 22 luglio, in cui si è provato a mettere insieme reti militanti, comunità immigrate, lavoratori, con la partecipazione del sindacalismo conflittuale come il Sicobas, e abitanti del quartiere per discutere la prosecuzione della mobilitazione. Le 2000 persone circa in strada, sempre al Pilastro, questa domenica fanno ben sperare in questa direzione, così come il lancio di un’assemblea nazionale per discutere la prospettiva della lotta il 12 settembre a Bologna.
Nelle prossime settimane e mesi sarà importante replicare assemblee popolari a partire dai quartieri, dalle quali crediamo sia necessario debba emergere una pressione affinché non sia solo il Sicobas, ma anche i grandi sindacati a mobilitarsi sul terreno dello sciopero e in maniera indipendente dal Partito Democratico. In tal senso crediamo sia importante che le realtà militanti e i lavoratori combattivi si impegnino anche a costruire assemblee dal basso nei luoghi di lavoro, a prescindere dalle sigle sindacali, per discutere come costruire questa mobilitazione, superando l’inerzia che spesso caratterizza le direzioni confederali, a partire da una piattaforma che rivendichi l’abolizione dei decreti sicurezza (in primis l’ultimo che protegge con lo scudo penale i poliziotti), ma anche delle leggi che criminalizzano l’immigrazione e schiacciano il diritto di sciopero. Solo così l’assassinio di Fakir non rimarrà “un caso”, ma potrà diventare il punto di partenza per un movimento di lotta nazionale contro gli attacchi alle classi popolari di Meloni, Vannacci & co., incluse le loro politiche di tagli e riarmo, nella prospettiva di costruire una forza organizzata per rompere con questo sistema basato su sfruttamento, razzismo e violenza.
Ines Abdelhamid
Lorenzo Lodi
Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.