Dal 25 al 28 luglio, il campo estivo “Guerra alla Guerra”, lanciato dalla nostra organizzazione sorella Revolutionäre Internationalistische Organisation (RIO), ha riunito a un’ora da Berlino centinaia di giovani e militanti provenienti da diversi paesi, in un momento in cui le tensioni imperialiste e la militarizzazione europea rendono urgente una risposta organizzata. Per quattro giorni, al campo si sono intrecciate analisi, formazione e confronto internazionale, con la presenza di compagne e compagne provenienti da Francia, Spagna, Germania, Cile, Stati Uniti e anche dall’Italia, grazie ad Emma che ha portato la propria esperienza del Blocchiamo Tutto nel dibattito strategico.
In un contesto segnato dalla guerra in Medio Oriente, dall’ascesa dell’estrema destra e dai progetti autoritari dei governi europei, il campo ha rilanciato l’idea che solo un movimento internazionalista, radicato nella classe lavoratrice e nella gioventù, può opporsi alla crisi e al riarmo. Le discussioni serali, i workshop e gli scambi tra delegazioni hanno mostrato che una nuova generazione sta cercando strumenti politici per trasformare la rabbia contro la guerra in organizzazione rivoluzionaria.
È dentro questo quadro che si inserisce l’intervento di Emma, durante il primo panel dell’evento, contribuendo a costruire una prospettiva comune oltre i confini nazionali.
Sul canale Youtube di Klasse Gegen Klasse (il giornale curato da RIO), sono già state pubblicate le registrazioni degli dibattiti principali della scuola, in particolare qui il panel di apertura.
Negli ultimi mesi l’Italia ha molto attirato l’attenzione della sinistra internazionale, grazie al nostro movimento per la Palestina sotto lo slogan “Blocchiamo Tutto” dello scorso autunno, quando milioni di persone sono scese in piazza in occasione di due scioperi generali che i sindacati di base sono riusciti a imporre. Ora, a qualche mese di distanza, possiamo fare un bilancio: cosa abbiamo imparato e come inquadriamo questo fenomeno in una strategia rivoluzionaria?
Nonostante la forte contrazione del movimento, “Blocchiamo Tutto” ha dimostrato che la classe operaia e i giovani, uniti, possono mobilitare una forza enorme e smuovere le masse, quando sono organizzati. Sono riusciti, in un Paese che usciva da decenni di crisi politica dei partiti e dei movimenti di sinistra, con sindacati che facevano il gioco della politica e della borghesia e frenavano le lotte dei lavoratori, a rompere la passività e a dare vita a una mobilitazione di massa. Per settimane le città italiane sono state attraversate da manifestazioni quotidiane, guidate dai movimenti, sindacati di base, giovani precarizzati e studenti, che nei mesi successivi hanno proseguito con le occupazioni delle scuole. La mobilitazione ha raggiunto il culmine con i due scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre dello scorso anno e con i milioni di persone che hanno partecipato alla manifestazione nazionale a Roma.
Questo ha dimostrato ancora una volta che la classe operaia e i giovani hanno il potenziale per essere i motori di grandi movimenti di massa e, in prospettiva, di un’alternativa rivoluzionaria. Abbiamo visto come i lavoratori portuali organizzati di Genova e Livorno abbiano trascinato con sé ampie fasce della classe operaia e della gioventù; i lavoratori della fabbrica occupata vicino a Firenze, la GKN, e la loro periferia politica, il movimento studentesco, le cui occupazioni hanno saputo introdurre nuove forme di politicizzazione nelle scuole, e migliaia di altri. I lavoratori portuali hanno gridato: “Se bloccano la flottiglia, noi blocchiamo tutto”, e i giovani e i lavoratori hanno risposto. Ciò ha dimostrato come minoranze organizzate possano influenzare le masse quando sono radicate in settori strategici.
Abbiamo anche visto i limiti delle burocrazie sindacali e della politica repressiva di Meloni. La pressione dal basso ha costretto la CGIL (il più grande sindacato italiano), insieme ai sindacati di base, a indire lo sciopero generale, che ha rappresentato una delle fasi di lotta più significative degli ultimi decenni in Italia. Questa unità non è stata concessa dall’alto, ma imposta dalle masse. La passività dei vertici sindacali consente al governo Meloni di sferrare ulteriori attacchi contro chi si oppone al suo governo di estrema destra: la CGIL cerca di sabotare l’unità di sciopero, ma il “Blocchiamo Tutto” ha dimostrato che abbiamo speranza, anche se questa volta si è nuovamente affievolito.
Tali manovre burocratiche possono soffocare sul nascere movimenti e rivoluzioni e devono essere combattute con coerenza da noi rivoluzionari.
Negli ultimi giorni si sono svolte grandi manifestazioni e proteste per due omicidi commessi dalla polizia: uno, di cui ricorre il 25° anniversario, a Genova e l’altro avvenuto la scorsa settimana a Bologna. Eppure, a causa del nuovo decreto di sicurezza del governo Meloni, gli agenti responsabili non sono stati nemmeno indagati. I giovani hanno reagito rapidamente, mobilitandosi in questi giorni soprattutto a Bologna ma anche in tutto il paese, dove sono stati repressi in modo massiccio. Di fronte alla repressione dello Stato, che colpisce soprattutto i dissidenti politici e gli sfruttati, abbiamo visto una gioventù che si oppone, non solo alla violenza della polizia, ma anche alle politiche di riarmo e al decreto sicurezza. Questi esempi ci dimostrano che soprattutto i lavoratori nei settori strategici e la gioventù sono essenziali per una strategia rivoluzionaria, volta a liberare tutti gli oppressi. La loro organizzazione, il loro legame e la loro esperienza di lotta possono generare una forza rivoluzionaria nei momenti di crisi della politica e del capitale.
Allo stesso tempo, l’esperienza dei lavoratori portuali e della logistica ha dimostrato come la rete e la lotta non possano fermarsi ai confini nazionali, e infatti non lo fanno. Il movimento ha avuto fin dall’inizio un carattere internazionale, ispirandosi a vicenda e imparando gli uni dagli altri.
Inoltre, l’industria degli armamenti e i trasporti verso Israele coinvolgono tutta una serie di paesi, motivo per cui i blocchi devono essere coordinati con i porti dell’intera area del Mediterraneo. E, soprattutto, va tenuto presente che una conquista della classe operaia in un paese può rapidamente, in assenza di internazionalismo, far pagare il prezzo a un altro paese o essere revocata a causa delle pressioni esercitate da altri. Infatti, la lotta per la rivoluzione socialista richiede una rottura netta con l’eredità della controrivoluzione stalinista, che mira a costruire il socialismo in un solo paese. Nel XX secolo questa ideologia ha portato a una politica che limitava la rivoluzione entro i confini nazionali, subordinando il destino della rivoluzione mondiale agli interessi di una burocrazia e culminando infine nel ripristino del capitalismo.
Una politica internazionalista coerentemente anti-imperialista può essere portata avanti solo dalla classe operaia, organizzata dal basso con la prospettiva di unire i lavoratori dei paesi oppressi a quelli dei paesi imperialisti.
Vediamo confermate queste teorie di Trotsky nella situazione attuale. La borghesia opera a livello globale: influenza la politica oltre i confini nazionali. Le catene di produzione attraversano i continenti, il commercio di armi passa attraverso i porti e il trasporto ferroviario, e l’Italia è un nodo centrale della logistica militare occidentale.
Sosteniamo lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali del 6 febbraio, il coordinamento dei porti del Mediterraneo e la partecipazione dei ferrovieri a queste proteste.
Tutto ciò ci porta al punto centrale: la costruzione di un movimento rivoluzionario. Non crediamo in una rivoluzione spontanea in grado di rovesciare la borghesia senza preparazione. La mobilitazione delle masse deve essere accompagnata dalla costruzione di consigli autogestiti della classe lavoratrice e di un partito rivoluzionario che possa fungere da riferimento per questi, radicato nei settori strategici. Il collegamento internazionale offre una prospettiva concreta, come abbiamo visto, per preparare la nostra società e la nostra classe alla rivoluzione, indipendentemente dalla sinistra riformista.
Il nostro obiettivo strategico è il comunismo. E precisamente un comunismo che non ha nulla in comune con le dittature burocratiche del XX secolo: né uno stato forte che “costruisce il socialismo attraverso le riforme”, né la dittatura di un partito burocratico, né tanto meno la riproduzione delle gerarchie capitalistiche sotto la bandiera rossa.
Il comunismo è l’instaurazione di una società senza stato e senza classi, libera dallo sfruttamento e dall’oppressione, con una pianificazione democratica delle risorse, affinché il lavoro e le tecnologie siano al servizio dell’umanità.
La nostra epoca è segnata da crisi e guerre, ma è anche un’epoca in cui la classe operaia e la gioventù si stanno risvegliando. Per noi rivoluzionari, l’obiettivo deve essere quello di costruire un’organizzazione socialista internazionalista, al fine di trasformare l’energia e la posizione strategica della classe, in quanto motore per tutti gli oppressi, in un movimento rivoluzionario che renda finalmente realizzabile il comunismo.
Emma Hücker
È nata a Berlino nel 1999. Ha studiato chimica a Jena, Berlino e Napoli e sta conseguendo la laurea magistrale di chimica dell'ambiente e dei beni culturali a Firenze. Ha partecipato alle attività di Klasse gegen Klasse in Germania ed è militante della FIR.