Nella giornata del 13 agosto, a Colleferro, in provincia di Roma, una forte esplosione si è verificata all’interno della fabbrica di armamenti KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa. Sebbene non si registrino vittime né feriti, l’esplosione ha seminato paura e sgomento in una città e in un’area, quella della Valle del Sacco, nella quale il riarmo voluto dall’imperialismo europeo sembra aver trovato terreno fertile e dove la famigerata “riconversione industriale” si sta traducendo, concretamente, in fabbriche di morte e immensi magazzini della logistica dei colossi Amazon e Leroy Merlin. Un segno questo della ristrutturazione del capitalismo a livello internazionale che trova negli hub logistici fino a poco tempo fa impensabili in determinati territori. Una trasformazione della geografia della produzione che apre spazi di lotta di classe laddove sembrava essere tramontata o addirittura assente.  

Nel 2015 l’ex militante brigatista Barbara Balzerani, originaria di Colleferro, scrisse un libro dal titolo La sirena delle cinque, un romanzo che raccontava, in parte, la realtà della sua città d’origine, dove la sirena dell’ex SNIA, fabbrica di armamenti presente in città dal 1912, scandiva la fine del turno. Nel 1938 un’esplosione nella fabbrica uccise 60 persone. Balzerani scriveva: «La sirena delle cinque scandisce la vita e la morte delle persone. Così capita che un giorno la sirena suoni in un orario insolito e nel paese è allarme per uno scoppio imminente. Il “mostro” sta per esplodere e le donne iniziano a pregare».


 

Il mostro raccontato da Balzerani non c’è più. Al suo posto, però, è sorto un nuovo gigante della polvere da sparo: la ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, di proprietà franco-tedesca e impegnata nella produzione di proiettili per mezzi terrestri.

Una fabbrica che negli ultimi anni ha conosciuto un forte rilancio sul territorio, dal quale hanno tratto beneficio anche diverse realtà industriali di piccole e medie dimensioni. Nell’ultimo periodo, grazie agli ingenti finanziamenti arrivati da più parti e con i venti di guerra che soffiano ormai sulle nostre teste, l’industria bellica è stata collocata al centro della cosiddetta riconversione industriale.

Il territorio della Valle del Sacco, un’area che si estende tra le province di Roma e Frosinone, come abbiamo riportato più volte su questo giornale, ha subito un pesante arresto produttivo a partire dalla crisi finanziaria globale del 2008. Soltanto nell’ultimo lustro ha visto nascere nuove industrie e rilanciarne di vecchie, soprattutto nei settori della logistica e del riarmo.

KNDS è una di queste, ma non è certo l’unica. A questa si aggiunge AVIO, attiva nel settore aerospaziale e diventata negli ultimi anni un polo centrale non soltanto per il lancio di razzi nello spazio, ma anche per lo sviluppo di tecnologia militare.

L’industria bellica del territorio, inoltre, non si limita a Colleferro. Proprio attraverso KNDS ha allargato le proprie ambizioni anche al vicino comune di Anagni, in provincia di Frosinone, con un progetto per la produzione di nitrogelatina a soli 300 metri da un autogrill sull’autostrada Roma-Napoli.

A questo si aggiunge il fatto che il sito produttivo è situato nelle vicinanze di altre industrie, tra cui AVIO che, stando alle notizie circolate ieri, avrebbe riportato diversi danni, oltre alla paura vissuta dai lavoratori e dalle lavoratrici presenti.

Le istituzioni locali hanno tirato un sospiro di sollievo e ribadito la necessità di non creare allarmismi, soprattutto alla luce dell’assenza di vittime. Se nell’immediato un sospiro di sollievo è comprensibile, è altrettanto evidente che le polveri sprigionate dall’esplosione non possono non suscitare preoccupazione. Si tratta di sostanze chimiche ed esplosive la cui dispersione pone inevitabilmente interrogativi sulle conseguenze per l’ambiente, per la salute dei lavoratori e delle lavoratrici e per quella della popolazione dei comuni limitrofi.

Il territorio come più volte raccontato negli anni ha subito una trasformazione radicale che ha visto sorgere magazzini giganti delle grandi multinazionali come Amazon e Leroy Merlin così come ha visto un rilancio dell’areospazio con AVIO. Un vero e proprio Hub industriale, in linea con la tradizione cittadina, ma che si inserisce all’interno della ristrutturazione capitalistica che vede, come abbiamo riportato in un numero di Egemonia alcuni anni fa, uno spostamento dell’industria verso le aree di provincia. Industrie che fino a poco tempo fa erano impensabili vedere all’interno di determinati territori. 

Inquinamento, tagli e salute: gli effetti sulla vita delle persone

Chi scrive questo articolo è nato e cresciuto lì. E con il passare degli anni ha visto venire alla luce fusti tossici che hanno contaminato un intero territorio, distrutto pascoli e compromesso il fiume Sacco. Ha visto gli effetti dell’inquinamento industriale prodotto anche dalle altre aziende presenti nell’area, su tutte quella che fu l’Italcementi, con i suoi camini nel cuore della città, capaci di restituire l’immagine inquietante di una sorta di Springfield italiana.

L’altissimo livello di inquinamento della città è stato accompagnato negli anni dal moltiplicarsi delle malattie respiratorie e da un preoccupante numero di tumori di ogni genere. Una città che, a ridosso del proprio centro abitato, oltre alle aziende già citate, ha avuto anche un inceneritore e una discarica. Davanti a quest’ultima venne persino costruita una scuola superiore, frequentata da migliaia di studenti costretti ogni giorno a respirare la puzza dei rifiuti.

A poco dovrebbero servire, dunque, i moniti dei politici locali contro gli “allarmismi”. Bisognerebbe piuttosto riconoscere che l’allarme, in questo territorio, è suonato almeno vent’anni fa, quando furono scoperti i fusti tossici sepolti nei terreni agricoli. Oggi quella sirena sembra non suonare più, proprio mentre industrie altamente inquinanti e potenzialmente pericolose per la salute dei lavoratori, delle lavoratrici e della popolazione vengono poste al centro del processo di rilancio industriale seguito alla crisi del 2008.

Come dare torto, allora, ai comitati cittadini di Colleferro e ai movimenti locali contro l’industria bellica che ieri non sono caduti nella trappola retorica delle “zero vittime”, ma hanno rimesso al centro della discussione l’intero impianto dell’industria militare nell’area e, insieme a questo, i tagli ai servizi sanitari? Tagli che, di fronte a una tragedia di dimensioni maggiori, rischierebbero di trasformarsi in un enorme stress per il sistema sanitario locale, fino al possibile blocco delle strutture presenti sul territorio.

L’area, come del resto l’intero territorio italiano, ha subito negli anni pesantissimi tagli ai servizi pubblici, a partire proprio dalla sanità. L’ospedale di Colleferro, un tempo punto di riferimento per tutto il territorio, oggi non dispone più nemmeno di alcuni reparti fondamentali, come pediatria e ostetricia, e difficilmente avrebbe la capacità di affrontare una tragedia delle dimensioni di quella che, con l’esplosione del 13 agosto, è stata soltanto sfiorata.

E cosa dire, infine, dei possibili danni a lungo termine provocati da un evento del genere? Malattie respiratorie, infezioni, nuove patologie o l’aggravamento di quelle che già oggi registrano numeri preoccupanti sono questioni che non possono essere liquidate in nome della necessità di “non creare allarmismi”.

Perché il punto politico resta tutto qui: mentre il riarmo viene presentato come sviluppo, investimento e rilancio industriale, a pagarne i costi rischiano ancora una volta di essere i lavoratori, le lavoratrici e chi vive nei territori. La Valle del Sacco conosce già fin troppo bene il prezzo di un modello produttivo che privatizza i profitti e socializza sulla popolazione l’inquinamento, i rischi e le conseguenze sulla salute.

 

L’imperialismo, il riarmo e la necessità dell’unità dal centro alla periferia

Eventi come quello di Colleferro devono necessariamente interrogarci su due questioni fondamentali: come contrastare le politiche di riarmo e come sviluppare una politica capace di radicarsi nei territori interni, lontani dalle grandi città e dai principali centri metropolitani.

Le politiche di riarmo varate dall’Europa e dal governo italiano, e sostenute da un’ampia parte dei partiti borghesi presenti in Parlamento, devono spingerci a contrastare con forza questa tendenza. Non si tratta semplicemente di dichiararsi contro la guerra, ma di assumere una postura politica capace di intaccare, in primo luogo, gli interessi della borghesia dentro questa nuova fase di sviluppo industriale.

Una spinta che, negli ultimi anni, non ha coinvolto soltanto le industrie direttamente interessate alla produzione militare, ma è penetrata nei luoghi della formazione e del sapere. È accaduto nelle università, attraverso progetti che subordinano sempre più la ricerca alle necessità dell’industria bellica, ma anche nelle scuole, dove persino le gite scolastiche presso fiere della cosiddetta “tecnologia” rischiano di trasformarsi in occasioni di promozione e normalizzazione delle tecnologie militari.

A questo si aggiunge il fatto che i finanziamenti destinati al riarmo stanno investendo anche settori dell’industria manifatturiera un tempo impiegati per altri scopi. Ancora una volta, un esempio arriva dal territorio della Valle del Sacco, dove l’industria tessile Klopman, a Frosinone, ha visto un importante progetto di rilancio attraverso la produzione di tessuti militari, con un finanziamento di circa 20 milioni di euro nel 2026.

Questo dimostra, innanzitutto, che le dinamiche dell’imperialismo e le politiche di riarmo riguardano tutti e tutte e che determinati processi non risparmiano affatto i territori della *periferia* rispetto a quelli del *centro*.

In molti continuano infatti a rappresentare i centri della periferia come luoghi che vivrebbero in un mondo a parte, lontano dalle grandi dinamiche internazionali. Questo vale soprattutto quando si parla dei piccoli comuni delle cosiddette aree interne. La realtà racconta esattamente il contrario: questi territori sono parte integrante delle grandi trasformazioni economiche e politiche internazionali e, in alcuni casi, rappresentano con particolare evidenza gli effetti delle nefandezze del grande capitale.

La Valle del Sacco, così come numerose altre realtà dal Nord al Sud Italia, è forse uno degli esempi più evidenti. Territori colpiti duramente dalle politiche lacrime e sangue degli ultimi decenni, dalla deindustrializzazione, dai tagli ai servizi pubblici e dall’impoverimento, ma che allo stesso tempo continuano a rappresentare, o possono tornare a rappresentare, un importante bacino operaio.

Per questo è quanto mai necessario insistere sull’unità delle lotte dal “centro alla “periferia”. Un obiettivo che richiede tuttavia uno sforzo politico e, in prima battuta, intellettuale.

Lo affermava Gramsci nei “Quaderni del carcere”: «quello che è ferrovecchio in città è utensile nuovo in campagna». Ed è proprio sul terreno dell’azione politica che questa indicazione continua a interrogarci. Un’organizzazione politica rivoluzionaria deve essere capace di costruire un vocabolario radicale dentro territori nei quali i fenomeni di politicizzazione che hanno coinvolto le aree urbane negli ultimi vent’anni hanno avuto meno impatto; gli stessi territori dove però spesso si trova il nostro soggetto sociale di riferimento.

Come scrivevamo nel pezzo di Egemonia già citato: “Siamo abituati ad organizzarci prioritariamente nelle città medio-grandi, ma se queste non sono più l’unico o il principale luogo nel quale la nostra classe di riferimento si trova ed agisce, allora dobbiamo avere il coraggio di cambiare luogo, e non la presunzione di cambiare classe: imparare a operare nei centri minori e nelle fasce periferiche e suburbane piuttosto che tentare di adattare la propria politica ai ceti medio-alti delle ztl dei centri città.

In questo senso, è necessario uno sforzo “decolonizzante” rispetto allo spazio delle contraddizioni e delle lotte. Non basta guardare fuori dalle grandi città, se lo facciamo applicando le categorie di interpretazione dei conflitti che abbiamo costruito su base urbana. Gli spazi semi-urbani, provinciali e periferici non sono brutte copie di quello che un tempo fu la città sia in termini oggettivi che soggettivi”. 

 Sempre più fare una politica a sinistra anti-capitalista significa tornare nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi; significa ricostruire una capacità di lettura collettiva dei processi economici che mostri come ciò che avviene in una fabbrica di Colleferro o di Frosinone non sia separato dalle decisioni prese a Roma, Bruxelles o nelle sedi dei grandi gruppi industriali e a partire da questa comprensione costruire l’unità dei movimenti giovanili e dei conflitti nelle città con quelle nelle aree più provinciali Questo è quello che ci insegna la lotta GKN, certo in una posizione meno periferica rispetto a Firenze di Colleferro nei confronti di Roma, ma in ogni caso in grado di catalizzare l’attivazione giovanile attorno a un lotta operaia in un paesone dormitorio nel capoluogo toscano. Sempre nella stessa area urbana, anche le lotte dei Sudcobas nelle aree industriali della di prato e provincia ha mostrato l’importanza del portare il movimento studentesco “metropolitano” vero la periferia come punto importante di una politica di classe. 

Per portare un altro esempio più direttamente collegato a Colleferro sul tema dell’economia di guerra, va in una direzione simile il lancio a gennaio del bollettino “HUB”,  promosso dal movimento NO BASE né a Coltano né altrove, altri movimenti toscani e liguri contro la militarizzazione, in collaborazione con lavoratori e lavoratrici di porti e ferrovie, tra cui un nostro compagno ferroviere Si tratta infatti di un’iniziativa che prova ad aumentare il coordinamento tra le rivendicazioni e le mobilitazioni contro l’economia e la logistica di guerra, tra diversi settori di lavoratori e territori, a diverso grado di centralità nella geografia urbana e politica dell’Italia (coinvolge realtà da La Spezia a Livorno, passando per Pisa e Firnza) ma a vari livelli strategici. In tal senso,  il bollettino si propone di mappare il territorio coinvolto dalla progressiva militarizzazione voluta dai piani di riarmo UE. HUB è di fatto un coordinamento tra lavoratori e lavoratrici direttamente coinvolti nel trasporto e nella produzione di materiale bellico, insieme ai movimenti locali, e risulta centrale per poter rafforzare l’opposizione alle politiche belliciste dei governi europei, e da questa prendere le mosse per sviluppare strategie di iniziativa politica dal basso.

È da qui che occorre ripartire per contrastare con forza le politiche di riarmo: dalla capacità di trasformare un’opposizione genericamente morale alla guerra in un conflitto politico e sociale contro gli interessi economici che sulla militarizzazione costruiscono profitti e nuove occasioni di accumulazione.

La battaglia contro il riarmo non può quindi essere separata dalla battaglia per il lavoro, per la sanità pubblica, per la scuola, per la ricerca, per la tutela ambientale e per il futuro stesso dei territori. Deve diventare un processo di mobilitazione capace di attraversare tutti i settori produttivi, unire centro e periferia e rimettere al centro lavoratori e lavoratrici.

Perché proprio nei territori che qualcuno continua a considerare marginali possono emergere con maggiore chiarezza le contraddizioni di questa nuova fase. E proprio da quei territori può ripartire la costruzione di un conflitto capace di unire i campi alle officine, opponendo alla militarizzazione dell’economia la forza organizzata di chi quella economia la fa funzionare ogni giorno. 

 

Mattia Giampaolo

 

Laureato in storia contemporanea dei paesi arabi alla Sapienza di Roma, nel 2018 ha conseguito il master in Lingue e Culture orientali alla IULM University.
Dottorando alla Sapienza presso il Dipartimento di Scienze Politiche, con una tesi su Gramsci, la rivoluzione passiva e la Primavera Araba.